Causaedeffetto



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Comunicazione



Recensioni letterarie

Una storia, in parte ispirata alla realtà, ambientata in terra sarda lungo tutto il Novecento, ma che sembra collocata in un'epoca atemporale soprattutto nella prima metà del libro. Entriamo in un universo popolato da diverse generazioni di donne: creature femminili speciali, detentrici di saperi ancentrali, di tradizioni ataviche mescolate a superstizioni, mito, leggenda, credenze popolari. In parte mi evoca il realismo magico dei romanzi ispanoamericani: donne forti che spesso hanno premonizioni, presagi, intuizioni e sono dotate di un sentire speciale, superiore, fuori dall'ordinario. Non a caso uno dei capitoli porta come titolo "La casa degli spiriti" e una citazione di Isabel Allende. Ogni donna protagonista di un pezzo di questa storia possiede un DONO ossia "la capacità di andare oltre le cose e nelle cose, per vedere ciò che si ha bisogno o volontà di vedere, per colmare il vuoto delle assenze, per creare e muoversi verso l'infinito". Una vicenda di donne madri, forti come Dee. Donne mamme, dolci come il miele. Il miele come cibo destinato ai popoli eletti, in grado di "stemperare l'odio nell'amore e la tristezza nella serenità, donando il dolce senza annullare il retrogusto amaro dell'esperienza". Un libro che, dal mio punto di vista, definirei di nicchia, per pochi eletti in grado di apprezzarlo fino in fondo nella sua essenza molto evocativa, simbolica, spirituale. Lingua che si fa poesia. Il linguaggio è ricercato, molto curato, mai scontato, mai banale, a tratti demodé in certe scelte lessicali.

Inghilterra. Campagna del Kent. Un paradiso in cui Penelope, trascinata dalla sorella Addison che lì ci vive, si rifugia nel tentativo di curarsi dal lutto che macera il suo cuore: ha perso il grande amore della sua vita, Adam, in un grave incidente stradale in cui lei stessa è rimasta coinvolta e si è salvata per miracolo. 

Ma il paradiso è solo nella natura, nei paesaggi. Non in casa. La signorile dimora di Addison è in realtà una nave che sta colando a picco. Non c’è calore, né pace, solo bisticci e incomprensioni fra marito e moglie e fra le due sorelle. Addison è una moglie poco affettuosa, che tratta con distacco il marito Ryan, paralizzato su una sedia a rotelle; è anche una madre ossessiva nei confronti del figlio Leonard, troppo protettiva al punto da risultare soffocante; infine Addison è una sorella piena di rancore, un rancore che ha radici lontane, nell’infanzia. Due sorelle che sono figlie dello stesso padre, ma hanno avuto madri diverse e non hanno mai superato del tutto antichi dissapori, e difatti da adulte si lasciano risucchiare da una spirale di gelosie.

Penelope, che non riesce a dimenticare Adam e vive nel ricordo costante di lui, si trova suo malgrado ad essere testimone del matrimonio ormai stantio della sorella e trova in suo cognato Ryan un alleato, un complice. Tra i due nasce una splendida amicizia, che li porta a condividere con entusiasmo un progetto comune: rimettere in sesto il giardino dietro casa, ridotto a una giungla. Ma la complicità, la sintonia che li lega diventa ogni giorno più minacciosa e pericolosa, fino a che una notte i due non si cercano in un disperato bisogno di calore e amore che sa di dolore e tristezza.

Penelope si sente schiacciata dalla vergogna e divorata dai sensi di colpa per essersi concessa un momento di debolezza con il cognato. Il soggiorno in campagna si sta rivelando tutt’altro che sereno e come se non bastasse l’atmosfera di tensione che si respira in famiglia, ci si mette pure Tristan a sconvolgerle i pensieri. Tristan, il vivaista del paese, diventa il suo prezioso e insostituibile consigliere per sistemare il giardino dietro casa, e se solo lei volesse, potrebbe essere un ottimo antidoto per superare il trauma dopo la perdita di Adam. Un segno del destino inviatole per chiudere con un passato terribilmente doloroso e per poter guardare al futuro, a una nuova esistenza, a un nuovo inizio. Se solo Penelope aprisse un varco di speranza, se solo fosse disposta a squarciare il velo di sofferenza che l’avvolge … Ma sovente è una donna inafferrabile, un rebus senza soluzione. E Tristan, paziente, accetta la sua ritrosia, il suo essere inarrivabile, comprende il suo stato d’animo, le sue paure, ma non può attenderla all’infinito. Riuscirà Penelope a sciogliersi? A smettere di stare sulla difensiva, a depositare i ricordi taglienti e a concedersi di nuovo un po’ di felicità?

