Causaedeffetto



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Comunicazione



Recensioni letterarie

La ragazza silenziosa ha un nome. Si chiama Giulia ed è timida, introversa. Bellissima. Un amore adolescenziale che il protagonista e narratore, Manuel, incontra tra i corridoi della scuola superiore. Un amore perfetto perché incompiuto, mai avuto. Non ha conosciuto la sua pelle, le sue labbra, bensì la sua assenza. Una storia piena di attese, di discorsi muti, di saluti non verbali fatti solo con uno sguardo. Milioni di frasi che i due desidererebbero scambiarsi, ma che di fatto non si dicono mai. Parole sospese, mai pronunciate colme di “vorrei”. Poi la distanza: ognuno va per la propria strada senza mai essersi incontrati sul serio.

A distanza di anni la ragazza silenziosa si trasforma in misteriosa e scomparsa. Di lei non resta che una borsa con gli effetti personali abbandonata in un bosco nella zona di Reggio Emilia. Manuel, grazie al fiuto del suo cane Grido, si imbatte nella sua borsa per pura casualità, durante una passeggiata. E così che Giulia rientra nella sua vita, senza esserne mai uscita veramente. Diventa la sua ossessione, il suo pensiero quotidiano, come già accadeva da studenti. Vuole ritrovarla, capire che cosa le è successo, dove sia sparita, se qualcuno le ha fatto del male.

La sua Giulia diventa oggetto di indagine da parte della polizia che inizia a investigare e Manuel è ovviamente coinvolto in prima persona nelle ricerche. Anzi, è proprio lui a fare passi da gigante nell’indagine, come guidato dallo spirito di Giulia che gli suggerisce dove sia la verità. Seguendo l’istinto e delle deboli tracce, scopre il responsabile dell’inquietante sparizione e riesce a salvare la vita di un’altra donna, Nicole, la bella barista del Kiss Café dal sorriso luminosissimo.

Una narrazione che sovente si fa poesia, basata più su sensazioni e impressioni, che sulle azioni, sugli accadimenti. Uno stile particolare e suggestivo, quello di Luigi Mancini, che ci regala una bella metafora sull’amore, la vita e la morte.

Anno 1994. Angelica e Tommaso. Due ventenni già profondamente segnati dalla vita, con un pesante fardello con cui convivere. Angelica era bellissima, aveva un volto da attrice, prima che sua madre, in un gesto di follia, la trascinasse giù da un cavalcavia coinvolgendola in un incidente gravissimo. Angelica è miracolosamente sopravvissuta a quella corsa suicida-omicida in auto, ma il prezzo che ha dovuto pagare è altissimo e brucia ogni giorno sulla pelle. E’ rimasta sfigurata, coperta da cicatrici, che lei fa di tutto per nascondere con abiti lunghi anche in piena estate e con un cappello a tesa larga ben calcato sulla testa. Vuole essere invisibile, vivere nell’ombra perché si vergogna del suo corpo, irrimediabilmente deturpato da quel tragico evento. Angelica crede di essere orribile ed esce di casa il meno possibile, per nascondersi agli sguardi della gente. Ma ci sono degli occhi speciali che la intercettano e la trovano stupenda: sono quelli di Tommaso che la apprezzano per quello che è, anche se si tratta di occhi difettosi, affetti da una forma rara e degenerativa di retinopatia, che sovente lo lascia con la vista offuscata o completamente al buio.
Il buio. Angelica ce l’ha dentro, da quella maledetta notte in cui sua madre decise di suicidarsi trascinando pure lei nel baratro. Da allora non è più la stessa. Non ha amici e pensa solo a studiare. Tutte le notti, alla stessa ora, il suo sonno si interrompe bruscamente per lasciare spazio al dolore lancinante delle cicatrici. Alle tre del mattino: l’ora dell’incidente.
Tommaso con il buio ci convive: ci sono giornate in cui i suoi occhi sono completamente annebbiati, eppure lui va in giro con il suo scassatissimo e rumorosissimo motorino, che risuona in tutta la valle di Borgo Gallico, un minuscolo puntino sulla cartina geografica dell’Italia, sperduto tra le arterie stradali che collegano il paese da nord a sud. Oltre al suo malconcio mezzo di trasporto, possiede un altro oggetto da cui non si separa mai: la sua Polaroid. Con questa macchina fotografica fissa le immagini che i suoi occhi malati non riescono a catturare, e naturalmente Angelica diventa uno dei suoi soggetti preferiti.
Solo grazie all’amore sincero e incondizionato di Tommaso, Angelica riesce a convincersi che non è “solo le sue cicatrici”, ma che oltre quel corpo ricucito come una bambola di pezza c’è una vita intensa ed emozionante che la aspetta. Il suo Tommaso è disposto a tutto, anche a fare a botte, pur di proteggerla e difenderla dalla cattiveria del mondo, da chi la guarda con disprezzo e malvagità.

