Massimo Ranieri: La faccia del mare (Odyssea)

Massimo RanieriMassimo Ranieri, dopo avere realizzato l’album Meditazione insieme al musicista brasiliano Eumir Deodato, le cui registrazioni si protrassero per ben quattro mesi dal settembre 1975 al gennaio 1976, si cimentò in una nuova sperimentazione musicale, con il progetto La faccia del mare (Odyssea).

Si tratta di un concept album incentrato su l’Odissea di Omero, da cui trae il respiro epico per realizzare undici brani che rappresentano il viaggio della vita, in una una serie di avventure vissute tra mare e amore. Il viaggio è chiaramente autobiografico, parte idealmente dal golfo di Napoli per approdare a New York, dove tra delusioni e tradimenti, il nostro moderno Ulisse trova la forza e il coraggio di intraprendere una carriera di successo.

I testi furono scritti da Vito Pallavicini insieme a Michelle Vasseur (i due avevano già collaborato insieme, scrivendo le parole del brano Gran Premio, portato a Sanremo da gli Albatros di Toto Cutugno). Le musiche portano tutte la firma di Gianni Guarnieri ad eccezione de Il cuore del mare, scritta insieme a Vito Pallavicini e a Victor Bacchetta (conosciuto con lo pseudonimo di Victor Bach), che curò anche gli arrangiamenti dell’album.

Bacchetta per molti anni ha collaborato con Mina e Al Bano in qualità di pianista e arrangiatore, mentre Pallavicini è conosciuto per avere scritto brani quali Azzurro (portata al successo da Adriano Celentano), Io che non vivo senza te, Non ti bastavo più e Tripoli 69 per Patty Pravo, Messico e nuvole per Enzo Jannacci e La filanda, interpretata da Milva. Gianni Guarnieri ha scritto le musiche per numerose canzoni eseguite da Anna Identici, Ornella Vanoni, Joe Dassin e Rosanna Fratello.

Questo gruppo di autori si è dimostrato creativo e ben assortito, insieme hanno scritto un disco perfettamente adatto alle qualità canore ed interpretative di Massimo Ranieri. Il cantante napoletano a sua volta si è proposto nei panni di un giovane Ulisse con toni interpretativi convinti e suggestivi, accompagnati da efficaci arrangiamenti orchestrali, in cui si muove completamente a suo agio.

Massimo Ranieri

Odyssea

L’inizio del viaggio alla ricerca di se stesso e della sua libertà, coincide con il brano Il cuore del mare: “è la mia libertà, che vado a cercare, ma tu, però, aspettami e non tradirmi mai… amore, amore mio, questo è il mattino dell’addio… partire è un po’ come morire, ma morire e non capire è soffrire, e senza andare conta poi tornare?”.

Se partire è un po’ come morire, la promessa del ritorno viene pronunciata nel brano intitolato Penelope, colmo di rimpianti d’amore e di amicizie perdute: “… tornerò, oh Penelope, vedrai che tornerò. I tuoi occhi danzano sul mare, in un tramonto arancio che davvero intenerisce, il cuore… e chissà… chissà se Don Giulio viene ancora a trovarti, per tenerti lontano dal diavolo… chissà… se come diceva sempre, ti ha tenuta d’acconto per me….

Nel disco c’è un brano che si eleva sopra tutti gli altri, si tratta di Stephanos, in cui Massimo Ranieri recita nel parlato iniziale con emozionante convinzione e anche con un po’ di mestiere. Le esperienze teatrali e soprattutto cinematografiche con il regista Mauro Bolognini, con cui aveva recitato nei film Metello, Imputazione di omicidio per uno studente e Bubù, si vedono e soprattutto si “sentono”. La canzone parla del fedele cane Argo, che lo riconosce e lo accoglie al suo ritorno: “Argo… ehi Argo… Non mi ha riconosciuto più nessuno, ma tu si… sei diventato il cane dei pescatori… o forse all’alba hai continuato ad aspettarmi… Argo, caro, vecchio fedele e meraviglioso Argo”. Mentre i pescatori tirano su le reti e cantano la canzone di Stephanos, Argo muore, proprio nel momento del ritorno del suo padrone: “Argo, non puoi lasciarmi così… e Stephanos sette mari attraversò, per cercare una donna, che non avesse cuore che per lui”.

Non mancano le citazioni autobiografiche e quindi il ricordo del mare del golfo di Napoli, che per Ranieri/Ulisse resta quello preferito e di cui, nel suo viaggio senza fine, ne sente continuamente la mancanza, come nei versi de La faccia del mare: “... il mare… io ho la faccia sua, lui mi è cresciuto dentro, ed è per questo che non potrò restare. Il mio, non assomiglia sai, a questo tuo mare, ha uno sguardo che, tu non puoi capire, il mio mare…”.

Armonie melodiche introducono il brano I lotofagi, che inizia con questi versi: “Atmosfera di acquario, suoni non sonorizzati, corpi già scorporizzati: si cerca, l’oblio…”. Nel IX libro dell’Odissea si racconta di come Ulisse giunse presso il popolo dei Lotofagi dopo nove giorni di tempesta, che colse lui e i suoi uomini presso Capo Malea, spingendoli oltre l’isola di Citera. Gli indigeni accolsero bene i compagni di Ulisse e offrirono loro il dolce frutto del loto, l’unico alimento di cui disponevano, che però causava la perdita della memoria, quindi l’oblio.

Il testo scritto da Vito Pallavicini e da Michelle Vasseur descrive metafore surreali che coinvolgono varie figure quali la donna, che mettendo il piede sopra ad un cielo artificiale, cade nel vuoto oppure il passero intento a volare verso cieli veri o come il pesco, nel momento in cui fiorisce e mette dita rosa dentro il blu…

I lotofagi moderni cercano nei loro inverni le “rose meccaniche”, in un evoluzione tecnologia, che si prevede sempre più frenetica.

Ulisse è vicino ad arrivare alla meta, ma in questa “odissea” le sirene incantatrici diventano dirottatori dalle facce brutte, come recitano i testi del brano intitolato Dirottamento, che musicalmente dona qualche concessione alla disco music imperante in quel periodo: “E pensare che un’ora sola e… ed ero già a casa mia. E pensare che lo stesso sole è sugli alberi della mia via… ecco sono qui, finalmente sono qui, sono qui…”.

Il mare è il protagonista anche del brano intitolato New York City, dove tagliato in due da abbagli di neon, Ulisse alias Nessuno sente il vuoto della grande mela; “Qui i montoni ci vengono tutti a sbattere uno ad uno, ma tu sei New York ed io non sono “Nessuno”… Ho nella mente l’idea del mare, tu non me la puoi levare; se chiedi di me, domanda di “Nessuno”. Qui la grande mela è Polifemo il ciclope, da cui Ulisse vuole scappare, sentendosi tradito da questa città: “… sparo nei fari, ti devo accecare, così io potrò scappare: al buio anche tu non sai che fareNew York City: quanti ne hai finiti… New York City quanti ne hai traditi”. Nel 1964, appena tredicenne, con lo pseudonimo di Gianni Rock, il cantante napoletano partì per gli Stati Uniti come spalla di Sergio Bruni, in una serie di concerti che lo vide debuttare sul palcoscenico all’Academy di Brooklyn. Come riportato nella sua biografia, il sogno di diventare ricco e famoso in America si frantuma presto ed è costretto a tornare in Italia.

Ottoni, grida e grancassa introducono il brano Sole sulla banda, con toni allegri e festaioli tipici della banda di paese nei giorni di festa, un vero e proprio preludio del ritorno a casa: “Il mio domani è qua, scintille tremule fa il sole, il sole… Penelope, Penelope, sono qui…”.

Odyssea è il brano che da il titolo al disco e che racchiude la sintesi del progetto: “Ne ho passate tante, sai. E’ stata un’odissea, la mia, oh, quanti naufragi… son segnati sulla faccia mia… Li hai già visti, lo so…”. Come già detto il mare è la fonte di ispirazione di tutto il disco, un mare che rappresenta un microcosmo di passioni, donne, marinai, dirottatori, avventurieri sprezzanti del pericolo. Questo brano viene eseguito magistralmente da Ranieri, accompagnato da un crescendo musicale praticamente senza fine, che si conclude soltanto in un successivo brano strumentale, intitolato per l’appunto Finale.

