Causaedeffetto



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Comunicazione



Recensioni letterarie

Isola del Titano. Un lembo di terra tagliato fuori dai circuiti turistici, strappato al mar Mediterraneo tra Corsica e Sardegna, e scisso in due: la zona animata e pittoresca del porticciolo, e una zona più selvaggia, aspra, silenziosa, con viottoli impervi solcati da lugubri donne vestite di nero come portatrici di un lutto perenne.
Elettra, la protagonista, vi approda non certo nei panni di turista, ma per far luce sul misterioso e oscuro passato di sua madre Edda, ora ridotta a uno stato vegetativo. Porta con sé un carico di dubbi e domande e un bagaglio speciale, fatto di panetti che sprigionano un intenso aroma d'anice, preparati seguendo un'antica ricetta di Edda, una vera maestra nell’arte bianca.

La giovane Elettra si accorge subito che su quella lingua di terra ogni cosa è avvolta da un'aura di mistero e magia, a cominciare dal convento sconsacrato di Santa Elisabetta. Resti di una religiosità erosa dalla salsedine, in cui la protagonista trova rifugio, accolta da una minuscola comunità tutta al femminile. Tre donne che, ciascuna a modo suo, diventano amiche della straniera.
Le mura in rovina e le stanze abbandonate dove un tempo vivevano le monache trasudano di voci, sussurri, leggende, antiche credenze che la protagonista deve sviscerare per spiegare il mistero legato a sua madre.
Elettra dovrà cucire insieme le informazioni che raccoglie a fatica qua e là, combattendo contro l’ottusità e la reticenza degli abitanti dell’isola, poco inclini a lasciarsi andare a rivelazioni e confidenze. Le risposte che cerca da una vita intera sono lì, in teoria a portata di mano, ma dovrà trovare il filo che annoda fra loro tutti gli indizi, e non sarà per nulla facile.

Il romanzo è intriso di ricette, sapori, profumi, dettagliate manovre culinarie per preparare dolci, filoni di pane, focacce alle mele, biscotti alle spezie. Delizie che fanno venire l’acquolina in bocca ai più golosi. Si vede che a parlare è una cuoca esperta. L’ingrediente segreto: la passione. Cucinare diventa un atto d’amore.

Affascinanti, intense e poetiche le descrizioni del paesaggio. L’isola offre degli scorci mozzafiato di rara bellezza, che ci fanno venir voglia di visitarla subito e di lasciarci avvolgere dai suoi segreti.

 

Per lo spazio novità ecco un nuovo romanzo, si chiama "Gli anni al sole" di Consolata Lanza. Andiamo a scoprirlo.

“Donne, donne, donne! Non ne potevo più di quei loro corpi indocili e fecondi, della loro capacità di scompigliare le carte all’ultimo momento. Non volevo più essere sorpreso da nessuna donna. E possibilmente neanche essere coinvolto nei loro torbidi misteri, si trattasse di sesso o lettere da consegnare. In quel vortice di risentimento finirono mia madre, le mie sorelle, il passato di Sula, il ventre gravido di Margarita, le ombre che avvolgevano Colin, i gemiti di Markela, gli occhi imploranti di Melissa. Portatrici di disordine perpetuo, incidenti nel luminoso mondo degli uomini”

Alla morte della madre, il giovane Alain, di origine francese, si ritrova a dover mantenere una promessa fattale in punto di morte: consegnare una lettera ad una donna misteriosa. Alain lavora a Londra, ma un facoltoso parente gli chiede di trasferirsi a Chios, isola greca del mediterraneo, per seguire i suoi commerci esteri. Qui conosce Colin, interprete e mediatore d’affari che lo aiuta nel lavoro e lo introduce negli ambienti isolani. Conosce la potente famiglia dei Kolajannis, le cui tre figlie diventano per lui un importante punto di riferimento, ma anche fonte di intrighi e complotti che condizionano le sue scelte. Alain è un giovane capace ed efficiente nel suo lavoro, ma acerbo e incapace di interpretare l’animo e il comportamento delle numerose donne che lo circondano, tra cui le sue tre sorelle minori, rimaste a casa. Un pericoloso e avvincente intreccio di vicende, risolverà alla fine anche il mistero legato alla lettera della madre.

"Gli anni al sole" è un romanzo edito da BuckFast Editore e scritto dall'autrice Consolata Lanza. Scopriamo qualcosa di lei.

Consolata Lanza, torinese, ha pubblicato nel 1996 D’amore e no (Premio Letterario Nazionale Nuove Scrittrici 1995), Il gioco della masca (Filema 1997), Est di Cipango (Filema 1997), Ragazza brutta, ragazza bella (Filema 2000), Irene a mosaico (Avagliano 2000), La lametta nel miele (Filema 2005), Lei coltiva fiori bianchi (CS_libri 2007), Trilogia delle donne virtuose (Progetto Alga 2010). Collabora alla rivista LN-LibriNuovi sia nella versione cartacea (ora finita) che in quella digitale, ha collaborato alla rivista digitale Sagarana e altre riviste sia cartacee che digitali, partecipa al progetto ALIA Evo 2 (antologia della letteratura fantastica) e in precedenza anche all’antologia annuale Fata Morgana, un suo racconto è pubblicato sul numero monografico di Leggendaria sulle scrittrici torinesi, ha pubblicato numerosi racconti su riviste e antologie. Dal 2007 ha aperto il blog Anaconda Anoressica su cui pubblica recensioni letterarie e altro.

…”per i giornalisti noi trans non abbiamo il cognome, solo il nome”…

Cosa succede, dal punto di vista sociale, se la persona con cui sei fidanzata a un certo punto decide di “cambiare sesso”, meglio detto identità di genere? Succede che, se eravate una coppia eterosessuale diventate all’improvviso una coppia omosessuale, oppure viceversa. Succede che la gente per strada cambi atteggiamento, che amiche e amici abbiano qualcosa da dire in merito, che la persona che ami cambierà parecchio. Insomma tutto cambia tranne te, che però d’ufficio ti trovi spostata di categoria, pur essendo la stessa persona che eri fino al giorno prima.

Nella giovane e densa vita di Ilenia, attivista e protagonista di Trans. Storie di ragazze XY, questa é una delle tante cose accadute, una di quelle mille “piccole cose” non proprio lineari che accadono nelle vite delle persone lgbt e che perlopiù passano sotto silenzio, considerate anche da noi stessi soltanto una stranezza fra le tante che caratterizzano le nostre vite.