D’un tratto, però, la magia si spezza: un malinteso, uno sciocco fraintendimento crea una voragine fra i due innamorati. Angelica si sente tradita e non perdona, lui lotta con tutto se stesso per riconquistarne la fiducia. Le loro strade si separano e quella che sceglie Angelica sembra assurda, irrazionale: un modo per punirsi, per farsi del male, per lesionarsi. E intanto il buio di Tommaso si fa sempre più intenso.
I due protagonisti ci appaiono teneri, a tratti buffi, e conquistano immediatamente la simpatia del lettore. Il personaggio di Angelica è il più complesso e nella seconda parte del romanzo si fa ancora più oscuro, compiendo scelte difficilmente condivisibili.
Una storia emozionante scritta con un linguaggio giovane, fresco, diretto. Una narrazione fluida, che sa essere ironica, romantica e drammatica al tempo stesso, in un sapiente dosaggio dei tre toni.

In una realtà come Torino, teatro della disputa con Milano per l'organizzazione del prossimo Salone Internazionale del Libro e in cui è in corso una grande trasformazione del tessuto urbanistico e commerciale della città, l'apertura di una libreria rappresenta una grande e importante notizia, soprattutto se specializzata. Parliamo dei "Vecchi e Nuovi Mondi", una nuova realtà che tratta fantascienza, fantasy e horror. Per conoscere questa libreria ho posto alcune domande a Marco che questo progetto lo ha fatto diventare realtà.

La realtà torinese sta subendo un grande cambiamento, anche grazie (o a causa) della trasformazione (o perdita) del Salone del Libro. In questo contesto una nuova libreria tematica che ruolo può assumere?

Ritengo che già di per sé una libreria dedicata a un genere specifico sia una novità non da poco a Torino, città viva e vitale da questo punto di vista e piena di appassionati di lungo corso. Ho notato poi con grande piacere che anche molti giovani sentivano la mancanza di una libreria specializzata, in quanto le grandi catene spesso riducono all'osso l'offerta di letture di questo tipo.
Inoltre, il mio sogno è quello di rendere la libreria qualcosa di più di un semplice negozio dove poter acquistare i libri, ma un piccolo punto di ritrovo dove potersi scambiare opinioni e consigli e penso che, stante il successo dei primi eventi organizzati, come sogno non sia così irraggiungibile, anzi.
Se la scelta delle grandi case editrici di puntare su Milano sia stata una scelta azzeccata io non posso dirlo. Sicuramente farà bene al portafoglio di alcuni; è poi innegabile che Torino abbia perso un appuntamento di grandissimo rilievo, ma la cosa mi preoccupa relativamente: se, come dicono, l'idea sarà quella di puntare su realtà minori ma non per questo di qualità inferiore, allora credo che le possibilità di proporre titoli più particolari e meno sdoganati di altri possano solamente aumentare.

 

Leggi tutto: "Vecchi e Nuovi Mondi", nasce a Torino una libreria specializzata in fantascienza, fantasy e fumetti

“Quel velo sul tuo volto” di Nicola Lofoco è un prezioso documento che ripercorre le vicende storico-politiche del medioriente e che ne contestualizza in modo semplice e diretto la situazione culturale, affronta il tema della genesi dello Stato Islamico e ne traccia le radici con selettiva e precisa determinazione. Lofoco giunge al tema del ruolo della donna e in particolare dell’uso e significato del velo passando per il racconto del panorama complesso tra conflitti, dinamiche locali ed equilibri con il mondo occidentale. Un lavoro certosino che emerge con forza dalle pagine di questo libro che definire saggio è poco.

