Recensione del romanzo “I fiori non hanno paura del temporale” di Bianca Rita Cataldi, a cura di Anna Serra

Una saga familiare. Una famiglia in senso lato, costituita da legami di sangue, ma non solo. Anche e soprattutto da affinità elettive, da quegli uomini e quelle donne che pur non essendo parenti, ci fanno da nonni o da padri o da madri, senza i quali non saremmo noi.

Un nucleo familiare in cui troviamo donne sensitive dal sangue cocciuto e sorelle che sembrano minuscoli fiori, apparentemente fragili, pronti a scalfirsi sotto una goccia di pioggia, ma che in realtà, a guardar bene, resistono e non temono la furia del temporale. Aspettano solo che qualcuno si accorga di loro e se ne prenda cura.

Serena è una “cantastorie” nel senso che non può fare a meno di raccontare, perciò quando si imbatte in una vecchia macchina da scrivere abbandonata sul ciglio di una strada non perde occasione per raccogliere l’oggetto di antiquariato e farlo suo, scrivendo sul filo della memoria la storia della sua incredibile famiglia.

Serena e Corinna in primo piano: due sorelle, sebbene solo per metà, visto che la madre è la stessa, mentre il padre no. A sottolineare la loro diversità sanguinea i capelli e gli occhi scurissimi dell’una, che fanno a pugni con le ciocche rosso fuoco e le pupille di ghiaccio dell’altra. Nove anni a dividerle. Una bambina di sette anni nella Bologna del 1997, contro una adolescente scontrosa, sempre chiusa nella sua stanza con le cuffiette conficcate nelle orecchie. Finché un oggetto contribuirà ad avvicinarle e renderle complici e custodi di segreti, rafforzando il loro rapporto. Si tratta di una scatola delle scarpe contenente alcuni oggetti appartenuti al vero padre di Corinna, lo stesso che in gioventù scappò di fronte alle sue responsabilità dopo averla concepita in una mansarda dal soffitto bucato, lasciando la giovanissima madre di Corinna sola con una figlia da crescere.

Uno scrigno che custodisce indizi, tracce da seguire per scoprire la verità su suo padre, anche se è troppo tardi per rimediare agli errori del passato. E in questa ricerca dei misteri della “scatola magica” le due sorelle saranno più vicine che mai.

L’autrice, Bianca Rita Cataldi, ha solo 26 anni, ma in questo caso la giovane età non fa rima con inesperienza. La sua scrittura bella e coinvolgente sa essere dolce e ironica al tempo stesso, delicata e spiritosa. Tra le sue pagine ci si commuove e ci si diverte. Questo romanzo si può considerare il debutto di Bianca come scrittrice per una importante casa editrice. Il lancio è stato pazzesco! Le auguriamo di continuare così perché la stoffa e il talento ci sono per davvero!

Recensione del romanzo “Torino Obiettivo Finale” di Rocco Ballacchino

“Torino Obiettivo Finale” di Rocco Ballacchino è un bel noir, equilibrato e ben scritto. Ben delineati i protagonisti principali, come il Commissario Crema, ma da non sottovalutare i personaggi secondari, che arricchiscono il romanzo con umanità e, talvolta, leggerezza. Decisamente intrigante il triangolo amoroso tra Crema, sua moglie e la dottoressa Bonamico, vero e proprio sogno erotico del commissario. La storia si svolge in una Torino che risente degli effetti degli attentati terroristici in Francia e riguarda l’omicidio di una donna, che sembra collegarsi al cantiere di un avveniristico grattacielo. Un’indagine che toccherà diverse zone della capitale sabauda, fino ad arrivare al Forte di Fenestrelle. Cosa si nasconde dietro questo omicidio? A raccontarcelo è Rocco Ballacchino, un autore che dimostra di avere talento e conoscenza del noir, ma senza mai prendersi troppo sul serio. Il risultato è un romanzo affascinante, attuale, veloce, che non dimentica gli aspetti familiari e sentimentali dei protagonisti. Sì, perché il burbero regista Bernardini ha un problema, che rivelerà una parte sconosciuta di lui. Insomma, un gran bel romanzo per gli appassionati di noir e dei bei romanzi, in generale.