Monica Romano stacca lo sguardo dal fondo opaco e un po’ accidioso su cui molti di noi si sono accomodati e sceglie di non coprire nulla con il silenzio ma, anzi, di nominare tutto, senza acrimonia ma schiettamente, dalle grandi storture sociali ai piccoli gesti sbagliati che costellano le nostre vite private e pubbliche.Ho visto Monica per la prima volta qualche anno fa, a una riunione di movimento. L’ho notata perché, quando ha preso parola, ha fatto un intervento pacato, intelligente, opportuno e sensato. Tutte caratteristiche inedite in quel contesto, particolarmente acceso e ideologico, e anche un atteggiamento strano per una donna trans, per come credevo di conoscerle io. É stata la cartina di tornasole di tutti i miei pregiudizi, che sapevo di avere ma che, prima di incontrare lei, non avevo mai sentito il desiderio di rimuovere.

La sua scrittura é un po’ come lei, semplice ma sedimentata, profonda ma senza giri di parole, gentile ma che non lascia vie di fuga.

…”Il copione della domenica prevedeva poi che, finito di mangiare, mio padre iniziasse a squadrarmi per un tempo interminabile. Sospirando, mi chiedeva: ‘perché ti muovi così?’ E io non capivo la domanda“…

Monica riesuma, con forza e dignità, ricordi comuni a molti di noi: gli anni delle fragilità e del giudizio, i tempi in cui eravamo in balìa del mondo e degli adulti, lo stigma della differenza letta solo come diversitá da una presunta norma, le etichette appiccicate dagli altri ancor prima di aver avuto il tempo di definirci per voce nostra. Spesso abbiamo dovuto fare i conti con queste realtà per anni, prima di imparare a difenderci o in alcuni casi a nasconderci; non cadere nella tentazione di voler soltanto dimenticare richiede coraggio.

…”Quella sera facemmo sesso. Anzi, loro fecero sesso, era sempre così con i maschi eterosessuali. Noi restavamo quasi del tutto vestite per non imbarazzarli. Davamo il massimo piacere in cambio di una carezza“…

Pur essendo un libro che parla quasi esclusivamente di donne, Trans riesce a raccontare benissimo i rapporti fra “i sessi”, dal sogno d’amore di un bacio che ti salverá, fino alla disillusione di scoprire che il principe azzurro non c’è e che gli uomini, nella migliore delle ipotesi, sono solo persone. Nella peggiore si declinano nella loro veste più spietata, quella che mostrano soltanto quando si sentono protetti e liberi di agire la crudeltà, perché certi di avere davanti una preda che non ha possibilità di scelta. E quale miglior soggetto di una donna trans, senza cittadinanza nè protezione sociali, per questi virtuosismi di genere?

Racconta tutto Monica, intensa e veloce, con la memoria e il candore infantili di chi ha vissuto e non ha dimenticato, ma con la solidità di chi non si é fermata lì, ed ha trovato la via per diventare la donna che voleva essere. Riesce così a dare spazio senza imbarazzi al ricordo di insulti e disillusioni, ma anche a speranze e gioie e alla confusione di un’adolescente che vorrebbe soltanto rendersi invisibile perché fa a pugni con lo specchio, e si scontra invece con gli occhi di un mondo implacabile, insistentemente puntati addosso.

”Pestata, malconcia e dolorante, avrei avuto tutte le ragioni per sentirmi triste quell’estate; invece mi sentivo bene e solo anni dopo ne avrei compreso il motivo: per la prima volta in vita mia avevo avuto la forza di reagire, di alzare la testa, di tentare di difendermi da qualcuno che voleva farmi male. … Potevo smettete di avercela con me stessa e uscite a testa alta: avevo scoperto l’orgoglio“…  

Non soltanto ricordi, ma anche riflessioni e conclusioni, c’é spazio per tutte le cose importanti in queste 183 pagine: la politica, i rapporti con le altre, l’importanza dell’associazionismo, i sogni, i rapporti con le amiche, i pregiudizi nel movimento, il problema del lavoro, il femminismo, l’identità. Il coraggio di sottrarsi e di aiutarsi. L’accettazione, la rabbia per le ingiustizie e il dolore subiti, il riconoscimento e la gratitudine per ciò che di buono abbiamo incontrato.

E poi l’orgoglio, la coscienza civile, la dimensione collettiva che ci salverà.

Perché una cosa é certa, quello che possono fare a una, non possono farlo a molte.

Un inno alla sorellanza, alla fine.

Michela Pagarini, marzo 2016

Intervista all'autrice:

Nella tua biografia c'è scritto che sei “attivista del movimento per i diritti delle persone LGBTI”: quali sono questi diritti, e di cosa si compone la tua scelta di militanza?

"LGBTQIA" (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersex, Asessuali) è l'acronimo che oggi definisce le diverse anime del nostro movimento. I diritti a cui facciamo riferimento sono quei diritti civili che oggi sono di fatto negati a chi rientra in questo acronimo.

Come attivista amo impegnarmi su diversi fronti.

Negli ultimi quindici anni ho lavorato molto nell'ambito dei servizi dedicati, a titolo di volontariato, alle persone transessuali, transgender e di genere non conforme; orientamento ai servizi sul territorio dedicati all'iter di transizione, ma anche creazione e gestione di gruppi di auto mutuo aiuto (ed autocoscienza) dedicati al tema dell'identità di genere.

C'è poi il fronte culturale. Ho scritto libri dedicati alla realtà transgender, articoli dedicati al tema della variabilità di genere e contribuito alla realizzazione di diversi documentari sul tema.

Ultimo, ma per me certo non meno importante, il fronte politico. Ho scritto il Manifesto per la libertà di genere e ho militato per molto tempo in associazioni trans*. Oggi faccio parte del direttivo di un'associazione LGBT milanese, il Circolo Harvey Milk a Milano.

 …”per i giornalisti noi trans non abbiamo il cognome, solo il nome”… Cito direttamente dal tuo libro, così come in una tua intervista video hai dichiarato* che  molte persone considerano  “l’essere trans una professione”. Le persone trans, oltre a godere di tutte le discriminazioni riservate alle minoranze, hanno la peculiarità di beneficiare di una narrazione sociale che tende a espropriarle del loro aspetto umano: secondo te perché?

Per decenni i media, ma anche il cinema, hanno dato una rappresentazione delle donne transgender privata dell'aspetto umano, alimentando una pratica reificante.

