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Comunicazione



Recensioni letterarie

Loro non mi vedono” di Cristina Mosca é una raccolta di racconti particolari, intensi e originali, uniti gli uni agli altri da un filo immaginario che costruisce una logica, una trama sospesa, in bilico tra la vita e le sue diverse sfumature. Il primo racconto si chiama “Dare un perché a ogni cosa” ed è un quadro toccante, carico di immagini e suggestioni. Il protagonista é un ragazzo che vede tutto, mentre nessuno può vedere lui. Nè i suoi genitori, né la sua ragazza. Ovvero, coloro che devono imparare a vivere senza di lui. Il protagonista può soltanto guardarli, nel suo silenzio, nascondendo quel sapore delle cose che non potrà più fare, mentre nei suoi familiari si materializza la necessità di cercarlo ancora, di non accettare che sia svanito per sempre e di dover iniziare a dimenticarlo. Il racconto successivo è “Liberi di stare”, una storia struggente, un amore tra una donna e un’altra donna. Una storia che nasce e che muore tra le pieghe di un sipario, tra gli scricchiolii del palco. É una storia che non deve esistere per gli altri, e che non esiste. Ma c’é. Due donne che vorrebbe amarsi alla luce del sole, oltre a quella dei riflettori. Poi d’improvviso, la guerra porta via una delle due, Barbara. E la protagonista resta sola con un fantasma che non c’é. Forse, per la paura di lasciarla andare. Forse, perché l’amore non muore mai davvero. Forse, perché amando troppo si rimane intrappolati per sempre, dietro le quinte di quell’amore. Nell’attesa di recitare, per l’ultima volta. La propria battuta. “Il profumo” è invece il racconto di un uomo che veglia il sonno di sua moglie, che riposa nel letto. Racconta di come si sono conosciuti e di quanto ritenga impossibile vivere senza di lei. Veglia su di lei, le parla. Ma il loro amore è un fantasma di un amore svanito perché lei, é svanita. Anche se é lí accanto a lui. Un viaggio nel senso della vita e del suo contrario. Un sonno che é morte, e una morte che é sonno. É relatività. “Il segreto di Dio” racconta una storia agghiacciante, che nasconde diversi caratteri divenuti noti alle cronache. La protagonista é un’infermiera che si scopre morta in un incidente in ospedale, proprio mentre svolgeva il suo turno di notte. Sul suo reparto aleggiavano però dei dubbi su alcune morti sospette tra i pazienti. E lei, la protagonista, ne conosceva il motivo. Lei faceva bene il suo lavoro, e lei sapeva quando arrivava il loro momento e nessun medicinale sarebbe riuscito a salvarli. “La misura dei sogni” é la storia di un uomo, morto durante un incidente stradale. Quella sera il protagonista aveva rinunciato all’ultima birra, ma l’uomo che lo aveva travolto, no. Non aveva rinunciato. Era ubriaco. Svaniscono così i suoi sogni, la parola che avrebbe voluto dire a sua moglie, al bambino che non aveva conosciuto. Il mistero del perchè si trovi sul ciglio di quella strada. Da lontano vede arrivare una moto e ne diventa subito chiaro il motivo. É un racconto difficile da capire, eppure chiaro. Lampante. Fa riflettere su quanto la vita scorra via tra le dita, su quante cose vorremo ancora fare. Su quanto sia semplice, a volte, morire. É l’amore di un padre per un figlio, per una moglie. É la certezza che un figlio non potrai difenderlo da tutto, o forse, dal niente. “La cosa giusta da fare” é una storia complessa, pur nella sua semplicità. É una storia d’amore, con capolinea all’inferno. É la consapevolezza che spesso la cosa giusta é anche quella sbagliata. Che l’attimo di bellezza può trasformarsi nel male peggiore. Quello che uccide. Oggi, lo chiamano femminicidio, tempo fa lo chiamavano omicidio passionale. D’amore non c’è però niente, di passione, nemmeno. Ne resta il ricordo, la favola svanita di una donna, prigioniera del suo errore, che era la cosa giusta fare. “La promessa” é una storia struggente, come struggente é spesso la storia stessa. Una guerra. La guerra. Un uomo costretto a combattere per la patria, e a lasciare l’amore della propria vita con una promessa. Quella di tornare. Ma in guerra nulla é certo. E se alla fine ti chiedono se vuoi stare “con noi o con loro”, puoi non capire, ma puoi essere fedele a una parola, sia essa un si, o un no. E quando muori dopo aver sentito il freddo, l’odore putrido della morte. I lavori forzati. Tutto diventa silenzioso, come se non fossi più in grado di parlare, e quando ritrovano il tuo corpo in un luogo lontano e ti considerano un traditore, riesci a capire solo una cosa: che hai mantenuto la tua promessa. Che ti hanno finalmente trovato, e stai tornando a casa. Un punto di vista originale, nel racconto della storia dei soldati italiani alla fine del seconda guerra mondiale, un monito. Qual é la parte giusta? “La verità” é un racconto commovente, racconta i pensieri di una bambina che non aprirà mai gli occhi. E si chiede se la mamma, con la sua scelta, se ne sia resa conto. Se avesse visto quante mamme piangono, perché quella bimba la vorrebbero. Straziante, come immaginare una voce che non ci sarà, una scelta dura di una donna, abbandonata dal suo uomo. Lui che non tornerà. E’ il racconto di una scelta di vita, che passa attraverso la morte. “La bellezza” é la storia di un’anima bloccata. Di un uomo che ha cercato nelle donne, qualcosa che lo completasse. Ma la bellezza é futile. É un’arma a doppio taglio. Ora il protagonista é vittima del suo egoismo, mira, spara, ma non può più colpire. Costretto a veder fuggire le sue prede, che non lo temono. E non lo vedono. Il racconto che chiude la raccolta di chiama, appunto, “Loro non mi vedono”, e lo fa con spietatezza, quasi con rabbioso dolore. Con l’indifferenza ruggente di una società che esclude. É il racconto di un immigrato, visto con gli occhi di un immigrato. Le speranze che muoiono lentamente, giorno per giorno. Le scarpe consumate. La pelle, consumata. Le mani sporche. Il degrado di un uomo senza più dignità, che nessuno aiuta e che nessuno vede. Perso tra le vetrine stracolme di chiacchiere. Di indifferenza. “Loro non mi vedono” racconta la morte negli occhi di é ancora vivo, inconsapevolmente. La raccolta di racconti di Cristina Mosca é un viaggio in vite differenti, nella sofferenza, nell’indifferenza. É l’amore che svanisce, e nonostante tutto, resta. É il sogno che si infrange, pur rimanendo eterno. É la morte, dal punto di vista della vita. Ed é la vita, raccontata dopo la morte. É il male contro se stesso, e il male oltre, se stesso. Cristina racconta ciò che gli altri non vedono è lo fa con maestria e sensibilità, con una poesia delle parole che rendono affascinante anche il mondo che non si riesce a vedere. Da luce a occhi spenti. Fa sognare con la cruda realtà. E, alla fine del viaggio, fa riflettere sull’importanza della vita. Su quanto un attimo sia essere importante. É un libro che racchiude il senso della vita, dell’amore e di un domani da custodire con rispetto.

