L’accordeur – Olivier Treiner

Si tratta di un film che ha ottenuto numerosi premi, tra cui il prestigioso Cesar (l’Oscar francese), per il migliore cortometraggio.

Il protagonista è un giovane prodigio, che non riesce a superare un concorso molto importante. Reagisce a questo evento decidendo di diventare un accordatore, fingendo oltretutto di essere cieco. Questa scelta è motivata dal desiderio di volere entrare nell’intimità dei suoi clienti, siano essi una giovane donna che si spoglia, oppure una famiglia che vive in assoluta libertà in casa.

Come ben descritto nella scena in cui racconta il suo modo di vivere al proprio datore di lavoro, l’accordatore decide di vivere indisturbato la sua finta infermità, per meglio osservare le persone, esaltando il voyerismo, che evidentemente è parte di se. Inoltre, i suoi clienti lo credono in possesso di maggiore sensibilità, proprio per via della sua situazione sensoriale.

La scena del dialogo con il suo datore di lavoro è un piccolo capolavoro di caratterizzazione di un personaggio minore, difficile da sviluppare in un cortometraggio. Con poche battute viene fatto intravedere il suo modo di vivere i sentimenti, vedi il riferimento alla chat su Internet e il suo pensiero nei confronti dell’atteggiamento dell’accordatore.

Questo sotterfugio pone l’accordatore di fronte a numerose situazioni, ma lo porta anche a essere testimone di un omicidio, coinvolgendolo in un finale aperto, ma dall’esito che si presume drammatico.

In pochi minuti il regista riesce a sviluppare, con maestria, una trama che implica aspirazioni, delusioni, menzogna e omicidio. Da notare che la sequenza iniziale e quella finale, sviluppate in un contesto completamente diverso, sono uguali.

Ci vuole un fisico, regia di Alessandro Tamburini

Gli incontri al buio possono sempre avere dei risvolti inaspettati, come nel caso dei due protagonisti di Ci vuole un fisico del regista faentino Alessandro Tamburini.

Nello stesso ristorante un ragazzo e una ragazza, dall’aspetto normale, ma entrambi convinti di essere poco avvenenti se non addirittura brutti, aspettano i rispettivi partner, che tardano ad arrivare e non rispondono alle pressanti telefonate. Dopo numerosi tentativi di contattarli si convincono dell’inutilità dell’attesa e si consolano cenando in solitudine.

I due si incontrano all’uscita del locale, dopo essersi scambiati qualche occhiata durante la cena e avere compreso la situazione l’uno dell’altra. Lei gli propone di accompagnarlo a casa e questo è il pretesto narrativo per iniziare un viaggio nella Roma notturna, alla ricerca di qualcosa che dia loro serenità. Durante la corsa in scooter inizieranno a conoscersi parlando di loro e inizialmente dei loro mancati partner, ma soprattutto quello che emergerà sarà la loro insicurezza e inadeguatezza, al limite dell’ossessione. Tutti questi problemi nascono da una non accettazione esagerata del loro fisico e della voglia di trattarsi bene, soprattutto nei confronti del cibo.

Una frase di lei è particolarmente efficace nel descrivere questo stato d’animo: “… secondo me essere brutti è come fare una gara, metti che stai correndo una maratona, tu corri in mezzo alla gente e ogni tre chilometri arriva una mano gigante che ti riporta indietro di un chilometro… e pure se sei in vantaggio sugli altri devi correre sempre più forte così, sempre per colpa di quella mano gigante, però pensa che soddisfazione se vinci la gara…”. Il film si regge sulla buona interpretazione dei due attori (il ragazzo è interpretato dallo stesso Tamburini), un particolare plauso lo riserviamo ad Anna Ferraioli Ravel (diplomata al centro sperimentale di cinematografia), la cui verve recitativa dona spessore e simpatia al personaggio della ragazza complessata. La notte passata insieme li rende consapevoli delle loro potenzialità come esseri umani e sembra iniziare una storia d’amore, sicuramente le paranoie stanno per abbandonarli. Alessandro Tamburini è nato a Faenza nel 1984, al suo attivo ha numerose produzioni tra cui Il viaggio, le cui ripresesono state effettuate in Romagna, nell’arco di due anni. Tamburini si è diplomato al Centro sperimentale di cinematografia a cui fu ammesso grazie al medio metraggio intitolato La trappola, vincitore di vari concorsi nella capitale. Segnaliamo anche il documentario Mai senza – La sessualità alla Terza Età, realizzato assieme a Ciro Zecca, con Paolo Villaggio, Lino Banfi, Sandra Milo , Tinto Brass, Carlo Monni, Milly D’Abbraccio e Riccardo Schicchi. Ci vuole un fisico ha vinto numerosi premi, molti dei quali assegnati alla protagonista femminile.