Recensione Ep “Movimenti e piani” di Rames

Sin dall’intro si intravede un occhio critico ai temi sociali. “Domani” è un brano diretto,in perfetto stile hip hop classico, con un ritornello orecchiabile e metriche feroci. “Io” è un bel pezzo dallo stile hip hop classico, con un bel ritmo e un testo ben costruito. “Movimenti e piani” racconta un aspetto sociale che ci riguarda direttamente e lo fa da punto di vista assolutamente moderno. L’Ep è gradevole, con uno stile hip hop classico, senza particolari innovazioni, ma per molti questo è l’hip hop vero. Quindi va bene. E piace.

“L’amore di un papà”, il bestseller creato da Amelia Tipaldi e Raffaella Avitabile

“L’amore di un papà” è una storia semplice, delicata e forte allo stesso tempo. Le illustrazioni di Raffaella Avitabile e le parole di Amelia Tipaldi si fondono per costruire un mondo fatto di sentimenti ed emozioni, dove i protagonisti indiscussi sono i bambini, fulcro e centro della vita dei loro genitori. In particolare il rapporto esclusivo tra un bambino e il suo papà, un viaggio nei gesti e nei momenti, nella complicità di uno sguardo. Nella forma più segreta di un regalo. Nelle sfumature fatte di parole che nascono e di un amore che cresce, giorno dopo giorno. Una storia che ha i colori ora accessi, ora più tenui, di ogni giorno. Una dimensione narrativa che unisce il racconto dell’importanza del rapporto bimbo genitore e allo stesso tempo una forma di intrattenimento per i bambini, che imparano un mondo nuovo. Quello dell’amore del loro papà. Un successo che continua a mettere in luce un libro che unisce e racconta i principi fondamentali del sentimento più puro. Un regalo sicuramente consigliato per la festa del papà.

Recensione dell’album “Di che cosa hai paura?” di Comelinchiostro

“Chissà” è un brano intenso e graffiante. Una musicalità attraente e ben costruita e studiata. Un contesto sociale e poesia sono le caratteristiche del brano. “Facile” prosegue la poesia di questo disco, con un sound che miscela tradizione e musicalità moderna. “Disegnerà” è un brano che parte sussurrando parole coinvolgenti e sentite, un racconto che sa di vita, di futuro e inchiostro per costruire e, appunto, disegnare un mondo nuovo, o forse una parte importante di noi. “China come l’inchiostro” è una ballata elegante e curata in ogni suo dettaglio, da quello musicale a quello delle parole. “La tempesta” prosegue il viaggio nella poesie e in un alto livello di qualità cantautoriale, che richiamano a opere e artisti che hanno scritto la storia della musica. “La zattera della medusa” ha un ritmo più sostenuto rispetto ai brani precedenti e racconta una storia importante e carica di riflessioni da fare. Traccia una rotta, oltre i silenzi e la paura, oltre il mare. Verso la vita. “Tempo e virtù” è una poesia, un gioco di parole e di storie costruite per sognare e vivere. “Zenzero e noci” chiude il disco con una sensibilità, la stessa che contraddistingue ogni traccia. Un bel disco, “come quelli di una volta”, mi verrebbe da dire. Ma si sa, io sono un romantico e amo la musica che fa venire i brividi. E questo disco fa proprio questo effetto a quelli come me. E non è poco.