Abbiamo posto alcune domande a Cristina:

Loro non mi vedono” è il filo conduttore dei racconti di questo libro, cosa ti ha spinta a fare questa scelta?

A lungo questo titolo è stato indicato come provvisorio, ma alla fine è rimasto, evidentemente perché era proprio il suo :)

La frase “loro non mi vedono” è il filo conduttore perché è l’epifania con cui i personaggi realizzano che è avvenuto un grande cambiamento e, nonostante questo, continuano a condurre le loro esistenze come sono abituati a fare. Perché è così che reagiamo, davanti a qualcosa di nuovo che non sappiamo come gestire: continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto.

I racconti di questa tua raccolta spaziano su diversi temi, ce n’è uno in particolare al quale sei più legata?

Uno dei temi che mi sono più vari è quello dell’incontro, che, se andiamo a vedere, permea un po’ tutti i racconti. Certi incontri hanno del miracoloso: noi non abbiamo fatto nulla per meritarli, possiamo solo imparare a proteggerli.

Sei riuscita a far sembrare la morte qualcosa di vero, che quasi di riesce a vedere. A toccare. Qual è la genesi di questo punto di vista?

È un punto di vista mio, molto personale, maturato insieme a me, ma di cui non parlo mai perché non può rischiare di sembrare un gioco. Con questo libro, in un certo senso, faccio “coming out” su un modo molto personale di vedere la vita. (sì, la vita, più che la morte) :)

Dalla guerra, all’aborto, fino all’amore negato. Temi diversi e spesso lontani anni luce. Un’unica chiave di lettura. L’architettura perfetta per far riflettere sull’importanza della vita stessa. Cos’è per te la vita?