Credo che le ragioni di tale rappresentazione traggano la loro origine dalla transfobia, sentimento diffuso non solo nella società, ma spesso anche in chi dovrebbe darne una rappresentazione oggettiva e priva di preconcetti.

Un percorso di scrittura è sempre, prima di tutto, un viaggio dentro di sè, maggiormente quando - come nel tuo caso - l'opera riguarda la vita vissuta, direttamente o non. Cosa ha implicato per te scrivere la storia di Ilenia?

Ha significato prima di tutto dover fare i conti con ricordi e stati d'animo che credevo definitamente seppelliti nella coscienza, e non è stato semplice.

Ci ho messo due anni a scrivere questo libro. E quando è andato in stampa, ho sentito salire la paura.

Sapevo ovviamente che parti della mia vita sarebbero diventate di pubblico dominio, ma era come se lo realizzassi per davvero solo dopo aver ricevuto la telefonata del mio editore che mi informava che si andava in stampa.

Il viaggio con ho compiuto con Ilenia e le sue compagne nella memoria è stato spaventoso, ma anche potente e liberatorio.

Ho pianto, e tanto anche.

Ma anche riso all'inverosimile. Ho perdonato, soprattutto me stessa. Ho rivalutato persone e circostanze, valorizzato elementi del vissuto che credevo avessero una valenza esclusivamente negativa... ho imparato che nulla ha una valenza assoluta.

Ora che sono tornata da quel viaggio, mi sento alleggerita e allegra.

Credo sia il potere della condivisione.

E già mi manca viaggiare.

Tutto il libro è attraversato da rapporti importanti della protagonista con altre donne: la madre, le amiche, le compagne di militanza e di vita. In tutti questi scambi emerge chiaramente che, insieme, siamo più forti. Eppure nella vita reale non è così semplice: secondo te, perché?

Perché siamo figlie di una cultura maschilista e fallocentrica, dove il maschile è spacciato per neutro e il femminile per differente e subalterno. Abbiamo interiorizzato e introiettato tutto questo, dimenticando la nostra forza, il grande potere che il sorriso complice che unisce due donne può ancora avere, la sua carica sovversiva e rivoluzionaria.

Ci insegnano che il femminismo è roba da invasate che odiano gli uomini, vecchia.

Invece il confronto con i femminismi e la conseguente (e inevitabile) presa di coscienza che ci porta ad andare oltre il velo di Maya dell'omologazione, restano le scatole degli attrezzi migliori che possiamo avere per mettere tutto questo in discussione e riappropriarci della nostra forza.

La vita di Ilenia scorre veloce e senza tremolii, e alla fine la sensazione è quella di avere un'amica nuova, come aver conosciuto meglio la ragazza della porta accanto. Hai reso semplice e vicino qualcosa che generalmente viene considerato incomprensibile o lontanissimo. E’ chiaro che, per infrangere pregiudizi e stereotipi, basta raccontare la realtà con semplicità. Ma come farsi ascoltare?

Credo che l'unico modo sia arrivare al cuore delle persone, raccontando storie che abbiano una valenza universale e che favoriscano l'empatia. Ricevo sempre più riscontri sul libro da persone che in apparenza non avrebbero nulla in comune con la protagonista del romanzo, ma che ritrovano qualcosa di proprio nel viaggio di Ilenia. Questo mi dice che l'identificazione con la protagonista scatta anche in persone che con il mondo transgender non hanno nulla a che fare. Significa che sono riuscita nel mio intento.

Voliamo di fantasia: se potessi farlo leggere a tre persone senza limiti di tempo, di spazio e di lingua: a chi lo manderesti?

Mario Mieli, Franco Basaglia, Frida Kahlo.

 

Chi è Michela Pagarini:

Milanese di adozione si definisce attivista di professione e lo fa ad ampio raggio. Femminista e militante lesbica, nel 2014 diventa Copresidente della Casa delle Donne di Milano

Nel frattempo pubblica Nuda – racconti erotici ed è una delle autrici di A testa altra – Quattro lesbiche liberate testimoniano il loro percorso di emancipazione dal maschilismo e dallo stigma sociale, scrive recensioni, tiene una rubrica sul magazine Sui Generis, partecipa come testimonial nelle scuole a progetti contro violenza e omofobia. Nei ritagli di tempo progetta e conduce laboratori  e  workshop   autobiografici   dedicati alle donne, spaziando su tematiche incentrate sul desiderio, sull’immaginario e sull'amore per sé.

Ai sogni preferisce gli obiettivi, ne ha uno: dare visibilità e spazi di benessere alle lesbiche. Per raggiungerlo ha fondato un gruppo, organizza riunioni periodiche, convegni, dibattiti e iniziative pubbliche per favorire la condivisione, la socialità e il confronto tra donne.

 

 

 

"Un segreto non é sempre" é un noir con il respiro della commedia, con indagini, amori, travolgenti passioni e ironia. Un mix letale che affascina con la semplicità di una narrazione efficace. Si percepisce il grande studio che c'è dietro questa storia. Un viaggio nelle contraddizioni di una strana famiglia: gli Azais. Sempre bravissima Alessia Gazzola.
‪#‎unsegretononépersempre‬
‪#‎alessiagazzola‬

 

"L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome” è un romanzo che unisce mondi diversi e sentimenti contrastanti. É ironico e dissacrante, ma allo stesso tempo intenso e profondo. É un noir, ma anche una commedia. I diversi riferimenti a panorami musicali e letterari rendono la lettura piacevole e interessante. I personaggi sono vivi, particolari, intriganti quanto evocativi di altre realtà letterarie.
‪#‎limprevedibilepianodellascrittricesenzanome‬ ‪#‎alicebasso‬

 

 

Un romanzo affascinante, in cui amore, amicizia e bisogno di trovare se stessi sono gli ingredienti fondamentali. Argeta Brozi crea una storia da leggere tutto d'un fiato e una protagonista di cui sentiremo ancora parlare.‪#‎tentazioni‬

 

Un romanzo storico che mantiene il ritmo e la suspense di un thriller. Un protagonista intrigante, il notaio Taverna, e ambientazioni storiche studiate nei minimi particolari fanno di questo libro un'ottima lettura e un bel momento di riflessione.
‪#‎ilsegnodelluntore‬
‪#‎francoforte‬


