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Comunicazione



Recensioni letterarie

Giovanni e Stella. Una storia come tante, di due che si incontrano, si piacciono e si innamorano. Tuttavia la madre di Stella, a cui lei è fortemente legata, è molto perplessa: Giovanni non la convince per niente e mette in guardia la figlia, ma Stella non ascolta nessuno, solo le ragioni del suo cuore di donna innamorata, e va avanti caparbia per la propria strada, anche quando lui, con la stessa bocca la bacia dolcemente e la insulta aggredendo la sua autostima, e con le stesse mani l’accarezza come un premuroso amante e la riempie di botte.

Giovanni, l’uomo dalla doppia personalità, capace di parole appassionate e di gesti bestiali. Un amore ingannevole. Eppure Stella non è sprovveduta, ingenua, condizionabile e con scarsi mezzi culturali; stiamo parlando di una persona colta, di una promettente dottoressa in medicina impegnata nello studio e nel lavoro. Ciononostante si lascia invischiare in una relazione malata, che le crea dipendenza e isolamento. In poco tempo Stella si ritrova sola, si allontana dalla sua cerchia di amicizie e dai parenti più stretti, soggiogata da chi giura di amarla infinitamente e le promette ogni volta di cambiare, di non farlo più, implorando il perdono per le percosse e gli attacchi immotivati di gelosia.

Stella prova a lasciarlo, a dimenticarlo e a concedersi nuove storie, ma inspiegabilmente si ritrova sempre al punto di partenza, come se un filo invisibile e indistruttibile la tenesse legata a lui, nonostante la paura e le umiliazioni. E quando Giovanni si rifà vivo dopo un lungo silenzio, Stella ricade nella trappola e continua a fidarsi di lui, sola contro tutti, convinta di poterlo cambiare con la forza del suo amore. Una trappola che si chiama matrimonio e figli. Stella si sposa e darà alla luce due bambini, un maschietto e una femminuccia, in una apparente felicità familiare, che però è solo una bella facciata da mostrare agli altri. In realtà gli equilibri familiari si reggono su un filo molto sottile e debole: basta un niente per spezzare l’armonia. Giovanni è un abile manipolatore e sa come plasmare la mente dei suoi bambini, facendo sentire Stella una madre incapace e inaffidabile, minando la sua autostima ancora una volta.

Per buona parte del libro mi è venuto istintivo gridare: “Scappa Stella! Prendi i tuoi bambini e allontanati da lui! Non permettere che ti maltratti e ti sottragga denaro. Denuncialo e fatti aiutare da chi ti vuole bene sul serio”. E a un certo punto il mio grido è stato accolto dalla protagonista, che finalmente dopo anni di cecità apre gli occhi destandosi dall’incantesimo e capisce davvero chi sia suo marito. Ma la via verso la liberazione e il riscatto per una vita diversa è insidiosa e contorta: Stella deve fare i conti con leggi, istituzioni e forze dell’ordine che non la tutelano abbastanza. E soprattutto deve affrontare il diabolico piano vendicativo dell’ex marito. E’ l’inizio di un nuovo calvario, fatto di minacce, messaggi deliranti, email per screditarla agli occhi della gente e manipolazione delle giovani menti dei loro figli. Una lotta psicologica senza esclusione di colpi. Pagina dopo pagina la rabbia del lettore ribolle e finisce con l’esplodere contro Giovanni, che suscita ribrezzo e indignazione. Lo si vorrebbe annientare. La stessa Stella, in alcuni impeti di collera, si lascia sedurre dalla prospettiva di ucciderlo, ma in questo modo passerebbe dalla parte del torto e comunque non ne sarebbe capace. Stella non è un’aguzzina. E’ una vittima che lotta per difendere la sua integrità di donna, di madre e di lavoratrice onesta e devota.

Un romanzo basato su una storia vera, che parla a tutto il mondo femminile, soprattutto a quelle donne che subiscono in silenzio la prepotenza e la gelosia incontrollata di uomini molto vicini a loro, che finiscono per diventare dei pericolosi sconosciuti. Ma parla anche al mondo maschile, insegnando il rispetto verso la famiglia e il vero senso dell’amore, che mai deve fare rima con terrore.