La boda (il matrimonio) – Marina Seresesky

La boda è il secondo cortometraggio di Marina Seresesky, che si caratterizza per la simpatia e la solidarietà dei suoi protagonisti, tutti intenti ad aiutare Mirta, una donna immigrata di origine cubana, che vive a Madrid, dove lavora come donna delle pulizie nelle case e negli uffici.

Mirta è convinta di stare vivendo uno dei giorni più felici della sua vita, infatti, alle sei del pomeriggio si sposerà sua figlia ed è disposta a tutto pur di non perdersi la cerimonia.

Quella che doveva essere una giornata di felicità sembra trasformarsi sempre di più in un incubo. Il suo datore di lavoro non le concede il permesso per assentarsi, nonostante fosse già d’accordo e la donna è quindi costretta a licenziarsi, pur sapendo di non avere più i mezzi di sostentamento e neppure i soldi per pagarsi il vestito da indossare al matrimonio.

Le verranno in aiuto le sue amiche, in quella che può considerarsi come una gara di solidarietà femminile. Il vestito di Chanel procuratole da Yolanda, che lavora come donna di servizio e l’acconciatura gratuita da parte della parrucchiera, rappresentano il punto focale del film, che ci mostra una parte della Spagna di oggi, in cui la gente in difficoltà e senza protezione sociale, a causa della crisi economica, se la cava anche grazie all’aiuto degli amici. Il finale ricorda un po’ i film di Almodóvar, con un sapore decisamente agrodolce e ironico. La cerimonia alla quale Mirta tiene tanto e per la quale tutte le sue amiche si sono impegnate a farla partecipare in realtà consiste in una telefonata alla figlia, che vive a Cuba. La telefonata sarà effettuata con lo stesso entusiasmo della partecipazione alla festa e in questo Mirta sarà anche esigente e pretenderà di farla nella cabina n. 4, quella con l’acustica migliore. Le amiche fotograferanno il momento, proprio come se si trovassero nel bel mezzo della cerimonia nuziale.

La boda è dedicato a tutte le donne che sono madri a distanza, compresa quella della regista del film.

Marina Seresesky, di nazionalità argentina, è attrice e regista cinematografica e teatrale. Il suo cortometraggio El Cortejo (2010), è stato selezionato in oltre duecento festival e ha ottenuto più di cinquanta premi.

Attualmente, oltre alle performance al Teatro Meridional e al Teatro National Español di Madrid, sta scrivendo la sceneggiatura del suo primo lungometraggio.

Questo film ha avuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i tanti segnaliamo quello ottenuto all’11 edizione del Salento Finibus Terrae (migliore film Reelove), Premio del pubblico al Festival del Cinema di Formentera 2013 e Premio come migliore attrice al Festival di Alicante 2013.

Il passo della lumaca, regia di Daniele Suraci

Il passo della lumaca di Daniele Suraci, si apre con una serie di sguardi e di gesti ripresi in primo piano, con ottimi tagli di regia e movimenti di macchina. Si tratta degli sguardi e del sorriso di un bambino, che accompagna la mamma a fare acquisti e, per nulla interessato agli interessi della madre, trova il modo di giocare con una lumaca, che lentamente scivola sulla vetrina di un negozio. Oltre a questi due elementi, accompagnati da una costruzione musicale al servizio delle immagini, in simbiosi con le azioni del piccolo protagonista, appare il volto di una bambina, che abita di fronte al negozio in cui si svolge l’azione. La bimba ha uno sguardo triste e il ragazzino fa in modo di strapparle un sorriso, giocando con dei cappelli e altri oggetti, prelevati e indossati da un negozio, che li espone in strada.

La parte iniziale del film è ricca di spunti e attese, quasi come si svolgesse in un momento di sospensione, rispetto allo svolgersi degli avvenimenti. Non ci sono parole, ma soltanto gesti, sguardi, rumori, risate e le azioni dei due piccoli protagonisti. Questo momento “sospeso” svanisce con lo svanire dei giochi del bambino, che torna a casa con la sua mamma. Il finale non ha la stessa intensità della prima parte del film e forse i dialoghi finali disturbano l’atmosfera che si era creata sino a quel punto, anche se risultano necessari in quanto sarà la madre della bambina a continuare il gioco, parlando con lei. Questa, avendo assistito a tutta la scena descriverà le azioni che aveva fatto il bambino, suscitando finalmente i sorrisi della figlia. Si tratta di una buona prova di regia da parte di Suraci, pur avendo avuto a che fare con un soggetto di una certa complessità, in quanto basato esclusivamente sui movimenti, gli sguardi e gli umori di due bambini.