 

L’autrice parla al nostro cuore e mette a nudo i nostri sentimenti, sia quelli positivi come l’amore e l’amicizia, sia quelli più brutti come l’odio, il rancore, l’impossibilità di perdonare rimanendo ancorati al passato. Questo è il primo romanzo scritto da Valentina Cebeni, uscito nel 2013 con Giunti Editore. Già tre anni fa, all’epoca del suo esordio, questa giovane scrittrice ha dimostrato al pubblico di avere stoffa da vendere e con il successivo “La ricetta segreta per un sogno” che abbiamo già recensito ci ha dato ulteriore prova della sua bravura e della sua sensibilità.

Nonostante il periodo di ferie, la redazione di causaedeffetto é al lavoro. Anzi, cosa c'é di meglio che divorare un bel romanzo sotto l'ombrellone?
Torniamo a parlare di una talentuosa scrittrice italiana, Simona Sparaco. Dopo "Equazione di un amore" vi proponiamo NESSUNO SA DI NOI, un successo da oltre 100.000 copie!

Luce e Pietro desiderano coronare il loro sogno d'amore con la nascita di un figlio. Finalmente dopo ostinati tentativi e sesso a comando, programmato quasi con ossessione per cogliere i giorni più fertili, e quando ormai si é quasi abbandonata la speranza del concepimento, il miracolo si compie: a 35 anni Luce é incinta.

Inizia la gravidanza fatta di ecografie, controlli periodici, assunzione di vitamine e ferro, alimentazione sana per far sí che al piccolo Lorenzo non manchi proprio nulla. Luce non sgarra, si comporta in modo esemplare, seguendo tutte le raccomandazioni. Poi, con qualche reticenza e timore, si sottopone all'esame dell'amniocentesi per escludere la sindrome di Down.

Tutto fila liscio, si procede verso il momento della nascita. Tuttavia, quando ormai mancano solo due mesi al parto, giunge crudele e impietosa, la sentenza di morte, che rompe in mille frantumi i due novelli genitori: sul monitor dell'ecografo Lorenzo é "troppo corto". Displasia scheletrica, una rara forma di nanismo. Se il bimbo nascesse, potrebbe non superare il parto. E nel caso in cui sopravviva, sarebbe condannato a una vita, o meglio sopravvivenza, piena di sofferenza e gravi complicazioni.

Il mondo crolla, si fa buio pesto. Il miracolo della gravidanza diventa un incubo terribile, dei più spaventosi. Luce e Pietro devono prendere una decisione e anche in fretta, il tempo stringe come una morsa: si puó provocare l'espulsione del feto ma non in Italia, dove é vietato in questo stadio avanzato della gestazione. All'estero peró é legale, anche se costoso. Pietro non si pone problemi economici, i soldi non gli mancano e ha giá deciso come spenderli, senza esitazioni. I due volano a Londra in un ospedale all'avanguardia, in cui eseguire l'aborto terapeutico. Luce é un automa con la volontá annientata e i sensi offuscati. Una parte di lei non vuole rinunciare a quel corpicino che si muove e spinge dentro di lei, ma un'altra parte non puó condannarlo a un destino di dolore e emarginazione. Luce é paralizzata, firma per l'accettazione i documenti scritti in inglese, priva di coscienza, sconquassata da paure, sensi di colpa e incertezze. L'unico punto fermo, sicuro a cui aggrapparsi con disperazione é Pietro. Tutto il resto é voragine, abisso, labirinto, inferno.

Inizia un altro calvario, una nuova via crucis. L'autrice ci fa sentire sulla nostra pelle e nelle nostre viscere tutto il dolore lancinante, atroce, intenso che Luce patisce nell'espellere forzatamente quel feto malato che ha preso forma nel suo ventre. E non é solo sofferenza fisica. É senso di colpa, come commettere un omicidio. Assassinare una vita, per quanto patologica e portatrice di una anomalia cromosomica. Una forma di  infanticidio.

E dopo? Cosa accade tornando a casa? La stanzetta dipinta d'azzurro con gli orsetti, destinata a Lorenzo, resta vuota e al posto del pancione Luce vede e tocca una sacca depredata. Mentre Pietro resta in piedi e trova la forza di reagire scavandosi una strada fra le macerie, Luce entra in uno stato larvale e si sente come amputata. Proprio lei che scriveva consigli e incoraggiamenti per essere di supporto ai lettori della rivista per cui lavora, ora resta ammutolita. Di fronte al dolore, quello vero e profondo, le parole sono inefficaci. Luce cerca conforto e confronto nelle drammatiche storie di donne che, come lei, hanno vissuto esperienze di maternitá molto complicate e che affidano i loro tormenti ai forum in rete.