Leggi tutto: Parliamo del libro "Quel velo sul tuo volto" di Nicola Lofoco

Il Grisbí é un romanzo particolare, un noir che evoca le atmosfere degli anni trenta. Inseguimenti, sparatorie, personaggi ambigui al punto da apparire surreali. Doppiogiochisti alla ricerca del malloppo, che poi nasconde la ricerca di qualcosa di diverso, di più importante, forse. La vera anima del malvivente, che sente nelle sue azioni la sua vera natura. Banditi che possono sembrare buoni da quanto vogliono apparire puri. Istinti primordiali che sfociano nel sesso, nell'anima ancestrale alla ricerca di se stessa, anche a costo di fronteggiare l'odore del sangue e della polvere da sparo. Scene di assalti e rincorse che si ripetono ossessivamente, forse a voler riflettere il senso di immobilità di una vita apparentemente frenetica e in cui il pericolo smette di essere una componente nuova per diventare onnipresente e, pertanto, noiosa. Nessuno dei protagonisti sembra avere davvero un vero scopo, la trama svela il profondo senso di solitudine e fragilità che ha bisogno di quel brivido per far sentire il peso della vita. La narrazione utilizza termini che richiamano i film polizieschi di una volta, "il ferro" appare una metafora fuori tempo, un mezzo per giustificare la vita stessa e il suo senso. Ruoli incompiuti, come proprio la vita sa essere. Personaggi consumati, “duri” con un'anima che sembra uno specchio appannato, protagonisti "sporchi", perché nascondersi dietro una pistola è più facile. E, soprattutto, permette di sopravvivere.

Adele ha un lavoro che la gratifica solo a metà: fa parte dello staff di una grande redazione, ma non le hanno mai affidato incarichi importanti. Il suo caporedattore è un uomo viscido, un “topo untuoso” senza ritegno. La protagonista sognava di diventare una giornalista e di scrivere il libro che custodisce nel cassetto della sua vita, ma di quei sogni non ricorda più nulla. Tutta la sua esistenza è dedicata alla figlia Amata, che ha cresciuto da sola. Amata non ha amici, all’infuori di Chopin, Mozart e Bach. La musica rappresenta la sua fuga dal mondo, il suo approdo sicuro, la possibilità di intraprendere infiniti viaggi interiori. Le note sono il mezzo per raggiungere luoghi lontani e magici, quei luoghi dove farebbe difficoltà ad arrivare, essendo inchiodata a una sedia a rotelle. Ma di fronte a un pianoforte i suoi limiti fisici svaniscono, la sua disabilità non esiste. Esiste solo il suo talento, la sua capacità di meravigliare il pubblico con esecuzioni impeccabili.

Un giorno, per puro caso, Adele entra nel mondo di Pietro. Una questione di lavoro. Le viene affidato un incarico, in sostituzione di una collega: in onore della giornata della memoria dovrà intervistare l’ottantacinquenne Pietro, reduce dai campi di concentramento. Adele viene accolta da un anziano burbero e fiero, scontroso e ruvido, che non ha ancora fatto pace con la vita, nonostante l’età avanzata. L’uomo si presenta al suo cospetto come un guerriero in piena azione, che non ha ancora intenzione di depositare le armi. E’ la durezza del lager ad averlo ridotto così. L’orrore sofferto nei campi di concentramento ha lasciato delle cicatrici mai richiuse. La lama seghettata dei ricordi continua a ferirlo. Memorie che come brace ardente non si sono mai assopite. Ricordi che sono come pesci che riemergono a galla e sguazzano sempre in acque torbide.