Ottima la colonna sonora realizzata da Giordano Corapi, musicista romano di grande talento, autore delle musiche degli spettacoli di Gabriele Lavia (tra cui Macbeth, Danza di morte e Il malato immaginario) e di quelle di numerosi cortometraggi tra cui Sulla strada di casa, Marta con la A e La piccola illusione, diretti da Emiliano Carapi, Tana libero tutti di Vito Palmieri (tra i tanti premi ottenuti per la colonna sonora, citiamo quello assegnato dal Genova Film Festival 2007) e La bas di Guido Lombardi.

Cortometraggio: Ammore di Paolo Sassanelli

Ammore di Paolo Sassanelli è liberamente ispirato al racconto Non commettere atti impuri di Andrej Longo, sceneggiato dallo stesso Sassanelli insieme a Chiara Balestrazzi. Il film è stato selezionato nella cinquina finale di opere candidate al premio David Donatello, nella categoria cortometraggi.

La storia si sviluppa nell’arco di un’unica giornata, vissuta da parte di una bambina di dodici anni, interpretata dalla brava Eleonora Costanzo, che cerca nella più assoluta segretezza di consumare in solitudine un dramma segreto e inconfessabile, per una bambina della sua età. Il tutto si svolge in un mondo dove gli adulti, rei di averle violato l’infanzia, vengono vissuti soltanto come voci e rumori, mai come volti, ad eccezione della “mammana” che le pratica l’aborto clandestino.

Rosy è poco più di una bambina, anche se quando esce si veste e si trucca come una donna adulta, per incontrare le sue amiche che si vestono e si atteggiano anch’esse da adulte. All’insaputa dell’amica del cuore, della madre e del padre si prepara ed esce quasi scappando di casa, si ferma in una chiesa per confessarsi e non riuscendovi, in quanto un ragazzo della sua età inopportunamente le fa osservazioni per il modo in cui è vestita, si reca presso la casa dove chiuderà i conti con la sua infanzia.

Quando tutto è finito ritornerà dai suoi genitori e chiusa nella sua stanza continuerà a subire le insistenze del padre, che le chiederà ancora una volta di entrare, approfittando del fatto che la madre è uscita.

Il film si conclude con questa scena, con un finale aperto per nulla risolutivo e con l’avanzare di un commento sonoro lento e per nulla rassicurante, realizzato da Luca Giacomelli.

Ammore è il secondo cortometraggio del noto attore pugliese Paolo Sassanelli, che in precedenza ha realizzato Uerra (2009), scritto insieme ad Antonella Gaeta, presentato a Venezia nel 2011 nella sezione “corti, cortissimi”, vincitore di numerosi premi a livello internazionale. Uerra è ambientato a Bari nel 1946, in una città che vuole uscire dall’incubo e dalle rovine della seconda guerra mondiale, raccontando l’amore tra un padre ed i suoi figli nel contesto di un’Italia povera e segnata. Una storia tra padri e figli diametralmente opposta a quella descritta nel suo film successivo.

Anche Ammore è stato interamente girato nel capoluogo pugliese, nei quartieri di San Paolo, Carrassi e Madonnella.

Una delle caratteristiche del regista è quella di dare grande spazio ad attori e maestranze della sua terra, per esempio con la fotografia del film affidata a Federico Annichiarico, le scenografie a Maria Cascella, l’aiuto regia a Mario Bucci e il suono a Valentino Gianni.