Inevitabilmente la coppia entra in crisi. Luce e Pietro sono sempre più distanti, alla deriva, con graffi e cicatrici dappertutto. Troveranno la forza di guardare avanti, di conciliarsi con il dolore? Di superare il trauma e ritrovarsi?

L'autrice affronta e sviscera con ammirevole maestria un tema molto delicato e intenso, ponendo il lettore di fronte a interrogativi morali, etici. Ma in casi come quello vissuto dai protagonisti bisogna avere la sensibilitá e il buon senso di non esprimere giudizi, verdetti. Cosa sia giusto o sbagliato, etico o immorale. Nessuno deve sentirsi in diritto di giudicare mettendosi su un piedistallo. Esistono solo madri e padri indifesi che cercano la scelta più giusta dettata dal loro cuore e dal loro amore.



Alina nasce “imparata”: è una bambina prodigio che sin da piccolina dimostra potenzialità intellettive sorprendenti. Ma presto questa sua genialità viene additata come qualcosa di strano e allarmante: una follia, una forma di schizofrenia. 

Ciò che sembra un merito, diventa una condanna. Per colpa del suo quoziente intellettivo ben al di sopra della media, Alina brucia le tappe scolastiche e non si trova mai nella classe che le compete secondo l’età anagrafica: a sei anni viene inserita in una quinta, anziché frequentare la prima elementare. I suoi “superpoteri” spaventano gli altri, che reagiscono trasformandola in bersaglio di scherzi e derisioni che spesso hanno il sapore amaro del bullismo.
A soli quindici anni, invece di studiare al liceo, Alina è già una studentessa universitaria e ad aspettarla fuori dal cancello della Facoltà c’è un uomo molto più grande di lei, che potrebbe essere suo padre, un padre che lei di fatto non ha mai avuto perché se ne è andato di casa quando lei era piccola. Nicola, questo il nome dell’uomo maturo disposto ad ascoltare le sue lunghe e logorroiche osservazioni sul mondo, le fa scoprire il sesso, la avvicina a una realtà da adulti, ignorando che Alina è poco più che una bambina. E lei lo lascia fare, lusingata da quelle carezze, da quei baci, da quegli incontri che le procurano piacere e danno sollievo ai suoi momenti di depressione e ai suoi problemi con l’anoressia. Ma tutto ha un prezzo e quello che deve pagare Alina è altissimo: il suo corpo appena sbocciato in quello di una donna si ritrova ad accogliere dentro di sé un embrione che cresce a vista d’occhio.
La notizia della sua gravidanza dilaga nel paese, Polignano a Mare in provincia di Bari, dando inizio al totoscommesse per indovinare chi sia il colpevole di quel figlio bastardo. Quando la vergogna inizia a farla da padrona, la madre la costringe a partire. Una fuga. Il più lontano possibile dalla fiera del pettegolezzo. Milano sembra la giusta destinazione per accogliere due donne sole, madre e figlia, che devono rimettere in piedi la propria vita.
All’inizio il lettore ha la sensazione di trovarsi di fronte alla squallida vicenda di un uomo adulto, sposato e di potere, che approfitta dell’ingenuità e dell’inesperienza di una minorenne per portarsela a letto, senza riflettere sulle conseguenze. Poi, però, l’autrice ci sorprende e ci spiazza con una storia che si evolve in ben altra direzione e che sa di amore autentico, tenerezza, consapevolezza, assunzione di responsabilità. Grazie a Nicola, Alina diventa “da carta ruvida a morbido cotone” e quel figlio che sembrava soltanto il frutto di un errore, si trasforma nella loro ragione di vita.
Solo a vent’anni Alina riesce a dare un nome al suo sentirsi diversa, condizione che spartisce con suo figlio e la sorellastra ritrovata: sindrome di Asperger. Con molta delicatezza e sensibilità Teresa Antonacci ci prende per mano e ci guida alla scoperta di questa forma di autismo, che non va vista come una malattia. E’ semplicemente un modo diverso, speciale, di essere, di sentire, di vedere. In una parola: di esistere. Secondo un’antica teoria, la vita è composta da dodici stanze. L’ultima, la dodicesima per l’appunto, è quella della consapevolezza di sé, che insieme all’accettazione del “diverso” modo di sentire e vedere le cose, ci permette di chiudere un ciclo e di ricominciare, rinascendo.

Per seguire il prestigioso lavoro del marito Vittorio, Lea si è trasferita a Singapore, una città all’avanguardia e supertecnologica, proiettata verso il domani. Un universo efficiente e accelerato, in cui tutti corrono incontro al futuro. Ma Lea, suo malgrado, non riesce a guardare avanti e ad adattarsi a quel mondo che pare funzionare alla perfezione e si ostina a volgersi verso il passato, un passato che risponde al nome di Giacomo.