Leggi tutto: TUTTO L’AMORE SMARRITO di Antonella Frontani a cura di Anna Serra

“Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” è un romanzo che riesce a unire il mondo onirico della solitudine e la spietata realtà. L’alibi e il sogno, il principio e la fine. Un viaggio oltre le ferite che le delusioni lasciano sulla pelle e sotto. Sin dentro, fino in fondo all’anima.
Il protagonista è Michele, un po’ uomo, un po’ bambino. Vive attorniato da oggetti dimenticati dai viaggiatori sul treno. Un treno che ogni giorno arriva la sera e riparte il mattino dopo. E che nel tempo che intercorre tra un arrivo e una partenza è il suo treno, un luogo fuori dal tempo. Lui è il capostazione della stazione di Miniera di mare. Suo è il compito di tenere in ordine il treno, di pulirlo, di renderlo accogliente per i viaggiatori del giorno successivo.
Michele vive un conflitto interiore. Non è mai riuscito a perdonare sua madre, partita su quello stesso treno tanti anni prima portando con sé il suo diario, con la promessa che glielo avrebbe reso. Ma lei non è mai più tornata.
La vita di Michele è una routine di gesti ripetitivi. al limite della psicosi, quando un giorno irrompe una ragazza che cerca una bambola dimenticata sul treno. Lei si chiama Elena. E metterà in discussione tutta la sua vita. Un altro evento smuoverà la sua tranquillità artificiale: un giorno, mentre si sta occupando come sempre della pulizia delle carrozze, trova qualcosa. Un oggetto. Il suo diario è tornato a casa. Inizia così il viaggio per ritrovare sua madre, spinto e spronato da Elena, che diventa sempre più importante per lui, così importante dall’essere percepita come pericolosa per la sua tranquilla fragilità blindata. Nel suo viaggio incontrerà persone che lo costringeranno a guardarsi dentro E a girare davvero pagina e tornare a vivere. “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” è un romanzo emozionante, un vortice di eventi ed emozioni che trascinano nella lettura fino all’ultima pagina. Uno schema narrativo magistrale con la mano di un costruttore che erige una cattedrale, dove ogni cosa è al posto giusto. Una tecnica narrativa che ricorda il cinema dei grandi capolavori. Inquadrature che arrivano fino all’anima dei personaggi, che li mette a nudo, più che raccontarli. Che li pone di fronte agli ologrammi di un passato tagliente e a un futuro nuovo. Oltre ai protagonisti il romanzo narra di una serie di personaggi che sembrano secondari, ma che rivestono un ruolo determinante per il cambiamento interiore di Michele. Michele che tornerà alla sua vita, ma sarà tutto diverso. Lui, sarà diverso.
Salvatore Basile mette in scena il dramma di ogni uomo, le sue contraddizioni, il salto nel vuoto, la consapevolezza di essersi perduti. La rinascita. Una penna che disegna una storia come su un pentagramma e la suona come una melodia di pianoforte, con le sfumature di ogni tasto bianco e nero. Un bel libro, una storia avvolgente.

Ho posto alcune domande all’autore di questo romanzo, ecco una breve intervista a Salvatore Basile.


Lo strano viaggio di un oggetto smarrito è un po’ un viaggio nell’anima di tutto noi. Con una tale naturalezza e semplicità ha creato un capolavoro in cui la tecnica narrativa quasi sembra messa in secondo piano, eppure molti sono i colpi di scena, alcuni appaiono molto duri, come a voler evidenziare che è stato il narratore a farlo. E’ un effetto voluto?

Il romanzo si è sviluppato in due fasi. La prima è stata precedente alla scrittura: mi riferisco al periodo di "gestazione" della storia, fatto di suggestioni, idee, meditazioni, appunti, ricerca. La seconda fase è iniziata nel momento della scrittura. E a quel punto molte idee sono arrivate mentre scrivevo, sorprendendo anche me. In sintesi, tutto ciò che si legge è voluto, anche meditato a lungo. Ma una gran parte è scaturito dal flusso di scrittura, quindi imprevisto e imprevedibile prima di cominciare. Il difficile è stato amalgamare le due fasi e cercare di non perdere coerenza.

Michele sembra un personaggio uscito dal cinema di molti anni fa, così lontano dallo stereotipo “vincente” nelle nuove produzioni, eppure riesce in qualcosa che è una delle scalate più difficili, quella per ritrovare se stessi. Abbiamo dimenticato questo valore, oggi?