La persecuzione nel nome di un dio, il dramma di un popolo, i Moriscos. Uomini e donne costretti a lasciare alle spalle ogni cosa, quasi sempre se stessi. Una storia che é storia di oggi e Falcones la racconta regalando emozioni. E speranza.
‪#‎LamanodiFatima‬ ‪#‎Falcones‬

 

 

Chi ha amato "I pilastri della terra" non può non leggere questo romanzo. "La cattedrale del mare" di Ildefonso Falcones crea dipendenza. Una scrittura avvolgente e una storia che appassiona dalla prima pagina.
‪#‎lacattedraledelmare‬ ‪#‎falcones‬

 

La vita di Andrea, ingegnere cinquantottenne, corre su un filo sempre più sottile che unisce Bari con Milano.
Bari è il doloroso ricordo di Nicole, la sua figlia amatissima, la cui giovinezza viene spazzata via da un brutto male. Bari è anche la responsabilità e la preoccupazione nel gestire un’azienda sull’orlo del fallimento con la rabbia incontenibile dei suoi operai.
Poi periodicamente ci trasferiamo al nord, nella città dei navigli, dove si svolgono le costose terapie mediche che dovrebbero bombardare e annientare il cancro, e dove c’è lei, Nina, la badante straniera che con amorevolezza assiste le sue nausee e i suoi formicolii. Milano è anche l’occasione di ballare il tango per l’ultima volta, in memoria dei vecchi tempi quando Andrea era un talentuoso ballerino, vincitore di svariate competizioni.
La danza è liberazione, emozione, energia, passione. Diventa l’unico antidoto contro la morte che ha iniziato, spietata e inesorabile, il suo angoscioso count down.
La malattia del protagonista è resa ancora più calamitosa dal fatto che Andrea ha scelto di trincerarsi dietro una corazza di menzogne nei confronti dei suoi cari per inseguire il miraggio della normalità e per non aggravare una situazione familiare già devastata dalla perdita di una figlia. E il dolore non condiviso con chi ci ama è ancora più pesante e acuto.
Un testo scorrevole, scritto con un stile elegante e accurato e con una straordinaria ricchezza lessicale. Nelle ultime pagine la storia riceve una sferzata dovuta a colpi di scena: un finale imprevedibile che lascia spiazzato il lettore. Una prosa spesso lirica che ci fa riflettere sul senso della vita, la forza dell’amore e il potere dei sogni.

Ecco l'intervista all'autore Michele Scaranello:

Nel libro si affronta il delicato tema della malattia. La vita di Andrea è appesa a un filo che ogni giorno si assottiglia un po’ di più. E’ come avere dentro di sé un timer che ha iniziato il conto alla rovescia. Di fronte a una diagnosi di morte ciascuno di noi ha due alternative: disperarsi, rassegnarsi e piangersi addosso, oppure essere tenaci, aggrapparsi disperatamente alla vita, nutrire speranza anche se il domani sembra impossibile. Vuoi commentarci la scelta del protagonista?

Una premessa fondamentale. È stata mia sorella, scomparsa a 39 anni, dopo otto anni di sofferenza a volere fortemente questo libro. Conoscendo la mia passione per la scrittura lei mi ha invitato a parlare dei malati di tumore, a raccontare di questo mondo. Quello che racconto è il tragico crocevia che tocca a ogni malato. In molti casi il tumore è una condanna, ma questo non impedisce al malato di reagire. Anzi, in molti malati, ho verificato come sia forte il desiderio di affrancarsi dal dolore per tentare di non perdere il coraggio di vivere, di riuscire a mantenere vivo il contatto col mondo, con gli affetti. La malattia così diventa quasi una “condanna” a vivere, a non smarrirsi. Andrea, il protagonista, sente e vive questa insolita condanna e, come è stato per mia sorella Antonella, non si rassegna, prova a lottare strenuamente. Andrea, da genitore, da imprenditore, da uomo avverte la necessità e la responsabilità di indirizzare il futuro, di andare oltre, di provare a rigenerare una vita che sente di aver contribuito a compromettere. Il protagonista, come accade per molti malati, vive nella consapevolezza, più che nel terrore, di avere un capolinea, un countdown tangibile. E sa pure che la medicina non lo salverà, ma con estrema lucidità prova a ritrovarsi, prova ad aggrapparsi alle passioni, ai sogni, convinto che questi lo aiuteranno a sentirsi ancora vivo, quasi immortale.

Andrea sceglie di sopportare in solitudine il peso del cancro, condividendolo esclusivamente con la sua giovane e premurosa badante/infermiera di origini straniere. La famiglia viene tagliata fuori dal suo dramma personale, per non infliggerle un’ulteriore sofferenza. Cosa ne pensi dell’atteggiamento del protagonista e della sua scelta?

Sinceramente dopo aver vissuto il dramma di mia sorella, istintivamente mi son sempre detto che se un giorno ne avessi sofferto, avrei cercato in ogni modo di non spargere quel dolore. Perché è davvero terribile vivere accanto a un malato, soprattutto di giovane età, ed essere trivellato da mille dubbi e pensieri, e doverli continuamente mascherare, spendendo solo sorrisi e speranze. Purtroppo è inutile negarlo, il cancro è un demone che condiziona l’esistenza dei malati e dei loro cari. I parenti spesso escono da quel tunnel con ferite profonde, traumatiche, che non è facile rimarginare, almeno nel breve periodo. Per quanto deprecabile, per quanto io penso che la vita vada vissuta sempre con lealtà e coraggio, io penso che la scelta di Andrea, come quella di ogni malato, vada comunque rispettata. Sul protagonista pesano comunque i fallimenti, il declino finanziario e morale di una società troppo votata al progresso, e poco incline ai disastri che produce. E in questo penso anche agli anziani, ai malati fin troppo emarginati dalla nostra società che non ha tempo, né mezzi per occuparsene. Non a caso Andrea si confronta e si confida con chi, per lavoro, e per dure scelte di vita, accoglie questa deriva umana.
Negli ultimi tempi purtroppo ho potuto ben costatare che una scelta simile a quella di Andrea è stata adottata anche da altri malati, e qualcuno di loro, specie chi ha già vissuto un altro calvario simile, ha persino preferito rinunciare alle cure.

Da giovane Andrea nutriva un grande sogno: diventare un campione di ballo, in particolar modo di tango. L’adrenalina della gara, l’emozione della competizione, il contagioso ritmo della musica che scorre sincopata nelle vene … Condividi questa passione con il tuo personaggio?