Giacomo entra ed esce dalla sua vita in totale libertà, ma ogni volta lascia dei segni, delle cicatrici difficili da ricucire. Compare per la prima volta sul suo cammino quando lei è una liceale che annaspa con i numeri e le equazioni mentre Giacomo, di qualche anno più grande, è una specie di calcolatrice umana che disquisisce con naturalezza di fisica e filosofia ed è impermeabile alle occhiate languide e ai sospiri che quella ragazzina innamorata gli rivolge durante le ripetizioni di matematica.


Il brillante studente che osserva il mondo con sguardo supponente diventa l’assistente con cui Lea deve sostenere il suo primo esame di letteratura italiana all’università. A registrarle un bel ventotto sul libretto c’è proprio lui, il giovane dottorando appassionato di numeri e di leggi fisiche, che però ha intrapreso una carriera umanistica. Ma in fondo non c’è poi tanto da stupirsi: sia la scienza che la letteratura hanno il potere di rivelare la complessità e la bellezza del mondo.


Una storia di ricongiungimenti e addii continui, intervallati dagli anni che scorrono. Giacomo è diventato un uomo difficile, che nel privato conduce una vita sregolata, in cui compaiono bottiglie di vodka e rum, canne, qualche droga e sesso libero. Un atteggiamento che ha le sue origini in un doloroso evento dell’adolescenza, mai superato completamente. Eppure, nonostante il lato oscuro di Giacomo che non può renderla felice, Lea non riesce a spazzarlo via dai suoi pensieri e dai suoi amici su Facebook. Lui è come una cicatrice che ogni tanto pizzica quando cambia il tempo. E’ una macchia che non c’è verso di lavare via. E’ un fuoco in grado di ustionarla.


Dalla realtà asiatica ordinata e impeccabile, Lea deve far ritorno in Italia nella caotica e trascurata ma pur sempre affascinante Roma, per seguire la pubblicazione del suo libro d’esordio. Un romanzo che racconta la vita dell’ex presidente Lee Kuan Yew, una figura quasi leggendaria che portò il piccolo villaggio di pescatori di Singapore ad essere una delle metropoli più ricche e cosmopolite del mondo.


Fra tutti gli editor che potevano capitarle con la casa editrice intenzionata a pubblicare il suo manoscritto, ritrova ancora lui, Giacomo. La sua ossessione che prepotentemente torna alla ribalta. Giacomo è di nuovo il suo antagonista, capace di scatenare attrazione e repulsione, odio e desiderio, rabbia e voglia di averlo ancora. Lea dovrà scegliere fra un amore insano, folle, precario, e l’amore rassicurante e stabile del marito che vorrebbe dei figli. Si sente scissa fra un mare in burrasca e un porto sicuro. E quando ha finalmente preso la sua decisione, la vita le sferra un colpo durissimo che stravolgerà irrimediabilmente i suoi piani e quelli di chi le vuole bene.


Un romanzo che si lascia divorare, prendere a morsi pagina dopo pagina, con il desiderio famelico di arrivare fino alla fine, fino all’ultima emozionante parola dell’epilogo. Impossibile trattenere lacrime di commozione di fronte a questa meravigliosa storia di due particelle quantiche che, secondo l’equazione di Dirac, per un certo periodo di tempo interagiscono e una volta separate, anche a distanza di chilometri o anni luce, si comportano come un tutt’uno. Nel momento in cui entrano in contatto, fanno parte di un unico sistema, benché divise. Sono di fatto inseparabili per l’eternità.