Massimo Ranieri

Conclusione

La faccia del mare (Odyssea) è una delle migliori produzioni di Massimo Ranieri, alla cui base c’è un progetto artistico e un lavoro di gruppo di altissimo livello. Purtroppo l’album rimane sconosciuto alla maggiore parte delle persone, in quanto nel periodo in cui fu realizzato i cantanti di musica leggera tradizionali erano in forte declino di popolarità. Resta la consolazione che oggi, dopo 35 anni, l’album si può facilmente rintracciare sotto forma di vinile originale (eBay), file digitale (iTunes) o CD, un’opportunità che non ebbe nel 1978.

Anna bello sguardo

Cortometraggi: Anna bello sguardo un film di Vito Palmieri

Vito Palmieri è il regista di Anna bello sguardo, il cortometraggio nato da un’idea elaborata insieme alla classe II C della Scuola Secondaria Testoni Fioravanti di Bologna. Il film racconta di Alessio, un ragazzino adolescente con la passione del basket, che non riesce a giocare con i suoi coetanei perché ritenuto basso di statura. Un giorno, mentre si trova nel ristorante della nonna, scorge appesa alla parete la fotografia di Lucio Dalla, morto da appena un mese, ritratto insieme ad Augusto Binelli il pivot della Virtus Bologna. Si tratta di una fotografia molto conosciuta sia dai fan di Dalla sia dagli sportivi, ma certamente non dagli adolescenti dei giorni nostri. Nonostante la differenza di statura dei due personaggi, il ragazzino li crede entrambi giocatori di basket, sarà la nonna a rivelargli che Lucio non è un giocatore di basket, ma un cantante. Alessio inizierà a comprendere che la statura non è così importante per realizzarsi nella vita, riuscendo anche a conquistare la simpatia di Anna, la compagna di scuola preferita. E proprio insieme ad Anna correrà per le strade di Bologna sino a giungere sotto le finestre del palazzo dove abitava Lucio Dalla, in tempo per ascoltare la bellissima canzone Anna e Marco, la stessa che alla ragazza ricordava la sua infanzia, le cui note sono il motivo conduttore del film e forse della loro adolescenza. Il cortometraggio è stato girato tra i luoghi cari al cantante bolognese, tra cui la Trattoria Annamaria (dove la proprietaria interpreta la nonna del ragazzo), Piazza Maggiore e Via D’Azeglio. Lucio Dalla naturalmente non recita nel film, ma è lui l’indubbio protagonista della storia, così come lo sono i suoi suoni e gli accordi che accompagnano le varie scene, i colori delle strade del centro di Bologna e gli sguardi della gente che ascolta la sua canzone in strada. Regista di Anna bello sguardo è Vito Palmieri, autore di film quali Tana libera tutti del 2006, candidato ai David di Donatello, Il Valzer dello Zecchino – Viaggio in Italia a tre tempi, con cui ha vinto il primo premio come miglior documentario all’Annecy Cinéma Italien e il recente cortometraggio Matilde, selezionato alla Berlinale 2013 (sezione Generation) e premiato al Toronto International Film Festival (sezione Kids). Una menzione la meritano i due giovanissimi attori Ettore Minucci e Rebecca Richetta, oltre a Paolo Marzoni e Corrado Iuvara per il montaggio e Daniele Furlati, autore delle musiche. Anna Maria (proprietaria dell’omonima trattoria e interprete della nonna di Alessio) e i suoi collaboratori sono i protagonisti del cortometraggio Anna Maria: tagliatelle e buonanotte al secchio di Paolo Muran, classificatosi al terzo posto al Premio Cinema Academia Barilla 2012.

Intervista a Vincenzo Spampinato

SpampinatoVincenzo Spampinato è presente sulla scena artistica sin dagli anni settanta in qualità di autore, musicista ed interprete, cultore di discipline quali danza (ha alle spalle anni di studio di mimo), teatro e ogni forma artistica, che gli possa creare stimoli ed interesse.

Partecipa al Festivalbar 1978 con il brano E’ sera, ottenendo il primo grande successo, negli anni seguenti seguiranno brani quali Battiuncolpo Maria, Voglio un angelo, L, Napoleone, I separati, L’amore nuovo, Milano dei miracoli e decine di altri successi. Tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80 ha realizzato tre album: Vincenzo Spampinato, Dolce e amaro e Rime Tempestose, quest’ultimo pubblicato sotto lo pseudonimo di Pietro Pan.

Contemporaneamente alla sua carriera di cantante lavora come autore per numerosi artisti quali Viola Valentino, Riccardo Fogli, Patrizia Bulgari, Fausto Leali, Irene Fargo e Milva. Tra le tante canzoni citiamo Torna a sorridere, Sulla buona strada (Sanremo 1985) e Per Lucia (Eurofestival 1983), portate al successo da Riccardo Fogli, Sola ed Arriva, Arriva (Sanremo 1983), eseguite da Viola Valentino, inoltre, insieme a Maurizio Fabrizio, ha scritto la sigla degli spot televisivi del settimanale Sorrisi e canzoni.

Gli anni novanta

Nel 1989, dopo alcuni anni di silenzio, pubblica il disco Dolce amnesia dell’elefante, un album intimo ed introspettivo, completato da due brani in dialetto siciliano, che le case discografiche precedenti gli avevano impedito di incidere. L’autore gioca con l’antinomia del titolo (la contrapposizione della parola dolce con amnesia, soprattutto perché riferita all’elefante, simbolo di buona memoria), proponendo testi che si possono leggere come capitoli di un romanzo, musicati con melodie mediterranee. Nel disco è inserito anche il brano Per Lucia, portato al successo da Riccardo Fogli. Come dichiarato anche nella nostra intervista, Spampinato tiene molto a questo brano e gli piace credere che, nel suo piccolo, abbia contribuito ad abbattere il muro di Berlino. La canzone narra di un amore berlinese, reso impossibile dagli steccati ideologici della guerra fredda: “… oltre il muro che cosa c’è, trattieni il fiato e poi salta verso me, i colpi di fucile sono oramai lontani, apriremo il cielo con le mani”.

Nel 1990 esce Antico suono degli dei (altro titolo atipico), realizzato con la collaborazione di Tony Carbone dei Denovo ed Alfio Antico, cantante e musicista, tra i maggiori interpreti della tammorra (strumento musicale a percussione). Gli arrangiamenti sono sviluppati grazie al largo utilizzo di strumenti quali zampogne, mandolino, cornamusa, arpa celtica, oltre agli archi scritti e diretti da Massimo di Vecchio e la presenza dell’Orchestra sinfonica Nova Amadeus di Roma. Questo è il disco della nostalgia e dell’amore perduto, che risente ancora nei testi dell’introspezione intimista dell’album precedente, ma che in una sorta di contrapposizione musicale, propone ritmi ed arrangiamenti brillanti ed allegri. Durante alcune tappe del Cantagiro 1991, Vincenzo ha eseguito il brano Antico suono degli dei insieme ai Matia Bazar.

Nel 1992, esce il disco che forse lo rappresenta al meglio: L’amore nuovo, il cosiddetto “disco della rinascita”, dove il filo conduttore è rappresentato dalla speranza (individuale e sociale). L’album è arricchito dalla presenza di Lucio Dalla nel brano Bella e il mare (“stavo cercando un tenore che interpretasse il mare e Lucio si propose…”) e da Franco Battiato in L’amore nuovo. La playlist comprende canzoni quali C’è di mezzo il mare, un brano pieno di riferimenti alla cronaca, dove viene descritta la Sicilia dei misteri, con riferimenti anche alla strage di Ustica. Il brano, nato da un moto di sofferenza, rabbia e ribellione, si apre con un coro alpino che canta: “… lassù sulle montagne libero vola il falcone”, con chiari riferimenti alle figure di Libero Grassi e Giovanni Falcone. Segnaliamo anche I separati:”… e ricordarsi di comprare il pane e ricordarsi di dimenticare…” (anche in questo caso notiamo un riferimento all’amnesia come perdita di memoria temporanea e quindi oblio necessario per lenire il dolore), così come suggerito nel titolo del suo disco del 1989)

Judas del 1995 è l’album considerato della protesta, della rivolta e della rivendicazione. In Judas l’impronta musicale etnica è meno marcata, la struttura della canzoni è più essenziale, in linea con i temi trattati. La lista dei brani propone dieci perle, tra queste: Napoleone, Campanellina, La tarantella di Socrate, Il portiere, il suggeritore… gli altri e Il passo dell’elefante.