Borgo Propizio è un romanzo delicato, narrato in modo particolare, in bilico tra ironia e realtà. Un non luogo popolato dalle isterie della nostra società, che si incastrano e si incagliano di fronte a quello che tutti cercano: l’amore. Punti di vista diversi e sogni, come quello di Belinda di aprire una latteria cool. Mariolina, Marietta e Ruggero sono solo alcuni dei personaggi che si alternano su quello che sembra un palcoscenico di un teatro di periferia, dove proprio lo spirito della periferia diventa il vero protagonista, così come lo sono le voci che condizionano la storia di ognuno dei personaggi. Loredana Limone costruisce un mondo alternativo, come un’altra dimensione dove i sentimenti di attorcigliano e si mischiano alle speranze e alle frustrazioni. Emozioni comuni, in una storia affascinante, con la decisa speranza di raccontare, in fondo, la vita di tutti noi, ma in una chiave nuova. Uno stile costruito più come una fiaba che come un vero e proprio romanzo, una tecnica di narrazione semplice e diretta, una trama che non si prende sul serio e racconta di cose importanti, senza nemmeno rendersene conto.

 

Nel romanzo L'amore addosso Sara Rattaro affronta un tema difficile, attuale, decisamente controverso e lo fa costruendo un gioco di specchi con i sensi di colpa. Personaggi che si rincorrono, pur continuando a scappare da se stessi. Parole amare, parole dolci, parole che tagliano a metà sentimenti, per costruirne altri, o, talvolta, per distruggerli senza la minima pietà. Ogni cosa si trasforma, dicono. Ma qualcosa sembra perdersi definitivamente e per sempre, lasciando un alone, forse un’ombra, di incompiuta. Sara utilizza uno stile diverso da quello conosciuto nei precedenti romanzi, più scarno e più intenso. Rende le frasi più dirette, con una tattica spietata mette in scena una storia difficile da raccontare, in cui si alternano ambientazioni e avvenimenti, sensazioni e colpi di scena. Una narrazione che diventa più serrata, per poi fermarsi e far riflettere con le parole, ma più che mai proprio con le immagini. L’amore viene ridotto in polvere, per diventare materiale per costruire qualcosa di diverso, forse un senso di quello che è veramente ciò che proviamo per noi stessi. Il tradimento diventa un mezzo per viaggiare attraverso le paure, i controsensi, le intese disattese, fino ad affrontare temi cari alla psicologia, come il rapporto genitore figlio, con tutte le aspettative mancate che spesso ne derivano. Sara Rattaro scava a fondo, come è solita fare, nell’animo umano, andando a cercarne il lato oscuro, per poi illuminarlo a giorno. L’amore addosso sembra raccontare qualcosa di segreto, nascosto, proibito, scabroso, ma, invece, racconta qualcosa di molto, molto, più perverso. La verità, il pensiero più vero, l’animo umano, in poche parole, chi siamo davvero.

Una mitragliata di racconti dal cinismo amaro, che scavano nell'anima mettendo al centro del palco tutti quei pensieri che per tanti motivi non si esprimono. Paolo Zardi invece lo fa. E in modo intenso e profondo. Pillole di sentimenti controversi, fendenti che arrivano dritti sulla propria sensibilità, spesso manipolata dagli aspetti sociali e dal politicamente corretto. Ma in queste storie emerge una verità. Sommersa, ma che é pur sempre una verità. Bella scrittura. Ottima tecnica. Storie raffinate e coinvolgenti. Uno scrittore com e S maiuscola.

#PaoloZardi
#ilgiornochediventammoumani

È uscito in tutte le librerie e negli store online Il Frammento, il primo romanzo di Marco Marzocca pubblicato daHistorica Edizioni.


L’autore, noto al grande pubblico per i numerosi ruoli televisivi e teatrali, specialmente comici, si accosta alla letteratura con un’opera che penetra il quotidiano attraverso il mondo interiore dei personaggi, dipinti quali flusso in continua evoluzione di emozioni, materia liquida.
È proprio attraverso il filtro delle emozioni che possiamo,come i protagonisti di questo romanzo, riconoscerci diversi e ritrovare quell’autenticità che troppo spesso viene sacrificata per lasciar spazio al narcisismo, all’apparenza, a un’ostentata sicurezza.
La scoperta di un’appartenenza remota e rimossa, di aver vissuto nella menzogna e nella finzione, potrà dunque scaturire solo da una crisi, dal sapersi mettere in discussione e dalla ricerca di se stessi.
Quella di Matteo è una storia comune, colta con lo sguardo sincero e incantato di chi la realtà vuole viverla oltre che descriverla, così come le vite dei personaggi che gli ruotano intorno sono calate nell’attualità, disegnate con un tratto leggero, che permette al lettore di immedesimarsi in un mondo che gli appartiene per definizione.


