Recensione dell’album “A un passo da qui” di Marco Rò

“A un passo da qui” di Marco Rò è un album decisamente melodioso, brani intensi, ben costruiti e con contenuti importanti. Ascoltandolo sembra di riascoltare il primo Luca Barbarossa e proprio di quest’ultimo questo autore sembra possederne le capacità cantautoriali. Lo si percepisce già dai primi brani “La lista” e “Immagini a righe”. “Tutto quello che non sai” è una ballata, un brano profondo e intimista, che suona decisamente molto bene.  “Ale” e “La scala mobile” sono due brani che racchiudono lo stile elegante di questo cantautore, molto orecchiabili e ben costruiti. “Dune” possiede una musicalità che si discosta leggermente dai brani precedenti, senza però allontanarsi dall’eleganza dell’intero album, un bell’amalgamarsi di voci che creano una bellissima atmosfera musicale, carica di immagini e sensazioni.  “A un passo da qui” è una ballata che si lascia ascoltare, parole taglienti, ricordi incalzanti e quel senso di amarezza che traspare attraverso le note e una voce che si racconta e che mostra un mondo parallelo. Venature Jazz nel brano “Sul paradosso” e una bella musicalità. “In blu”  è un brano intenso che sussurra una storia che emoziona. “Mosca mon amour” esprime un pop con contaminazioni internazionali. “C’era una volta” è pezzo che gioca sulle metafore e i paragoni per ricostruire la storia del nostro paese, con un filo di ironia, che poi è spietato realismo. “Step one” chiude l’album e lo fa con una ballata con stile internazionale, avvolgente e appassionata, come d’altro canto l’intero album. Un bel lavoro che si lascia gustare traccia dopo traccia e che svela il talento di un cantautore. Da ascoltare.

Christian Amadeo racconta il suo nuovo lavoro “Musica Eterna” e il romanzo “Un passo dalla morte”

Parliamo di un artista dalle due anime, una narrativa e l’altra musicale. Il suo romanzo si chiama “Un passo dalla morte”, mentre “Musica Eterna” è il nome del nuovo libro che racconta la storia della famosa band Dead Can Dance.
Ma prima di raccontare di più su queste due opere ho posto alcune domande a Christian Amadeo:

Hai scritto due libri, “a un passo da morte” e “Musica eterna” molto diversi, chiaramente frutto di esperienze molto differenti.
Quanto è importante per te scrivere?

Adoro scrivere, sin dall’adolescenza. Col passare degli anni il mio rapporto con la scrittura si è evoluto, toccando ambiti diversi: dai semplici brevi pensieri e riflessioni intimistiche agli articoli sulle varie testate (essendo anche giornalista), dallo scrivere un romanzo al pubblicare una biografia su di un gruppo musicale. I temi cambiano, ma la passione per la scrittura resta inalterata. Anzi, è proprio il continuo evolvere, il confrontarsi con contesti diversi della scrittura che ha tenuto in me viva la passione. Ed è stimolante, inoltre, passare dalla stesura di articoli giornalistici, assai impostati e soggetti a regole di etica professionale, alla libertà espressiva e formale di un romanzo…

E quanto lo è la musica?

La musica accompagna la mia vita sin da bambino. è importante come lo è per qualsiasi persona a livello emotivo. I ricordi – sia positivi sia negativi – sono amplificati in quanto ad emozioni se accompagnati ad una canzone, questo è risaputo. Emozioni travolgenti. Ma per me la musica è anche un mestiere, quello di giornalista musicale e pertanto si fondono inevitabilmente la passione emotiva e quella professionale verso la musica. E la musica è presente anche nei miei due libri: la biografia sui Dead Can Dance, ovviamente, ma anche nel romanzo “Un passo dalla morte”, con il mondo delle sette note che ricorre sia nella vita del personaggio principale sia nelle frequenti citazioni inserite nel testo.

Cosa significa al giorno d’oggi scrivere un libro e soprattutto quante difficoltà hai trovato nella scrittura e nella fase di pubblicazione?

