Parliamo del film “Inferno” con Tom Hanks

#Inferno è un film che non da tregua, proprio come il romanzo di Dan Brown la trama avvolge e le scene di susseguono tra inseguimenti ed enigmi e ambientazioni mozzafiato. Il tema è affascinante: il sovraffolamento del pianeta e un virus pronto a risolvere il problema. Robert Langdon sembra fuori gioco, ma ad aiutarlo arriva Seanna. Una corsa contro il tempo, che lascia senza fiato.

Recensione del film “Steve Jobs” di Danny Boyle, con Michael Fassbender e Kate Winslet

Parliamo del film Steve Jobs, una pellicola sicuramente particolare e molto attesa dal pubblico che maggiormente ha seguito le imprese di un personaggio importante del mondo della tecnologia moderna. Il film racconta tre momenti, gli attimi precedenti a tre delle presentazioni che con il senno di poi hanno fatto storia. Tanti dialoghi, tante discussioni concitate, pochi minuti che durano un’eternità. Un vortice di questioni che devono necessariamente concludersi in poco tempo ma che in realtà si trascinano in tutto il film. Un teatrino semi straziante tra il protagonista, la madre di sua figlia e, appunto, sua figlia. Rapporti conflittuali che non riescono a nascondere grandi forzature con la finalità di descrivere Jobs come un uomo che “tutto sommato” aveva un gran cuore. Molti sono i temi spietatamente informatici trattati un po’ maldestramente, comprensibili per chi li conosce, molto meno per chi non li tratta. Parlare di velocità di un processore si può fare, ma non in quel modo. Detto questo il film riesce a essere scorrevole, forse grazie al continuo ricorso al flashback. La trama però risulta troppo forzata e si da troppo per scontanto della vita di Jobs. Si parte dal presupposto che tutti già conoscano la sua storia, quella vera. Si tratta di un punto di vista, di una rotta che parte bene ma che poi si perde. Sicuramente il rapporto con la figlia rende la storia più gradevole, ma ci si continua a chiedere per tutto il film “ma sarà stato poi davvero così?”. E’ un film, d’accordo, ma che sembra troppo lontano dalla realtà. Il risultato è che il film non convince, pur guardandolo con l’occhi di chi l’informatica la conosce e che ha letto diverse biografie in merito. E ascoltando i pareri dei non addetti ai lavori, convince ancora meno la platea più ampia. Quindi il film sembra essere più un bell’esercizio di stile del regista Danny Boyle e dei due attori principali Michael Fassbender e Kate Winslet. Un film molto atteso, ma che si rivela deludente.

 