Recensione cortometraggio: 216 mois

216 mois dei registi Valentin e Frédéric Potier, descrive un’irreale storia familiare, in cui si affrontano i temi della libertà di fronte alla reclusione, la menzogna, la manipolazione e la speranza. E’ la storia di Charles che vuole vivere e scoprire un mondo che lo rifiuta, ma è anche la storia di una madre che non può lasciare andare il proprio figlio in quanto è la fonte del suo successo, pur amandolo profondamente. La trama si basa sul grande successo di Maureen, una cantante apparentemente ventriloqua, capace di esibirsi da sola in melodici duetti, molto apprezzati dal pubblico, che ha un ventre enorme. Tutto sembra procedere per il meglio, ma un problema ostacola la sua carriera e preoccupa il marito, che è anche il suo manager. Lincantevole voce interiore di Maureen ha un nome: Charles e nel surrealismo della situazione egli raggiungerà presto letà di 18 anni (quindi 216 mesi), avendo un unico desiderio nella sua vita: quello di potere finalmente nascere. Charles vive nel ventre di Maureen, che lo accudisce come un figlio ancora in gestazione, anche se è in grado di capire, parlare e soprattutto cantare. Con il passare del tempo la volontà di venire alla luce diventa più forte, soprattutto dopo che, sempre nel surrealismo del racconto, incontra Lisa, di cui conosce soltanto la voce. Si tratta di una giovane cameriera che lavora nell’hotel dove i suoi genitori sono ospiti. Il film nel suo sviluppo narrativo trascende da qualsiasi legame con la realtà oggettiva, ma allo stesso tempo descrive aspetti tipici dell’egoismo umano. Fuori da ogni metafora la storia ci mostra lo sfruttamento di un talento artistico, in contrapposizione alla volontà di una persona di essere libera e di volere vivere la sua vita. Il finale assumerà toni al limite del drammatico, nel momento in cui Maureen avrà le contrazioni e il marito, che si trova alla guida dell’auto, non riuscirà ad evitare un incidente autostradale. Questo evento causerà la nascita di Charles, che uscendo dall’auto e barcollando sulla strada, cadrà accidentalmente nel fiume. E’ il suo primo giorno di vita, ma non sarà l’ultimo. Incontrerà ancora Lisa e potrà continuare a cantare le sue splendide melodie al loro figlio appena nato. Pur nel breve tempo di ventisei minuti, il film riesce a ben calibrare fatti e situazioni, giocando su di un apparente livello di vita privata, ma in sostanza ponendo l’attenzione su questioni quali l’amore materno, i diritti umani e la loro presenza nella società. Il regista Valentin Potier ha iniziato la sua carriera artistica realizzando spot pubblicitari. Nel 2007 ha scritto e diretto il cortometraggio Tony Zoreil, un film che ha ottenuto oltre 40 riconoscimenti. Il protagonista di quest’ultima storia è Tony, un giovane ragazzo con delle orecchie enormi, che ha difficoltà a crearsi delle amicizie proprio a causa di questa imperfezione fisica, sino a quando non incontrerà una ragazza afflitta dal suo stesso problema. Frédéric Potier è il padre di Valentin, ha iniziato la sua carriera come fotografo, dopo alcuni progetti realizzati insieme, padre e figlio hanno scritto e diretto 216 Mois.

Intervista a Tullio Pizzorno

Tullio Pizzorno: la sua musica, Mina, Alberto Radius, Linda e gli altri

Tullio Pizzorno è un compositore e autore a 360 gradi, che nel suo percorso ha incontrato e collaborato con numerosi artisti di primo piano e che ha portato avanti una sua carriera sostenuto da una nicchia di appassionati, soprattutto all’estero, pur senza essere presente nei media o sostenuto da costanti promozioni. L’incontro con Tullio è stato casuale, nato esclusivamente dal suo lavoro, in occasione dell’uscita di Banca d’Italia, l’ultimo album di Alberto Radius, di cui Tullio ha scritto i testi di cinque brani. L’originalità di questi testi e la sua disponibilità ci ha messi in contatto e questa è stata l’occasione per scoprire un artista e il suo mondo, le sue collaborazioni importanti, quella con Mina in primis (Di vista, Musica per lui e La fretta nel vestito), senza dimenticare le canzoni scritte per Linda e i Collage, la musica da film, il jazze il lavoro con Niels Lan Doky. Agli inizi del 2014 uscirà il suo nuovo lavoro discografico, intitolato Charisma, che rappresenterà un’ottima occasione per conoscerlo, nell’attesa potete collegarvi con il suo canale YouTube e ascoltare parte della sua discografia e brani live.

L’intervista

Hai scritto canzoni per Mina, che sono state incise nei suoi album Pappa di latte (1995), Cremona (1996) e Bula Bula (2005), dove viene messa in evidenza la sua anima jazz. Come è nata questa importante collaborazione?

Direi, all’inverso, che proprio una delle sue mille anime, forse quella più funk-jazz, ravvisò nei miei lavori questa incredibile identificazione. Mina mi telefonò personalmente quattro (!!) anni dopo il mio invio di una cassetta; stentavo a credere alle mie orecchie, ma poi mi lesse i titoli di alcuni brani contenuti sul nastro, quindi solo la vera Mina poteva esserne a conoscenza e doveva essere per forza lei. Da lì nacque tutto; mi disse espressamente che le piaceva il mio mondo musicale e mi chiese altro materiale; quindi iniziammo a lavorare. E’ curioso come a tutt’oggi le canzoni per le quali mi aveva telefonato, che erano sul primo nastro, non le abbia ancora incise. In totale comunque attualmente “possiede” circa una ventina di mie canzoni.