Le difficoltà nella scrittura si incontrano sovente nel corso del lavoro. Ed è naturale. Succede agli emergenti come agli esperti. Giorni di crisi e di vuoto sono dietro l’angolo, ma è sufficiente fermarsi e attendere la nuova ispirazione, che magari arriva già il giorno dopo. E si riprende a scrivere. Mi è successo più volte nella scrittura sia del romanzo sia della biografia. A volte si viene presi dallo sconforto e dalla tentazione di mollare tutto, ma poi prevale il desiderio di vedere un giorno materializzarsi quel volume cartaceo che puoi stringere tra le mani e da far leggere agli altri.
Per quanto riguarda la pubblicazione, è decisamente più facile per gli scrittori già affermati e per quelli che ormai hanno uno zoccolo duro di lettori e un contratto con una casa editrice professionale. E’ invece assai arduo per uno scrittore emergente farsi largo in un mondo in cui gli aspiranti scrittori sono davvero tanti. La prima pubblicazione è la più ostica e molti finiscono col dare alle stampe l’opera di debutto con un’editrice che in pratica fornisce soltanto servizi di stampa ma che non si occupa affatto di distribuzione e promozione. Gli emergenti devono essere pronti ad innumerevoli “no” prima di riuscire a realizzare il sogno di veder pubblicato il proprio libro, ma se si è convinti della bontà di quanto proposto, prima o poi si riesce nell’intento, anche se con piccoli editori. Le possibilità di veder pubblicato il proprio libro crescono inoltre se oggetto della pubblicazione sono temi specifici o di tendenza, come ad esempio, libri di cucina, biografie particolari, fantasy, ecc.

Come nasce la passione per i “Dead can dance” e cosa ti ha spinto a volerne parlare nel tuo nuovo libro?

Nasce a metà Anni Ottanta, quando ero adolescente e ascoltavo musica dark e new wave. Tra i tanti gruppi di questi filoni, i Dead Can Dance rappresentavano per me qualcosa di diverso. Mi emozionavano profondamente. Non toccavano solo il cuore, come le altre canzoni, ma creavano vibrazioni pazzesche anche all’anima e allo spirito. Mi colpivano le due voci diverse – una maschile dai toni bassi e malinconici, l’altra femminile con i chiaroscuri e senza utilizzo di parole – quei suoni che spaziavano dal dark ai ritmi tribali, dalla musica etnica a quella antica. E poi le copertine, la forte componente simbolica, i riferimenti letterari. Era tutto perfettamente aderente alla mia personalità. E ancora oggi, quando ascolto le loro canzoni, provo le medesime emozioni. Profonde. Dopo aver pubblicato il mio primo romanzo, mi sono prefissato di mettermi al lavoro su un libro musicale ed è stato naturale partire dal gruppo che più amo, anche se se con tutti i timori del caso, di non essere all’altezza, di non rendere il doveroso tributo ad una band unica come i DCD. Il fattore determinante nel convincermi a realizzarlo è stato anche il fatto che non fosse mai stato pubblicato alcun libro sui Dead Can Dance, nessuna biografia su di loro nonostante siano un gruppo con un ottimo seguito ancora oggi dopo oltre 30 anni di attività e l’influenza che hanno avuto su una miriade di band venute dopo di loro. Ho cercato di colmare tale lacuna, per raccontare e divulgare anche attraverso un libro la Musica Eterna di questa band straordinaria.