#Parliamodi “Quo vado”, il nuovo film di Checco Zalone

Si parla così tanto del film “Quo vado” di Checco Zalone che mi è venuta voglia di andarlo a vedere. Il film è molto divertente e gioca talvolta in modo spietato e talvolta in modo più surreale sui luoghi comuni degli italiani. Zalone ironizza, spesso con sarcasmo, sulla cultura del posto fisso e sulla politica rendendo ridicolo il tanto osannato privilegio. Riesce a far ridere sui vezzi fino a spingersi quasi a ridicolizzare i contenuti. Il protagonista viene messo in mobilità dall’ente pubblico in cui lavora e a causa di un’azione di mobbing (perché si chiama così) viene delocalizzato in diverse località affinchè scelga di firmare le dimissioni dal “posto fisso”. Quest’ultimo viene così associato a qualcosa di negativo, di antico, a un privilegio, appunto. Il protagonista viene mandato a lavorare al Polo Nord dove si innamora di una ragazza ambientalista che lavora come ricercatrice, qui diventa “più civile” e riesce a vedere il mondo da un’altro punto di vista. Un punto di vista che man mano si allontana da quello degli italiani. Ho letto molte cose su questo film, alcuni dicono si tratti di un filmetto, altri di un’opera di alta cultura, altri ancora ne trovano un significato politico. Io ci vedo un po’ tutte queste cose. Fa ridere, e non é un male. Fa riflettere, e non é poco. Rende un’idea molto “renziana” del lavoro e della cultura. Stringe l’occhio alla politica di oggi e cerca di rendere obsoleta la politica democristiana? Credo che consapevolmente o inconsapevolmente lo faccia. Tutto sommato si esce dalla sala quasi pensando che un posto oserei dire stabile più che fisso sia un privilegio, che sia il contrario della libertà e che sia sempre frutto dei favori di una vecchia politica. Un punto di vista dissacrante ma molto attuale, talmente attuale da essere diventato popolare. E questo spiega il successo di questo film. Se per un attimo ignoriamo la distribuzione massiccia di questa pellicola prodotta da Mediaset può sembrare un successo raggiunto per caso, ma se non lo facciamo il pensiero cambia. Zalone si dimostra ancora una volta intelligente e furbo con una comicità acuta e non banale pur sfruttando la banalità dei luoghi comuni. In generale la pellicola é gradevole e la trama é ben costruita, il risultato é del tutto positivo. Un film da vedere. Concluderei evidenziando che “Quo vado” è un film di evasione e non un trattato sociale e politico, come tale è giusto faccia ridere e riflettere, meno che venga strumentalizzato per definire il giusto dallo sbagliato, il corretto dallo scorretto. La cultura dalla non cultura. L’arte in tutte le sue vesti e applicazioni deve creare delle reazioni e Zalone è riuscito nell’intento.

 

Il passo della lumaca, regia di Daniele Suraci

Il passo della lumaca di Daniele Suraci, si apre con una serie di sguardi e di gesti ripresi in primo piano, con ottimi tagli di regia e movimenti di macchina. Si tratta degli sguardi e del sorriso di un bambino, che accompagna la mamma a fare acquisti e, per nulla interessato agli interessi della madre, trova il modo di giocare con una lumaca, che lentamente scivola sulla vetrina di un negozio. Oltre a questi due elementi, accompagnati da una costruzione musicale al servizio delle immagini, in simbiosi con le azioni del piccolo protagonista, appare il volto di una bambina, che abita di fronte al negozio in cui si svolge l’azione. La bimba ha uno sguardo triste e il ragazzino fa in modo di strapparle un sorriso, giocando con dei cappelli e altri oggetti, prelevati e indossati da un negozio, che li espone in strada.

La parte iniziale del film è ricca di spunti e attese, quasi come si svolgesse in un momento di sospensione, rispetto allo svolgersi degli avvenimenti. Non ci sono parole, ma soltanto gesti, sguardi, rumori, risate e le azioni dei due piccoli protagonisti. Questo momento “sospeso” svanisce con lo svanire dei giochi del bambino, che torna a casa con la sua mamma. Il finale non ha la stessa intensità della prima parte del film e forse i dialoghi finali disturbano l’atmosfera che si era creata sino a quel punto, anche se risultano necessari in quanto sarà la madre della bambina a continuare il gioco, parlando con lei. Questa, avendo assistito a tutta la scena descriverà le azioni che aveva fatto il bambino, suscitando finalmente i sorrisi della figlia. Si tratta di una buona prova di regia da parte di Suraci, pur avendo avuto a che fare con un soggetto di una certa complessità, in quanto basato esclusivamente sui movimenti, gli sguardi e gli umori di due bambini.

Ottima la colonna sonora realizzata da Giordano Corapi, musicista romano di grande talento, autore delle musiche degli spettacoli di Gabriele Lavia (tra cui Macbeth, Danza di morte e Il malato immaginario) e di quelle di numerosi cortometraggi tra cui Sulla strada di casa, Marta con la A e La piccola illusione, diretti da Emiliano Carapi, Tana libero tutti di Vito Palmieri (tra i tanti premi ottenuti per la colonna sonora, citiamo quello assegnato dal Genova Film Festival 2007) e La bas di Guido Lombardi.

