Recensione del romanzo “Il Leone del Sahara” di Francesca Forlenza

Il “Leone del Sahara” è un romanzo che riesce a miscelare erotismo, passione, azione e sentimento, in una storia avvincente. I personaggi sono stati costruiti con attenzione, mostrando intensità e fascino. I due personaggi principali sono Elizabeth e Asad. Lei è un’agente sotto copertura, lui un Sultano di un Emirato. Due figure che rimangono intrecciate in una ragnatela di legami: sentimento, lavoro, passione, erotismo, sesso, oltre che da una misteriosa missione. Elizabeth deve, infatti, difendere Assad, a sua insaputa. A peggiorare la situazione, la differenza di cultura e i due mondi così diversi che li separano. Ma è proprio su questo frangente che il romanzo apre una luce nuova sulla possibilità rompere le barriere culturali, grazie al legame che sembra unire indissolubilmente i due protagonisti. Nonostante i diversi punti di vista, la relazione tra i due fonde sesso e perversione, in un filo invisibile che non vuole spezzarsi. Francesca Forlenza costruisce una trama che riesce a raccontare il tema della dominazione senza clichè e soprattutto senza essere mai scontata. Le ambientazioni da favola e le atmosfere cariche di adrenalina ed erotismo creano un mondo parallelo, accanto al quale scorre la suspance. Una miscela esplosiva che rende questo romanzo davvero molto interessante e che mostra il talento dell’autrice. Sarebbe riduttivo definire “Il leone del Saraha” con un solo genere. C’è molto di erotico, sentimentale, ma anche di azione e mistero, in questo racconto. Ma per entrare meglio nel mondo di Francesca Forlenza, ho voluto porle alcune domande. Ecco una piccola intervista.

Il tuo è un romanzo particolare, erotico, romance, azione. Come è nata l’idea di costruire un romanzo come “Il leone del Sahara”?

Prima della trama, dell’idea, è nato Asad. Ho immaginato quest’uomo superbo, cinico, spocchioso, maledettamente affascinante, intelligente e sadico. Per quanto riguarda le caratteristiche estetiche ho seguito i miei desideri. La dinamicità della storia è stata inevitabile. Accanto a un uomo “particolare”, bisognava accostare una donna forte, e due caratteri forti inevitabilmente si scontrano, devono scontrarsi verbalmente e fisicamente. Le faide familiari e politiche sono nate in seguito. Non mi piacciono le storie statiche, preferisco l’avventura.

L’idea della donna, della sua sessualità e della sua libertà, in una società difficile come quella mediorientale, esiste, secondo te, un futuro di maggior apertura mentale sotto questo punto di vista, anche in questa parte di mondo?

Lo spero.

Il sesso, l’amore prima di tutto, sembra essere più forte anche della sete di vendetta, quanto c’è di romanzato e quanto di vero in questa idea? L’amore prima di tutto?

Sì. L’amore è alla base della narrazione. Credo che l’amore possa superare barriere ideologiche, torti subiti o inferti, diversità caratteriali, precetti arcaici. etc Purtroppo o per fortuna (dipende dai punti di vista) non c’è nulla di romanzato in questa idea.
Come hai costruito i tuoi personaggi, da quali basi dei partita?

Dalla fantasia. Ho giocato con la mia fantasia.

Cosa consiglieresti a un giovane scrittore che si affaccia per la prima volta sul mondo dell’editoria?

Il mio consiglio? Scrivere seguendo le sensazioni, le emozioni di pancia. Le critiche? Le critiche sono presenti in qualsiasi ambito della vita. Bisogna imparare dalle critiche costruttive e ignorare quelle dettate da sentimenti poco “cavallereschi”.

Chi è Francesca Forlenza?

Una ragazza semplice. Una sognatrice. Una solitaria con un carattere spigoloso.

Ringrazio Francesca per la gentile collaborazione.

LO STRANO CASO DI EMMA BOVARY di Philippe Doumenc a cura di Anna Serra

Un libro scovato per caso una sera d’estate, fra i volumi di una bancarella in riva al mare. Il titolo mi ha rapita subito, perché adoro il romanzo ottocentesco di Gustave Flaubert, Madame Bovary, quindi sono andata a colpo sicuro, senza esitazioni.