Da qualche settimana è uscito il nuovo album di Alberto Radius, dove tu hai scritto i testi di cinque brani, tra cui Talent show, Dusserdolf, Faccio finta che ci sei e Dimmi chi ha vinto, che si possono ritenere tra i più significativi. Vuoi parlarci di questo lavoro, che dopo la scomparsa di Oscar Avogadro ha permesso a Radius di completare un progetto fermo da anni?

Conosco Radius dagli inizi degli anni novanta, ma lo stimo musicalmente fin dalla mia adolescenza, perché amo da sempre Battisti e il mio strumento principale è la chitarra, quindi era normale che amassi anche Radius; poi mi proposi a lui in quanto produttore, e subito scoccò la scintilla di interesse da parte dell’allora nascente RTI music, per cui si decise che dovessi andare a Sanremo nel 1993 come cantautore. Mi dissero però che la musica era 10 e lode ma i miei testi a quel tempo non le rendevano merito, e allora Radius mi mise dapprima in contatto con un bravissimo autore di testi, Sergio Contin (Nomadi, Kuzminac, etc) ma poi alla fine mi presentò direttamente il nostro compianto amico Oscar Avogadro.

Nel mio periodo a Milano Radius al mattino mi accompagnava a Mombretto a casa di Oscar per farmi lavorare con lui, e la sera veniva a riprendermi. Inutile dire che la giornata con Oscar, più che a lavorare, la passavamo a raccontarci cose e andare a pranzo assieme (una volta a Peschiera Borromeo pranzammo pure insieme a Bruno Lauzi – ero al centro di una dimensione che allora il ragazzo che ero aveva sempre sognato), poi solo nell’ultima mezzora della giornata con Oscar lavoravamo per tirar giù le bozze di nuovi testi, poco prima che Radius venisse a riprendermi (questo Alberto non lo sa ☺).

Quanto all’ultimo lavoro di Radius, adesso, dopo vent’anni… mi è venuto naturale trasformare in testi tutto quello che assorbii stando accanto ad Oscar, tanto da dedicargli uno dei brani più belli dell’album “Faccio finta che ci sei”, che Alberto ama tantissimo…

(“ti chiederai se abbiamo scritto tutto e forse guarderai a me ancora nel ghetto”).

Poi c’è pure la presa di coscienza allo stesso tempo politica e non politica, che ci riguarda un po’ tutti, in Dimmi chi ha vinto: “lo tsunami delle stelle passa e va, ne hanno dette delle belle in libertà.

In Dusseldorf ho immaginato la storia di un manager sempre fuori in viaggio che si costruisce una doppia vita all’estero, e in Talent Show mi sono proprio divertito a fare ironia su questi macelli musicali di oggi, e Alberto era l’unico ad avere il piglio adatto per capirlo e rappresentarlo: ho lo stomaco vuoto ma valeva la spesa per il book delle foto.

Ho anche un altro brano che è di una sintesi pazzesca: in “Count Down”, in solo 3 minuti di canzone, c’è un astronauta che parte, arriva nello spazio, guarda il mondo nella sua piccolezza, poi torna sulla terra e capisce di essere cambiato: ” là è l’Afghanistan, terra di sabbia bruciata di fuoco e da qui che senso ha…”; mah, forse pensavo a Parmitano (astronauta italiano n.d.r.).

Quindi il vostro rapporto di lavoro risale ai tempi della RTI?

In effetti fu proprio da quei provini per la RTI che cominciammo a lavorare insieme, o meglio: mi faceva lavorare; spiego meglio: mi disse che dovevo ricreare nel suo studio a Milano quello che avevo fatto a casa a Caserta, quindi tornai giù, smontai tutti gli strumenti che avevo, riempii la macchina e tornai a Milano a registrare direttamente lì. Non dimenticherò mai quel periodo, assorbivo continuamente da tutto e tutti: fu bellissimo conoscere grandi musicisti e miti che lavoravano con lui, da Gazzola a Stefano Previsti, da Prudente ai vari discografici e pure artisti importanti progressive storici come Bernardo Lanzetti. Ci si incontrava tutti a pranzo in un baretto di fronte allo studio in via Bazzini, gestito tra l’altro da uno di Napoli.

Il top mi accadde quando una volta, mentre andava l’ascolto di un mio brano, Alberto venne a chiamarmi dalla stanza accanto allo studio (era un ufficio editoriale di una rivista musicale), dove c’era una persona che voleva sapere di chi fosse quella musica… quando entrai nella stanza e vidi Lucio Battisti intento a scartabellare fogli… rimasi di pietra. Lui non alzò nemmeno lo sguardo ma disse a voce bassissima tipo: “vai vai…continua”.

