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Cinema

#Inferno è un film che non da tregua, proprio come il romanzo di Dan Brown la trama avvolge e le scene di susseguono tra inseguimenti ed enigmi e ambientazioni mozzafiato. Il tema è affascinante: il sovraffolamento del pianeta e un virus pronto a risolvere il problema. Robert Langdon sembra fuori gioco, ma ad aiutarlo arriva Seanna. Una corsa contro il tempo, che lascia senza fiato.

Parliamo del film Steve Jobs, una pellicola sicuramente particolare e molto attesa dal pubblico che maggiormente ha seguito le imprese di un personaggio importante del mondo della tecnologia moderna. Il film racconta tre momenti, gli attimi precedenti a tre delle presentazioni che con il senno di poi hanno fatto storia. Tanti dialoghi, tante discussioni concitate, pochi minuti che durano un'eternità. Un vortice di questioni che devono necessariamente concludersi in poco tempo ma che in realtà si trascinano in tutto il film. Un teatrino semi straziante tra il protagonista, la madre di sua figlia e, appunto, sua figlia. Rapporti conflittuali che non riescono a nascondere grandi forzature con la finalità di descrivere Jobs come un uomo che “tutto sommato” aveva un gran cuore. Molti sono i temi spietatamente informatici trattati un po' maldestramente, comprensibili per chi li conosce, molto meno per chi non li tratta. Parlare di velocità di un processore si può fare, ma non in quel modo. Detto questo il film riesce a essere scorrevole, forse grazie al continuo ricorso al flashback. La trama però risulta troppo forzata e si da troppo per scontanto della vita di Jobs. Si parte dal presupposto che tutti già conoscano la sua storia, quella vera. Si tratta di un punto di vista, di una rotta che parte bene ma che poi si perde. Sicuramente il rapporto con la figlia rende la storia più gradevole, ma ci si continua a chiedere per tutto il film “ma sarà stato poi davvero così?”. E' un film, d'accordo, ma che sembra troppo lontano dalla realtà. Il risultato è che il film non convince, pur guardandolo con l'occhi di chi l'informatica la conosce e che ha letto diverse biografie in merito. E ascoltando i pareri dei non addetti ai lavori, convince ancora meno la platea più ampia. Quindi il film sembra essere più un bell'esercizio di stile del regista Danny Boyle e dei due attori principali Michael Fassbender e Kate Winslet. Un film molto atteso, ma che si rivela deludente.

 

Si parla così tanto del film "Quo vado" di Checco Zalone che mi è venuta voglia di andarlo a vedere. Il film è molto divertente e gioca talvolta in modo spietato e talvolta in modo più surreale sui luoghi comuni degli italiani. Zalone ironizza, spesso con sarcasmo, sulla cultura del posto fisso e sulla politica rendendo ridicolo il tanto osannato privilegio. Riesce a far ridere sui vezzi fino a spingersi quasi a ridicolizzare i contenuti. Il protagonista viene messo in mobilità dall'ente pubblico in cui lavora e a causa di un'azione di mobbing (perché si chiama così) viene delocalizzato in diverse località affinchè scelga di firmare le dimissioni dal “posto fisso”. Quest'ultimo viene così associato a qualcosa di negativo, di antico, a un privilegio, appunto. Il protagonista viene mandato a lavorare al Polo Nord dove si innamora di una ragazza ambientalista che lavora come ricercatrice, qui diventa "più civile" e riesce a vedere il mondo da un'altro punto di vista. Un punto di vista che man mano si allontana da quello degli italiani. Ho letto molte cose su questo film, alcuni dicono si tratti di un filmetto, altri di un'opera di alta cultura, altri ancora ne trovano un significato politico. Io ci vedo un po' tutte queste cose. Fa ridere, e non é un male. Fa riflettere, e non é poco. Rende un'idea molto "renziana" del lavoro e della cultura. Stringe l'occhio alla politica di oggi e cerca di rendere obsoleta la politica democristiana? Credo che consapevolmente o inconsapevolmente lo faccia. Tutto sommato si esce dalla sala quasi pensando che un posto oserei dire stabile più che fisso sia un privilegio, che sia il contrario della libertà e che sia sempre frutto dei favori di una vecchia politica. Un punto di vista dissacrante ma molto attuale, talmente attuale da essere diventato popolare. E questo spiega il successo di questo film. Se per un attimo ignoriamo la distribuzione massiccia di questa pellicola prodotta da Mediaset può sembrare un successo raggiunto per caso, ma se non lo facciamo il pensiero cambia. Zalone si dimostra ancora una volta intelligente e furbo con una comicità acuta e non banale pur sfruttando la banalità dei luoghi comuni. In generale la pellicola é gradevole e la trama é ben costruita, il risultato é del tutto positivo. Un film da vedere. Concluderei evidenziando che “Quo vado” è un film di evasione e non un trattato sociale e politico, come tale è giusto faccia ridere e riflettere, meno che venga strumentalizzato per definire il giusto dallo sbagliato, il corretto dallo scorretto. La cultura dalla non cultura. L'arte in tutte le sue vesti e applicazioni deve creare delle reazioni e Zalone è riuscito nell'intento.