La vita dev’essere amore: non so immaginarne una diversa. L’amore è il massimo comune denominatore nei dieci racconti: i temi trattati possono, è vero, sembrare lontani anni luce, ma diventano in realtà archetipi dell’amore di un genitore, di un figlio, l’amore pieno di promesse, quello pieno di buone intenzioni e di futuro. L’amore per la bellezza, l’amore non corrisposto, l’amore per quello che si fa. Il più bello è l’amore diffuso, quello quotidiano, verso le piccole cose e le piccole abitudini, nascosto “nella convalescenza, nella barba lunga, nel letto disfatto” (autocit. ;) ). Se il mio libro fosse un fiume e se usassimo un setaccio per leggerlo, sarebbero queste le pepite a rimanere in superficie.

Scrivere i racconti di “Loro non mi vedono” non deve essere stato facile, cosa ti ha dato la forza e la determinazione per portare a termine questo lavoro?

L’ascolto.

Stai lavorando a un nuovo libro? Ci sveli qualcosa?

Ho sposato uno sportivo e confesso che sono diventata molto scaramantica… ;) Continuo a lavorare su storie e materiali con la stessa fiducia speranzosa con cui, da adolescente, inviavo i miei manoscritti ai concorsi letterari (che a volte vincevo anche) :)

Cristina Mosca è una blogger, una giornalista. Una scrittrice. Chi è davvero Cristina?

Preferisco definirmi un essere scrivente :) Ogni espressione in cui sia prevista la parola mi fa sentire a mio agio. Il mio cervello è come fatto di muscoli, mi piace esercitarli tutti :)

Ringrazio Cristina per la disponibilità e la gentilezza, nonché per la grande professionalità.

Il romanzo “Sospetti sul lago” di Anna Serra è intenso, scorrevole e ricco di momenti evocativi. La protagonista è una psicologa, Rossella. La sua è una storia apparentemente non appassionante, a tratti noiosa, eppure racconta la vita di una donna nella sua interezza, nelle passioni perse, nei desideri di trasgredire a un sogno che non c’è più. Parla di un amore lontano, anche quando è vicino. Un dolore muto, che diventa quotidianità. Logorio di parole che non vanno da nessuna parte. Il vortice della solitudine che spinge a guardarsi dentro, forse cercando altrove. Rossella è una donna che con il suo lavoro aiuta gli altri, ma che si ritrova a doversi rialzare da un evento che cambierà la sua vita. Il sospetto travestito da paura. La paura celata negli occhi. “Sospetti sul lago” è una storia-non storia. E’ il racconto della vita stessa e della sua contraddizione. E’ l’amore-non amore. Il quadro che nasconde il contenuto alla sua stessa cornice. L’ambientazione è quella dei laghi di Avigliana, un luogo che porta con sé il mistero e la bellezza, la poesia e il silenzio. L’esordio nel panorama letterario di Anna Serra è senza dubbio positivo. Un romanzo che racconta l’ombra del sospetto, il sapore di un amore dalle due facce e l’incedere del cambiamento. Occhi che si coprono e si scoprono, capaci di tutto. Anche di tradirsi.

Il romanzo di Bianca ricorda le atmosfere oniriche di Murakami, é misterioso e appassionato. Le scene che raccontano la storia di Alessandro sono in alcuni casi dure e intense. Questo approccio narrativo rende la storia verosimile anche oltre la sua natura quasi fantastica. I protagonisti sono ben costruiti, a partire da Dani, Massimo e Alessandro, senza dimenticare i personaggi di secondo piano, ma non meno importanti, come Eleonora. Proprio questa ragazza aprirà gli occhi di Dani, svelando una nuova realtà. Un nuovo punto di vista. "Il fiume scorre in te" é un viaggio che richiama una moderna discesa nell'inferno dantesco, e non é un caso che la figura di Massimo ricordi quella di Virgilio per Dante. Tra le righe di questo romanzo si sente la passione per la letteratura e per la scrittura. Avevamo già scoperto il talento di Bianca con il romanzo "Waiting Room", e anche in questo romanzo l'idea é affascinante e lo sviluppo della storia, avvolgente. Nel romanzo non mancano riferimenti ai sapori e ai gusti dei luoghi in cui la storia é ambientata, la Puglia. Questo romanzo é un vortice di avvenimenti che portano il lettore a un finale emozionante e appassionante. L'intera storia fa riflettere sui sentimenti, sull'importanza di un amore e della percezione di quelle tracce che spesso ignoriamo, nel bene, e nel male.

Ho posto alcune domande a Bianca. Ecco l'intervista:


Domanda necessaria: quanto c'è di Bianca nella protagonista Dani?