Sinossi:
Matteo è un uomo di successo, affascinante e sicuro di sé. Lavora come interprete presso la FAO e possiede uno spiccato talento nell’arte della seduzione. Ma alla ossessiva cura del proprio aspetto corrisponde una profonda disaffezione per affetti e sentimenti, nei confronti dei quali è solito esibire un’ostentata noncuranza. La sua vita trascorre libera, tra incontri travolgenti e sensazioni forti, finché i reconditi recessi della sua mente iniziano a rivelargli squarci di un oscuro passato. Confuso e stordito dal suo malessere interiore, intraprende un viaggio alla ricerca di se stesso, in cui esperienze estreme e ricordi sfocati danno il via alla ricomposizione del mosaico di una vita dimenticata.


Note sull’autore:
Marco Marzocca è un attore e comico italiano noto al grande pubblico per i diversi ruoli televisivi e cinematografici ricoperti in oltre vent’anni di carriera. Tra i tanti si ricordano: Un fantastico via vai di Leonardo Pieraccioni, Un boss in salotto di Luca Miniero, La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati, Distretto di Polizia, Una pallottola nel cuore, la partecipazione a Zelig.
Di rilievo anche la collaborazione teatrale e cinematografica con Corrado Guzzanti che lo ha visto recitare in: millenovecentonovantadieci nel 1996-97, …la seconda che hai detto nel 1997-98, Recital nel 2009 e Fascisti su Marte nel 2007.
Recentemente è stato ospite fisso all’interno del programma Cavalli di Battaglia di Gigi Proietti, andato in onda su Rai1.

Ogni essenza di ha il suo carattere, come le persone. Ci sono tè dolci, decisi, raffinati, morbidi, delicati. Lo sa bene Elisa, che in mezzo a questa bevanda ci è cresciuta fin dalla più tenera età. Da piccola, in un’occasione, si preparò persino il tè da sola, anche se l’operazione le costò un’ustione. E’ sua madre ad averle insegnato tutti i segreti e le proprietà delle varie infusioni, e ad aver conservato gelosamente le sue tazze e le sue teiere, come gioielli di inestimabile valore.  Una madre che lei ha sempre considerato severa, intransigente, triste e stanca, ma che forse, in un’altra vita, è stata piena di entusiasmo contagioso.

Un giorno Elisa, sorseggiando il tè in compagnia delle amiche in un rituale che ripete con regolarità, trova una scatoletta nera contenente un tè invecchiato. Una bevanda segreta, proibita, che sua madre non faceva mia provare a nessuno. Un solo indizio sulla confezione. Una etichetta scritta a mano. Un nome: Roccamori. Elisa, dopo una ricerca in rete, scopre che si tratta di un piccolo borgo umbro, un tempo definito come uno dei più romantici d’Italia, ma che oggi ha un aspetto mesto e solitario.  Il richiamo è forte e la protagonista si mette in viaggio, destinazione Roccamori, dove alloggerà nella Locanda degli amori perduti.