Mentirei se dicessi di sì. Da alcuni anni prendo lezioni di ballo, ma a dir il vero è stata mia moglie a trascinarmi in pista. Piuttosto mi ha colpito e contagiato la passione dei miei giovani maestri che gareggiano a livello nazionale. Ho scelto il ballo perché da sempre è energia, è espressività, è liberazione. Spesso, come ho avuto modo di sperimentare con successo, è proprio l’esplorazione, la scoperta di un mondo nuovo a riprodurre un universo di parole ed emozioni che affascina e incanta anche chi, quel mondo, non lo conosce per niente. Del resto io penso che tutte le passioni, sollevino l’uomo dalla mediocrità, dall’appiattimento.

Considerando la tua formazione, leggo che hai conseguito il diploma di ragioniere e da molti anni lavori in banca. Diciamo, quindi, che i tuoi studi sono stati più tecnico-commerciali che umanistici. Eppure dimostri una grande padronanza del lessico letterario e il tuo racconto è intriso di suggestive metafore. Hai dei modelli di riferimento, degli autori a cui ti ispiri, che ti hanno aiutato a perfezionare la tua tecnica narrativa?

Amo la scrittura da sempre. Se avessi proseguito gli studi umanistici, avrei fatto felici parecchi professori. In realtà, pur frequentando istituti tecnici, ho avuto la fortuna di imbattermi in docenti preparati che mi hanno fatto amare la letteratura e la storia. In verità, da ragazzo sognavo di frequentare la scuola del Cinema a Roma, ma i miei genitori non erano nelle condizioni economiche di sostenermi. Quindi ho continuato a covare questo desiderio sfrenato con la rabbia, la grinta di chi vuole comunque coronare un sogno. Per scrivere ho lasciato l’università (economia e commercio), ma il mio romanzo giovanile, quello per il quale a 23 anni avevo vinto il primo premio letterario, è naufragato con le mie ambizioni. Dopo venti anni (molto più di un fermo Biologico), convinto che la passione non possa ridursi a un prodotto industriale o commerciale, ho ripreso a scrivere con la stessa intensità, cogliendo sì altri premi, ma maturando soprattutto la consapevolezza che la tenacia non sarebbe bastata. Convinto che non si possano raggiungere e mantenere buoni traguardi senza tecnica, ho frequentato alcuni brevi corsi di scrittura (scuola Holden) e lezioni private per scrivere sceneggiature. L’arricchimento mi ha aiutato a divenire sempre più esigente con me stesso e mi ha consentito di esplorare altre forme di scrittura. Così i premi sono fioccati anche per le opere teatrali e per le sceneggiature che ho ideato. Naturalmente le letture fanno il resto. Leggo di tutto e molti grandi autori mancano all’appello. Finora adoro Zafon, Marquez, Housseini, ma apprezzo moltissimo Calvino e Verga per i racconti.

Grazie a Michele Scaranello per la gentile collaborazione.

 

"L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome” è un romanzo che unisce mondi diversi e sentimenti contrastanti. É ironico e dissacrante, ma allo stesso tempo intenso e profondo. I diversi riferimenti a panorami musicali e letterari rendono la lettura piacevole e interessante. I personaggi sono vivi, particolari, intriganti quanto evocativi di altre realtà letterarie. Questo libro è una galassia in perfetto equilibrio, un esempio di narrativa che nasconde dietro l'apparente leggerezza l'essenza stessa della vita, dei sogni infranti. Della consapevolezza di ciò si è davvero, oltre l'esigenza di costruirsi nella realtà un personaggio adatto alle proprie attitudini. Tanti personaggi in uno, come le maschere di un attore che cambia copione. Una metafora della vita e dei suoi diversi momenti. Alice Basso crea con questo romanzo una dimensione alternativa intensa, divertente, pungente, ma anche fortemente introspettiva. Un vortice di eventi costruito con maestria e una tecnica impeccabile, frutto, e si percepisce chiaramente, di esperienza e conoscenza della letteratura e della scrittura in tutta la sua complessità. Emozionante e irriverente, questo romanzo non sembra che l'inizio di ciclo costruito sui due protagonisti principali: Vani e l'ispettore Berganza, circondati da personaggi importanti e complementari come Morgana e Riccardo. Una narrazione veloce e scandita da momenti esilaranti, avvolgente e che lascia un buon gusto e soprattutto la voglia di leggere altre nuove avventure, perché siamo certi che di Vani sentiremo ancora parlare.

Ecco una piccola intervista all'autrice di questo bel romanzo, Alice Basso:

I tuoi personaggi evocano quelli di altri romanzi pur essendo originali e decisamente caratterizzati da una propria anima. Come sei riuscita a dar vita a questa magia?

Ommioddio, non lo so, non sapevo di aver fatto una magia! :) No, okay, be', credo che i personaggi riescano bene, a tutto tondo, se tu autore per primo ce li hai ben vividi e presenti in testa. Se ti diverti a immaginarti le scene che li vedono in azione, a cesellarli, come se assistessi alle loro gesta in una sorta di film mentale. Ecco, io questi film mentali me li proietto nel cervello da sola molto spesso (in sottofondo, s'ode l'eco della sirena della Croce Verde). Mi diverto un sacco a "visualizzare" le scene dei miei libri prima di scriverle. Credo comunque che non sia una cosa molto diversa da quello che fanno tutti, specialmente i ragazzi, quando ad esempio a fine giornata, prima di addormentarsi, vagano con la fantasia e si inventano situazioni o storie, più o meno reali. Mi sono spiegata? L'avete mai fatto? Dai, scommetto di sì!

Vani é un personaggio fantastico, é impossibile non innamorarsene. L'impressione é che tu non abbia voluto metterla seriamente in crisi con se stessa. Stai pensando di farlo?

In effetti c'è un punto del libro in cui a Vani succede una cosa, una cosa inattesa e scioccante che la destabilizza e la fa sentire vulnerabile, e Vani reagisce alla velocità della luce senza concedersi nemmeno una paginetta di riflessioni scorate. L'ho fatto apposta e con grande diletto, perché mi piaceva un sacco l'idea di mandare un messaggio del tipo: "Be', e che problema c'è? Ti è successo così? E tu reagisci cosà, logico". Il punto è che a me non piacciono per niente gli indugi nell'autocommiserazione, nel tormento esistenziale, nelle riflessioni angosciate, gli scavi degli oscuri meandri dell'anima e così via. O meglio: trovo naturale che a seguito di eventi sconvolgenti si dia la stura a riflessioni ed elaborazioni, ma non mi va di incoraggiare una certa tendenza generale ad autocompiacersene. Non mi va che qualcuno prenda un mio libro e sottolinei dei passaggi che rispecchiano il suo tormento, e lo facciano quasi sembrare una condizione bella, elevata, in cui abitare, arredandosi il tunnel anziché pensando a come uscirne al più presto. Preferisco che semmai ci si trovi qualche spunto ironico su come reagire - o perlomeno su come farsi una risata e alleviare momentaneamente il cruccio.