Recensione dell’opera “Il Mostro, versi di rabbia e d’amore” e intervista al poeta Vincenzo De Marco

Il Mostro è un’opera poetica che mette in scena un intero mondo, mettendo in luce tutte le sue sfumature, dalle più oscure, alle più chiare. Così, atto dopo atto, verso dopo verso, si incontrano la rabbia, l’amore, la tristezza, la felicità. La vita. E la morte. Una storia che intreccia avvenimenti e sensazioni e che parte da un tema molto caro al poeta Vincenzo De Marco e per il quale è sempre in prima linea: l’Ilva di Taranto. De Marco conosce bene la fabbrica, perché è proprio quella fabbrica a dargli ogni giorno il lavoro. Ma che allo stesso tempo, distrugge la salute di popolo e di un intero territorio a causa dell’inquinamento provocato da una malagestione pluridecennale dei gestori e alla debolezza della politica locale e nazionale. I versi del poeta raccontano la sofferenza di vivere sotto la minaccia di chi non vuole che questa storia venga raccontata. L’intimidazione di altri operai che vogliono rimanere omertosi per mantenere viva una fabbrica che uccide. Un vortice di interessi ben raccontato in diverse poesie dell’opera nelle quali l’Ilva viene definita Il Mostro, con tutte le sue ramificazioni. Ma in quest’opera si parla anche di amicizia, ipocrisia, sogni. Si racconta l’amore per il proprio territorio e tutta la bellezza che ancora può regalare, nonostante il marcio che viene definito tumore. Alcuni brani affrontano il tema della pedofilia, della fiducia mal riposta in alcuni uomini di fede. Oltre al lato oscuro della vita, De Marco racconta anche l’amore, per una donna, per vita, per la figlia. E per la scrittura. L’opera Il Mostro è un viaggio nella vita, nella sua importanza. É un messaggio forte, un grido, un pianto, ma allo stesso un canto, una melodia che avvolge e che, alla fine del viaggio, riconsegna la speranza. Un senso che ci fa ancora credere che non sia finita. Che si possa e che si debba ancora lottare per le proprie idee, per la salute nostra e dei nostri figli. Ci urla che la forza non è sempre necessariamente nella violenza, ma anche in un’arma che troppo spesso si sottovaluta: la parola. E la poesia, in particolare.
Per capire ancora meglio il mondo creato da Vincenzo De Marco ho voluto porgli alcune domande. Ecco cosa ci ha risposto.

Paragoni chi avvelena Taranto a un tumore, lo stesso male che avvolge chi subisce l’inquinamento feroce dell’Ilva. Ricordi il primo istante in cui hai scelto di intraprendere la tua battaglia?

Lo ricordo bene. Ho deciso di metterci faccia, nome cognome e numero di matricola. Dopo l’ennesima morte in fabbrica. Quella di Silvano, collega e amico. E dopo aver conosciuto le storie di due simboli di lotta a Taranto. Vincenzo Fornaro, l’allevatore a cui furono abbattuti tutti i suoi animali perché contaminati dalla diossina e la storia del piccolo Lollo Lorenzo Zaratta. Morto a soli 5 anni.

Perché dici di essere anche tu colpevole del danno provocato al territorio in cui lavori? La necessità di lavorare può renderci criminali?

“Involontariamente” colpevole. La necessità di lavorare può renderci colpevoli se non si ha il coraggio di non avere paura. Bisogna guardare in faccia la realtà. Quella fabbrica inquina e produce morte sia dentro che fuori dalle mura perimetrali. È ora di ammetterlo. Di non pensare solo allo stipendio. È ora di fermarsi e dire basta. È ora di essere al fianco della città.

Tra i tuoi versi non c’è solo l’Ilva, ma la vita, la morte e tutto quello che c’è intorno. Chi è Vincenzo? E cos’è per te la poesia?

Chi è Vincenzo? È un uomo normale. Un uomo che ama con tutto se stesso la terra in cui vive e prova ad essere “semplicemente utile”.
La poesia per me è tutto. È lotta. È terapia. È speranza, è valvola di sfogo. È politica tra la gente e per la gente. Ma come l’arte tutta. Sarà l’arte a cambiare il mondo. A renderlo migliore. Di un colore nuovo e più bello
Farsi forza non è sufficiente. È fondamentale.