Vincenzo e il terzo millennio

Nel 2000 esce Kòkalos.3 disco di canzoni vecchie e nuove interamente in lingua siciliana, definito dall’autore come il suo “disco del cuore”. Il titolo misterioso omaggia Kòkalos l’antico re dei Sicani, mentre il tre viene utilizzato in quanto numero ciclico e misterioso.

Nel 2006 è stata pubblicata la raccolta Ri-Vintage, che contiene numerose canzoni inedite e versioni dei vecchi successi in versione mai pubblicata, il suo autore la definisce “Analogicantologia”, consigliata per chi vuole iniziare a conoscere questo grande artista.

Nel 2012 Vincenzo pubblica il suo ultimo CD intitolato “Muddichedda muddichedda”, che prende il titolo dal brano vincitore dell’undicesima edizione del Festival della nuova canzone siciliana. L’album propone brani in lingua siciliana, di cui metà inediti e l’altra metà provenienti da Kòkalos.3, queste ultime debitamente rimasterizzate. Nella track list è presente anche Aspittammu u ventu (già inserita in Kòkalos.3), eseguita con l’Orchestra dei Rondò Veneziano diretti da Giampiero Reverberi.


Spampinato

 

L’intervista

“Venditore di nuvole” è il titolo dello show che da tre anni stai portando in giro per l’Italia, dove tra citazioni, filmati, aneddoti e racconti inediti, proponi il tuo vasto repertorio, in una sorta di percorso artistico ed umano. Vuoi parlarci di questo spettacolo?

Ognuno di noi è (se vuole) “il venditore di nuvole o sogni”. Una vendita metaforica, dove si chiede soltanto di sognare in compagnia, in un Paese dove ormai tutti si credono creatori o padroni dei sogni degli altri. L’idea nasce dall’esigenza di presentarsi in maniera semplice e sincera al pubblico, che a parer mio è stanco dell’arroganza che si vede in giro e nei media.

Un musicista che vende nuvole e sogni ha ancora la possibilità di farsi apprezzare in una società sempre più chiusa ed egoista? Su quali leve deve agire?

Credo che ogni essere umano, dunque anche noi suonatori, viva sempre in bilico sulla bilancia della qualità o quantità. Io spero sempre, di divertire gli ascoltatori con intelligenza. Non per fare il saputello, ma semplicemente perché la gente non è così stupida come ci vogliono far credere i reality.

Hai iniziato la tua carriera negli anni ’70, partecipando, tra gli altri, anche al tour “Primo concerto” insieme a Vasco Rossi, Marco Ferradini, Alberto Fortis e Renzo Zenobi. Praticamente avete esordito insieme. Vuoi raccontarci di quell’esperienza e delle vostre speranze di allora?

Eravamo molto giovani e affamati di successo, è stata un’esperienza unica ed irripetibile, che comunque ad ognuno di noi ha tracciato la via che dovevamo e volevamo seguire.

Hai vissuto l’epoca dei festival e delle rassegne canore, oggi sempre più spesso trasformate in format televisivi, cosa ti manca di quel modo di fare conoscere la propria musica?

Era ovvio che i media si modificassero, ma francamente pensare che la Musica non avrebbe avuto più spazi in TV era impensabile. Credo che quello che manca a noi musicisti, manca sicuramente anche al pubblico.

Internet, dove tu sei presente con Facebook e sito ufficiale, è uno strumento di comunicazione che elimina ogni tipo di filtro, cosa ti ha portato l’avere un rapporto diretto con i tuoi fan?

Io non ho mai avuto né filtri né barriere con gli ascoltatori. Ho sempre avuto un rapporto leale e diretto. Non sono come certi colleghi, che trincerati nelle loro puerili torri d’orgoglio, hanno dimenticato che esistono, perché la gente li fa esistere.

Hai scritto brani importanti per cantanti quali Riccardo Fogli, Viola Valentino, Fausto Leali, Milva, Beans, Irene Fargo e Patrizia Bulgari. Il donare una canzone è senza dubbio un gesto di generosità e di amore, cosa provi ad ascoltare la tua musica e le tue parole interpretate dagli altri?

Una grandissima gioia!

Oggi si potrebbe spiegare o paragonare, come quando condividono su Facebook una foto o un tuo pensiero!

Uno dei tuoi brani più conosciuti è Per Lucia, interpretato da Riccardo Fogli e portato all’Eurofestival nel 1983. Cosa ha rappresentato per te questa canzone e come mai hai scelto di inciderla nove anni dopo in La dolce amnesia dell’elefante?

Per Lucia è stato il primo colpo di “piccone” sul muro di Berlino. Nonostante fosse ancora lontana l’ipotesi del crollo di quella vergogna di cemento e mattoni, ho voluto credere che (senza retorica) l’Amore non si ferma davanti a niente. Ho voluto cantarla perché appartiene profondamente al mio vissuto musicale.

Nel 1987 il tuo brano Il mio grande papà si classificato secondo allo Zecchino d’oro, quale è stata la genesi di quella canzone?

Visto che ero ormai grande per parteciparvi come cantante, non avendo altra scelta… beh diciamo la verità: l’ho scritta per mio figlio e per dirla come Gianni Rodari, un po’ anche per i figli degli altri.

Lucio Dalla, Franco Battiato, due incontri importanti culminati con la loro partecipazione a L’amore nuovo, l’album della rinascita …

Ci è dato sempre di rinascere…in musica naturalmente. Ricordi la celeberrima song dei Beatles “With a little help from my friends? Due cari Amici, mi hanno dato un piccolo grande aiuto.

Hai detto che le canzoni una volta create camminano con le loro gambe, ma cosa si prova quando le si incontra all’improvviso?

Forse un effetto Dorian Grey. Non so perché, ma credo che le canzoni non invecchiano…sono immortali.

Sino a qualche anno fa era normale entrare in una rivendita di dischi ed interagire con altre persone. Cosa abbiamo guadagnato e cosa si è perso in cambio di un download da iTunes?

Anche la Musica risponde ai sensi, a tutti i sensi : manca il tatto… col disco avevi sempre qualcosa di tangibile. Sarò un nostalgico ma mi manca tantissimo il vinile.

Spampinato

Hai vinto l’11 edizione del Festival della nuova canzone siciliana, con il brano che porta il titolo del tuo ultimo CD “Muddichedda muddichedda”. Tu hai spesso alternato canzoni in dialetto siciliano a quelle in italiano, qual è la motivazione che giustifica la scelta di una o dell’altra lingua?

Quando ho paura, nostalgia, insomma sentimenti decisamente più forti, ho bisogno di parlare e cantare nella mia lingua: il Siciliano!

Uno dei tuoi dischi più difficili da reperire è sempre stato Judas, vuoi parlarcene ora che finalmente è rintracciabile su Internet?

Judas ha avuto una genesi difficoltosa (in quel periodo la DDD veniva venduta alla BMG, senza che noi artisti ne fossimo a conoscenza) è stato un disco travagliato ma intenso. Io lo considero uno dei più belli che sono riuscito a scrivere.

Ri-vintage è una tua antologia pubblicata nel 2006, con numerosi inediti, che ha il vantaggio di essere tuttora facilmente rintracciabile nei negozi on-line, la ritieni un buon punto di partenza per chi vuole conoscerti?

Solo il live fa conoscere a fondo un artista. Lì sei con la guardia abbassata, sei sulla fune, sei il clown che cerca l’applauso nel circo della Musica… Fellini docet!