Devo ammettere di avere la sensazione di vivere in un momento storico in cui il guardarsi dentro e impegnarsi per realizzare il proprio potenziale sembra qualcosa di dimenticato. Si fa tutto in fretta, si vuole tutto in fretta, senza fermarsi a... sentire. Ma ho molta fiducia nelle nuove generazioni: i ragazzi e le ragazze che non si lasciano anestetizzare dal mondo virtuale, dai cellulari e dal selfie ad ogni costo e in ogni situazione, sembrano avere una marcia in più.

Elena è forse la vera protagonista di questo romanzo, pur rimanendo quasi in disparte. Come è nata l’idea?

Elena è l'altra faccia dell'affrontare il dolore. Se Michele si è lasciato schiacciare, fermando la sua vita tra gli oggetti smarriti e proteggendosi da qualunque rischio, Elena è riuscita a non farsi travolgere. Ha affrontato il dolore a viso aperto e l'ha superato. Quando ciò accade, è come rinascere con entusiasmo ed energie moltiplicate. Avevo bisogno di lei, per scuotere Michele.

E’ molto poetica l’immagine di questa stazione di Miniera di Mare e di questo treno che sembra portare via con sé il mondo intero, racconta una solitudine strana, che a tratti inquieta, ma che ha anche il sapore della libertà. Cosa l’ha spinta a scrivere questo romanzo?

La sensazione di essere un oggetto smarrito a mia volta. L'esigenza di recuperare sensazioni, sapori, profumi, persone, sentimenti che, andando avanti con gli anni, sentivo sfumare. Ma soprattutto la voglia di raccontare una storia in maniera diversa rispetto al mio lavoro di sceneggiatore.

L’esperienza si sente nella forza delle parole che ha usato, ma come è nata l’idea di scrivere un romanzo, al giorno d’oggi, in cui l’immagine è così prepotente?

La potenza dell'immagine, pur presente ovunque, fa parte solo della nostra storia recente. Il racconto orale e scritto fa parte, invece, della storia dell'uomo. E' insito dentro di noi, non solo non morirà mai, ma non invecchierà mai. Le storie, comunque le si racconti, sono la nostra vita e la nostra memoria, come rinunciarvi?

Un altro personaggio importante del romanzo è la mamma di Michele, ci si perde con lui nella ricerca di questa donna. Se volesse utilizzare una metafora per raccontarla, quale sceglierebbe?

Sceglierei la metafora usata da Erastos: è il paradiso terrestre perduto. Un paradiso che viviamo nella prima infanzia e che poi perdiamo sotto i colpi della vita reale. Un paradiso al quale tutti, inconsciamente, cerchiamo di ritornare per tutta la vita, senza riuscirci mai in pieno.

Della carrellata di personaggi che si incontrano nel romanzo, a parte i protagonisti, a quale è più legato?

Amo particolarmente Erastos, che ho già citato: un uomo solitario che non ha paura di apparire folle pur di sentirsi felice. E poi Antonio, il "fachiro" improvvisato che gira il mondo dopo aver rinunciato alle sue sicurezze, per sentirsi libero.

Sta lavorando a un nuovo romanzo? Quando potremo leggere ancora una sua storia?

Grazie all'incoraggiamento della Garzanti, sto già lavorando a un nuovo romanzo che, forse, uscirà a metà del prossimo anno. Lo spero e incrocio le dita.

Ringrazio tantissimo Salvatore Basile per la professionalità e per la gentile collaborazione.

 

