Recensione album “Stamina” degli HeavenBlast

Parliamo del disco “Stamina” degli HeavenBlast. Partiamo da primo pezzo. “Purity” è un brano rock, con radici nel rock punk, ma che non disdegna aperture musicali alle realtà che hanno portato a fenomeni come quelli rappresentati da Evanescence e Muse, qualche tempo più tardi. Un connubio di suoni e influenze che generano un impatto orecchiabile, ma che mantiene sapientemente le distanze dal pop. “Alice in Psychowonderland” è un brano che continua la linea musicale dettata dal primo pezzo. Un rock deciso, musicale, melodico, piacevole. Carico di influenze musicali e culturali che lo rendono un “musical in note”, con cambi di scena e prospettive, senza perdere di vista una trama musicale ben definita. “We are state” è una ballata che ha venature che ricordano in alcuni passaggi il folk, resta un’atmosfera affascinante e musicalmente elegante, con un approccio decisamente internazionale nella sua costruzione. “The Rovers” è un pezzo in cui il protagonista è un rock melodico che ricorda un passato musicalmente storico, ma che riesce a essere contemporaneo. Per gli appassionati non può che evocare tante e importanti contaminazioni e influenze. “Don’t clean up this blood” parte con una chitarra che riporta a un flamenco lontano, ma il brano che nasce è decisamente rock e costruito con l’architettura musicale delle canzoni precedenti. Attenzione a voci, cori, strumenti e arrangiamenti e, anche in questo caso, alle influenze sempre ben calibrate. “Sinite pargolo venire ad me” è un esperimento sicuramente affascinante, un rock in latino? Sembra impossibile, eppure eccolo qui. E non suona neanche male. Un ossimoro particolare poiché il rock è sempre stato assimilato a una sorta di “volgare”, lingua ben lontana dal latino. Ma, nella lingua come nella musica, la passione nasce pur sempre dal cuore. “Stamina” è il brano che da il titolo all’album e richiama la musicalità dell’intero disco. Rock, melodia, un dolcemente aggressivo modo di suonare, figlio della musica degli anni settanta e poi ottanta, per poi svilupparsi fino a oggi. Ma qui si sente proprio il suono delle radici di questa musicalità. “Canticle of the Hermit” è la ballata che chiude il disco. E lo fa con lo stile che contraddistingue l’intero album, lasciando anche quel velo di malinconia, come quando termina uno spettacolo coinvolgente e avresti voluto anche solo un brano in più. Ma siamo sicuri che l’avventura di questo gruppo non si fermerà qui. Quindi, aspetteremo il prossimo disco. Per ora, che dire, se non che l’album è affascinante, ben suonato, con brani ben costruiti, che evocano il rock d’autore, ma che sono assolutamente attualissimi. Perché la bella musica è bella musica. Punto. Il resto sono chiacchiere.

Recensione dell’album “Presa di coscienza” di Riccardo D’Avino

“Tutto nel mio nome” è una ballata intensa e carica di significati. Una panoramica sugli aspetti sociali che regolano gli equilibri del mondo, amara, vera. Aldilà del testo colpisce l’alta attenzione nei suoni, un arrangiamento ben fatto. “Inno alla noia” è un brano pop rock affascinante e orecchiabile, anche in questo caso caratterizzato da uno studio dei suoni importante e decisamente curato. “Ti Aspetto” è un pezzo introspettivo, delicato ed elegante musicalmente, che racconta un mondo nuovo, una vita nuova. Sentimenti ed emozioni che diventano una canzone, un punto importante della vita, forse il più importante. E che merita sicuramente una canzone. “Mediocre coscienza” è un brano che affronta la realtà di oggi, da un punto di vista cinico, ma che ben racconta gli aspetti sociali che contraddistinguono il nostro vivere, nei suoi controsensi, nelle sue ipocrisie. Nelle sue disilluse libertà. “Uno di questi giorni” è una ballata, di quelle che avvolgono, con il suono, le parole. Un tema importante per tutti i cantautori, perché scrivere non è mai soltanto un passatempo, ma la vita di stessa. In questo brano Riccardo si racconta, da un punto di vista personale e artistico, un uomo allo specchio, un artista oltre lo specchio. Il futuro è il tema che riecheggia tra le note, in una vita che cambia, in una vita che ti cambia. “Non dormi ancora” chiude il disco con una melodia raffinata e allo stesso semplice, note che si rincorrono per dare vita ad atmosfere emozionali. Abbiamo già avuto modo di conoscere Riccardo D’Avino e la sua musica e non possiamo non notare un’evoluzione del personaggio, della sua musica e del suo impatto, che lascia intravedere un grande lavoro di studio dei suoni e lo sviluppo di nuove tecniche di arrangiamento, mixer e di registrazione. “Presa di coscienza” è un album molto bello, maturo e decisamente molto curato. Disco consigliatissimo.
Abbiamo posto alcune domande a Riccardo. Ecco cosa ci ha risposto.