Hai appena ultimato il tour estivo, quali progetti hai all’orizzonte?

Un nuovo disco e diversi tour all’estero, anche se mi piacerebbe portare in tutti i piccoli teatri italiani “Venditore di Nuvole”, ma purtroppo l’Italia manageriale e televisiva, dà spazio sempre ai soliti raccomandati.


Si consiglia la lettura del libro di Mario Bonanno “Vincenzo Spampinato lettere mai spedite e rime tempestose” ed. Bastogi p.120


Daghe fogo: il film diretto da Luka Krizanac

Abbiamo incontrato Luka Krizanac “Luka Nreka”, regista del film Daghe fogo (dagli fuoco), un lungometraggio interamente girato e realizzato nella cittadina croata di Rovigno in Istria. Questa splendida cittadina si trova sulla costa occidentale dell’Istria ed è posta su di una penisola, che nel XVIII secolo è stata collegata artificialmente alla terraferma. Rovigno è circondata da isole, isolette e numerose baie, che, unite alla bellezza del suo centro storico, ne fanno un luogo di incomparabile bellezza.

Nella città il fermento artistico lo si vede in ogni sua parte, sia esso il centro Multimediale, oppure nelle iniziative della Comunità degli Italiani, il festival del cinema, la filodrammatica o i tanti atelier di pittori e scultori, posti ai margini dell’antica scalinata che porta alla chiesa di S. Eufemia (conosciuta anche come via degli artisti).

Daghe fogo ci offre uno spaccato dei giovani abitanti di questa città, consentendoci di conoscere una realtà e delle situazioni che a noi italiani possono sembrare lontane, ma che in effetti fanno parte della nostra storia. Il tutto illustrato con un suggestivo bianco e nero.

Vuoi parlarci del soggetto del film?

Il film tratta metaforicamente, in modo demenziale e tragicomico, i problemi che possono avere in comune gruppi di persone appartenenti a status sociali diversi. Racconta vicende reali esasperate al massimo, con lo scopo di farle sembrare irreali.

Daghe fogo è un lungometraggio interamente ambientato a Rovigno, è stato complicato realizzare un film a budget zero in questa splendida ma piccola città istriana?

Devo dire che è stato molto difficile. Specialmente per il fatto che essendo una città piccola, qualsiasi cosa ci serviva non la potevamo trovare a Rovigno. Da una vite M7 (misura non proprio standard) a vari elementi più specializzati per le riprese. Ricordo che tutto quello che ci è servito per girare il film lo abbiamo costruito in casa io e Fabio Damuggia (tranne la videocamera e l’adattatore per gli obiettivi). Fabio è riuscito perfino a trasformare un vecchio obiettivo in macro (ci è servito per alcune inquadrature).

Altro problema era il fatto di non poter girare nel periodo che va da Pasqua fino ad ottobre perché tutti quelli che collaboravano gratuitamente al progetto, dovevano lavorare. Questo perché Rovigno è una città turistica e in quel periodo tutti riescono ad “acchiappare” qualche lavoro. Devo però ammettere che alcune cose ci sono state agevolate, per esempio l’intervento dei vigili del fuoco di Rovigno in una delle scene finali (ci ha aiutato un po’ il fatto di aver fatto il militare nei pompieri), oppure il permesso di girare delle scene nell’ospedale Martin Horvat di Rovigno, per il quale è bastata una semplice richiesta.

Come è nato e si è sviluppato il progetto?

Il progetto nasce circa sei anni fa con una bozza di sceneggiatura. Poi iniziai a cercare i mezzi per realizzarlo, cosa non facile essendo a corto di fondi. Quando mi ero ormai rassegnato a non essere in grado di realizzare il tutto, durante il lavoro sulla scenografia per un film indipendente (che dovrebbe uscire a fine anno), ho incontrato il fotografo Fabio Damuggia, il quale accettò di aiutarmi nella realizzazione del film e senza il quale probabilmente il progetto non sarebbe mai stato portato a termine.

Il primo anno di lavoro è servito per organizzare le locazioni, le scenografie, i costumi, trovare e costruire a mano in officina tutti gli attrezzi necessari per girare il film; apparecchiature che altrimenti sarebbero costate decine di migliaia di Euro, cifre per noi impossibili. Tutto questo grazie, tra gli altri, allaiuto di Luca Majerić Tamburini e Martina Vupora i quali hanno partecipato anche come attori.

Le riprese sono durate per più di due anni per le mille difficoltà, che comporta il fare un film a budget zero. In quel periodo si è unito al nostro gruppo il film-maker tedesco Marko Sovulj, il quale insieme a Fabio e al sottoscritto, è stata una delle persone essenziali nella postproduzione del film, risultata con nostra sorpresa, la parte più complicata.

Gli attori del film si sono dimostrati spontanei e alcuni sono a loro volta artisti, ci vuoi parlare di loro dentro e fuori il set?

Gli attori sono un discorso un po’ a parte. La storia in se stessa riporta caratteristiche di gente vicina a me e agli attori. Numerose situazioni, che si trovano nel film, pur sembrando assurde sono capitate veramente (le abbiamo soltanto esagerate un po’), quindi gli attori si sono trovati nella situazione di interpretare caratterialmente se stessi.

Il problema vero e proprio è sorto nel momento in cui dovevano memorizzare il copione. In quella situazione smettevano di essere se stessi, in quanto non erano attori professionisti e questa era la loro prima esperienza cinematografica. La soluzione è stata quella di dire a tutti: “ok, avete imparato la storia, ok adesso buttiamo via il copione e parlate di quello che parla il film, ma a modo e con parole vostre”. Dopo qualche giorno tutti erano molto più rilassati, come se vivessero situazioni quotidiane e non ci fosse nessuna videocamera a riprenderli. Tra gli attori ci sono soltanto due persone che hanno avuto qualche esperienza precedente, si tratta di Teodor Tiani, il quale è un attore teatrale e di Fabio Danuggia, che ha vissuto qualche esperienza nelle recite teatrali amatoriali della Comunità degli italiani di Rovigno.

Gli attori sono in parole povere amici, molto contenti ed entusiasti di aiutarci. Qui possiamo trovare molti colleghi artisti tra cui: Il pittore Davor Rapaić, l’artista concettuale Goran Petercol (uno dei piu grandi artisti croati attualmente in circolazione), il poeta Alessandro Salvi (che fa da narratore spiegando le varie parti del film in modo metaforico attraverso le sue poesie), i fratelli musicisti Marko e Dino Kalčić (uno membro del gruppo “Svadbas” l’altro dei “Gustafi” non che promotori di moltissimi progetti musicali), il gruppo East Rodeo che ci ha concesso la loro musica (musicisti di rock psichedelico, nonché grandissimi artisti di performance, appena tornati da un tour in Giappone), il gruppo punk Titos bojs (che partecipano al film e che ci hanno dato le loro canzoni). In questi giorni esce il nuovo single, che come video promozionale avrà alcune scene del film. Tra i collaboratori cito anche il gruppo TheLink20 (che hanno partecipato al film e ci hanno concesso le loro canzoni, inoltre, alcuni di loro ci hanno dato una mano anche nelle riprese). Altri artisti sono il gruppo Obican Svijet (che partecipano al film e che ci hanno concesso le loro canzoni ), lo scultore Andrija Milovan che ci ha messo a disposizione il suo atelier, come location per girare le scene della festa, inoltre, ha fatto anche da comparsa in alcune scene.

Tra gli altri attori troviamo persone di tutti i generi, tra cui il giornalista della Voce del popolo Sandro Petruz, Denis Hrelja (ingegnere dell’università di Padova), il professore Zoran Bjelopetrović e cosi via.

Nel film alcuni attori si esprimono nella lingua di origine italiana (molto simile al nostro dialetto veneto) altri in croato, Il linguaggio utilizzato rispecchia l’attuale situazione etnica della città e della stessa Istria?