Salento. Un lembo di Puglia con campi di ulivi secolari, vento profumato di salsedine, scogliere battute dalle onde e un sole abbagliante. La giovane Viola raggiunge questa terra non con spirito vacanziero, bensì con l’animo aggravato da una spiacevole notizia: la morte della cara nonna Adele, una donna stravagante con doti di guaritrice e dallo sguardo che scava dentro le persone.
Per Viola non è proprio un bel momento, tutto sembra andarle storto: il licenziamento, il tradimento del fidanzato, e adesso la scomparsa della nonna, che con suo profondo stupore le ha lasciato in eredità la settecentesca masseria di famiglia, che ora versa in uno stato di decadenza. Cosa farne della proprietà ereditata? Venderla o restituirla al suo antico splendore? La mente di Viola inizia a elettrizzarsi di idee e progetti per ristrutturarla e trasformarla in un albergo, ma la sue iniziative danno fastidio a gente senza scrupoli che da tempo ha posato i suoi avidi occhi sulla masseria per costruirci un esclusivo campo da golf che dia più prestigio al suo immenso impero immobiliare che attrae folle di turisti facoltosi.
Qualcuno vuole metterle i bastoni fra le ruote e spingerla a rinunciare al suo progetto. Viola diventa una presenza scomoda che va scoraggiata con una serie di piccoli incidenti che suonano come avvertimenti. L’intreccio si snoda attraverso due filoni, sapientemente dosati: da un lato, il mistero, la suspense che ritroviamo nelle minacce contro la protagonista per boicottare il suo progetto e spingerla ad andarsene; dall’altro, un filone più sentimentale che ci fa palpitare e sospirare insieme a Viola, innamorata di un uomo che vorrebbe amarla ma non può.
Nella campagna pugliese Viola trova una sorta di famiglia “allargata” che riempie il vuoto lasciato dai suoi genitori, costretti a tornare nel nord Italia. Conosce Nico, un bambino “diverso” ma proprio per questo speciale, bisognoso di cure e attenzioni, con cui Viola, senza troppo sforzo, riesce a instaurare un bel rapporto di fiducia e complicità, nonostante i problemi emotivi e di incomunicabilità del fanciullo. E poi incontra lui, soprattutto lui, Aris, il bel tenebroso muratore, ex marinaio, che arriva alla masseria per aiutarla nella ristrutturazione. Tra i due è emozione, attrazione, intesa, ma è anche divieto, impedimento, soffocamento dei propri desideri, perché Aris è impegnato, legato a una donna gelosissima e possessiva, che lo ricatta sentimentalmente, mettendogli le catene al cuore.
La vicenda che l’autrice ci narra è una bellissima storia di coraggio e determinazione di una ragazza che, nonostante gli ostacoli, la paura, le difficoltà, va avanti per la propria strada lottando per le cose in cui crede, guidata dallo spirito della nonna defunta, che aleggia su di lei come un angelo custode.
Chi è Sabrina Grementieri? E’ originaria di Imola. Si è laureata in Scienze Politiche con indirizzo internazionale presso l’Università di Bologna. Per un po’ di tempo è vissuta nell’ex Germania dell’Est per fare ricerche utili per la sua tesi di laurea sui campi di concentramento. Tra le sue passioni spiccano i viaggi e naturalmente la lettura e la scrittura. Una curiosità: Sabrina si è ritrovata a scrivere il suo primo romanzo dal titolo Una seconda occasione con il computer appoggiato al pancione, quasi in prossimità al parto del secondo figlio. La forza della scrittura!

Abbiamo già avuto occasione di parlare di questa brava scrittrice, Fioly Bocca, presentando il suo secondo romanzo, L’emozione in ogni passo, pubblicato quest’anno. Adesso facciamo un salto indietro e ci addentriamo nel suo romanzo d’esordio uscito nel 2015: Ovunque tu sarai.
Esistono bugie che vengono raccontate a fin di bene: per non far soffrire chi amiamo, gli raccontiamo una o più menzogne per addolcire l’amaro di una situazione. E’ ciò che fa Anita con sua madre Agnese, condannata alla morte in un letto d’ospedale fra le vette del Trentino. Tesse una verità rosea e la cuce addosso alla madre malata e morente, una versione dei fatti edulcorata in cui tutto fila liscio: un lavoro gratificante e con prospettive di carriera, un fidanzato premuroso con cui si è prossimi alle nozze, la guarigione imminente e un futuro da nonna con tanti bei nipotini da coccolare. Ma la falsità più grande Anita la racconta a se stessa, autoconvincendosi che la malattia può essere abbattuta e che sua madre si può salvare, nonostante il pronostico infausto dei medici. Ma è inutile ostinarsi contro l’inevitabile: la caparbia Agnese viene strappata alla vita prematuramente, proprio lei che ha dato il respiro a tanti bambini facendoli uscire dal grembo materno.
L’assenza di una madre è intollerabile. Ma non è l’unica prova crudele che Anita deve affrontare nel corso del romanzo. Si trova infatti a fare il punto della situazione con Tancredi, il suo fidanzato da sempre, con il quale non sembra esistere un noi, ma solo due Io confusi e sbriciolati in un rapporto fatto di abitudini cementate.
E poi… un incontro casuale su un treno diretto a Torino. Un’agendina dimenticata – o forse lasciata lì volutamente - sul sedile di un vagone, con un numero di telefono. La scusa per rivedersi e conoscersi meglio. E’ così che Anita si imbatte in Arun, uno scrittore di fiabe per bambini di origini cambogiane, il cui nome significa “sole al mattino”. Un nome che pare di buon auspicio, che effettivamente potrebbe essere un nuovo sole per Anita, la luce che darà una svolta e un senso più autentico alla sua vita, ma anche lui sembra mentire e nascondersi dietro una menzogna.
L’assennata Anita sorprenderà se stessa con un colpo di testa: giocarsi tutto con un viaggio improvviso che la porterà nel nord dell’Europa, andando incontro al proprio destino per afferrarlo a piene mani.
L’intensa vicenda di una giovane donna che deve riconciliarsi con se stessa, segnata da eventi dolorosi e avversi, da scelte complicate, ma che non si arrende e trova il coraggio di confrontarsi con quel “futuro” che spesso le telefona per lasciarle dei messaggi.