Il romanzo “I Colori di Viola” di Anna Serra racconta la storia di una donna, ormai giunta alla cosiddetta terza età. Una donna che senza rabbia, né rimpianti, sceglie di rimettersi in gioco, di guardare oltre le delusioni, le amarezze. I sogni infranti. Chiusa nella sua gabbia di ricordi, persa tra le fiabe che scrive per i bambini, sente che c'è qualcosa in lei ancora troppo viva per essere dimenticata. Così Viola ripercorre la sua vita, riscopre dentro di sé ogni pensiero, ogni emozione. Le sensazioni tornano a vivere e il cuore a battere. Quando è ormai pronta a rimettere a posto tutti i suoi ricordi, passa per caso davanti a un giardino, curato ad arte da un uomo scorbutico. Non se ne accorge subito, ma poi capisce che quell'uomo è Alessandro. L'amore della sua vita. I colori di Viola é un romanzo che parla di un viaggio nella vita di tutti noi, le scelte, gli errori, quel momento che capita a tutti prima o poi: volersi nascondere dalla crudeltà del mondo. In un luogo dimenticato da tutti. Viola sogna di percorrere il Cammino di Santiago, seppur consapevole di non averne più le forze. Ma sa di essere una donna forte. E così, forse, troverà il coraggio di salutare quell'uomo scorbutico e tornare a ritrovare se stessa. Un romanzo curato, appassionato, intenso ambientato tra le montagne della Val Pellice, ricco di personaggi curiosi, di sfumature poetiche, di momenti duri da affrontare, ma soprattutto del senso del sentimento più romantico e puro. Anna Serra racconta l'amore nel modo più classico e lineare, entrando nell'anima della sua protagonista per farle vivere la sua più bella storia d'amore. La vita.

Ecco una breve intervista all'autrice de “I colori di Viola”:

Roberto, Alessandro, Valentino. Tre tipologie di uomini. Seppur in modo diverso, appaiono incompleti. L'uomo moderno ha perso qualcosa nella realtà di oggi?
Tre uomini, coprotagonisti, che effettivamente appaiono incompleti e obbligano Viola alla rottura, alla separazione. Roberto è in crisi con se stesso, Alessandro è di mentalità ottusa e la spinge a scelte non condivise, Valentino ha una relazione legittima a cui non è disposto a rinunciare.
Non sta a me dire se l’uomo di oggi sia incompleto o meno. Ma mi sento di affermare che esistono due categorie principali di uomini: da un lato ci sono quelli che restano bambini, non crescono mai e si comportano da eterni Peter Pan; dall’altro troviamo gli uomini veri, con la U maiuscola, responsabili e affidabili, che sono forti soprattutto nelle avversità.
Credo che per essere davvero completi sia necessario l’altro: l’uomo ha bisogno della donna e viceversa.

 

Leggi tutto: Parliamo del romanzo "I Colori di Viola" con l'autrice Anna Serra

Scrivere è un mestiere pericoloso è un bel romanzo. Punto. C’è tutto quello che si può desiderare di incontrare in un libro: tensione, ironia, colpi di scena, azione, sentimenti e una protagonista di cui non si potrà più fare a meno: Vani Sarca. Una ghostwriter dal pessimo carattere, al limite del sociopatico, dall’animo gentile e con un talento innato: quello di saper entrare nella mente delle persone. Una trama costruita ad arte. Una formula perfetta per il lettore che vuole immergersi in una storia bella e intrigante. Abbiamo scoperto lo stile brillante di Alice Basso nel primo romanzo “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” e ora ritroviamo la sua Vani alle prese con un nuovo libro da scrivere: la storia di una delle storiche famiglie dell’alta borghesia della collina torinese raccontata attraverso la voce e i ricordi dell’anziana (e smemorata) cuoca storica e firmata da una stucchevole food blogger di successo. Per riuscire a scrivere questo libro Vani dovrà affrontare uno dei suoi peggiori incubi: imparare a cucinare. Le verrà in aiuto il commissario Berganza che le insegnerà l’arte della cucina, oltre a costringerla a seguire un corso di Klav Maga perché Vani possa continuare a collaborare con la Polizia. Le testimonianze della cuoca riaprono però un vecchio caso di omicidio. Vani e il commissario Berganza si ritrovano ancora una volta fianco a fianco immersi in un’indagine rocambolesca e carica di suspanse. Vani dovrà nel frattempo rispettare un’ulteriore scadenza. Scrivere una canzone per la sua giovane amica Morgana. E per non farsi mancare nulla, ecco tornare Riccardo. L’ex fidanzato di Vani. La trama è un vortice che dire attraente è poco. Un libro da divorare dalla prima all’ultima pagina. Talento, abilità nella scrittura e ironia fanno di Alice Basso un’autentica regina della scrittura. Affascinato da tanta bravura, ho posto alcune domande all’autrice di questo bel romanzo.