Il modo di parlare di Rovigno e dell’Istria è una mescolanza di tutto. Infatti, come detto prima, il modo di parlare utilizzato nel film deriva direttamente dal modo naturale di parlare degli attori. Se prendiamo per esempio parte della frase: “…gavemo ditto che anche noi studiemo, cusi che fa pasati…”, vediamo che in una frase in dialetto viene introdotta una parola croata, cosa molto comune nel modo di parlare attuale in Istria. Il dialetto parlato è l’istroveneto molto simile al veneziano, forse di più a quello cesotto. Oggi giorno si parla in questo modo, anche se il vero dialetto di Rovigno è quello rovignese, molto diverso con molte similitudini con il catalano. Peccato che si stia perdendo perché è sempre meno in uso tra i giovani.

Come convivono i giovani delle diverse etnie a Rovigno? Qual è la lingua che li accomuna?

Rovigno come tutta l’Istria è multiculturale e la lingua parlata… sono tutte. Infatti in un gruppo di persone è usuale parlare in lingue diverse. Per esempio se uno chiede una cosa in dialetto istroveneto è normale che capiti che qualcuno risponda in croato, ed un terzo ribatta in dialetto istriano. Tutti parlano nel modo in cui gli viene spontaneo, perché comunque lo capiscono tutti. In pratica e un frullato di culture linguistiche.

Il linguaggio utilizzato dagli attori nel film è spesso molto grezzo, al limite del volgare, rappresenta il modo di esprimersi dei giovani rovignesi e per quali ragioni storiche?

Si può dire anche senza “limite”, che è volgare! Cosi si parla nel mondo dei giovani d’oggi, la volgarità è diventata quotidianità. Perché? Non lo so, però è cosi, ma non solo in Istria. Io vivo a Venezia e devo dire che i veneziani non sono a meno quanto a bestemmie ed altro. Anche nei film americani si usa molto prendere il linguaggio di strada che è volgare. Noi abbiamo voluto un vero e proprio “Cinéma vérité” sia con le riprese che con la cultura underground, quella di cui non si esaltano troppo i pregi. Questa e una visione reale della vita privata della gente (che poi nelle loro situazioni professionali si sanno comportare in modo adeguato). Personalmente reputo che l’importante in un gruppo di persone, non sia il linguaggio usato, quanto il fatto di non offendere nessuno. Per quanto riguarda le ragioni storiche della regione cito una cosa che mi diceva mia nonna: “a ma, sono nata austriaca, mi sono sposata italiana, sono andata in pensione come jugoslava, e morirò croata…” e parliamo solo del ventesimo secolo.

Senza dubbio il circuito principale di distribuzione sarà quello dei festival indipendenti, ma ritieni che vi possa essere attenzione da parte di televisioni locali o nazionali croate? Oppure slovene come per esempio TV Koper?

Onestamente non so se le televisioni croate potrebbero essere interessate al nostro film, primo perché è in dialetto, secondo perché è un po’ “crudo”, anche se a noi farebbe piacere l’opportunità di far vedere il nostro film.

Un po’ perché tratta di problematiche sociali, che da noi esistono, ma che sono considerate un tabù. Inoltre, avremo l’occasione di dimostrare che anche senza soldi si può realizzare un progetto abbastanza serio e stimolare quelli che hanno buone idee, senza che le tengano chiuse in “prigione”, aspettando che qualcuno paghi il riscatto.

Per quanto riguarda TV Koper, forse potrebbe essere interessante il fatto che in un modo inusuale ed anche un po trash, raccontiamo una subcultura istriana che esiste e che (vedendo anche chi a aderito al progetto ) è molto importante per la regione. Da quello che abbiamo visto negli anni la TV di Capodistria ha sempre “documentato” gli eventi che dimostrano l’esistenza della cultura nella minoranza italiana in Istria.

Come hanno reagito gli abitanti di Rovigno durante le riprese del film? Vi hanno incoraggiato?

Gli abitanti di Rovigno non si sono accorti troppo di quello che stavamo facendo essendo il film girato un po’ in stile “guerriglia”. Quelli che sapevano cosa stavamo facendo ci hanno incoraggiato ed aiutato. Come per esempio il pescatore ed eccellente cuoco Luciano Ugrin, che ci ha dato una mano nelle riprese iniziali del film, facendoci partecipare ad uscite di pesca mattutine anche a scapito del suo lavoro, o Mirko Juricic che ci ha dato la possibilità di utilizzare il “Buzz bar”, anche in situazioni dove intralciavamo il suo lavoro.

Per quale motivo è stato scelto il Buzz Cafe’ Bar e cosa rappresenta per Rovigno questo locale?

Il Buzz è un posto ormai cult a Rovigno. Un posto dove si ascolta del buon rock, dove si incontrano tantissime persone, siano essi giovani, vecchi, ricchi, poveri, artisti, operai, di tutto di più… e la cosa interessante che tutti comunicano senza nessun tipo di barriere intellettuali. Un posto dove si organizzano piccoli concerti, eventi culturali ed altro. Basta andarci sin dal mattino e si può già parlare di tutto fino a notte fonda, raccontando idee ed ascoltando quelle degli altri. Un ambiente ideale per raccontare una delle vicende del nostro film.

La scheda del film:

Attori principali: Davor Rapaić, Fabio Damuggia, Teodor Tiani, Goran Petercol, Silvio Budicin, Denis Hrelja, Martina Vupora, Sandro Petruz, Luca Majerić Tamburini, Zvan Ugrin, Alessandro Salvi nel ruolo di se stesso e molti altri.

Parte tecnica: Luka Krizanac “Luka Nreka” (regia, sceneggiatura, montaggio, postproduzione e scenografia), Fabio Damuggia (sceneggiatura, riprese, scenografia, postproduzione), Marko Sovulj (riprese, postproduzione ed effetti speciali), Luca Majerić Tamburini (attore, scenografia, luci), Marco e Dino Calčić(suono e postproduzione suono), Martina Vupora (attrice,trucco, costumi), Josip Bilanđžić (riprese), Nenad Bravar (riprese).

Recensione di Ad Lucem di Alessandro Cortese

In Eden abbiamo lasciato lucifero che viene gettato sulla terra dal Golgotà.

In questo nuovo libro, Lucifero cerca la sua vendetta e circondato di tanti personaggi, crea la guerra tra il bene e il male.

Benchè scritto in modo perfetto, sia grammaticalmente che sintatticamente, il libro, per quanto sia molto affascinante, pecca di alcuni errori fondamentali.

Essendo una storia fantastica, sembra quasi, che in alcuni capitoli l’autore sia stato colto dal non sapere come andare avanti, per cui ha inserito molti passaggi biblici, molti passaggi danteschi, con anche citazioni dalla Divina Commedia, alcuni passaggi, poi sembrano copiati dal Paradiso Perduto, tutto questo rende il libro non più una trasposizione fantastica, ma una sorta di epica narrazione, per quanto ben fatta, molto noiosa e in alcuni casi pedante. Sembra un vero saltare di palo in frasca, da Dante a Milton, da Pirandello a Primo Levi, fino ad assuefarsi ai passaggi della Bibbia, l’antico testamento.

Un altro errore, ci sono troppi personaggi a contorno, che confondono il lettore e non apportano nulla al personaggio principale, ma anzi quasi lo rendono noioso, personaggi tra l’altro presi da alcuni racconti e romanzi di scrittori famosi, fatti muovere verso un mondo diverso da quello in cui sono stati creati inizialmente.

Tra prosa e poesia, questo libro, a mio modesto parere, che l’autore non me ne voglia, non può reggere il paragone con il primo, Eden, che sicuramente è più affascinante e più semplice.

Il cinema corto

Il cinema è nato con i cortometraggi, infatti sino al 1913 la durata massima di un film era di circa 15 minuti.

Da questi tempi pioneristici il cortometraggio si è evoluto con la nascita di vari generi quali commedie brevi, corti di animazione, comiche, artistico, sperimentale e perché no anche lo spot pubblicitario.

Il cortometraggio rappresenta e ha rappresentato una palestra di addestramento per registi, autori, attori e tecnici, ma, per molte persone rappresenta un vero e proprio genere da cui non vogliono allontanarsi. Questo tipo di cinematografia nasce solitamente da una piccola idea, che si sviluppa in poche azioni necessarie per giungere ad un finale “importante” a cui è demandato solitamente il compito di dare un significato a tutta la storia.