Berganza e Morgana più che protagonisti sembrano alter ego di Vani, come figure in qualche modo complementari. Come se qualcuno muovesse di nascosto le loro azioni. Cosa c'è di te in loro? O meglio, quanto ha influito la tua personalità nel creare Vani e i suoi alter ego?

Ho circondato Vani delle persone di cui amerei essere circondata io (e in un certo senso, di cui sono effettivamente circondata. Sono molto fortunata, sì!). In questo caso una quindicenne dissacrante ma intelligente e colta, un uomo maturo con il gusto della letteratura e un atteggiamento fra l'ironico e il rassicurante... Vedi, io dico sempre che la cosa bellissima di quando scrivi un libro è che ci puoi mettere dentro tutte le cose che ti piacciono, e così ho fatto io, dalle tematiche (i libri, la musica, l'ironia...) ai personaggi.

Riccardo é un personaggio particolare. Uno specchietto per le allodole, forse lo stronzo che tutti desideriamo nel profondo di essere, almeno una volta nella vita. Hai scelto volontariamente di mettere il lettore di fronte ai suoi desideri più ancestrali e oscuri?

In realtà no, sai? Non ho pensato che il lettore potesse, o volesse identificarsi con Riccardo. Col commissario, semmai, che è uno concreto, coi piedi per terra, uno di noi insomma. Ma Riccardo è bello, egocentrico, affabulatore e baciato dalla fortuna: onestamente, nei confronti di un tizio del genere io non proverei il desiderio di identificarmi, quanto piuttosto quello di fargli uno sgambetto nei pressi di una pozzanghera :D Però è vero che una personalità magnetica come la sua può attirare il desiderio di essere così, di chiedersi come debba essere vestire per un po' i panni di un tizio così favorito dalla sorte, e in effetti anche su Vani questa sfolgorante sicurezza di sé esercita una certa attrazione...

Bianca é la punta dell'iceberg di un sistema editoriale spietato. Credi che nella realtà esistano davvero meccanismi che giocano a dare ai lettori solo le parole che stanno cercando?

Sì e no. Sai, in questi mesi da una parte ho capito che gli editori cercano l'originalità, il "qualcosa di nuovo" che distingua la loro produzione da ciò che già affolla il mercato; dall'altra però è anche evidente che la capacità di inserirsi in un filone già affermato favorisce il libro di turno, perché rende più facile spiegare cosa sia e cosa ci si possa aspettare da esso, e attrae quei lettori che vogliono andare sul sicuro. Però, ecco, entrambe le cose sono vere. Quale dei due aspetti favorire dipende molto dall'editore e anche dal singolo caso, credo...

Come si diventa scrittori veri? Come si acquisisce la tecnica e l'equilibrio narrativo che hai mostrato in questo romanzo?

Intanto, grazie per il complimento, che mi fa particolarmente piacere perché, essendo questo libro fondamentalmente un gran frullato (di giallo, comicità, rosa, metaletteratura e chi più ne ha più ne metta), il rischio che ne uscisse un magma confuso e slegato era fortissimo! Ancora non mi capacito che abbia funzionato... e di conseguenza non saprei nemmeno dirti bene come sia stato possibile. Tutto sommato, credo che l'equilibrio, non solo come nel mio caso fra generi mescolati, ma anche, per esempio, fra azione e riflessione, scene di dialogo e scene di introspezione, momenti leggeri e momenti intensi e così via, sia quasi sempre garantito da un lavoro preliminare sulla scaletta, prima di iniziare a scrivere (con aggiustamenti in corso d'opera, chiaramente). Se si struttura bene il romanzo a priori, in fase di progettazione, dopo è più difficile lasciarsi prendere la mano e sbrodolare, dilungandosi qui o là e sbilanciando i toni o i contenuti. Io sono una grande sostenitrice di una buona fase preliminare di organizzazione del testo: non credo negli scrittori che dichiarano di lanciarsi ad occhi chiusi, sospinti solo dalla loro apollinea ispirazione. Anzi, se devo dirla tutta, mi stanno pure un po' sulle scatole, ecco!

Ringrazio Alice per la disponibilità, la gentilezza e per averci regalato questo bel romanzo.

"Piacere, Amelia" é un romanzo che racconta una storia d'amore in bilico tra illusione e dipendenza, disillusione e voglia di tornare a credere nel sentimento più puro. É un viaggio segreto che rappresenta la scelta è la crescita di una donna, Amelia, la sua trasformazione attraverso l'auto determinazione di una nuova consapevolezza di se stessa. Un labirinto in cui le contraddizioni diventano normalità e l'anomalia, quotidianità. Dove la mancanza annienta le sicurezze fino a isolare completamente la protagonista dal mondo reale, in un parallelismo tra realtà e virtuale che sembrano confondersi, cercarsi, fino a perdersi definitivamente. Un vortice di sensazioni che portano Amelia a confrontarsi con il lettore o la lettrice, fino a ribellarsi all'autrice stessa. Uno stato di claustrofobico abbandono nel senso più ancestrale e complesso di se stessi. "Piacere, Amelia" é una storia damore che deve confrontarsi con la più grande delle certezze: l'aspettativa dell'amore perfetto. La domanda é lecita, potrà mai esserlo e regalare in un attimo tutto quello che nella propria mente si è costruito? Amelia cerca qualcosa che forse non esiste. Ma la consapevolezza la rende improvvisamente diversa. Nuova. Il personaggio di Amelia rappresenta una donna che sa confrontarsi con la solitudine e con la propria indipendenza, vittima forse di una strana forma di cinismo, che nasconde una verità. Sí, perché all'amore lei ci crede ancora. Amelia vuole allontanarsi dal mondo che riesce a scorgere tra le sale della biblioteca in cui lavora, dove i giovani sono prigionieri degli smartphone e del Wi-Fi., ma finisce per esserne assorbita completamente. Questo romanzo scava nel senso di una nuova forma di libertà, che spesso ci fa vedere il mondo da dentro uno schermo, rinunciando pian piano a tutto. A parlare, a sognare, a ribellarci. Come se qualcuno ci avesse obbligati al silenzio. In tutto. Anche nei sentimenti. Il senso della libertà e il suo opposto, dov'è il confine tra reale e virtuale, tra libertà e prigionia? Amelia vive questo dramma e fino alla fine cercherà in se stessa la via d'uscita. Un romanzo introspettivo e avvolgente, scritto con una tecnica particolare che attira il lettore in questo vortice di sensazioni e pensieri, che lo fa sentire al centro di un dilemma che tormenta e incanta la protagonista, quasi a farlo combattere con lei per scegliere la strada migliore, per arrendersi alla voglia di amare o di scappare, tra l'erotismo dei pensieri e i sentimenti celati nelle illusioni. Cosa resta di Amelia? Chi é davvero Amelia? Dove finisce la protagonista e dove inizia il lettore?