Moltissimo. Come credo accada a tutti gli scrittori esordienti, ho letteralmente riversato le mie paure, le mie emozioni e i miei ricordi nel corpo di Dani che, tra l'altro, era anche mia coetanea ai tempi della stesura. Non mi pento di questa scelta perché credo che ognuno di noi debba iniziare a scrivere partendo da ciò che conosce, senza inventare nulla. Certo, l'autobiografismo è da evitare, ma una giusta dose di contaminazione tra sé e il personaggio può andar bene in un romanzo d'esordio

Alessandro e Massimo, due mondi diversi, distanti a volte, meno in altre. Sono un po' lo specchio delle mentalità maschili?

Sicuramente, e sono effettivamente l'uno l'alter ego dell'altro. Sono complementari, si incastrano alla perfezione come pezzi di un puzzle. Tuttavia non sono "il buono" e "il cattivo" di turno: come spesso accade, nel bianco c'è un po' di nero e nel nero un po' di bianco.

Qual è la definizione che daresti del tuo romanzo? In che genere lo collocheresti?

Credo che la definizione più calzante sia quella di Elisabetta Ossimoro, una scrittrice torinese: romanzo di formazione fantatemporale. E' esattamente questo. Non possiamo parlare di fantasy classico perché, a conti fatti, di fantastico c'è solamente il viaggio nel tempo. Tutto il resto è fortemente reale.

Cos'è, secondo te, l'amore? E quanto si differenza da una cieca dipendenza affettiva?

Quand'ero più giovane credevo che l'amore fosse quel turbinio di emozioni che ti toglie il respiro e ti azzera ogni facoltà razionale. Col tempo ho capito che quella è semplicemente passione. L'amore, quello vero, è ciò che viene dopo, il fuoco stabile dopo la violenta fiamma iniziale. E' questo ciò che separa l'amore cieco, ossessivo e dannoso, dall'amore sano che porta frutti.

Una domanda che può sembrare stupida, ma la faccio. Nel romanzo ritorna spesso il momento della colazione, cosa rappresenta per te?

La colazione è per me il pasto più importante della giornata, il momento in cui la famiglia si riunisce intorno a una tazza di caffè e la mattinata ha inizio, piena di aspettative e di progetti. E' la mia personalissima ricetta del buonumore, ed è per questo che ritorna così spesso nel romanzo.

Dal punto di vista simbolico, oltre al perdono, cosa rappresentano le bambole?

Le bambole rappresentano l'innocenza perduta e, ogni volta che la porcellana s'infrange contro un muro, l'atto del perdonare si lega inevitabilmente alla frammentazione di qualcos'altro, di quel mondo intatto e puro che la protagonista custodisce dentro di sé. In altre parole, le bambole rappresentano la graduale corruzione dell'uomo nel momento in cui si spoglia del suo essere bambino per entrare nel mondo degli adulti.

Rispetto alla Bianca che ha scritto “Il fiume scorre in te” e a quella di “Waiting Room”, quanto senti di essere cambiata, dal punto di vista artistico e personale?

Moltissimo. Il mio stile ha subito una radicale trasformazione: in passato scrivevo "tanto", a lungo, mentre adesso tendo a essere più breve e concisa. Soprattutto mi hanno cambiata le letture: Thackeray e Flaubert, in particolar modo, mi hanno insegnato a non "sbrodolare" parole, a non essere eccessivamente sentimentale, a non cadere nel patetico. Un grande aiuto, inoltre, mi è stato offerto dalle recensioni dei lettori, perché sono loro il grande specchio col quale ogni autore deve avere il coraggio di confrontarsi.

Sappiamo che è uscito il tuo nuovo lavoro Isolde, raccontaci in breve di cosa si tratta.

"Isolde non c'è più" è un racconto lungo che presto diventerà un vero e proprio romanzo e anche qui, come nel Fiume, abbiamo come tema principale il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. In questo caso, ad affrontare il "viaggio" sarà Golvan, innamorato da sempre della ragazza sbagliata. Al suo fianco ci sarà Isolde, vera anima del racconto: una ragazza sui generis che beve litri di cioccolata calda e ascolta musica sdraiata sul tappeto. Ho voluto raccontare la linea sottile che separa l'amicizia dall'amore e, soprattutto, il costante stato di solitudine nel quale l'uomo vive, seppur tra tanta gente, fino al momento in cui non riesce a trovare il vero amore.

A cosa stai lavorando adesso?