Il cappotto di lana di Luca Dal Canto

Nel film del regista Luca Dal Canto, si respira l’atmosfera poetica ed artistica della città di Livorno, infatti, i veri protagonisti della storia sono il poeta Giorgio Caproni autore di Ultima preghiera (da cui trae spunto il cortometraggio), tratta dall’opera Versi livornesi e Piero Ciampi autore della struggente canzone intitolata Livorno, qui eseguita da Luca Faggella. Il brano ha il compito di sottolineare la parte centrale del film, dove il ragazzino viene privato del cappotto di lana appartenuto al poeta livornese: “triste triste, troppo triste questa sera, questa sera, lunga sera. Ho trovato una nave che salpava, questa sera, eterna sera…”.

La trama del film racconta di Amedeo, un adolescente molto diverso dai suoi coetanei, che nella sua stanza ha appeso il poster del cantautore Piero Ciampi e che dal suo Walkeman a cassette (notare la scelta retrò in alternativa ai più attuali iPod), invece di ascoltare le canzoni preferisce la compagna delle poesie di Giorgio Caproni, scontrandosi con il volere di suo padre, che lo preferirebbe più determinato a cercarsi un lavoro dopo la scuola dell’obbligo, definendo la poesia una questione di esclusivo interesse da parte di vecchi e femminucce.

Un giorno il suo migliore amico trova nella cantina del nonno il cappotto di lana appartenuto al grande poeta e decide di regalarlo ad Amedeo, il quale non vorrà più toglierselo di dosso. Il film è ambientato nel mese di agosto in una città di mare e l’evidente stranezza del ragazzo viene mal sopportata dal padre, il quale provvede a fare sparire quel vecchio cappotto.

A questo punto l’immaginazione del ragazzo esce dal contesto logico del tempo in cui vive, per rifugiarsi nella più creativa immaginazione, luogo dove incontrerà il poeta livornese e la madre di questi, in un susseguirsi di avvenimenti, che porteranno il padre del ragazzo ad apprezzare Caproni e a promettergli l’iscrizione al tanto desiderato Liceo classico.

Tra i numerosi pregi del film emerge quella che possiamo definire come la splendida fotogenia di Livorno, esaltata dalle melodie di Piero Ciampi e dalla dolcezza dei versi di Caproni, in una sorta di magica sinergia, che propone al meglio i paesaggi di questa città toscana. Non mancano citazioni allo scultore livornese Amedeo Modigliani, che presta il nome al protagonista del film.

Il cortometraggio ha vinto numerosi premi, tra i quali: miglior film al XVIII VideoCorto di Nettuno, Migliore sceneggiatura al festival di Cinema e Poesia organizzato da Officina Kreativa: Versi di Luce 2013 di Modica (RG) e miglior film di fiction al XIV Festival Internazionale Malescorto (Malesco – VB). Anche il protagonista del film è stato premiato in varie occasioni, tra cui come miglior attore protagonista all’Eiff 2012 di Nardò. Il film è stato trasmesso in TV sul canale Cooming Soon e ammesso alla rassegna del Caffè letterario di Roma.

Il regista Luca Dal Canto da anni si occupa di cinema, essendo stato aiuto regista di personaggi quali Enrico Oldoini, Daniele Luchetti e Sergio Rubini.

Recensione film “Il Cacciatore di donne”