Per chi ha letto uno dei capolavori della letteratura francese, sa che Emma Bovary era una giovane e bellissima donna perennemente insoddisfatta, scontenta della vita. Un’anima sognatrice e romantica a cui andavano molto strette le banalità e le mediocrità. Stanca del marito, un medico provinciale e poco brillante, si gettò in avventure amorose extraconiugali, trasformandosi in un’adultera e alimentando le chiacchiere del paese, senza peraltro trovare soddisfazione nei suoi amanti, che finirono per annoiarla e deluderla. Sopraffatta dai debiti, si suiciderà assumendo una dose di arsenico, che le provocherà atroci sofferenze.

Il romanzo in questione ci pone di fronte a un’ipotesi inquietante, stravolgendo il finale scelto da Flaubert: e se non si trattasse di un suicidio? E se Emma fosse morta perché qualcuno l’ha assassinata con il veleno? La storia assumerebbe contorni completamente diversi. E da qui che parte l’autore, Doumenc. I due medici che vengono chiamati al capezzale della signora Bovary morente individuano piccoli segni di contusione sul corpo della vittima e afferrano in un bisbiglio una brevissima ma sconcertante confessione della donna, la quale dichiara di essere stata assassinata. Il signor Bovary, invece, afferma di aver rinvenuto una lettera scritta dalla moglie in cui comunica esplicitamente di essersi tolta la vita, ma tale lettera sembra sparita nel nulla, non si trova da nessuna parte.

Inizia così un’indagine, condotta da una coppia di ispettori, uno anziano e l’altro giovane. Un’investigazione svolta non con i metodi e i mezzi di oggi, bensì con gli strumenti a disposizione nell’epoca di Emma Bovary, ossia negli anni 40 del XIX secolo. Pertanto le indagini si concentrano prevalentemente sugli interrogatori, sulle testimonianze delle varie persone coinvolte, che conoscevano la vittima a vario titolo: il farmacista del paese, il prete, i suoi amanti, il consorte, la sua domestica, il merciaio a cui Emma doveva un sacco di soldi. Ognuno di loro sembra nascondere qualcosa o avere un movente per il delitto, per cui il mistero si infittisce. Il lettore muore dalla curiosità di scoprire la verità e intanto fa congetture sul possibile colpevole, raccogliendo numerosi indizi forniti nel corso della vicenda.

Decisamente consigliato, soprattutto per chi ama il genere giallo vecchio stampo tipo Agata Christie.

Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca a cura di Anna Serra

Fioly Bocca torna a parlare ai suoi lettori col suo terzo romanzo. La sua scrittura va dritta al cuore, smuove sentimenti, fragilità umane, paure, colpe. E lo fa con intense metafore e suggestive riflessioni che riguardano tutti noi. Ancora una volta l’autrice non delude, anzi, si può dire che è oramai una garanzia di qualità stilistica e fonte di emozione per il pubblico sempre più numeroso che la segue con affetto.

Ciascuno di noi ha un luogo a cui tornare nei momenti di sconforto, quando tutto intorno è buio e minaccioso. Normalmente questo luogo coincide con una casa, accogliente e rassicurante, che resiste ovunque tu vada e qualunque cosa tu faccia. Ma non tutti ce l’hanno, una casa. C’è chi, per un tortuoso percorso del destino, la perde e finisce in mezzo a una strada. E’ ciò che capita a Zeligo, un rifugiato bosniaco che in una notte di pioggia torrenziale viene investito da Argea, che sta guidando sconvolta e distratta. Il loro primo incontro nasce da uno scontro: un incidente. Vengono ricoverati nello stesso ospedale, ma mentre per Argea la guarigione è più rapida, per Zeligo si prospetta più lunga e complicata. Argea, sì, si riprende in poco tempo, ma è tormentata dalla sua coscienza. Sa di non aver detto tutta la verità agli investigatori. La dinamica dell’incidente non è esattamente quella che lei ha raccontato. Zeligo era ubriaco e barcollava lungo il ciglio della strada, ma Argea sa che stava guidando distrattamente, con la testa altrove. Vorrebbe ammettere parte della sua colpa, ma il suo compagno Gualtiero la convince a stare zitta. Perché rischiare di compromettere una vita perfetta, fatta di agi, di un lavoro gratificante e di un appartamento elegante nel centro storico di Torino?