Questa breve premessa è necessaria per introdurre alcune produzioni di cortometraggi, realizzati tra il 2011 e il 2012, che sono stati presentati nei numerosi festival organizzati ogni anno in tutte le parti del mondo. Il loro numero è in forte crescita, anche in Europa e in Italia, nonostante la lunga crisi economica. Si può certamente parlare di un vero e proprio circuito di distribuzione, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. I festival più importanti sono senz’altro quelli che hanno una lunga storia, a loro è “demandato” il compito di presentare le nuove produzioni, che sempre più spesso sono successivamente accolte nella programmazione di altri festival. Alcuni dei film recensiti, possono essere visti su YouTube.

Parliamo di corti:

La Huida (La fuga)

Di Victor Carrey

La Huida ha raccolto numerosi apprezzamenti, tra cui il primo premo al Next Festival di Bucarest nel 2011 e il premio dello staff al Film Festival di Milano del 2011.

Si tratta di un film strutturato in maniera originale, che si sviluppa e si completa come un’equazione. Inizialmente un commentatore fuori campo descrive personaggi e le azioni, che ruotano intorno ad una banconota da 50 Euro, che sembra cadere dal cielo. Successivamente vengono introdotti oggetti e persone, tra cui una gomma da masticare, un guinzaglio per cani, una lattina, una macchia sul muro a forma di “Australia”, alcuni tizi loschi che fuggono, un semaforo piegato, che, causa una serie di coincidenze, cadono, fuggono ed esplodono, in un susseguirsi di scene dallo humor folgorante. La parte finale del film è scandita da un’ottima colonna sonora, in particolare dal brano Don’t you forget di Micah P. Hinson, inserito all’interno del CD Micah P. Hinson & The Gospel of Progress.

Una volta che tutti i personaggi e gli oggetti sono stati presentati, proprio come in un’equazione matematica, la scena scorre veloce nella sua narrazione, facendo combaciare ogni avvenimento al posto giusto. Causa ed effetto s’incastrano in un finale decisamente ben costruito.

Gli ingredienti del racconto sono ben dosati e distribuiti, tanto da costruire una narrazione completa nell’azione e nell’intento e quindi realizzando una storia vera e propria.


Crossing salween

Di Brian O’Malley

Questo film ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali, vincendo tra l’altro il Windsong International Film Festival 2011.

La protagonista, una bambina di nove anni, scampa al massacro della sua famiglia, ma per essere davvero in salvo deva fare un lungo viaggio attraverso gli orrori della giungla birmana sino al fiume Salween, che deve attraversare per giungere nella pacifica Thailandia. La storia è ambientata nello stato del Karen, nella Birmania orientale, dove la popolazione da anni viene perseguitata dal regime militare che li governa. I karen, detti anche Karian oppure Yang, sono un gruppo etnico situato principalmente in Birmania (4 milioni) e in Thailandia (400.000 individui), oltre a gruppi più piccoli in India. I Karen di Birmania sono spesso in conflitto con il governo centrale di Naypydaw a causa della negata indipendenza nazionale e della repressione esercitata nei loro confronti.

La bambina viene guidata nel suo viaggio da un angelo custode, il quale però può soltanto aiutarla con una promessa, senza avere la possibilità di intervenire.

Pur essendo un cortometraggio di soli venti minuti, il regista riesce nell’intento di costruire una narrazione, con momenti di tensione ed altri di pura azione, soprattutto nella scena in cui i militari fanno scempio della popolazione che vive nel piccolo villaggio. Da non perdere la scena finale, dove la bambina attraversa il fiume sotto il fuoco delle armi dei militari.

O’Malley ha girato numerosi spot televisivi in oltre dieci anni di attività, ma riesce con questo lavoro ad affermare la sua tecnica narrativa, ben lontana da tecnicismi o da stereotipi tipici della pubblicità televisiva.

A Fábrica

Di Alysson Muritiba

Alysson Muritiba, è un regista brasiliano, il suo film ha ricevuto numerosi premi in festival prestigiosi, tra cui il Recife Cine PE Festival do Audiovisual, Vitória Cine Vídeo e il Toronto International Film Festival.

Come si evince da questo cortometraggio, Muritiba preferisce raccontare storie ambientate in contesti di problematica sociale e politica del suo paese, infatti, A Fàbrica è ambientato in un carcere brasiliano.

La trama del film è abbastanza semplice. Una madre riesce a portare al figlio carcerato un telefono cellulare, in modo che questi possa mettersi in contatto con la piccola figlia, in occasione del suo compleanno. Quello che è emerge è l’ambiente in cui vengono sviluppate queste “piccole azioni”, che denota degrado, povertà e disperazione. Le storie raccontate da Muritiba sono frutto della sua fantasia, ma i personaggi interagiscono in contesti reali ed espongono problematiche del tutto attuali in Brasile.

Nonostante gli studi interrotti, il fermento culturale della città in cui è vissuto, ha permesso al regista di sviluppare la sua cultura ed avvicinarsi al mondo del cinema. L’idea di A Fábrica è nata quando ha lavorato all’interno di un carcere, un lavoro durato ben cinque anni, dove ha potuto vedere e soprattutto ascoltare tutti i generi possibili di storie, da parte dei detenuti.

Il film, nelle intenzioni di Muritiba, è il primo di una trilogia, che continuerà a prendere spunto dalla sua esperienza di lavoro all’interno del carcere, proponendo quindi altre situazioni e personaggi. Il film è stato interamente girato nel carcere di Ahú, una prigione abbandonata situata nello stato di Curitiba.

In A Fábrica l’autore riesce a raccontare una storia che comporta emozione, ponendo l’attenzione sugli uomini e i loro desideri, confinati, in questo caso, in un contesto sociale, che possiamo definire estremo. Muritiba gioca sui tempi e sui ritmi, non ci rivela nulla prima del dovuto, riuscendo a dare una spiegazione ai movimenti strani della madre e del figlio, gesti che non portano a fatti cruenti, come una rivolta oppure un tentativo di evasione, ma ad una semplice telefonata alla propria figlia, nel giorno del suo compleanno. L’autore sa che non può cambiare il mondo, cerca di farci capire la sua visione delle cose per aiutarci a comprendere il mondo in cui viviamo. Pur essendo una storia sviluppata in un contesto drammatico, la colonna sonora non utilizza musiche o suoni violenti, ma si affida ai suoni reali, inoltre, la camera segue i protagonisti, senza mostrare più di tanto il contesto in cui si muovono, provocando quasi un senso di claustrofobia, ampliando le inquadrature soltanto nel finale, quasi come per esprimere un senso di liberazione.

Umkhungo (Il regalo)

Di Mattew Jankes

Il film è stato premiato all’Africa in Motion 2011, il Festival scozzese dedicato al cinema africano, che si svolge ad Edimburgo.

La trama si sviluppa nelle azioni di un disilluso sbandato, che vive nei bassifondi di Johannesburg, il quale salva la vita di Themba, un bambino con poteri soprannaturali, ereditati dai suoi antenati, cui vengono uccisi i genitori. I due fuggono per sfuggire ad un parente superstizioso, il quale crede che il bambino porti sfortuna. Lo sbandato in un primo tempo pensa di vendere il bambino, ma sarà lo stesso Themba a convincerlo di aiutarlo in cambio di alcuni regali, necessari per fargli ritrovare il fratello. I due impareranno insieme, che i poteri straordinari del bambino, ritenuti una maledizione, in realtà sono un dono straordinario. L’epilogo del racconto, narrato tra l’onirico e il tecnicismo degli effetti speciali, ne conferma la forza e allo stesso tempo la disperazione.

La storia sviluppa un tema, che per tutto il film rende evidente il senso di fragilità degli uomini, delle azioni e dei rapporti tra loro, non tralasciando quelle che sono le loro aspirazioni. Tutto questo viene evidenziato proprio tramite quelli che sono i poteri del bambino.

Il film è ambientato in un contesto urbano diverso da quello occidentale, ma si intravedono affinità pericolosamente simili, nei confronti delle persone che vivono ai margini della società.