I tuoi brani hanno un forte impatto sociale, quanto conta l’osservazione per costruire un brano di questo tipo?

“Bisogna sempre avere una forte capacità di osservazione. Per un cantautore è fondamentale. Se è vero che il cantautore ha il compito di raccontare la sua generazione, allora dovrà sempre guardarsi intorno con molta attenzione, studiare, mantenere la mente attiva”.

“Ti aspetto” è un brano molto emozionante, come è nato?

“È nato da una promessa che ho fatto alla persona che amavo: quella di “aspettarla”. E con “aspettare” intendo dire non dare mai per scontato nulla di questa persona, anche solo ciò che avrà da darmi o da dirmi un secondo dopo l’istante che stiamo vivendo assieme. “Ti aspetto” per me rappresenta una promessa di amore eterno ed assoluto”.

Alcuni passaggi delle canzoni sembrano celare un po’ di cinismo nei confronti della società, una sorta di disillusione, è una sensazione in cui riesci a ritrovarti?

“Assolutamente sì. Ma il mio è un cinismo apparente. L’utilizzo di certi toni “forti” nei testi è finalizzato a svegliare le persone, a farle reagire. Voglio che tutti quelli che mi ascoltano possano compiere con me la loro “Presa d’incoscienza”.

Ho notato una cura quasi maniacale nell’arrangiamento e nella costruzione dei suoni, quanto lavoro c’è dietro a questo nuovo disco?

“In effetti c’è stato molto lavoro dietro. Già quando io compongo le mie canzoni, scrivo sempre tutti gli strumenti e creo un arrangiamento abbastanza definito. Potrò sembrare un maniaco della precisione, ma in realtà credo di avere le idee chiare sul sound che vorrei ottenere da ogni brano. In studio poi i pezzi sono stati ulteriormente perfezionati dai musicisti e dal produttore Andrea Fusini, che hanno fatto davvero un ottimo lavoro.”

Come vedi il Riccardo D’Avino artista e uomo di domani?

“Mi vedo in continua evoluzione. Voglio cercare di far conoscere il più possibile la mia musica, diffondere più che si può il mio messaggio. In particolar modo, credo molto in quest’ultimo album e nei significati veicolati dalle sue canzoni. E spero che sempre più persone possano accorgersi di me come artista con qualcosa di importante da dire e da dimostrare”.

Quali sono i tuoi progetti nel futuro prossimo e immediato? Un tour? Collaborazioni?

“Nell’immediato cercherò di fare più concerti possibili per far conoscere la mia nuova musica. Ma ho già tanti piani per il futuro: fare uscire nuovi singoli con video da questo disco, suonare in giro e scrivere sempre, pubblicare un nuovo album appena avrò un buon numero di canzoni nuove. Mi piace pensare a lungo termine. L’entusiasmo che mi ha dato la pubblicazione di “Presa d’incoscienza” mi sta motivando molto, pur facendomi rimanere coi piedi per terra. Collaborazioni con altri artisti? Tutto può essere.”

Ringraziamo Riccardo per la gentile collaborazione e la fiducia accordataci.

Recensione Ep “Movimenti e piani” di Rames

Sin dall’intro si intravede un occhio critico ai temi sociali. “Domani” è un brano diretto,in perfetto stile hip hop classico, con un ritornello orecchiabile e metriche feroci. “Io” è un bel pezzo dallo stile hip hop classico, con un bel ritmo e un testo ben costruito. “Movimenti e piani” racconta un aspetto sociale che ci riguarda direttamente e lo fa da punto di vista assolutamente moderno. L’Ep è gradevole, con uno stile hip hop classico, senza particolari innovazioni, ma per molti questo è l’hip hop vero. Quindi va bene. E piace.