Ecco cosa una piccola intervista.

I tuoi romanzi sono un ottimo piatto da gustare in cui gli ingredienti sembrano dosati ad arte: tensione, ironia, cultura, colpi di scena ed emozioni. Una tecnica narrativa raffinata e sempre originale. Sicuramente non ci svelerai la ricetta, ma posso chiederti se è tutto frutto del talento o se c'è anche una buona dose di studio alle spalle?

Oh, guarda, grazie della domanda perché mi permetti di dire un paio di cose a cui tengo molto. Intanto: io non credo granché nel talento. Non mi va di pensare che il mondo si divida in pochi eletti che sono stati baciati dal Dio Apollo e in altri che, poracci, no, e non lo saranno mai. Ammetto che possa esserci una componente di predisposizione personale che magari, grazie all'educazione e agli stimoli che uno riceve sin da piccolo, può svilupparsi in maniera più evidente, ma ritengo che tutti partiamo uguali. D'altro canto, non credo nemmeno tantissimo nello studio "matto e disperatissimo". Le scuole di scrittura possono darti qualche input efficace, certo: per esempio, ci puoi imparare a fare l'editor di te stesso, a tagliare senza remore le parti inutili, a farti domande che ti aiutano ad avere sempre il polso di quello che stai scrivendo, eccetera; ma non è molto di più di quello che impareresti da solo semplicemente leggendo molto e con sensibilità. Alla fin fine questa è l'unica cosa che credo insegni a scrivere bene: leggere tanto e facendo caso a cosa ci piace di quello che leggiamo.

Vani è un personaggio a cui non si può non voler bene, sarà proprio perché mette in scena anche il buon sano cinismo che c'è un po’ in tutti noi?

Credo di sì... mi sa che è molto liberatorio trovarsi davanti, in azione, una che si permette di dire e fare cose che noi comuni mortali non potremmo mai osare! Sarà per questo che tutti mi dicono di trovarla simpatica anche se lei simpatica potrebbe non essere proprio per niente!

In questo romanzo Vani sembra cresciuta, si mostra al mondo con meno durezza e quasi quasi crea un intreccio torbido di cui fa parte il redivivo Riccardo, una storia nella storia. Quanto è importante il personaggio di Vani per te e quanto lei hai dato del tuo rapporto con i sentimenti?

Be', come dicevo, è un alter ego davvero liberatorio. Il mio fidanzato una volta ha diagnosticato con precisione zen: "Praticamente Vani è te cattiva". Che poi non voleva dire proprio proprio cattiva, solo più aggressiva, ecco. Ci siamo capiti. Insomma, è molto comodo avere a disposizione una vani a cui far fare, dire o pensare le cose che a te, essere umano calato nella società vera, sembrerebbero fuori luogo. E poi, cavolo, è un'altra schiava della battuta come me: finalmente, quando mi viene l'irrefrenabile desiderio di fare una battuta stupida che so che piacerà solo a me, so che almeno un'altra persona sarà virtualmente presente nella stanza con me a ridersela e a comprendere la mia compulsione...

In questo libro racconti una Torino quasi dimenticata, quella della borghesia "della collina", quanto ti sei documentata per raccontarla con tale passione disincantata?

Eh, ho raccolto diversi racconti, sì. ma ci ho messo anche dell'osservazione personale: non tanto di una borghesia alta che non conosco, quanto della "torinesità" in generale. Io sono una "immigrata" - vengo dall'hinterland milanese e vivo qui in zona dal 2006. Dei torinesi mi ha colpito subito l'understatement signorile, la discrezione, certi tratti di cavalleria, una sguaiatezza inferiore alla media a cui ero (ahimé) abituata... Un signore torinese, proprio una settimana fa, dopo una presentazione in cui si era parlato anche di questo, mi si è avvicinato sospirando e ha detto: "Una volta eravamo proprio così, sabaudi dentro. Ma adesso, purtroppo, le nuove generazioni, specie se hanno qualche soldo, iniziano anche loro a ostentare e a perdere la classe". Spero di no perché, ecco, a me questa classe torinese, trasversale ai ceti sociali, che ho notato con l'occhio dell'esterna, piace davvero tanto.