E chi se lo scorda più.

 

Le tue collaborazioni con Linda e i Collage coincidono con la voglia di sperimentare cose nuove, cosa hai trovato in loro?

Linda, si sa, ha una voce meravigliosa, e ti dirò, altrettanto sorprendente coraggio; è una di quelle che, dopo aver fatto Sanremo, piuttosto di seguire il filone facile si è messa in discussione su campi fusion jazz, ed è stata un’esperienza bellissima farle reinterpretare la mia Un dubbio, che avevo già inciso io nel mio primo album nel 2000. Con Linda ho avuto ospiti musicali grandissimi nel mio pezzo: oltre a me al piano Fender e alle tastiere c’è Scott Henderson alla chitarra e Tollak all’armonica. In seguito le ho affidato anche un altro brano fantastico che ha inciso nel suo album del 2010 (Sull’autostrada).

Le ho poi scritto un pezzo bomba per farla partecipare a Sanremo nel 2012, non a caso dal titolo Sarà la fine del mondo con un testo che immaginava quello che sarebbe dovuto accadere il 21 dicembre dello stesso anno. La commissione di Sanremo però avrebbe dato l’ok solo se Linda si fosse presentata in duetto con un altro artista “più risonante”… a nulla valsero gli sforzi dei suoi manager, che avevano ottenuto l’ingaggio di Larry Carlton alla chitarra… non era abbastanza famoso per Sanremo (!). Comunque ascolterete il brano Sarà la fine del mondo, perché lo faccio uscire nel mio prossimo album.

I Collage sono dei professionisti incredibili, e quasi nella coscienza musicale “impegnata” questa affermazione cozzerebbe con la loro dimensione easy-pop italiana anni fine 70-80, con quelle voci ancora quasi adolescenziali che hanno… eppure ti dico che nel 2003 mi hanno affidato la direzione artistica dell’intero loro album, dove per loro scrissi ben nove canzoni inedite e arrangiai in chiave “mia” due loro classici come Tu mi rubi l’anima e Due ragazzi nel sole. E’ stato fantastico traghettarli in un mondo che in realtà non apparteneva loro, fatto di armonie complesse e accordi di 13sima. Il disco l’ho suonato tutto io e loro hanno solo cantato. Ora nei concerti eseguono anche le mie canzoni, che piacciono tantissimo al loro pubblico. Hanno avuto un coraggio da leone… chi glielo ha fatto fare… Sono dei pazzi! Ma sono dei veri professionisti, te lo garantisco.

La tua carriera solista prosegue senza soste, vuoi parlarci dei tuoi album e di Charisma?

Beh, anche perché non sono più un giovanetto, a me conviene dire che più che un cantautore sono un “autore che canta”, e in questo modo mi assolvo dal fatto che non sono presente nei media e non sono promozionato. Di conseguenza i miei lavori NON hanno un mercato, ma hanno una nicchia di affezionati soprattutto all’estero (ad esempio i giapponesi sono i miei più smaliziati ma sinceri estimatori, sarà forse perché non sanno che in Italia non sono conosciuto come interprete ☺).

Io proseguo senza soste perché scrivo e registro sempre e ho all’attivo più di un migliaio di canzoni inedite, che se mi va metto fuori di volta in volta, e così facendo col prossimo Charisma, sono al sesto album mio personale.

Quella rarissima volta che capita – solo cioè quando ci sono le giuste condizioni promozionali e i contesti adatti – riesco a rappresentarmi in concerto ed è sempre un’esperienza bellissima che piace a tutti, compresi i musicisti che collaborano dal vivo con me, che sono sempre importanti professionisti che si “prestano” alla mia causa solo perché gli piace la mia musica. Ma ti confesso che è sempre una fatica montare le prove come voglio io, per cui costa tanto prepararsi per un live (anche economicamente). Ed ecco che ce ne stiamo a casa.

Cinema e musica sono un binomio indissolubile, tu hai realizzato alcune colonne sonore, questo è un lavoro che ti ha dato soddisfazioni?

Assolutamente sì, perché con la musica (in questi casi strumentale, ovvio) hai modo di vestire emozioni visive. Un’anticipazione; un amico ha prodotto un corto che presenterà ad alcuni Festival importanti, e io ci ho messo la musica… il film si intitolerà “10 agosto”, se uscirà – e quando – non lo so.