Sto scrivendo un noir. Lo so, lo so, è assurdo, soprattutto di questi tempi, però non posso proprio farne a meno. La storia mi è esplosa dentro ed è necessario che io la scriva. Contemporaneamente sto editando un altro romanzo. Parole chiave? Parigi, la libreria Shakespeare & Co., due aspiranti scrittori.

Ringrazio Bianca per la gentile collaborazione.

Il romanzo “Niente è come te” di Sara Rattaro è un flusso intenso, impetuoso e turbolento, di emozioni. Un impatto emotivo che non lascia scampo e che pagina dopo pagina conquista il lettore, lasciando emergere ricordi, sensazioni e pensieri rimasti nascosti da qualche parte. Ogni parola è conflitto e redenzione, immagine e sfumatura. I personaggi esplodono con la loro anima pulsante e con tutte le sfumature del loro carattere. La storia fa riflettere su un tema oggetto di attualità e che spesso appare davvero poco conosciuto, quello del “rapimento” di un figlio da parte di uno dei due genitori. In questo caso è diritto a essere padre a essere negato. E’ una distanza che viene imposta, non solo geometrica, ma psicologica. Questo romanzo racconta la sofferenza di un padre che non può vivere più integralmente la sua vita, che non può essere presente mentre la sua bambina cresce. E’ un padre che non è più un padre, bensì una figura nebulosa che scompare gradualmente agli occhi di sua figlia. Che diventa man mano sempre più lontana e ininfluente, fino a essere sostituita da un altro padre. La voglia di rivedere la sua creatura diventa un’ossessione, uno scontro odierno con la burocrazia, con l’ingiustizia e, infine, con se stessi, con quella sensazione di “aver sbagliato tutto”. Il protagonista è Francesco, un uomo che sa amare e lo fa fino a consumarsi dentro. Il destino gli riporta Margherita, la figlia che gli era stata portata via. Francesco deve imparare a conoscerla. Margherita deve scoprire che l'ha sempre amata. Che non l’avrebbe abbandonata. “Niente è come te” è un viaggio nei sentimenti, da quelli più colorati a quelli più oscuri, dal sapore della vittoria a quello della sconfitta. Il bianco e il nero e viceversa. Un romanzo che entra nell'anima senza nemmeno bussare. Devastante nella sua crudezza e nella realtà di una quotidianità difficile. Il rapporto padre figlio sembra quasi sempre normale, scontato. Sembra assurdo che a un genitore possa essere negato di veder crescere il proprio figlio. Eppure accade. Sara Rattaro mette in luce il dramma di tanti uomini e donne che ogni giorno vedono negato il proprio diritto. Una sofferenza che vieta anche di vivere, di avere il coraggio di rifarsi una vita. Di andare avanti. Ci sono pagine che vengono strappate e nulla potrà sostituirle, non esiste un surrogato dell’amore, l’amore per un figlio è qualcosa di più. Quel bambino è la cosa più importante, quella certezza di avergli donato la vita e la voglia di vederlo nascere, crescere, insegnandoli i primi passi e, poi, a vivere. Quel bambino a cui dire, niente, ma proprio niente, è come te.

Ecco una breve intervista all'autrice Sara Rattaro:

Il “rapimento” di un figlio, sicuramente un tema difficile da raccontare. Cosa ti ha spinta a entrare in questo mondo così ricco di contraddizioni?

È stato l’incontro con uno dei protagonisti veri di questa storia. Un uomo che non ha contatti con sua figlia da molti anni. Grazie a lui sono venuta a conoscenza di molte storie che coinvolgono molti italiani e italiane che spesso non sanno nemmeno dove si trovino esattamente i loro figli.

Esiste un “giusto e sbagliato” in un caso di rapimento di un bambino? C’è in qualche modo una forma di “giustificazione” a un’azione così perfida?

È difficile dare una risposta. Chiunque decida di andarsene con un figlio in un modo così brutale deve avere delle ragioni in cui crede fermamente, che queste siano giuste o sbagliate è un altro discorso. La verità è il vuoto legislativo che governa questa situazione e che non permette mai di fare chiarezza e che tuteli le uniche vittime di tutto questo che sono i minori.

E’ legittimo pensare che chi scappa con il bambino da casi di violenza domestica metta in pratica un vero e proprio rapimento? Nel senso, ci sono secondo te casi in cui è necessario portare via il bambino?

Forse sì. In casi di violenza la situazione è molto diversa da quella che racconto. Bisogna considerare che il 93% delle accuse di violenza che vengono fatte contro un coniuge per giustificare la sottrazione, con il tempo vengono considerate infondate e decadono. Spesso è la migliore arma usata sia per prendere tempo che per facilitare l’allontanamento dell’altro genitore.