Ed è proprio a questo punto che l’intreccio, dopo un inizio un po’ lento, che tuttavia è indispensabile per introdurre i personaggi e la storia con balzi fra passato e presente, spicca il volo e si fa sempre più intrigante e coinvolgente, fino al suo epilogo, ricco di colpi di scena. Elisa approda nell’antico borgo, un pugno di case e viuzze in cui non c’è copertura per i cellulari. Al principio si sente tagliata fuori dal mondo, privata dei messaggi e delle chiamate con le amiche, ma in poche ore scopre angoli nascosti di indiscutibile bellezza e incanto. In particolare si addentra in un giardino popolato di splendide camelie, la pianta del tè, e si imbatte in una specie gialla rarissima, la stessa che puntualmente tutti gli anni riceve nel mese di marzo da un mittente sconosciuto per il compleanno della madre defunta. Non può trattarsi di una semplice coincidenza, così Elisa vuole andare a fondo della faccenda e inizia una specie di indagine che la porterà, passo dopo passo, a far luce sul passato di sua madre. Entrando in confidenza con gli abitanti del paese, cerca di ricostruire i tasselli di un vissuto che ignora completamente e farà delle scoperte sconcertanti, che stravolgeranno le sue radici e metteranno in discussione le sue certezze. Ma forse solo in questo modo potrà concedersi il diritto, tutto meritato, di essere felice e di non avere paura di fronte all’amore. Elisa, infatti, ha un disperato bisogno di scrollarsi di dosso la convinzione di essere il pezzetto sbagliato del puzzle, quello che non riesce a incastrarsi con nessun altro. Ad aiutarla a far pace con se stessa e ad accettare le sue imperfezioni arriverà inaspettatamente una persona speciale, che spesso lei ha scioccamente respinto, ma che forse stavolta non terrà più a distanza di sicurezza. La via indicata dal tè è sempre quella giusta.

Roberta Marasco ci accompagna con grazia alla scoperta di questo magico borgo e dosando sentimenti, un pizzico di mistero e una presentazione delle proprietà di vari tipi di tè, costruisce una storia intensa, fatta di sapori, aromi, emozioni, viaggi interiori, recupero di memorie familiari, paesaggi suggestivi, affascinanti leggende.

Questa non è una storia romanzata. E’ una testimonianza vera, autentica, e proprio per questo è dura, una feroce coltellata in pieno cuore. Anna e Davide sono due genitori per i quali la nascita di un figlio non coincide con un momento di gioia, bensì è l’inizio di un incubo, seguito da anni di abnegazione, rinunce e sacrifici, primo fra tutti l’abbandono del lavoro tanto amato da parte di Anna. La loro primogenita, Arianna, nasce prematura con un gravissimo handicap: è celebrolesa e dipende dai suoi genitori per ogni minima necessità quotidiana.

Se Arianna… Se Arianna potesse parlare, se Arianna potesse camminare, correre e saltare, se Arianna potesse mangiare e andare in bagno da sola. Invece non può fare nulla di tutto ciò. E’ partita molto svantaggiata nella sua corsa della vita e non potrà mai raggiungere un livello di emancipazione e indipendenza, seppur minimo. Le sue potenzialità rimangono inespresse e si trova imprigionata in un corpo incapace di interagire con il mondo e in un cervello che manca di sviluppo. Il filo di Arianna, in questo caso, non aiuta a trovare la via d’uscita per scappare dal labirinto, anzi, conduce a un mare di dolore e angoscia.

La vicenda è narrata da vari punti di vista, prospettive diverse che si alternano di capitolo in capitolo. Arianna ci viene descritta attraverso gli occhi della madre e del padre (entrambi medici), e dei fratelli Alice e Daniele, che nascono sani, “normali”. Quest’ultimo, ad esempio, sovente la associa a colei che si sbrodola mangiando e che sputacchia pezzetti di pappa maciullata mentre viene imboccata.

Nonostante le mille difficoltà, Arianna c’è, è viva, e cresce. Da neonata diventa una ragazza di quasi vent’anni. E con la crescita, risulta sempre più complicato e faticoso gestirla: sollevarla, contenere la sua energia, mantenerla seduta sulla sua inseparabile sedia a rotelle super accessoriata per garantirle una postura appropriata.

Una storia di immenso coraggio. La più grande prova d’amore. I veri eroi sono loro, Anna e Davide, che si caricano sulle spalle un fardello pesantissimo e lo portano pazientemente con sé giorno dopo giorno, stravolgendo la loro vita lavorativa e affettiva.

Una vicenda che non può lasciare indifferenti e che ci avvicina al mondo della disabilità, spesso troppo ignorato. Per prendere coscienza, per sensibilizzare all’accettazione della diversità. Arianna e tutti quelli nelle sue condizioni sono persone che, per quanto limitate nella loro dignità di essere umano, vanno accettate per quello che sono. Hanno diritto a essere amati e rispettati. Sempre.