Good Morning Vietnam! Urlava alla radio Robin Williams in veste di soldato nel celebre film del 1987. Il giovane soldato aveva capito tutto della vita: un buon sorriso è la cosa migliore per risollevare gli animi e questo è il mio motto, perciò: Good Morning Vietnam! Chi vi parla oggi è Federica Loreti ed è collegata per raccontarvi qualcosa del romanzo di Daniele Mosca.
L’equazione è un thriller storico esoterico ambientato tra Torino, Bari e Firenze che mostra al lettore che nulla è come sembra. Tutto nasce in una Torino dove la gente corre al riparo dalla tempesta che interessa la città e che sta mettendo a dura prova l’abilità dell’Istituto Ricerca Protezione Idrogeologica nel controllare la sicurezza dei cittadini.
Proprio a Torino è arrivato Davide Porta per lasciarsi alle spalle i suoi vecchi “lavoretti” e cercare una vita migliore, ma purtroppo, come spesso accade, il passato bussa alla porta per chiedere il conto e il protagonista si troverà invischiato in una situazione più grande di quella che pensa.
L’equazione non è un romanzo qualsiasi, la storia contenuta tra le sue pagine va assaporata capitolo per capitolo senza tentare di saltare a conclusioni affrettate, ma aspettando l’evolversi della trama. Tra corse a bordo di scafi, motociclette, macchine rubate ed elicotteri e sotto un cielo nuvoloso e colmo di pioggia, il lettore si troverà in uno scenario di distruzione dove alle persone non resta che scegliere la via più “facile” anche se significa sopraffare gli altri.
Se state per partire per le vacanze non dimenticate di mettere in borsa L’equazione e preparatevi ad una lettura entusiasmante, mai banale o scontata, e ricca di colpi di scena, Daniele Mosca decisamente non delude.

Quando nasce L’equazione e quanto tempo hai impiegato per scriverlo?

L'equazione nasce da un mio vecchio racconto il cui protagonista era un contrabbandiere di sigarette, e poi da una domanda: cosa accadrebbe se a Torino piovesse per sette giorni consecutivi? Per creare questo romanzo ci sono voluti diversi anni, molte ricerche, letture e lo studio della scrittura creativa.

Non ho mai seguito il tour della Torino Magica, ma chi è andato mi ha raccontato di una statua di fronte alla Gran Madre che regge in mano il Sacro Graal. Hai visitato la Torino Magica? Ti è servito come spunto per il romanzo?

La documentazione su Torino Magica, i sopralluoghi e gli approfondimenti storici sono stati fondamentali per creare il romanzo, soprattutto perchè molte cose che si raccontano su Torino Magica sono frutto di fantasia, mentre alcuni temi hanno delle basi storiche non trascurabili.

Il romanzo, come già detto, è ambientato soprattutto a Torino. Se potessi descrivere la città con soli tre aggettivi, quali useresti?

E' bella, solitaria. Misteriosa.

Il protagonista è un uomo dalla mente fredda che riesce a ragionare anche sottopressione, ma era anche un contrabbandiere di sigarette. Come nasce il personaggio di Davide Porta?

Davide è frutto dell'osservazione degli esseri umani. Porta con sé l'amarezza di un qualcosa di incompiuto e la determinazione necessaria per sopravvivere. E' il senso del male contro se stesso, ma soltanto per nascondere ciò che c'è di buono, in un luogo nascosto dell'anima.

Nel tuo romanzo si Parla di magia, esoterismo, Cavalieri templari e molto altro. Quanto c’è di reale all’interno del libro? Quanto fa parte delle leggende e quanto della tua fantasia?

La verità è sempre qualcosa di relativo, soprattutto considerando che la storia è stata generalmente scritta da chi ha vinto. In genere questo rende la storia “perdente” più affascinante e misteriosa, ma soltanto perchè sconosciuta. Io credo che nel mio romanzo ci sia più verità di quella che può apparire a una prima lettura. Le leggende hanno sempre una fonte e una parte di verità, io ho semplicemente unito dei puntini che la storia stessa ha numerato.