Recensione dell’opera “Lo spirito della scala” di Lorenzo Pace a cura di Anna Serra

Dopo tanti romanzi recensiti, questa volta ci tuffiamo nella magia della poesia e ci affidiamo all’affascinante penna del giovane torinese Lorenzo Pace, che oltre ad avere una brillante mente scientifica visto che è un ingegnere aerospaziale e dottore di ricerca in questo campo, possiede anche una sensibile anima letteraria. Lo spirito della scala, pubblicato per Ciesse Edizioni, è una raccolta di un centinaio di composizioni che disegnano un percorso di crescita individuale e interiore, di apertura verso la vita e un inno all’amore nelle sue varie sfaccettature, compreso il dolore e l’abbandono. Alcuni componimenti costituiscono dei punti di partenza, altri dei traguardi, passando attraverso episodi di vita e poesie dedicate a qualcuno in particolare.

Troviamo, per esempio, versi dedicati alla montagna, una dama di bianco vestita come fosse una sposa, di cui il camminante sfiora i fianchi nella salita e contempla la sua maestosità che riempie ogni cosa. Un’altra poesia molto bella parla dell’unicità della persona amata che purtroppo è stata persa: le altre non sono che copie sbiadite di lei, versioni incomplete che mancano di tutto il resto, perché lei è tutte le temperature, tutti i colori, tutte le note di un organo. Lei è anche un pensiero ossessivo, martellante, insistente, che toglie il sonno e la quiete.

Tradire se stessi è la peggior forma di adulterio, ci dice Lorenzo, mentre l’incontro fra due persone è un lampo di emozione, in cui la ragione deve imbrigliare gli istinti imbizzarriti che vorrebbero scavalcare i recinti della prudenza. Molto intensa è anche la poesia dal titolo “Le chiavi” che racconta unastoria d’amore giunta al capolinea, così come “Piove sul tuo volto” con le sue lacrime che inondano e affogano. Ci sono poi sentimenti da nascondere in un baule e sotterrare in un bosco sconosciuto, ma a cui si fa visita ogni notte.

Al lettore lasciamo la curiosità di scoprire altre suggestive metafore e sensazioni che l’autore racchiude nel suo scrigno di parole, curate ed eleganti, che non cadono mai nella banalità del quotidiano.

Recensione del romanzo “1982 – Viaggio nel tempo” di Luisella Ceretta

Chi non ha mai desiderato, almeno una volta nella vita, di tornare indietro per esplorare il proprio passato e interferire in esso, per modificare il corso degli eventi? Oppure di balzare nel futuro per aggiudicarsi anticipazioni, anteprime esclusive di quello che sarà? Osservare da vicino quello che siamo stati e quello che saremo?

Luisella Ceretta, nuova autrice della Spunto Edizioni, esordisce con un breve romanzo in cui ci regala questa opportunità: viaggiare a ritroso di vent’anni. Con una scrittura fresca, ironica e giovanile, ci racconta la simpatica e surreale avventura di Giulia nel giorno del suo ventesimo compleanno. Il tunnel di un autolavaggio si trasforma in una macchina del tempo che catapulta lei, sua zia Gina e le amiche della zia in una calda domenica del 12 luglio del 1982, quando l’Italia intera era incollata ai televisori per la finale dei mondiali di calcio contro la Germania.

Ognuna delle protagoniste, con età diverse, rivede se stessa: da chi è appena nata in un reparto d’ospedale come Giulia, a chi deve sostenere l’esame orale di Maturità rischiando di scivolare su una domanda di geografia astronomica. Non solo. E’ un’occasione per curiosare nelle case dove abitavamo e nelle scuole dove abbiamo studiato, per incontrare persone che non fanno più parte della nostra vita o per vedere i nostri genitori giovani, al momento della nostra nascita. Se da un lato può sembrare un gioco divertente e emozionante, dall’altro può essere pericoloso perché la tentazione di interferire con gli eventi è fortissima, irresistibile: c’è chi desidera vendicarsi di torti subiti, o di scongiurare incidenti, o di migliorare i propri risultati. Tutti vorremmo ridisegnare il nostro vissuto, riscriverlo inserendo modifiche, evitandoci dolori, perdite affettive, frustrazioni. Ma non si può. Ritornare indietro con il senno del poi, già conoscendo gli sviluppi futuri, rischia, a lungo andare, di trasformarsi in un’esperienza inquietante. Le protagoniste si sentono disorientate e sfasate in una Torino che faticano a riconoscere, con le lire al posto degli euro, i cellulari che non funzionano e la sensazione di essere tagliate fuori dal mondo, come aliene sbarcate sul pianeta Terra.

Dopo ore intense trascorse a viaggiare nel passato, occorre ingegnarsi per ritornare al presente della narrazione. Riusciranno le ragazze a planare nella loro epoca ovvero nell’anno 2002 quando la storia muove i suoi primi passi?