"Piacere, Amelia" é la scoperta della propria anima, parole dopo parola. Raggiungersi. L'autrice é la giovane scrittrice Milica Marinković. Un talento impeccabile e una scrittura avvolgente. Ecco una piccola intervista all'autrice:

Nel tuo romanzo racconti una storia d'amore strana, per certi versi, ma che è poi diventata molto comune. È il potere evocativo a rendere i social talmente magnetici da generare emozioni?

Sì, la trama principale di questo romanzo è una storia d’amore, ormai molto comune. Ma non tutte le storie d’amore possono definirsi tali e non tutto ciò che chiamiamo “amore” lo è veramente. Ecco perché, forse, prima di definire una storia d’amore come virtuale, dobbiamo veramente chiederci se l’amore virtuale sia classificabile come vero. Penso che i social siano diventati lo specchio del nostro mondo interiore. Tutto ciò che non osiamo fare nel mondo reale, lo facciamo in quello virtuale. Viviamo in un’epoca caratterizzata da una forte instabilità emotiva, da un individualismo sfrenato, dalle identità dilaniate. Un’epoca quasi sorda nei confronti delle emozioni. Per queste ragioni tendiamo a esprimerle sempre più nel mondo virtuale, tramite i vari social.

Descrivi anche una gran solitudine, va detto. Una società allo sbando, che ha perso molto. Come non restasse altro che gettarsi nell'illusione, come ultimo baluardo della felicità. Come siamo arrivati a questo?

La solitudine e questa situazione che descrivi molto bene derivano naturalmente dal nostro contesto storico-culturale. Perciò vedo un grande ossimoro nel chiamare proprio social tutte le reti come Facebook. La società abbandona i suoi luoghi per trasferirsi in una solitudine virtuale, chiamata, paradossalmente, social. Quindi non resta che gettarsi nell’illusione e anche se questa sembra la via d'uscita più facile, si rivela quella più difficile, perché non porta da nessuna parte. Vivere nelle illusioni e nutrirsi di falsi miti è un mondo che l’essere umano accetta con facilità, perché è lì che trova un conforto e il rifugio dalla realtà. Purtroppo, solo apparentemente è così.

Affronti anche il tema "sesso on line", quasi come davvero alternativo a quello reale. La fantasia è molto potente, ma credi esista invece la possibilità che si arrivi a una sessualità deviata proprio perché la paura ci spinge a nasconderci nel virtuale?

Il tema principale del mio romanzo è la comunicazione con tutti i suoi volti, poteri, cambiamenti. E il tema “sesso on line” è inevitabile perché è proprio lì che vediamo il nuovo potere della comunicazione virtuale. È vero che la corrispondenza epistolare tra gli amanti esiste da secoli, ma solo oggi assistiamo a una comunicazione in tempo reale. La comunicazione si è impossessata anche del potere fisico nel mondo virtuale. Ha sostituito il contatto reale tra due corpi. Gli utenti preferiscono eccitarsi e accontentarsi senza muoversi, senza condividere veramente il piacere. Ma più o meno tutto è diventato così, non solo il sesso. Il piacere diventa il fine di se stesso e questo è grave. Lo stesso fenomeno accade mentre fumiamo sigarette senza nicotina, mangiamo dolci senza zucchero, beviamo birra senza alcol. Vogliamo il piacere, ma senza alcuna conseguenza. Neanche quella di poter condividere le emozioni. Se è da tanto che l’amore non si fa più con l’unico scopo di procreare, ora siamo andati oltre. Non lo facciamo neanche più. "L’autopiacere" ci basta. Un puro egoismo, figlio dell’epoca dell’individualismo.

L'amore. La distanza. Un motivo per cui le relazioni spesso non riescono nemmeno a iniziare, perché ci si illude ancora che possa accadere?

Perché, come ho scritto sopra, l’illusione ci piace. Ci fa stare bene. Soprattutto quando si è soli. Però, non penso che la distanza possa essere un problema insuperabile in una storia d’amore. Ovviamente, ammesso che si tratti di un amore reale.

Usi una tecnica particolare. La tua protagonista parla con il lettore, o con la lettrice, ma parla anche con te. Cosa ti ha lasciato Amelia?

Sì, questa tecnica è un altro modo di presentare i volti della comunicazione. In questo romanzo si tratta di una grande chat. La protagonista chatta con Pierre, ma anche con i lettori, con me, e con se stessa. Lei fa parte della mia vita perché mi ha posto tantissime domande alle quali ho cercato di rispondere mentre scrivevo il romanzo. Risolvendo i problemi di Amelia, penso di aver capito meglio il mondo. Anche me stessa.

Le dinamiche dei social portano a mettere anche involontariamente in piazza la propria vita. Come possiamo difenderci? Dalla curiosità, intendo.

Dipende da quanto ci facciamo vedere in piazza e soprattutto da come utilizziamo i social. Se uno è curioso, non so come possa nascondersi. E poi, perché farlo? Anche io sono curiosa, ma non mi interessano i fatti degli altri. Ora esistono tanti filtri e regolamenti per garantire una maggiore privacy su Facebook, ma tutto ciò si sta trasformando in un modo paranoico di agire. Mi sembra un metodo falso che illude la gente di sentirsi più protetta e più sicura, ma in realtà non è così. Personalmente, mi dà fastidio controllare ogni volta chi può vedere quello che scrivo. Penso che ormai siamo tutti controllati, quindi i contatti su Facebook non presentano il massimo pericolo.