L’intreccio del romanzo mostra come accadono le cose dal punto di vista di personaggi differenti in ogni capitolo, avevi già deciso questo metodo narrativo o è un’idea nata nel corso della scrittura?

Ho iniziato a scrivere il romanzo senza sapere come sarebbe finito. Ho lavorato sui personaggi perchè fossero in grado vivere la loro storia e conservassero una certa dose di autonomia. Quello che è emerso è che nulla è mai come sembra. E che ogni personaggio non è né solo bianco, né solo nero. Il metodo narrativo è solo un espediente per attrarre il lettore e incuriosirlo e si è reso necessario per raccontare tante storie collegate le une alle altre allo stesso tempo.

Quali autori leggi più volentieri e quali hanno ispirato la tua scrittura?

Mi piacciono diversi generi e diversi autori, come Sara Rattaro, Lisa Genova, Ildefonso Falcones, mentre per i thriller prediligo Jo Nesbo, Tom Rob Smith.

Oltre a scrivere sei anche un cantautore, quale genere musicale prediligi?

Le canzoni non sono poi molto diverse dai romanzi, raccontano una storia. Mi è capitato di raccontare storie che parlano d'amore, di guerra, temi sociali, rabbia, sogni, speranze. Mi piace scrivere della vita, insomma. Mi sono sempre ispirato ai grandi cantautori italiani, da De Gregori a J-Ax.

Cosa vuol dire per te scrivere?

Per me scrivere è come respirare, non saprei immaginare una vita senza.

Parlaci dei tuoi piani futuri: in questo momento stai scrivendo? L’equazione avrà un sequel?

Sto lavorando a un nuovo romanzo che non mi piace definire sequel, poiché è qualcosa di diverso. Entra nell'anima di ciò che è l'equazione. E' il passo successivo.

Ringrazio Daniele Mosca per l’opportunità,

Fiammetta è un romanzo appassionante, non ci si può non innamorare delle protagonista. Questo racconto mette in luce la storia dell'emancipazione della donna a partire dalla cultura italiana di ormai molti, molti, anni fa, ma che tante volte torna a galla. Emanuela Ersilia Abbadessa crea una giovane ragazza toscana, colta e di buon cuore, che crede nella forza delle donne e la inserisce in un contesto ostile, ingannevole e viscido. Complice un uomo, un poeta, Mario Valastro, che la sposa e che la porta a Catania, viene messa di fronte a un mondo oscuro, che lei non conosceva. Ma Fiammetta è forte e determinata. Crede nei suoi ideali ed è disposta a tutto per metterli in pratica. Qualcuno direbbe che è moderna, altri che è una donna. Una vera donna, capace di lottare, di spezzarsi dentro, senza mai piegarsi. Di cambiare, senza mai cambiare davvero. Fiammetta sposa un poeta, ma è lei la vera poesia. Quella che lui non può possedere mai davvero. Lo stile narrativo in questo romanzo è molto diretto ed essenziale, come se Emanuela volesse difendere il mondo interiore di Fiammetta. Crea una realtà soffice, che è solo una metafora della vita di una donna che ha imparato a soffrire, che ha scoperto un mondo. Il mondo. Scopre l'inganno del sesso, dell'amore segreto che vorrebbe credere verità. Fiammetta è un romanzo costellato di personaggi particolari e affascinanti, a modo loro, come le sorelle Strazzeri, Antonio Maria Greco, Iana, Calogero Spartà e Stefano Pucci, per non parlare dei piccoli alunni di Fiammetta. Una vita, più vite. In una Italia di molti anni fa, Emanuela insegna l'Italia di oggi. Il mondo di oggi. I suoi lati oscuri, le sue speranze e i suoi sogni. Un romanzo che intriga, coinvolge e che fa riflettere sulle fragilità che soltanto l'amore può svelare. Sui principi violati. Sul mondo che cambia, pur non cambiando mai davvero.

Ecco una piccola intervista all'autrice Emanuela Ersilia Abbadessa:

Fiammetta è un romanzo che racconta un mondo intero, la protagonista è moderna e allo stesso tempo legata alle radici dei sentimenti. Una donna che conosce se stessa e che è pronta a cambiare se stessa per amore. Amore e libertà possono coesistere?

L’amore, come dico spesso, è molto sopravvalutato e, di contro, la libertà è decisamente sottovalutata. Il che porta, a volte, a una difficile convivenza delle due cose ma questo non riguarda né l’amore né la libertà quanto piuttosto alcuni modi distorti di vivere i sentimenti. Mi auguro che ciascuno sia in grado di amare pur conservando il massimo rispetto per un valore assoluto come la libertà, propria e dell’altro.

Concetta e Maria Carmela rappresentano l’ipocrisia di una realtà chiusa e legata a una finta fede, esistono ancora donne così? Ti sei ispirata a qualcuno in particolare per creare questi personaggi?