Passiamo ora a raccontare il succo di questi due suoi lavori:
“Un passo dalla morte”
Vita e morte, due opposti che si compenetrano, complementari come nel Tao. Vita e morte che si rincorrono, si legano, si intrecciano continuamente assumendo connotati ora positivi ora negativi a seconda della presa di coscienza dei singoli personaggi: il semplice impiegato, l’acclamata o la depressa rockstar, la ragazza alternativa, il samurai, il tossicodipendente, la giovane lesbica innamorata. La morte, in particolare, viene raccontata nelle sue varie sfaccettature: l’omicidio, il suicidio, la visione del decesso altrui, l’esperienza diretta della propria morte. La morte connessa alla vita, perché dalla piena consapevolezza della morte sgorga vita, quella vera. Lasciar morire il proprio Sé, per farlo rinascere dopo un’esistenza scialba. La propria morte quale punto di partenza per una nuova vita, perché dalla consapevolezza della morte germoglia l’essenza del proprio vivere. La morte genera profondo amore o perverso stimolo sessuale, si mostra sotto forma di omicidio o suicidio, è amata o odiata, si tenta inutilmente di ignorarla o la si rincorre con tenacia. La morte è sempre ad un passo, come la vita. Questione di scelte.
“Musica Eterna”
Nascita, morte. Resurrezione. La vita che anima ciò che era inanimato. Dead Can Dance: il morto che può danzare, la vita che si impossessa dell’essere inerme. Dualismo, due opposti che si susseguono, intrecciano, intersecano. Come le due anime dei Dead Can Dance, Brendan Perry e Lisa Gerrard, diverse e magnificamente complementari. Difficile spiegare a parole la musica della celebre band anglo-australiana, impossibile etichettarla. Si può però ripercorrerne la storia, cercando di comprendere da essa come nascano composizioni fuori dal tempo e dallo spazio. Ricercare tra parole, simboli, immagini e note. È la miglior comprensione, insieme a un ascolto che provoca sensazioni estatiche ed empatia, che tocca nel profondo dell’animo; voci terrene e ultraterrene che accarezzano, avvolgono e sferzano. Le vicende. I dischi. I concerti. I progetti solisti. L’importanza di una formazione entrata a pieno titolo nel novero degli artisti più amati e rispettati di sempre. Nessun confine, nessuna frontiera, nessun luogo. Ovunque, fuori dal mondo. Entità astratta e per questo eterna. Musica eterna.

Ringrazio Christian per la disponibilità e per averci raccontato questo parallelismo artistico tra narrativa e musica.

YasDYes di Ekat Bork. a cura di Daniele Mosca

Entriamo in un mondo psichedelico, un album particolare, molto elettronico, ma allo stesso tempo molto melodioso e raffinato. Il primo brano è “Fear” un brano ipnotico e armonioso. Elettronica e passione. “Happiness” è una ballata elegante e gradevole. Intensa e profonda, come solo la musica vera può essere. “My planetany” è brano molto moderno e radiofonico, un pop originale con un buon equilibrio tra elettronica e melodia. “When i was” è una bella ballata ben cantata, essenziale, appassionata. “Zhazhda” è una traccia in cui voce ed elettronica sembrano fondersi, creando un mondo onirico. “Red Sektor” è un pezzo intrigante, moderno, essenziale e che cattura l’attenzione con semplicità e una melodia attraente. “Darkness” gela il sangue. È vibrante per voce e atmosfera, poi, semplicemente, esplode. Melodia e incanto. Niente di più. “Jungle” crea un mondo ipnotico elettropop. “Krakgin” prosegue nel percorso disegnato dall’autrice, costruendo e distruggendo sensazioni, con dinamiche che a volte ricordano la prima musica elettronica degli anni novanta, per poi tornare alla realtà, anche da un punto di vista di sonorità. “Dakota” ogni brano è una scoperta nuova, ma senza discostarsi da uno stile che sembra studiato e consolidato da molta, molta, esperienza e conoscenza della musica internazionale. Passaggi musicali sempre costruiti con arte e pensieri, nulla sembra essere lasciato al caso. “The jump off the cliff” è come cadere in un orizzonte di musiche che avvolgono e accompagnano oltre il pensiero, la sensazione. Oltre. “Legal” con la voce criptata, cripta forme di anime per renderle note. E incamminarsi verso una strada tortuosa di suoni che vogliono spingersi. “Thank you” chiude il disco . E lo fa con la delicatezza che si denota nell’intero album. “React” riequilibria, con una foga che sa di rivincita. Uno stile nuovo, ma allo stesso tempo ben radicato in quella musicalità internazionale che ha visto fiorire il tecnopop e renderlo non più genere di nicchia, ma dandogli un volto nuovo. E, nella malinconia, la rabbia, che alcuni pezzi riescono a far emergere, un sorriso.