Scrivere quando tutti vorrebbero che stessi zitto non è facile. Soprattutto quando ti minacciano. É sempre sufficiente farsi forza quando le istituzioni sono sedute tra le file degli avversari?

Sì. Molte volte. Specialmente dopo le minacce di morte. Poi mi sono detto che era necessario invece intensificare i miei sforzi, alzare la voce, camminare di più. Così ho fatto. Perché chi resta fermo e muto respirando veleno e morte senza reagire non è vittima. Non è complice. È colpevole.

Hai mai avuto momento in cui ti sei detto “ok, ora smetto”. In alcune delle tue poesie racconti anche il dramma della pedofilia, si tratta del risultato di un’indagine o ti sei ispirato ai numerosi fatti di cronaca?

Per la pedofilia ho attinto alla cronaca, anche locale. Anche e purtroppo da racconti privati di persone che conosco.

Stai già lavorando a un nuovo progetto?

Sì. Oltre i due racconti presenti in macerie è pronto per l’uscita Rivolto a sud. Qui l’operaio, l’uomo e il poeta si fondono ampliando e indirizzando lo sguardo ben oltre i 10 metri quadri che lo circondano. In rivolto a sud si guarda al mondo. Oltrepassando il personale perimetro immaginario cercando di analizzare ciò che succede oltre i nostri confini.
Poi è in lavorazione Jonicidio una antologia di racconti.

Ringrazio Vincenzo per la gentile collaborazione e per le splendide e intense risposte.

Intervista all’autrice di “Uomini che restano” Sara Rattaro a cura di Anna Serra

Ciao Sara,

oggi siamo in tua compagnia per parlare di Uomini che restano, la tua ultima fatica letteraria, edita da Sperling&Kupfer. Il tuo romanzo offre molti spunti di riflessione. Situazioni di vita moderna che potrebbero capitare a ciascuno di noi. Nuove amicizie, amori che finiscono, coppie che scoppiano, nuovi amori che sbocciano, malattie che sopraggiungono e sconvolgono la nostra quotidianità, scoperte sconcertanti che ci spiazzano, ricerca della propria identità contro i pregiudizi della gente. Tante storie ricche e intense che si intrecciano in un’unica trama.

Uno degli argomenti che troviamo fra le tue pagine è il tradimento, l’inganno, associato al desiderio di vendetta, di restituire all’altro almeno un pezzetto del dolore ricevuto. Vuoi dirci qualcosa a riguardo?

Umanità santa che mi permette di scrivere! Tradire, ingannare, pentirsi, fermarsi appena in tempo, decidere di nascondersi o di farsi avanti, innamorarsi o vendicarsi sono solo alcuni degli ingredienti umani. E io racconto di uomini e donne, come tanti, come noi.

Un altro aspetto molto rilevante nella tua storia è l’omosessualità legata alla figura di Lorenzo, un uomo che a quarant’anni prende coscienza della sua nuova identità sessuale dopo averla repressa a lungo, per paura e per vergogna. Ritieni che siano piuttosto frequenti questi casi “tardivi”?

Soprattutto per la mia generazione. Quando ero una ragazzina, le persone omosessuali si contavano sulla punta delle dita. Erano i coraggiosi che volevano vivere la propria vita ma che di solito venivano sottoposti alla crudeltà del “perbenismo”, dell’ignoranza, del giudizio. Oggi, per fortuna le cose sono cambiate, e molte di quei ragazzi che tenevano nascosta la loro vera natura, oggi la possono esprimere. Molti lo fanno.

Restando su questo argomento, sei riuscita pienamente a interpretare come l’omosessualità venga vissuta dai vari attori in gioco. Vuoi spiegare ai lettori i vari punti di vista, ovvero quello del protagonista, della moglie Fosca e dei genitori di lui?

Decidere di essere se stessi è giusto. Il problema è farlo quando questo coinvolge qualcuno che non se lo aspetta e magari non vuole che tu sia te stesso perché ti ha amato per come eri prima. È un conflitto complesso e per questo può diventare narrativa. Scoprire che la persona che hai sposato è omosessuale può infrangere il tuo mondo perché in fondo tu sei cresciuto proprio in quel mondo fatto di pregiudizi e perbenismo.