Non a qualcuno in particolare ma a molti. Temo che l’ipocrisia dilaghi nella nostra società oggi come nell’Ottocento. Le sorelle Strazzeri hanno comunque molti riferimenti letterari presi un po’ dappertutto. A te non fanno pensare ad Anastasia e Genoveffa?

Mario Valastro è un po’ la metafora di un certo tipo di uomo, come può la poesia donarsi a una persona con tale cinismo? E poi, è davvero cinismo?

Non credo che quello di Mario sia cinismo. Cinico è piuttosto Antonio Maria Greco. Valastro è solo incapace di amare perché non gli è mai stato insegnato l’amore: lui non è mai stato amato di fatto, nemmeno dalla madre e dalla zia che concepiscono l’amore solo come possesso del corpo. E, allo stesso modo, lui pensa che amare Fiammetta significhi possederla. Forse, allo stato dei fatti, non era nemmeno un così grande poeta, posto comunque che non sempre gli artisti più eccelsi sono stati anche portatori dei più alti valori morali.

Iana è un personaggio secondario, eppure è un’icona di una personalità particolare, un personaggio, a suo modo, chiave. Cosa provi per questo personaggio?

Io sono molto divertita da questa piccola e sciocca arrampicatrice sociale che, in fondo, come tutti gli altri, è una perdente. Mutatis mutandis, mi sembra che di personaggi come Iana La Rosa se ne incontrino molti nella vita: disposti a compiere il male con assoluta naturalezza per il proprio tornaconto ma incapaci di valutare gli esiti delle loro azioni.

Perché hai scelto di inserire una personalità come quella di Fiammetta in una realtà difficile come quella di una Sicilia schiava delle sue paure e delle sue chiusure mentali? Ti divertiva l’idea?

Ho scelto la Sicilia perché la conosco meglio essendo siciliana ma non credo che spostando l’azione gli esiti sarebbero stati molto diversi. La mia fonte di ispirazione per le sorelle Strazzeri, per esempio, sono state le sorelle Materassi: con loro siamo in un altro spazio e in un altro tempo, eppure l’accoglienza riservata alla moglie del nipote non è diversa da quella approntata per Fiammetta a Catania e alla fine dell’Ottocento. Il problema non è il luogo o il tempo ma la natura umana che, temo, non cambi così facilmente spostandosi geograficamente.

Ami la Sicilia. E ami la scrittura. In questo romanzo, rispetto a Capo Scirocco, ho notato uno stile più essenziale e diretto, anche nel racconto della Sicilia stessa, è stata una scelta?

Non so se sia stata una scelta, se sì è stata inconsapevole. Posso dirti di essermi divertita moltissimo a scrivere Fiammetta e di averlo scritto a una velocità notevole: meno di quattro mesi in effetti.

Racconti un uomo che con la sua durezza nasconde una forte fragilità, i suoi vezzi, poi c’è Calogero Spartà, che a suo modo assume un ruolo che rasenta la perfezione. Cosa pensi dell’uomo di oggi? Tra Antonio, Mario, Stefano e Calogero, cosa rimane davvero della parola uomo?

Calogero Spartà è il mio personaggio preferito, l’ho modellato pensando a una massima che viene dal Talmud secondo a quale il più basso degli uomini è colmo di frutti come un albero di melograno. Lo amo come si amano le cose belle, con ammirazione; mentre amo Antonio Maria Greco come vanno amati i seduttori, con la passione della carne. A Mario riservo invece un occhio benevolo perché la sua condizione deriva dall’ambiente in cui è vissuto e dalla sua incapacità di maturare come essere umano. Penso che tutti loro rappresentino un aspetto particolare dell’universo maschile e ciascuno è uomo col suo portato di sicurezze e di fragilità.

Nella tua storia emerge con prepotenza l’inizio dell’emancipazione della donna, eppure sembra quasi una forzatura che una donna come Fiammetta potesse emergere in una realtà pronta a sopprimerla. Lei, in qualche modo, sembra avere un potere occulto: quello di piacere. E’ una vittima di se stessa, o una carnefice?

Forse, come tutti, è entrambe le cose allo stesso tempo: la sua stoltezza in amore la rende vittima ma la sua personalità dirompente la rende carnefice di Mario.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe “fare lo scrittore?”

Le solite tre cose imprescindibili: leggere, leggere, leggere.

Domanda di rito: stai lavorando a un nuovo romanzo?

Già finito! Ma appena mi fermerò un momento proverò a buttare giù qualche appunto su una nuova idea di soggetto che ho in mente.

Ringrazio Emanuela per la gentile collaborazione e per la grande professionalità.