Nel romanzo racconti i disordini emotivi e alimentari dell’adolescenza legati alla disgregazione del rapporto tra i genitori, quanto questi due fenomeni sono collegati nella società moderna?

Credo sempre di più o forse ora se ne parla con più attenzione. Tutti i disordini emotivi e alimentari dell’adolescenza sono spesso riconducibili a disordini affettivi famigliari. I ragazzi che vivono la sottrazione di un genitore e la sua alienazione sono i più a rischio, sia che questo avvenga in seguito a un allontanamento internazionale che non.

Quando un uomo e una donna smettono di amarsi, smettono in quell’istante anche di conoscersi? Viene legittimo procurare un dolore anche quando non c’è motivo? E fino a che punto è corretto dire “lo faccio per il bene del bambino?”

Questa è una domanda molto difficile. Non so perché ma so che accade e molto spesso e non bisogna andare a cercare le coppie miste per averne la prova di un odio coniugale che supera l’amore per i figli. Troppo spesso si vedono situazioni in cui i figli sono merce di scambio o di ricatto per ottenere qualcosa o ferire l’altro coniuge. Quello che ogni genitore dovrebbe tenere presente è che le conseguenze di ogni azione coinvolge sempre e soprattutto il figlio, soprattutto l’odio.

L'amore è sempre un sentiero tortuoso, anche in questo romanzo sei riuscita a entrare oltre il sipario delle storie e dei sentimenti dei personaggi. A raccontarli con la ormai consueta maestria, quanto hai lasciato della tua anima in “Niente è come te”, quanto ti appartiene?

Mi appartiene, come tutte le mie storie, moltissimo e soprattutto appartiene al momento della mia vita in cui l’ho scritto e a tutto quello che mi ha insegnato soprattutto dal punto di vista umano. C’è stato un momento preciso in cui quella storia ha smesso di essere un fatto di cronaca durissimo e si è trasformato nel mio romanzo, e questo delicato passaggio lo ha voluto chi mi ha generosamente aperto il suo cuore raccontandomi un grande dolore, forse il peggiore incubo per un genitore.

Ringrazio Sara Rattaro per l'intervista e soprattutto per avermi regalato le emozioni del bellissimo romanzo "Niente è come te".

Il suggeritore è un romanzo particolare, sicuramente scava nelle ombre che tutti noi abbiamo dentro. Crea un serial killer moderno, intelligente. Uno stratega del mare. I personaggi sono molto profondi e con un passato interessante. A volte troppo. In alcuni passaggi del romanzo si notato diverse forzature, che non infastidiscono più di tanto, ma rendono alcune scene surreali. Sicuramente la trama è coinvogente e si rimane attratti da ogni singola parola e pagina sino alla fine. Mila è la protagonista e a volte sembra eccedere nel suo ruolo. Strano il protagonista Rogan Gavila, a volte sembra non avere una perfetta collocazione nel romanzo, nonostante il ruolo fondamentale. Cosiglierei questo romanzo perchè nella sua durezza fa riflettere. L'autore guida il lettore nel lato oscuro nei suoi sogni, nell'essenza della vita e del suo contrario. Il male contro se stesso in un'esecuzione che sembra non voler terminare mai. Proprio come il male stesso. Un romanzo avvincente e carico di sensazioni e adrenalina. La domanda è: riusciranno mai a prenderlo? La risposta è: Sì, ma chi?