African Race

di Julien Paolini

Pur essendo di produzione francese è girato ed ambientato in una desolata periferia di una città dell’Africa nera. Il film narra le ambizioni e l’orgoglio del protagonista, che cerca di costruire una motocicletta, utilizzando pezzi di scarto trovati nelle discariche, allo scopo di partecipare ad una gara. Il momento epico del film giunge quando il protagonista termina la costruzione della sua moto e parte per raggiungere il luogo della gara. I suoi occhiali, una specie d’impermeabile e la moto stessa, vengono sublimati quasi fossero un elmo, un mantello e un veloce destriero. In pochi minuti e senza dialoghi, con la sola forza delle immagini e del racconto, il regista, ci regala un film emozionante e allo stesso tempo realistico.


Courte vie

Di Adil El Fadili

Un capitolo a parte lo dedichiamo al regista marocchino Adil El Fadili. Il film conferma l’importante momento storico del cinema africano, che in questo caso riesce a realizzare un originale racconto basato su humor, difficilmente riscontrabile nelle realizzazioni magrebine. L’autore ha vissuto e studiato a Parigi e questo si nota. Si tratta del suo primo lavoro cinematografico, ma, nonostante questo El Fadili riesce a realizzare un racconto originale, basato su tempi comici tipici dei fratelli Coen. Naturalmente il contesto in cui si sviluppa la storia, è completamente diverso da quello solito dei due registi americani e anche la visione del regista, ma le affinità non mancano.

Stand by me

Di Giuseppe Marco Albano

Si tratta di un corto di quindici minuti, vincitore del premio CRESM all’Efebocorto Film Festival di Castelvetrano. Il film è realizzato con lo stile della commedia un po’ dissacrante e per certi versi inquietante, perché descrive alcuni aspetti del nostro paese tristemente attuali. Il ritmo del film è tutto basato su di uno spot, che è in procinto di essere realizzato, per pubblicizzare la “meravigliosa” idea del protagonista. Il racconto si svolge con i tempi scanditi dalle canzoni e da alcune gag fulminanti, ecco quindi che il complesso, che dovrà essere ingaggiato per girare la réclame, intona all’inizio “Pregherò” portata al successo da Adriano Celentano, che nella versione finale si trasformerà in quell’inglese originale intitolata per l’appunto “Stand by me”. Lo stesso gioco temporale è utilizzato dal regista per la scena del flashback in cui si vede il protagonista, allora bambino, dialogare con il padre, il tutto utilizzando la canzone “Settembre”, inizialmente eseguita dal solito complessino e nella fase del ricordo, trasmessa dalla radio nell’interpretazione originale del suo autore: Peppino Gagliardi. Lo slogan finale, con cui si conclude il mega spot televisivo, è davvero indovinato: “Venite a morire a Matera”. Naturalmente il film è girato e ambientato in Basilicata, se non lo avete ancora visto, vi consigliamo di cercarlo su YouTube.

Il respiro dell’arco

Di Enrico Maria Artale

Il film cattura immediatamente l’attenzione dello spettatore, tramite un forte e violento impatto emotivo, l’uccisione senza apparente motivo di alcuni uomini, da parte di una donna armata di arco. Non sono date eccessive spiegazioni sulle motivazioni del gesto della donna, truccata quasi come Tomb Raider, ma si comprende il motivo di tanta ferocia nel momento in cui è ucciso un uomo, che ammette di non avere partecipato, ma soltanto assistito a quello che non può esser altro che uno stupro. Il finale è giustamente ambiguo, la donna scaglia le frecce dal proprio arco per colpire un bersaglio, in una gara sportiva, la freccia però ha la punta insanguinata…

L’accordeur

Di Olivier Treiner

Si tratta di un film che ha ottenuto numerosi premi, tra cui il prestigioso Cesar (l’Oscar francese), per il migliore cortometraggio.

Il protagonista è un giovane prodigio, che non riesce a superare un concorso molto importante. Reagisce a questo evento decidendo di diventare un accordatore, fingendo oltretutto di essere cieco. Questa scelta è motivata dal desiderio di volere entrare nell’intimità dei suoi clienti, siano essi una giovane donna che si spoglia, oppure una famiglia che vive in assoluta libertà in casa.

Come ben descritto nella scena in cui racconta il suo modo di vivere al proprio datore di lavoro, l’accordatore decide di vivere indisturbato la sua finta infermità, per meglio osservare le persone, esaltando il voyerismo, che evidentemente è parte di se. Inoltre, i suoi clienti lo credono in possesso di maggiore sensibilità, proprio per via della sua situazione sensoriale.

La scena del dialogo con il suo datore di lavoro è un piccolo capolavoro di caratterizzazione di un personaggio minore, difficile da sviluppare in un cortometraggio. Con poche battute viene fatto intravedere il suo modo di vivere i sentimenti, vedi il riferimento alla chat su Internet e il suo pensiero nei confronti dell’atteggiamento dell’accordatore.

Questo sotterfugio pone l’accordatore di fronte a numerose situazioni, ma lo porta anche a essere testimone di un omicidio, coinvolgendolo in un finale aperto, ma dall’esito che si presume drammatico.

In pochi minuti il regista riesce a sviluppare, con maestria, una trama che implica aspirazioni, delusioni, menzogna e omicidio. Da notare che la sequenza iniziale e quella finale, sviluppate in un contesto completamente diverso, sono uguali.

Enmesh

di Ainur Askarov

Si tratta di un film russo, che si distingue per il gusto trash del regista e per l’indubbia allegria, che riesce a coinvolgere anche il pubblico. Possiamo definirlo una specie di “Nuovo Cinema Paradiso”, con tutte le cautele del caso. L’immensa campagna russa fa da sfondo ai chiassosi frequentatori dell’unico cinema cittadino, dove, una volta la settimana è proiettato, per una sola volta, un unico film. Gli spettatori, tranne uno, sono tutti bambini e c’è chi, per entrare e pagare il biglietto del valore di due uova, deve mordere il lobo di una bambina. Questa, secondo la tradizione, un giorno diverrà sua moglie. Si tratta di un film interessante e per certi versi poetico.

Recensione del romanzo Eden di Alessandro Cortese

La creazione e la caduta degli angeli dal Paradiso raccontata in modo semplice  e romanzesca.

Scritto in modo perfetto, l’autore racconta, tra prosa e poesia, il paradiso, la città degli angeli Eden e  la congiura degli angeli fedeli a Lucifero e la loro caduta.

Un libro breve, che si legge in poco tempo, ma che una volta iniziato, difficilmente lo si abbandona.

In questo piccolo romanzo, molti punti fermi  della religione cattolica vengono messi in discussione,  Dio non viene visto come il Grande Padre giusto ed equo, ma come il monarca assoluto, capace di grandi gesta, ma anche di grande violenza nel punire i traditori.

Se nell’immaginario collettivo, gli angeli sono  visti come esseri fatti di spirito e grazia, in questo libro vengono presentati in forma umana, con gli stessi sentimenti e le stesse ambizioni della razza umana.

Un libro, che senza dubbio scatenerebbe l’indignazione del mondo clericale e degli ultra conservatori cattolici, ma proprio questo lo rende piacevole e accattivante.

La Musica regala il cuore

Ci sono iniziative a cui non si può non partecipare ed è il caso de “La Musica regala il cuore – Settimana della musica”, ideata dalla cantautrice Ila e il batterista Teo Marchese nel 2009, che porta musicisti di diversa provenienza a suonare in strutture ospedaliere, centri psichiatrici, scuole, centri disabili e ricoveri di tutta Italia. E’ stata realizzata per la prima volta a.dal 17 al 23 Maggio 2010, coinvolgendo un maggiore sempre crescente di cantautori e musicisti di ogni genere. Lo scopo dell’iniziativa è quello di sfruttare il potere emotivo e curativo della musica. LA QUARTA EDIZIONE SI TERRA’ DAL 15 AL 21 APRILE 2013. Dopo il calendario 2012 a cui avevano aderito, tra gli altri, artisti del calibro di Elio e Le Storie Tese, Cristina Donà, Andy dei Fluon e Zibba, quest’anno c’è “La musica regala il cuore”, una compilation digitale che racchiude le canzoni di 35 dei musicisti che nel corso degli anni hanno portato un po’ di musica, sorrisi e buone energie in giro per ospedali, scuole, centri psichiatrici e ricoveri di tutta Italia e che servirà a sostenere la realizzazione della quarta edizione. “La musica regala il cuore” è acquistabile al prezzo di 10 euro (o superiore per chi vuole) al seguente link: http://settimanadellamusica.bandcamp.com/.