La moglie abbandonata perché il marito è “gay” è forse più infelice della moglie che ha come rivale un’altra donna?

Bella lotta. Il tradimento fa male comunque, è solo che la versione più insolita è più difficile da gestire. Sembra strano ma avere un problema condivisibile da tanti è come avere una malattia curabile.

Ci sono uomini che tradiscono ma che poi, sopraffatti dal pentimento, tornano sui loro passi e chiedono scusa. Si può perdonare un tradimento o c’è un limite agli errori da commettere?

Sì può fare tutto. Basta volerlo. Certo spesso si confonde il perdono con il passarci sopra che sono due cose molto diverse.

Può un uomo essere amico di una donna per lunghi anni pur amandola? E’ possibile farsi da parte e accontentarsi di un rapporto d’amicizia?

Perché no? Le componenti in gioco sono moltissime. Dipende dal carattere, dalle situazioni, dal coraggio, da quello che ti hanno insegnato e dalla paura di non essere ricambiato.

Valeria e Fosca sono le tue protagoniste femminili, ognuna con il suo vissuto, ma accomunate dall’abbandono da parte del loro uomo. Sei legata a entrambe in egual misura o sei più affezionata a una delle due?

Le amo entrambe. Certo, Fosca mi ha fatto anche ridere tanto ma Valeria è stata quasi una maestra di vita.

Nella prima parte del romanzo, le figure maschili, quella di Lorenzo e Sergio, sembrano cattive, capaci solo di ferire, e suscitano rabbia e indignazione. Poi, però, scivolando nella seconda parte della storia, si riscattano, si redimono. Concordi?

Spero semplicemente che arrivi la loro umanità. Nessuno è cattivo in senso assoluto. Siamo tutti buoni o terribili a seconda della situazione in cui ci troviamo. Le persone si pentono, tornano sui propri passi, spesso in modo sincero.

Grazie a Sara Rattaro per il tempo che ci ha dedicato e per la sua disponibilità a questa chiacchierata.

Recensione del romanzo “Uomini che restano” di Sara Rattaro a cura di Anna Serra

Sara Rattaro, scrittrice genovese di successo, sempre più amata dal suo pubblico, ci regala una nuova storia, fresca fresca di stampa, capace di farci emozionare, sognare, indignare, arrabbiare, sperare. Il romanzo, uscito a ridosso di San Valentino, si apre con una duplice sorpresa: quella che Fosca vorrebbe fare al marito Lorenzo, e quella che Lorenzo fa a lei. La prima sorpresa, una festa di compleanno per festeggiare i 40 anni, fallisce. La seconda, si trasforma in una pugnalata al cuore che manda in frantumi la stabilità di Fosca: suo marito si è innamorato, ma non di un’altra donna, come forse sarebbe più “normale” e accettabile, bensì di un uomo. Dopo dieci anni di matrimonio si scopre omosessuale e la lascia.

Fosca, tramortita da una simile rivelazione, si allontana dalla sua casa di Milano per metabolizzare la notizia e si rifugia a Genova, nell’appartamento dei suoi genitori, temporaneamente assenti per un viaggio. Nel condominio ci abita Valeria, una donna dal caschetto bruno sempre in perfetto ordine e con una casa piena di amici festosi. Apparenza. Fosca non può sospettare che sotto quella pettinatura disciplinata si nasconde un cranio pelato. Una corazza di capelli finti per rimpiazzare quelli veri, caduti per colpa della chemioterapia. Anche la vita di Valeria è stata scoperchiata e stritolata in poco tempo: la diagnosi di malattia, seguita dall’abbandono del marito, che diventa più doloroso del cancro.

Le due donne, perfette sconosciute, hanno molto in comune e in questi casi l’amicizia può essere un efficace antidoto per superare gli ostacoli e tornare a vivere, nonostante tutto.