Il romanzo “Waiting Room” ha il sapore della storia, quella di una terra e sin dalle sue radici e origini. La storia si svolge nella Puglia degli anni quaranta, in un periodo strano, in cui l’eco della guerra sembra lontano, ma è lì a un passo. Emergono le contraddizioni culturali della gente, i pregiudizi e i sogni a metà tra speranza e disillusione. Tra amarezza e odio. La protagonista è Emilia, una donna la cui storia si svolge su due tempi diversi. Lei, la giovane ragazza che deve rinunciare al suo amore. Lei, la donna ormai anziana nella sala d'attesa del dentista. E’ la storia del suo amore per Angelo. Un ragazzo che le ha in qualche modo cambiato la vita e allo stesso tempo un uomo travolto dalla passione per musica e dalla voglia di vivere. La narrazione è scorrevole e coinvolgente. Appassionata. La storia ricca di punti emozionanti e intriganti. L'amarezza per un amore che sfugge nella notte. Che torna, ma che è sempre diverso. Tra le righe si sente il tempo che trascorre, i sogni che si trasformano. C'è quel rancore represso, una forma strana di invidia, per un futuro che ha lasciato spazio ai ricordi. C'è però anche la speranza che rinasce in occhi diversi, quelli di una ragazza che scrive qualcosa su un foglio e in quelli delle sue giovani vicine di casa, che man mano che crescono e che si allontanano, lasciandola ancora una volta sola con i suoi ricordi e la sua amarezza. Leggendo questo romanzo, sembra di restare in quella sala d’attesa, quasi come una metafora perfetta della vita stessa. Aspettiamo qualcosa, mentre parliamo con i nostri rimorsi. L’autrice è Bianca Cataldi, una giovane scrittrice, editor e brillante blogger, che dimostra una maturità narrativa importante, che riesce a passare e oltrepassare l’anima di due personaggi, uniti da un filo fragile. Riesce a far viaggiare il lettore senza continuità di tempo e spazio nei cambiamenti, oltre il tempo e lo spazio, raccontando il lato positivo dell’amore e il logoramento che la vita impone. Mette di fronte a delle scelte, dure, difficili. Ma inevitabili. Coglie nel segno evidenziando la limitatezza di una cultura in quei tempi antiquata, che uccide, che può strappare via l’amore per lasciar vincere la convenienza, che inneggia a un’etica nata sbagliata. Una finta morale che lacera sogni e prospettive e che trasforma la donna in qualcosa da “piazzare”, incuranti di ciò che davvero vuole. Si percepisce la fiamma di qualcosa che sta cambiando. Che cambierà presto. Un romanzo che emoziona e commuove, che ti lascia lì in attesa di un treno, che forse non partirà mai o che non si avrà il coraggio di prendere. Restare lì. Nella sala d'attesa. Di una vita da scoprire, pagina dopo pagina. “Waiting Room” è un bel romanzo, da leggere tutto d'un fiato. Che riesce a far sognare, nonostante l'oppressione di una realtà, che talvolta ha il rumore dei colpi di mortaio. Nemmeno troppo lontani.

Il romanzo “Daddy Cool” di Filippo Losito è fresco e dinamico, nasconde tra le parole un intero mondo fatto di immagini, stereotipi e metafore della vita dei giorni nostri. I personaggi sono particolari e intensi. Il protagonista è Nicola, un aspirante comico, le cui pecuiliarità si svelano pagina dopo pagina. Le sue paure, i dubbi. E quella voglia di trovare se stesso. Un altro personaggio chiave è certamente quello di “Zio Ancelo”, è una “macchietta” che raccoglie i luoghi comuni dell'uomo del sud, unite alle caratteristiche che lo rendono “un mito” agli occhi di Nicola. Al contorno ci sono personaggi che raccontano le tante sfumature che caratterizzano le persone del sud, a volte amplificandole, così come nel caso di uno dei personaggi secondari come “Santino”. La trama del romanzo ruota attorno alla ricerca del padre di Nicola, che soffre di Alzheimer. Nicola e Zio Ancelo partono per la Costa Azzurra per ritrovarlo. La narrazione gioca sulla componente psicologica dei protagonisti e sulle loro paure, che vengono messe in luce grazie a un'ironia malinconica e alle battute esileranti e mai banali. Si percepisce cosa prova un uomo con forti radici del sud che cerca di ambientarsi in una Torino complicata, descrive il cambiamento di un uomo, che scopre se stesso attraverso le sue paure e la compresione dei suoi difetti. “Daddy Cool” è una storia che parla d'amore, da quello di un figlio verso il padre, a quello per una ragazza, Martina, che il protagonista desidera, ma che non capisce mai fino in fondo. E' la storia di un sogno, quello di Nicola, che vuole diventare un comico, del rapporto della comicità con la vita reale, del timore di non far ridere il suo pubblico. Per chi desidera scoprire un'ironia particolare, a volte tormentata, che rende le battute amare, e che si nutrono del sarcasmo della vita stessa, questo romanzo è l'ideale. Un libro dinamico e una storia gradevole e avvolgente, che finisce con raccontare al lettore di se stesso.

Filippo Losito mette in scena una trama che pone in risalto le sue abilità di scrittore e comico, crea atmosfere e ambientazioni come fosse un film vero e proprio. Tecnica cinematografica, ironia, e sentimenti in un racconto che non può non essere vissuto fino all'ultima pagina. Da non perdere.