Fanno parte di questa compilation: Roberto Giordi, Veronica Marchi, Zibba e Almalibre, ila & the happy trees, Edoardo Cerea, Ilaria Pastore , Chiara Ragnini Qbeta, Lievito e sale, Keccorè, Federico Ferri, Amelie, Nima, Rebi Rivale, Hamid Grandi, Val Bonetti, Valentina Amandolese, Max Tosi, Pier Tironi, Equidistratti, Leaves and stone, Sara Velardo, Davide Ferrario, Robi Zonca, Turkish Café, Maria Lapi, Rusties, Elisabetta Citterio, Daniele Gozzetti, Emyl, VIncenzo Marabita, Davide Berardi, Francesco Sportelli, Giulia Daici, GROCKBANDA feat. Valentina Di Donna, Valerio Ruta e Michele Buzzi.

Consigliamo a tutti gli artisti di partecipare a questa fantastica iniziativa e a tutti di acquistare la compilation. Per maggiori informazioni: www.settimanadellamusica.com



Pensieri di un’abitante d’Ellisse

Un mondo meraviglioso é un mondo in cui gli occhi parlano e le orecchie assaggiano la sua inconsistenza.Vivere in un mondo immaginario,visionario e concretamente amorevole.Dalle donnette sognatrici,agli uomini di piombo.Che unendosi creino e creino nel tempo.Shakespeare sosteneva che la procreazione fissa il tempo,e lo indebolisce.Il mondo é un diario di tenebre,la luce di coloro che sono stati creati ne scrive invece le pagine.E quante,quante pagine abbaglianti.A cui le fanciulle appuntano i propri sgomenti quando il primo ciclo della loro esistenza si compie,e son donne.Il cerchio é la forma perfetta,ma un’ellisse racchiude i corpi.Che il sole é così ingordo del cielo,d’aver condannato il globo all’atto del comprimersi.Ci si comprime si,ai poli.Sostengono gli scienziati.Ed ai lineamenti del corpo,rispondono gli anatomisti.Al cuore,ancor battono gli amanti.Magia di combustioni,questa vita.Un ragazzetto al primo amore.L’uomo che sarà.Come si potrebbe amare e se si ama,qual che potrà esserne il figlio.M’immagino,che in questa circonferenza d’esistenza.A di noi umani dipartano mille e mille corde di carne.A piombare poi nel cuore di chi le respinge.E germogliarvisi,come noccioline di speranza.Da ingoiare ed essere felici.Non esiste tempesta,a far crollare il battello dell’amore.Ma un’alba,natìa dal tramonto.Che a lei é amante.

Intervista al senatore Felice Casson, vicepresidente del gruppo Pd e candidato al Senato in Veneto.

Qualche giorno fa abbiamo intervistato Bonelli, segretario dei verdi, nonché candidato con Rivoluzione Civile e gli abbiamo chiesto quali fossero le divergenze tra coalizione di centro sinistra e i verdi, realtà storicamente di sinistra e importantissima a livello europeo. Bonelli dichiara che il Pd non avrebbe condiviso il patto programmatico, in particolare questi sono i punti indicati:

1) abolizione programma F35
2) legge riduzione consumo suolo
3) piano piccole opere
5) rivedere riforma Fornero
4) greeneconomy
6) piano conversione ecologica siti inquinati vedi Taranto
7) riforma sistema bancario , dividere risparmio da attività rischio

 

 

Quali sono i punti che non permettono una linea comune?
“E’ bene ricordare che, riguardo i punti citati da Bonelli, il Pd ha da tempo proposto di rivedere il programma per gli F35 per destinare quelle risorse alla crescita del lavoro, vera priorità per il Paese. La riforma Fornero ha creato varie situazioni di disagio sociale che sono rimaste irrisolte, ad iniziare dalla drammatica questione degli esodati, e compito prioritario del prossimo governo deve essere quello di intervenire immediatamente per intervenire su questi punti. Sviluppo e ambiente, lavoro e salute non possono essere contrapposti, occorre una visione industriale “verde” che, da un lato, riconduca le realtà inquinanti ad una produzione che non danneggi popolazione e territorio, e dall’altro che consolidi nel nostro Paese un tessuto imprenditoriale legato a beni e servizi “green”. Si tratta di punti qualificanti e sarebbe singolare se non fossero condivisi da tutte le forze che si considerano di sinistra”.

Quali sono le posizioni del Pd, e in generale della coalizione di centro sinistra, riguardo alle tematiche ambientali e in particolar modo legate alla difesa del suolo?
“Nella mia attività di magistrato mi sono spesso occupato di reati ambientali – ad iniziare dal petrolchimico di Venezia – e credo che dovremo proseguire con decisione su una strada già intrapresa. Occorre intervenire su due fronti principali: combattere la cementificazione e tutelare il territorio dal dissesto idrogeologico. Attuare una razionalizzazione del consumo del suolo (attraverso anche il riutilizzo delle aree già edificate) e destinare maggiori risorse (che in questi anni sono state invece tagliate) per la difesa di un patrimonio fondamentale italiano, qual è quello ambientale, devono essere le priorità dei prossimi anni”.

Lavoro. Come intenderà porsi il nuovo governo nel merito dei tagli alla spesa pubblica, già anticipati dai provvedimenti del governo Monti?
“Il primo passo da compiere è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari. Quello successivo è contrastare la precarietà, rovesciando le scelte della destra nell’ultimo decennio e in particolare l’idea di una competitività al ribasso del nostro apparato produttivo. Occorre inoltre mettere in campo politiche fiscali a sostegno dell’occupazione femminile, alleggerendo anche la distribuzione del carico di lavoro e di cura nella famiglia, sostenendo una riforma del welfare, politiche di conciliazione e condivisione e varando un programma straordinario per la diffusione degli asili nido. Anche grazie a politiche di questo tipo sarà possibile sostenere concretamente le famiglie e favorire una ripresa della natalità”.

Cosa direbbe per convincere gli elettori di centro-sinistra confusi dalle varie proposte elettorali in campo?
“Oltre la bontà del programma della coalizione Pd-Sel? E’ fondamentale per il nostro Paese avere un governo stabile, che svolga il proprio lavoro per l’intera legislatura. Un obiettivo che può essere garantito soltanto dalla vittoria di una grande forza democratica”.     

Mps, quanto pensa che questo scandalo possa condizionare i risultati del voto?
“Siamo di fronte – per quanto sta emergendo dall’inchiesta giudiziaria – ad uno scandalo nato e alimentato da una visione unicamente speculativa di una parte del mondo della finanza. E di questo saranno chiamati a rispondere i responsabili. Compito della politica deve, invece, essere quella di attuare interventi seri e rigorosi per impedire casi di questo tipo. E’ evidente che l’attuale sistema non va”.

Monti, è possibile l’accordo? Non pensate che un’eventuale accordo post-elettorale possa non piacere agli elettori di centro-sinistra? (non solo a quelli di Sel)
“E’ quanto mai necessario per il centrosinistra poter contare su una maggioranza solida in entrambe le Camere. E’ il modo migliore per garantire stabilità al governo e al Paese. Così come è necessario che in Parlamento, sui grandi temi istituzionali e centrali per l’Italia, si sviluppi un dialogo tra tutte le forze riformiste e democratiche, anche quelle di centro. Senza che questo snaturi l’identità di alcuno. Sono dinamiche politiche normali in tutti i Paesi europei e occidentali. E’ bene che anche l’Italia esca dalla drammatizzazione e trovi una sua normalità”.