Argea tace, ma il rimorso non si quieta e la spinge a fare visita a Zeligo, a prendersi cura di lui, a regalargli dei fiori e un cappotto nuovo contro il freddo. Zeligo il senzatetto, cittadino invisibile di un mondo sommerso, ai margini della società, fatto di povertà di fronte agli occhi indifferenti della gente. Argea entra in contatto con la dura realtà di questo straniero, che nel suo italiano non sempre perfetto le confida le sue difficoltà quotidiane, il suo passato, i suoi legami affettivi, mentre lei tende a rivelare poco di se stessa, dei suoi conflitti col fidanzato, di una gravidanza interrotta, di un’altra che arriva ma che solo lei desidera fino in fondo.

I loro destini, così apparentemente opposti, cominciano a camminare paralleli, per poi intrecciarsi, annodarsi, e solo insieme riusciranno a trovare un senso diverso. Migliore. L’epilogo riserva sorprese e colpi di scena.

“Chissà come dev’essere stare sempre alla mercé degli sguardi altrui: di chi scende dal treno in stazione, di chi si affaccia dalla finestra sul marciapiede, o attraversa il parco la notte. Tutti ti passano a fianco seguendo le loro traiettorie e spariscono dietro portoni, muri, cancelli, automobili. Loro spariscono e tu resti lì a esibire senza volere ogni cosa di te: il pudore è un sentimento che in strada non ci si può permettere. Chissà se fa più male sapere che ti vedono, o sapere che nemmeno ti vedono più.”

“Non ditelo allo scrittore” di Alice Basso a cura di Daniele Mosca

“Non ditelo allo scrittore” è il terzo romanzo di Alice Basso. Lei è brava, lo abbiamo detto sin dal primo romanzo. E questa è una nuova avventura della protagonista Vani Sarca, che oltre a essere una bravissima ghostwriter, capace di leggere nella mente dei personaggi per cui scrive libri, collabora con la polizia. Questa volta si ritroverà coinvolta in un’indagine davvero molto pericolosa ed emergerà una sensazione che mai aveva provato prima, quanto possa essere difficile sapere che la persona amata possa fare un lavoro pericoloso. Già, perché il commissario Berganza e Vani si ritrovano molto vicini. Tuttavia il vero lavoro di Vani è scrivere libri per altri. E le viene affidata una missione: ritrovare un altro ghostwriter di un libro diventato famoso e che è ritornato in voga con la morte dell’autore. Vani dovrà collaborare con il presuntuoso ghostwriter e insegnargli l’arte di comunicare in pubblico, arte in cui lei sicuramente non eccelle. Proprio per questo il famigerato Enrico, nonché editore di Vani, gli affianca una persona per aiutarla in questo difficile compito. Peccato che il collaboratore in questione sia il suo ex-fidanzato, nonché autore di successo, nonché maestro nelle pubbliche relazioni: Riccardo. Il romanzo miscela ironia, sarcasmo, sentimenti, suspence, con un equilibrio degli ingredienti che Alice Basso gestisce con una consueta maestria, a volte puntando più sugli aspetti sentimentali della commedia e meno sull’indagine. D’altro canto questo capitolo nella sequenza narrativa della storia di Vani è un importante e segna una svolta che ogni lettore potrà apprezzare. Non direi altro, se non che attendo con impazienza il quarto romanzo della serie.