Dopo Equazione di un amore, Simona Sparaco torna a parlarci di amore, ma questa volta non con un romanzo, bensì attraverso una lunga lettera indirizzata al figlio Diego, un bimbo di quattro anni vispo e curioso, che come tutti i bambini a quella età, sta scoprendo il mondo, e spesso la tempesta di domande che iniziano con un “perchè”. L’autrice si mette a nudo raccontando frammenti di vita quotidiana, momenti veri fatti di giochi e storie di una mamma di oggi. Troviamo, ad esempio, episodi simpatici, buffi, come le passeggiate con il cane Babù sui marciapiedi di Roma invasi da escrementi, e allora ecco che inizia un nuovo gioco, divertente, che viene battezzato come “Schiva la cacca”! E poi ci sono i giri con Pappamolla, l’automobile un po’ sgangherata e piena di graffi con cui si va a scuola la mattina.

Simona è una mamma moderna, “single” perché separata dal padre di Diego, che riconosce le sue imperfezioni, le sue fragilità, il suo essere distratta e pasticciona. E’ una madre che nutre un amore sconfinato verso il suo bambino e che farebbe qualunque cosa per difenderlo, proteggerlo dagli orrori del mondo. La parola che ricorre più frequentemente nella narrazione è “PAURA”: paura di consegnare il proprio figlio al mondo, una realtà che è diventata sempre più incerta, minacciosa, pericolosa. L’input che fa scaturire questa comunicazione epistolare coincide con un episodio terribile, un fatto di cronaca in cui il male e l’odio si scatenano incontrollabili: l’attentato a Nizza sulla Promenade des Anglais, la scorsa estate. Come si fa a spiegare a un bambino di quattro anni perché un camion impazzito si è lanciato in una folle corsa abbattendosi su persone innocenti, tra cui molti bambini della sua stessa età, di cui è rimasto solo un passeggino rotto o un peluche insanguinato? Come far capire a Diego che cos’è il terremoto che ha ridotto in macerie molti paesi del centro Italia, inghiottendo i ricordi di intere famiglie? Sono cose da grandi: il bene, il male, la religione, la morte, il dolore, le differenze sociali e di razza. Sono concetti inarrivabili per un “puffo” di quattro anni, ma Simona, che ha fatto delle parole la sua vita, riesce a trovare i termini giusti o crea delle situazioni e dei paragoni che si adattano alla forma mentis del suo cucciolo.

L’autrice cerca di esorcizzare le sue paure, i timori che albergano nel suo cuore materno per il futuro di suo figlio, nell’illusione di offrirgli una specie di manuale di sopravvivenza, che lui potrà consultare quando sarà un “ometto” e, liberato dal bozzolo, camminerà con le proprie gambe in questo mondo sempre più malvagio che si chiama Terra

La paura è intorno a noi, è tangibile in uno zaino abbandonato nei sotterranei della metropolitana, in un viaggio in aereo, è visibile in sguardi e gesti di sconosciuti che ci sembrano sospetti. Ciononostante dobbiamo affrontarla, gestirla. La paura serve a crescere, a produrre anticorpi che ci proteggeranno dal terrore che, invece, paralizza. Come dosarla? Grazie a una “scatola magica” in cui depositiamo i nostri desideri, i nostri sogni e progetti. Questa scatola può dare un senso alla nostra vita, ci aiuta a costruirla, perché non si può mai smettere di costruire.

Gli Eredi della Terra di Falcones non mi è piaciuto. E questo mi dispiace davvero, attendevo da molto un nuovo romanzo di Falcones. L’ho trovato molto lento, a tratti ripetitivo e con una struttura narrativa un po’ fragile. Tuttavia la cosa che maggiormente mi ha infastidito è il protagonista principale Hugo. Proprio non ci sono riuscito ad affezionarmi, anzi man mano ho iniziato a trovarlo fastidioso, presuntuoso ed egoista. Sicuramente questa sensazione è dovuta all’inevitabile paragone con il protagonista magistrale della Cattedrale del Mare, Arnau, ma fatto sta che Hugo ne esce sconfitto. Magari avrebbe avuto più senso, visto che si trattava di un seguito della Cattedrale, puntare i riflettori su Bernat, il figlio di Arnau, ma questo è solo un parere personale. Il tema è che sembra mancare questo sapore epico che aveva contraddistinto i precedenti lavori di Falcones, se ne intravede a tratti la sagoma, ma poi svanisce nella nebbia. Un vero peccato.