Poi mi chiamarono nel 2007 alla Festa del Cinema di Roma; per quella occasione mi inventai un Recital dedicato a Buster Keaton, e cantai le mie canzoni mentre proiettavano in una specie di “sincrono concettuale” con quel che dicevo le immagini in bianco e nero di Buster Keaton, l’attore che non ride mai. Lo spettacolo, eseguito in trio con me alla chitarra, i grandi Pietropaolo Veltre al basso e Aldo Fucile alla batteria, lo intitolai L’amore che ride: Recital di un autore che canta per un attore che non ride mai.

Nell’album Italian Ballads hai collaborato con Niels Lan Doky, cosa pensi di lui come artista e come ti sei trovato a lavorare con lui?

Ho conosciuto Niels grazie a Gino Vannelli, che fece in modo che Niels avesse alcuni miei brani. C’era un produttore giapponese, Makoto Kimata (nota: sempre i giapponesi, i migliori feticisti dell’Italia), che commissionò a Lan Doky un album di canzoni classiche italiane da realizzare in versione strumentale in trio jazz (piano, batteria, contrabbasso). Niels mi chiese una mano a scegliere i brani, ma poi volle includere tra questi classici anche una mia canzone… che ci azzeccava? Ma non ci fu verso di fermarlo!

E’ venuto pure ospite a casa mia con la sua fidanzata di allora, una giornalista danese, come tanti musicisti amici che ho avuto l’onore di ospitare (mia moglie cucina alla grande ☺). Anche quella fu un’esperienza fantastica, con Niels al piano che è un fenomeno assurdo, più il contrabbassista Lars Danielsson e Jeff Boudreaux alla batteria, che suonavano la mia musica. Pensa che dell’album giapponese (dal titolo Casa dolce casa) ne fu poi ripubblicata anche in Belgio un’edizione europea (intitolata per l’appunto Italian Ballads).

http://www.tulliopizzorno.com

https://www.youtube.com/artist/tullio-pizzorno

 



Il cappotto di lana di Luca Dal Canto

Nel film del regista Luca Dal Canto, si respira l’atmosfera poetica ed artistica della città di Livorno, infatti, i veri protagonisti della storia sono il poeta Giorgio Caproni autore di Ultima preghiera (da cui trae spunto il cortometraggio), tratta dall’opera Versi livornesi e Piero Ciampi autore della struggente canzone intitolata Livorno, qui eseguita da Luca Faggella. Il brano ha il compito di sottolineare la parte centrale del film, dove il ragazzino viene privato del cappotto di lana appartenuto al poeta livornese: “triste triste, troppo triste questa sera, questa sera, lunga sera. Ho trovato una nave che salpava, questa sera, eterna sera…”.

La trama del film racconta di Amedeo, un adolescente molto diverso dai suoi coetanei, che nella sua stanza ha appeso il poster del cantautore Piero Ciampi e che dal suo Walkeman a cassette (notare la scelta retrò in alternativa ai più attuali iPod), invece di ascoltare le canzoni preferisce la compagna delle poesie di Giorgio Caproni, scontrandosi con il volere di suo padre, che lo preferirebbe più determinato a cercarsi un lavoro dopo la scuola dell’obbligo, definendo la poesia una questione di esclusivo interesse da parte di vecchi e femminucce.

Un giorno il suo migliore amico trova nella cantina del nonno il cappotto di lana appartenuto al grande poeta e decide di regalarlo ad Amedeo, il quale non vorrà più toglierselo di dosso. Il film è ambientato nel mese di agosto in una città di mare e l’evidente stranezza del ragazzo viene mal sopportata dal padre, il quale provvede a fare sparire quel vecchio cappotto.

A questo punto l’immaginazione del ragazzo esce dal contesto logico del tempo in cui vive, per rifugiarsi nella più creativa immaginazione, luogo dove incontrerà il poeta livornese e la madre di questi, in un susseguirsi di avvenimenti, che porteranno il padre del ragazzo ad apprezzare Caproni e a promettergli l’iscrizione al tanto desiderato Liceo classico.

Tra i numerosi pregi del film emerge quella che possiamo definire come la splendida fotogenia di Livorno, esaltata dalle melodie di Piero Ciampi e dalla dolcezza dei versi di Caproni, in una sorta di magica sinergia, che propone al meglio i paesaggi di questa città toscana. Non mancano citazioni allo scultore livornese Amedeo Modigliani, che presta il nome al protagonista del film.

Il cortometraggio ha vinto numerosi premi, tra i quali: miglior film al XVIII VideoCorto di Nettuno, Migliore sceneggiatura al festival di Cinema e Poesia organizzato da Officina Kreativa: Versi di Luce 2013 di Modica (RG) e miglior film di fiction al XIV Festival Internazionale Malescorto (Malesco – VB). Anche il protagonista del film è stato premiato in varie occasioni, tra cui come miglior attore protagonista all’Eiff 2012 di Nardò. Il film è stato trasmesso in TV sul canale Cooming Soon e ammesso alla rassegna del Caffè letterario di Roma.