Totani su Totem dei Blue Parrot Fishes a cura di Daniele Mosca

L’album “Totani su Totem” dei Blue Parrot Fishes parte con un intro originale e divertente. E sì, l’ho ascoltato fino alla fine. “Il sogno mio più bello” è un brano pop e contemporaneamente molto rock, contaminato da diverse venature. Con un testo sarcastico, ma con attinenti radici nella realtà. “Tra me e me” viaggia su un bel rock, armonioso e ben suonato. “Babylonelya” è una ballata intensa che sembra scritta da un cantastorie, uno stile attraente e che balla tra diverse sonorità a approcci musicali, tutti espressi in grande stile.”Dylanyopolih” è un brano anche in questo caso decisamente rock, miscelato con sonorità differenti, tutte amalgamate come ingredienti di un buon piatto. I testi sono storie particolari e originali, condite da metafore saporite. “Porcelli” è un pezzo dall’impatto importante, avvolgente dal punto di vista musicale. Miscela rock, soul, hip hop in un modo perfetto. Che dire, ottimo brano. “Chill out” è una bella ballata rock elegante e affascinante. “Assurdo” torna sui binari che contraddistinguono l’intero disco: un rock sarcastico e metaforico. “Camminatore dei cieli” continua con lo stile dell’intero album e disegna anche in questo caso traiettorie musicali avvolgenti e intensità di esecuzione di brani originali, anche da un punto di vista di testo e interpretazione in funzione della musicalità, che talvolta ricorda lo Ska moderno, miscelato a un rock con forti radici internazionali. “L’inno alla banana” scherma un testo ironico con uno scudo rock ben suonato e gradevole. “Lo straordinario Dugongo” è ancora sarcasmo e ironia mascherata per far passare messaggi molto più intensi di quello che possono sembrare a un primo ascolto. “Agrodolce” è la ballata che chiude l’album con una finta leggerezza, che cela un grande lavoro di scelta delle parole e delle atmosfere. Un racconto intenso. “Totani su Totem” è un album particolare, musicalmente eccelso, dissacrante, sarcastico e ricco di sfumature musicali e metafore. Un bel lavoro, sicuramente non consigliabile a tutti per la complessità dell’offerta, ma agli amanti della musica decisamente sì. E non è poco.

“Vie d’uscita” de Il sogno della Crisalide a cura di Daniele Mosca

L’album “Vie d’uscite” dei “Il sogno della Crisalide” inizia con un brano intenso e particolare: “la sindrome del porcospino”. Parole che si incastrano, atmosfere che attraversano le note e diventano un mondo a parte che racconta una storia affascinante in un crescendo che avvolge nota dopo nota. “Nuvola d’Africa” è brano introspettivo che si aggira furtivo tra le parole stanche e i pensiero che vorrebbero fuggire via. Come una leggera malinconia, le note si affacciano ai desideri, parlando con una melodia leggiadra. “Colpa della fame” è una ballata che affronta un tema difficile, la cronaca dell’ingiustizia, la morte e la sua assoluzione.  La morte annunciata, quella della giustizia. “Nelle mie lacrime” è un brano profondo, sussurrato, ma che suona come un urlo. Delicato, ma che aggredisce con la forza delle parole e con la sua intensità. “Vie d’uscita” regala un rock che annienta con la cruda realtà, in una sceneggiatura di parole che si perdono nell’ansia dei giorni moderni, nelle paure, braccati dalle sbarre di una libertà apparente. In “Tiramisù” un dolce diventa una metafora del sesso, della vita, del parlarsi, del cercarsi e, alla fine, del ritrovarsi. “Immobile” è una ballata che racconta come si possa viaggiare pur restando fermi, facendo leva sui sogni, sulle note in estasi tra musica e realtà. “Quando sarò capace di amare” racconta l’amore, nelle sue contraddizioni, nelle sue trasformazioni, oltre le sfumature della realtà, senza più paure, timori, fino ad arrivare al suo senso più puro. E più vero. “Ascoltare il pazzo” parla di una voce fuori dal coro, quella voce che però spinge ad andare avanti, a non lasciarsi condizionare da una realtà che frena, isola e che quasi sempre non capisce.  In questo il pazzo conosce una strada che nessuno ascolta, ma che rappresenta un modo per guardare, oltre il coro. “Amore alcolico” regata una polaroid di un modo di vivere che deforma ogni forma d’amore. E lo rende sfumato, lontano, inesistente, con il sapore d’alcool. E di una profonda solitudine. “La musica mi salverà” è un brano che nel suo titolo racconta tutta l’essenza della musica, dell’esigenza, che diventa aria. Che diventa tutto. Un album intrigante e completo.