Krav maga: ci consigli mica un buon corso? No, perché personalmente mi hai convinto. A parte gli scherzi, come é nata l'idea di inserire questa disciplina?

L'ho scoperta per caso (scoperta in via virtuale, eh: non la pratico e non mi aggiro per la Valsusa pronta a spaccare nasi come Charles Bronson) e mi ha fatta subito sia ridere che suonare un campanello in testa: "Vuoi vedere che, aggressiva e senza fronzoli filosofici com'è, è la disciplina perfetta per Vani?" Fra l'altro un sacco di lettrici mi hanno comunicato che dopo aver letto "Scrivere è un mestiere pericoloso" hanno deciso di cercarsi un corso. Non vorrei aver creato dei mostri.

Spesso sembra non ti prenda troppo sul serio. E in un mondo cinico come quello dell'editoria é quasi un miracolo. Sei però dentro di te consapevole di essere una scrittrice formidabile? Ti capita di aver paura (e qui autorizzo tutti gli scongiuri e toccate di ferro che desideri e lo faccio anche io perché voglio leggere le prossime tue storie) di avere un blocco dello scrittore e di poter in qualche modo deludere i lettori?

Oooh yeah, eccome! "L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome" era stato accolto così bene, ma così bene, che prima di pubblicare "Scrivere è un mestiere pericoloso" ho avuto momenti di vera ansia da prestazione. Per carità, niente di patologico, niente attacchi di panico o crisi di pianto, eh; però, sì, il problema di come incassare le critiche nel momento in cui fossero cominciati a fioccare i "purtroppo non mantiene il livello del brillante esordio" me l'ero posto eccome. Poi è uscito, e il responso generale è stato "è pure meglio del primo". E che cavolo, allora ditelo! Che sollievo. (Ovviamente l'ansia si riproporrà prima del terzo libro, e statisticamente sarà anche più probabile che i commenti negativi inizino ad arrivare, perché non si può mica vincere sempre... ma ci penso fra qualche mese). Invece per quel che riguarda il blocco dello scrittore temo che il mio problema sia piuttosto il contrario: ho la testa piena di storie, facciofatica persino a limitare la quantità di cose da mettere in un romanzo solo per evitare che assuma dimensioni e ritmi di lettura sballati.

Dal vivo sei un fiume in piena. Come riesci a convogliare la tua energia in una narrativa schietta ed efficace come quella dei tuoi romanzi?

TAGLIO. E non è affatto facile. A una logorroica viene da scrivere, oltre che da parlare, tantissimo. peccato che a me piacciano gli stili di scrittura scarni, precisi, puntuali, senza fronzoli. Il che significa che, per far diventare una pagina come piace a me, dopo che l'ho scritta devo essere spietata e tagliare. E questa del come e dove tagliare è una disciplina che moltissimi scrittori trarrebbero beneficio dall'imparare (io stessa non sono certa di padroneggiarla ancora bene: ogni tanto riapro i miei libri, leggo paragrafi a caso e penso: uh, che noia qui, perché non ho sintetizzato?).

Anche il personaggio di Berganza è cresciuto, o meglio si è svelato. Un uomo pronto a raccogliere nuove sfide. Cosa è lecito aspettarci ancora?

Be', che sia sempre più protagonista, alla pari con Vani. Berganza è un personaggio che mi piace tantissimo (infatti è l'omaggio a tutti gli investigatori dei gialli che ho amato) e mi diverto un sacco a farlo agire!

La domanda è d’obbligo: stai lavorando a un nuovo romanzo? E ancora più d’obbligo…avrà come protagonista Vani?

Certo! nella mia testa, la storia di vani dovrebbe arrivare diciamo a cinque libri (di cui ho già chiare le trame, peraltro. Sai, quando ti dicevo che non ho il problema di trovarmi a corto di storie). Il terzo della serie è già finito e consegnato a Garzanti: spero esca l'anno prossimo!

Ringrazio Alice per la gentile collaborazione e per la professionalità.