Il regista Luca Dal Canto da anni si occupa di cinema, essendo stato aiuto regista di personaggi quali Enrico Oldoini, Daniele Luchetti e Sergio Rubini.

Recensione film “Il Cacciatore di donne”

Il film “Il cacciatore di donne” è intrigante e riesce a mettere in luce particolari agghiaccianti di una storia vera, di un serial killer che in america ha ucciso decine di donne negli anni ‘80. Il protagonista è Nicholas Cage, nella veste di un detective della Polizia dell’Alaska, da cui sta per ritirarsi. L’ultimo caso che gli viene affidato è difficile, un serial killer che attira, stupra e uccide giovani donne dalle caratteristiche simili. Una di queste è riuscita a fuggire, Cindy, ottimamente interpretata da Vanessa Hudgens, che aiuterà il detective a ricollegare il suo caso e i precedenti casi di scomparsa all’assassino: Robert Hansen (intepretato da John Cusack, la cui interpretazione non è né carne, né pesce). Il film in realtà non ha molto di innovativo, ma è gradevole e ha una buona resa, soprattutto per quanto riguarda la crudezza degli eventi, La sceneggiatura è particolare e riesce a far emergere sia il protagonista, che l’antagonista. Ma il ruolo che sembra spiccare su tutti, anche come recitazione, è quello di Cindy (Vanessa Hudgens). Un equilibrio tra questi personaggi che riesce a far spiccare quello che è il tema del film: ricordare le vittime di questo assassino, così come specificato in coda al film. Non è una pellicola che resterà nella storia, ma è un ottimo prodotto da vedere, poiché oltre a intrattenere riesce a far riflettere sulla crudezza e sull’anima degli uomini. Belle anche le scene nei sobborghi, tra droga e prostituzione. Emerge un lato oscuro e di degrado sia dell’uomo, che dell’ambiente che lo circonda e lo spinge alla perdizione. Da vedere.

Curfew di Shaw Christensen

CurfewCurfew (coprifuoco) del regista, sceneggiatore e musicista Shawn Christensen è il cortometraggio che, tra i tanti premi ricevuti, ha vinto quest’anno il prestigioso Oscar Hollywoodiano riservato ai cortometraggi.

Il film racconta la storia di un uomo depresso e del suo incontro con Sophia, la nipotina di nove anni, interpretata dalla piccola e bravissima Fatima Ptacek.

Ritchie, il protagonista del film interpretato dallo stesso Christensen, nel momento più drammatico della sua vita, dopo essersi tagliato le vene di un polso, viene interrotto dallo squillare del telefono. Si tratta di sua sorella che non vede da molto tempo e che, pur ritenendolo un irresponsabile, gli chiede se può occuparsi per qualche ora della nipotina Sophia. I rapporti tra i due non sono buoni, ma le circostanze costringono la donna ad affidare la figlia al fratello, per fare in modo di affrontare una situazione difficile. Ritchie decide quindi di rinviare il proprio suicidio e si medica con un po’ di garza, in modo da tamponare l’uscita del sangue e coprire il taglio che si era procurato al polso. Quello che il ragazzo ancora non sa è che quella bambina si dimostrerà molto più matura ed intelligente di lui e dopo qualche momento iniziale di diffidenza reciproca, riuscirà a dargli nuovo interesse per la vita. Il regista ha tratto l’ispirazione, per realizzare questo film, da una conversazione avuta con una ragazzina di nove anni, occasione in cui si è reso conto che per molti versi lei era molto più intelligente di lui. I bambini a quell’età assorbono così tante informazioni e lo fanno con una tale energia, che possono esser fonte di grande ispirazione. Gli adulti, invece, di qualsiasi parte del mondo siano, con il passare degli anni si fanno più disincantati ed indifferenti: Queste affermazioni riprendono in qualche modo concetti espressi anche da Pier Paolo Pasolini.Al regista piaceva l’idea di esplorare quelle due persone così diverse: una bambina piena di vita ed un adulto che invece ne era completamente svuotato, ma che dentro di lui, da qualche parte, aveva ancora sopito un bambino interiore. Da segnalare le doti recitative della giovanissima Ptacek, che si manifesta in tutto il suo potenziale, con un’interpretazione espressiva ed emozionale. Il film ha vinto la recente edizione dell’International Film Festival “Sedicicorto” di Forlì (Sezione Movie).