La Regina Scalza di Falcones è un romanzo emozionante, carico di significati importanti e immagini che coinvolgono sin dalla prima pagina. I protagonisti raccontano l'orgoglio di un popolo, la forza di una cultura. La voglia del popolo gitano di vivere e di essere liberi E' la storia della rivalità tra due famiglie, quella dei Vega e quella dei Gàrcia. Il “Galeote”Melchor è un personaggio irresistibile, forte, orgoglioso, che riesce a superare la sua scorza segnata dal remo della Galea. La pena scontata anni prima a causa di un Gàrcia. Ana è sua figlia, anche lei orgogliosa e forte. Un'altra importante protagonista è Milagros, figlia di Ana e Nipote del Galeote, che si innamora di Pedro, un Garzia. Un amore osteggiato dai suoi familiari e che la porterà ad affrontare il buio. Milagros stringe una forte amicizia con l'altra protagonista femminile: Caridad. Una donna nera che viene dichiarata libera dalla schiavitù a causa della morte del suo padrone. Portata via dall'Africa, privata dei suoi figli e costretta a lavorare nelle piantagioni di tabacco cubane, dove ha iniziato a cantare le sue disgrazie. Ed è proprio il canto che la avvicinerà al Galeote e a Milagros. Una donna che vivendo con i gitani ne impara i valori e che riesce a smettere di abbassare lo sguardo quando guarda un bianco, come facevano gli schiavi. Una donna che impara cos'è la libertà, sfidando gli eventi della vita. La regina Scalza è una storia che appassiona, commuove, fa riflettere. Ci si immedesima nei personaggi, si lotta e si soffre con loro. E' un romanzo duro, ma che mette al centro di tutto la storia di un popolo, i loro amori, le loro vendette. Il loro spirito. E' la storia di due donne diverse, unite dalla loro amicizia. E' la storia di una rivalità tra due famiglie. E' la storia della vita stessa, dalla morte, al suo riscatto. Un romanzo imperdibile.

“Diario da Haiti” ė un flusso pensieri, immagini e momenti intensi. C'ė tutto il senso di una missione del Croce Rossa in uno dei luoghi devastati dalla natura, da un terremoto che ha colpito e distrutto speranze in una comunità già povera e con pochissimi mezzi. Ogni pagina di questo libro racconta però la voglia di vivere e rinascere dalle macerie, dalla malvivenza che imperversa nelle strade. Dalla polvere. Si riesce a sentire in ogni parola dalle proprie ceneri. Si percepisce in ogni parola la passione per una scelta di vita. Per una missione. L'impatto psicologico di calarsi in una vita nuova, dove bisogna ricostruire tutto e aiutare un popolo a rialzarsi, garantendo loro i bisogni primari. Un aiuto concreto ai vulnerabili. A uomini e donne che hanno vissuto un trauma, che hanno perso i propri cari. Il libro racconta in modo dettagliato e scorrevole cosa vuol dire la costruzione di un campo di emergenza, i meccanismi che si celano dietro il progetto di missione, gli equilibri interni, i momenti critici e i legami che si sviluppano con le persone del posto, con i workers, che supportano gli operatori della Croce Rossa Italiana nei lavori necessari per mandare avanti un campo di emergenza. “Diario da Haiti” racconta il senso più profondo dell'accoglienza e della gestione dell'emergenza. Un mondo difficile. Ricco di insidie e ostacoli da superare tutti i giorni. Molto bella l'immagine del "fare l'acqua", la caparbietà e la volontà degli operatori di riparare il potabilizzatore, necessario per garantire acqua potabile in un luogo della terra in cui l'acqua è il bene più prezioso. Unviaggio nella psicologia dell'uomo, dell'anima, nell'anima. Dare tutto per ottenere il benessere delle vittime, dei vulnerabili. In un mondo che corre veloce, che non rispetta niente è una lezione di vita importante. Un libro che nasce dal bisogno di raccontare cos'è davvero una missione dell Croce Rossa Italiana, quali sono le difficoltà. Come lavorano gli operatori e quanta professionalità e dedizione mettono nel loro lavoro. Rendere partecipi della complessità del mestiere di operatore di Croce Rossa Italiana. L'importanza di muoversi in fretta e con efficienza, senza tralasciare la sensibilità. “Gli operatori non sono degli Indiana Jones. Sono persone, che devono saper convinvere con la sofferenza. Anche con la morte” ho sentito dire a Ignazio Schiuntu durante la presentazione di questo libro al Salone del Libro. Credo che questa frase racchiuda il senso di “Diario da Haiti”. Un testo che ben si inserisce all'interno e oltre le polemiche che riguardano l'accoglienza dei migranti. Un viaggio da leggere, comprendere e assolutamente consigliato, scritto in modo diretto, schietto e magnetico.