​ANIME SCALZE  di  FABIO GEDA a cura di Anna Serra

Fabio Geda, scrittore torinese che riscuote molto successo soprattutto fra lettori adolescenti e giovani, torna a parlarci di una storia di ragazzi, con uno stile schietto, colloquiale. Un linguaggio fresco e giovanile, che esce dalla bocca di Ercole, protagonista e narratore, un quindicenne con cui la vita non è stata per niente tenera. Ha dovuto crescere in fretta e uscire dal mondo dei balocchi perché la sua famiglia è sgangherata e la sua esistenza appare “polverosa e irregolare”. Vive in un quartiere popolare di Torino e abita in un minuscolo appartamento dalle pareti cosparse di crepe, fessure da cui escono terribili mostri. Condivide la piccola casa con la sorella maggiore Asia e il padre. La madre se n’è andata da un giorno all’altro, lasciandoli soli e facendo perdere le sue tracce.  La sua realtà familiare è capovolta: i padri non fanno i padri e i figli non fanno i figli. I ruoli sono invertiti, con adulti irresponsabili e minori seri e maturi: Asia si occupa della casa e delle bollette da pagare, gli controlla i compiti e il diario, mentre il padre vive di espedienti, ha problemi con la giustizia, sparisce per giorni e spesso staziona al bar, esagerando con l’alcol. Eppure i due fratelli difendono a spada tratta il loro nucleo familiare, per quanto sregolato e scalcagnato, tenendo lontane le intrusioni degli assistenti sociali e della “gente di buon cuore” che viene vista come una minaccia, anziché una risorsa per essere aiutati.
Un giorno, per puro caso, Ercole si imbatte in Viola, una bellissima ragazza lentigginosa e dai capelli ramati, che vede a un chiosco di fiori attraverso il finestrino dell’autobus su cui sta viaggiando.  Se il colpo di fulmine esiste, questo è un esempio. Ercole si getta dal pullman e si avvicina al banco di fiori con una scusa. Gli opposti si attraggono: Viola è diametralmente diversa, appartiene a un universo parallelo, che Ercole può solo sognare. Ha una famiglia benestante, una casa grande e accogliente ai piedi della collina di Torino, due fratelli che studiano all’estero, frequenta un noto liceo classico nel centro città e fa canottaggio sul Po.

Ercole è un ragazzo particolare. Considerata la sua età, la sua caratteristica più strana è quella di non possedere un cellulare. Vallo a trovare un ragazzo dei giorni nostri che non ha uno smartphone né la connessione internet a casa, né il telefono fisso! Ercole è più unico che raro, ma questa sua privazione a cui si è abituato senza troppa difficoltà, ora diventa un problema: come fare per comunicare con Viola? Come mettersi d’accordo con lei per vedersi? Ercole ricorre ai vecchi sistemi di una volta, quando la tecnologia era pura fantascienza: va a prenderla a scuola, la aspetta davanti al liceo Gioberti. Un gesto che gli conferisce un’aura romantica. Di fatto è un ragazzo coraggioso, che non si vergogna della sua famiglia, che non nasconde agli occhi di Viola il suo tessuto familiare e sociale. Si mostra per quello che è, senza imbarazzo e senza maschere.

Nel corso della vicenda inizierà a cercare sua madre, per ritrovarla. Per capire le ragioni dell’abbandono. Le madri contengono: sono l’argine che impedisce ai figli di straripare. Senza una madre, un figlio rischia appunto di rompere l’argine ed esondare.  Esili indizi fra le mani. Un pugno di cartoline, alcune spedite da una località che si chiama Erta, un posto che sulla cartina geografica non esiste, ma che l’autore immagina trovarsi tra le montagne piemontesi della Val Chisone. Ercole si mette in viaggio su una bicicletta sgangherata e le tasche vuote. Tra le cime dei monti troverà una persona molto speciale a cui si legherà moltissimo, da proteggere e difendere da adulti ancora una volta inaffidabili.

Ercole: un destino già scritto nel suo nome. Ercole è il famosissimo eroe della mitologia greca e romana, dio degli atleti, fortissimo protettore degli uomini minacciati da pericoli e mostri primordiali. E infatti il protagonista, nonostante la giovane età, è un eroe nella sua dura quotidianità. Un cucciolo di uomo che deve combattere contro genitori alla deriva, che hanno perso la bussola della loro vita e che quindi non possono essere buoni educatori e proporre modelli positivi. In fondo Ercole desidera una semplice cosa che gli spetta di diritto: una vita migliore e la possibilità di riscattarsi.