Amelia è una donna passionale, un personaggio assolutamente moderno. A volte capace di farsi scudo della sua stessa solitudine e scappata da una realtà che la vorrebbe più simile all'immagine collettiva. È questo che vuole davvero una donna?

In effetti, Amelia scappa dalla realtà, ma poi fa proprio quello che sta giudicando. Si perde in un mondo virtuale. Direi che Amelia è una donna di altri tempi, una sognatrice, e non a caso menziono Flaubert e Emma Bovary. Amelia è qualcuno che conosce bene la letteratura e i suoi inganni, ma nonostante questa consapevolezza, non riesce a mantenere un confine preciso tra il virtuale e il reale. Tra il mondo dei sogni e quello dei fatti veri. È una donna molto coraggiosa nonostante le sue evidenti fragilità e sensibilità. Ecco perché saprà come agire all’aeroporto mentre aspetterà l’arrivo di Pierre. Per me il romanzo non ha un finale aperto, anche se così è sembrato a tanti lettori. Infine, penso che ci sia un’Amelia in tutte le donne.

Un'ultima domanda: ami davvero i social oppure il tuo romanzo nasce fondamentalmente da una critica?

Il mio romanzo è una critica. Una richiesta d’amicizia, ma quella vera, reale. Un invito a uscire dal mondo virtuale. Non posso dire di amare i social, però li uso, soprattutto per condividere e scambiare i contenuti culturali, anche se a volte mi interessa vedere come reagiscono gli utenti ai diversi post. Mentre scrivevo "Piacere, Amelia" ero molto attenta ai commenti - sia degli uomini che delle donne - relativi ai contenuti erotici, politici, letterari. I social si sono dimostrati indispensabili per il mio lavoro su Amélie. E finalmente, ho pubblicato questo libro grazie al Premio letterario Les Flaneurs. Il concorso l’ho scoperto proprio su Facebook.

Ringrazio Milica per la gentile collaborazione.

Facciamo quattro chiacchiere con Ismaela Evangelista, autrice del romanzo "La coperta corta", edito da Les Flaneurs. Al centro del libro troviamo Grace e il suo terribile segreto celato per anni, una vita in bilico, sospesa fra il male e il bene: da un lato un abuso sessuale nell'infanzia, dall'altro la speranza del perdono in età adulta.

Considerando la tua formazione e il tuo mestiere di psicologa e psicoterapeuta, immagino che la storia narrata si ispiri ad un caso autentico che hai dovuto affrontare nel corso della tua esperienza professionale. Puoi confermare?

In realtà, Grace, la protagonista, non rappresenta una paziente unica, ma racchiude il vissuto cognitivo, emotivo e comportamentale di diverse pazienti che incontro nel mio studio. Quindi i pensieri, le emozioni provate e il modo in cui ci si rapporta con il mondo. Mescolando le diverse storie, i vissuti e le situazioni attuali di sofferenza psicologica, sono riuscita a costruire un personaggio veritiero, aderente alla realtà, così come confermato dalle pazienti abusate, che hanno letto il romanzo, ritrovandosi nella descrizione dei tratti di personalità della protagonista.

Il padre e la madre di Grace non si accorgono del suo disagio. Chi dovrebbe proteggerla con le unghie e con i denti non è in grado di farlo e lascia che l’infanzia della bambina sia segnata per sempre. Sulla base delle tue osservazioni, studi e esperienze, è abbastanza comune il fatto che i genitori sovente sono ignari del terribile male che i propri figli subiscono?

Sì, purtroppo è molto comune il fatto che i genitori non si accorgono minimamente dell’eventuale presenza di un abuso subito dal/lla proprio/a figlio/a, questo perché i cambiamenti comportamentali, che sono per l’appunto la spia di un disagio, vengono attribuiti a cause più “accettabili” (per esempio il periodo adolescenziale, in cui ai ragazzi e alle ragazze pare venga “scusato” tutto, perfino i comportamenti più chiusi e/o bizzarri).

Grace, da adulta, pensa che forse avrebbe dovuto parlare, rompere il silenzio, confidarsi con qualcuno, anche se correva il rischio di non essere creduta, di non essere presa sul serio con le sue sconcertanti rivelazioni. Come si può convincere un bambino a superare la paura e a sfogarsi con una persona di fiducia?

Non è molto facile convincere un/a bambino/a a parlare di un abuso subito, se ha in testa la credenza “questo è un segreto, non lo dirò mai a nessuno”. Tuttavia, se un terapeuta ha la “fortuna” di incontrare un/a paziente abusato/a, ancora in età infantile, puo’ essere l’artefice del suo destino, se riesce ad essere capace di instaurare un forte rapporto di fiducia, all’interno del quale il/la bambino/a puo’ sentirsi al sicuro. La rivelazione del segreto è possibile, vengono utilizzate diverse tecniche all’interno dei colloqui clinici, in età infantile il disegno rimane quella privilegiata. Attraverso di esso il/la bambino/a ha la possibilità di esprimere il disagio, appunto disegnandolo, proiettando sulla carta la sua sofferenza, fino a provare il desiderio di esprimerla verbalmente, se ha davanti a sé una persona capace di “contenere” la sua rivelazione.

Terminiamo con una domanda un po’ provocatoria … Da una parte troviamo la vittima, alla quale va tutta la nostra comprensione e solidarietà per la terribile esperienza che la devasta; dall’altra c’è lui, il carnefice, la cui mente è invasa dalla perversione, da una devianza patologica. Si tratta, a tutti gli effetti, di un uomo malato che ha bisogno d’aiuto per curarsi. Forse, e sottolineo forse, si potrebbe pensare che merita una minuscola briciola di compassione. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Io lavoro in ambito penitenziario e di persone che si macchiano di reati pesanti come la pedofilia ne ho viste diverse, posso affermare che da molte loro storie escono dei quadri di estrema sofferenza, di abuso stesso subito, maltrattamenti e abbandoni. Molte azioni, reati compiuti come la pedofilia, possono anche essere comprensibili, se visti in tale luce, ma non giustificabili. Perché si puo’ scegliere se far del male o meno ad un bambino, così come ogni genitore, sotto la pressione dello stress, puo’ scegliere se cedere alla rabbia e colpire fisicamente il proprio figlio o controllarla senza toccarlo, risolvendo il conflitto in altri modi più funzionali.

Ringrazio Ismaela per la gentilissima collaborazione.