Nel libro e nella realtà esistono due categorie di uomini: quelli che se ne vanno e quelli che restano. I primi scappano, fanno le valigie e tagliano la corda davanti alle avversità, tradiscono, ingannano, deludono, illudono, si innamorano delle loro auto di lusso. I secondi permangono, non indietreggiano di fronte alle difficoltà, supportano, resistono, sono appigli affidabili a cui aggrapparsi quando il mare è in tempesta.

A tutte le donne, visto che tra poco si celebrerà l’otto marzo, l’augurio di liberarsi dei primi e di trovare i secondi. Gli uomini, quelli veri.

Recensione dell’opera “Lo spirito della scala” di Lorenzo Pace a cura di Anna Serra

Dopo tanti romanzi recensiti, questa volta ci tuffiamo nella magia della poesia e ci affidiamo all’affascinante penna del giovane torinese Lorenzo Pace, che oltre ad avere una brillante mente scientifica visto che è un ingegnere aerospaziale e dottore di ricerca in questo campo, possiede anche una sensibile anima letteraria. Lo spirito della scala, pubblicato per Ciesse Edizioni, è una raccolta di un centinaio di composizioni che disegnano un percorso di crescita individuale e interiore, di apertura verso la vita e un inno all’amore nelle sue varie sfaccettature, compreso il dolore e l’abbandono. Alcuni componimenti costituiscono dei punti di partenza, altri dei traguardi, passando attraverso episodi di vita e poesie dedicate a qualcuno in particolare.

Troviamo, per esempio, versi dedicati alla montagna, una dama di bianco vestita come fosse una sposa, di cui il camminante sfiora i fianchi nella salita e contempla la sua maestosità che riempie ogni cosa. Un’altra poesia molto bella parla dell’unicità della persona amata che purtroppo è stata persa: le altre non sono che copie sbiadite di lei, versioni incomplete che mancano di tutto il resto, perché lei è tutte le temperature, tutti i colori, tutte le note di un organo. Lei è anche un pensiero ossessivo, martellante, insistente, che toglie il sonno e la quiete.

Tradire se stessi è la peggior forma di adulterio, ci dice Lorenzo, mentre l’incontro fra due persone è un lampo di emozione, in cui la ragione deve imbrigliare gli istinti imbizzarriti che vorrebbero scavalcare i recinti della prudenza. Molto intensa è anche la poesia dal titolo “Le chiavi” che racconta unastoria d’amore giunta al capolinea, così come “Piove sul tuo volto” con le sue lacrime che inondano e affogano. Ci sono poi sentimenti da nascondere in un baule e sotterrare in un bosco sconosciuto, ma a cui si fa visita ogni notte.

Al lettore lasciamo la curiosità di scoprire altre suggestive metafore e sensazioni che l’autore racchiude nel suo scrigno di parole, curate ed eleganti, che non cadono mai nella banalità del quotidiano.

Arabesque di Alessia Gazzola

Arabesque è un romanzo semplice, ma che allo stesso tempo attrae, così come l’intera serie con protagonista Alice Allevi, creata dalla penna sapiente di Alessia Gazzola. Una storia nuova, che racconta una Alice nuova, ma allo stesso tempo legata alle passioni e agli amori di un tempo. Un personaggio che nel suo essere strampalato è capace, caparbio e tremendamente affascinante. La narrazione di Alessia Gazzola è sempre molto scorrevole, leggera e simpatica, ma la trama racconta anche l’indagine per un omicidio ambientata nel mondo del balletto e del teatro, poiché anche in questo caso Alice collabora con il commissario Calligaris. Non mancheranno aggiornamenti dalla vita dell’ex Arthur e una nuova dimensione di CC, ovvero Claudio Conforti. Un intrigo sia per l’indagine, che per gli aspetti amorosi. Un mix che rende sempre molto gradevoli i romanzi di Alessia Gazzola. E non vedo l’ora di leggerne ancora.