Il film “Il cacciatore di donne” è intrigante e riesce a mettere in luce particolari agghiaccianti di una storia vera, di un serial killer che in america ha ucciso decine di donne negli anni ‘80. Il protagonista è Nicholas Cage, nella veste di un detective della Polizia dell’Alaska, da cui sta per ritirarsi. L’ultimo caso che gli viene affidato è difficile, un serial killer che attira, stupra e uccide giovani donne dalle caratteristiche simili. Una di queste è riuscita a fuggire, Cindy, ottimamente interpretata da Vanessa Hudgens, che aiuterà il detective a ricollegare il suo caso e i precedenti casi di scomparsa all’assassino: Robert Hansen (intepretato da John Cusack, la cui interpretazione non è né carne, né pesce). Il film in realtà non ha molto di innovativo, ma è gradevole e ha una buona resa, soprattutto per quanto riguarda la crudezza degli eventi, La sceneggiatura è particolare e riesce a far emergere sia il protagonista, che l’antagonista. Ma il ruolo che sembra spiccare su tutti, anche come recitazione, è quello di Cindy (Vanessa Hudgens). Un equilibrio tra questi personaggi che riesce a far spiccare quello che è il tema del film: ricordare le vittime di questo assassino, così come specificato in coda al film. Non è una pellicola che resterà nella storia, ma è un ottimo prodotto da vedere, poiché oltre a intrattenere riesce a far riflettere sulla crudezza e sull’anima degli uomini. Belle anche le scene nei sobborghi, tra droga e prostituzione. Emerge un lato oscuro e di degrado sia dell’uomo, che dell’ambiente che lo circonda e lo spinge alla perdizione. Da vedere.

Curfew di Shaw Christensen

CurfewCurfew (coprifuoco) del regista, sceneggiatore e musicista Shawn Christensen è il cortometraggio che, tra i tanti premi ricevuti, ha vinto quest’anno il prestigioso Oscar Hollywoodiano riservato ai cortometraggi.

Il film racconta la storia di un uomo depresso e del suo incontro con Sophia, la nipotina di nove anni, interpretata dalla piccola e bravissima Fatima Ptacek.

Ritchie, il protagonista del film interpretato dallo stesso Christensen, nel momento più drammatico della sua vita, dopo essersi tagliato le vene di un polso, viene interrotto dallo squillare del telefono. Si tratta di sua sorella che non vede da molto tempo e che, pur ritenendolo un irresponsabile, gli chiede se può occuparsi per qualche ora della nipotina Sophia. I rapporti tra i due non sono buoni, ma le circostanze costringono la donna ad affidare la figlia al fratello, per fare in modo di affrontare una situazione difficile. Ritchie decide quindi di rinviare il proprio suicidio e si medica con un po’ di garza, in modo da tamponare l’uscita del sangue e coprire il taglio che si era procurato al polso. Quello che il ragazzo ancora non sa è che quella bambina si dimostrerà molto più matura ed intelligente di lui e dopo qualche momento iniziale di diffidenza reciproca, riuscirà a dargli nuovo interesse per la vita. Il regista ha tratto l’ispirazione, per realizzare questo film, da una conversazione avuta con una ragazzina di nove anni, occasione in cui si è reso conto che per molti versi lei era molto più intelligente di lui. I bambini a quell’età assorbono così tante informazioni e lo fanno con una tale energia, che possono esser fonte di grande ispirazione. Gli adulti, invece, di qualsiasi parte del mondo siano, con il passare degli anni si fanno più disincantati ed indifferenti: Queste affermazioni riprendono in qualche modo concetti espressi anche da Pier Paolo Pasolini.Al regista piaceva l’idea di esplorare quelle due persone così diverse: una bambina piena di vita ed un adulto che invece ne era completamente svuotato, ma che dentro di lui, da qualche parte, aveva ancora sopito un bambino interiore. Da segnalare le doti recitative della giovanissima Ptacek, che si manifesta in tutto il suo potenziale, con un’interpretazione espressiva ed emozionale. Il film ha vinto la recente edizione dell’International Film Festival “Sedicicorto” di Forlì (Sezione Movie).

Anna bello sguardo

Cortometraggi: Anna bello sguardo un film di Vito Palmieri

Vito Palmieri è il regista di Anna bello sguardo, il cortometraggio nato da un’idea elaborata insieme alla classe II C della Scuola Secondaria Testoni Fioravanti di Bologna. Il film racconta di Alessio, un ragazzino adolescente con la passione del basket, che non riesce a giocare con i suoi coetanei perché ritenuto basso di statura. Un giorno, mentre si trova nel ristorante della nonna, scorge appesa alla parete la fotografia di Lucio Dalla, morto da appena un mese, ritratto insieme ad Augusto Binelli il pivot della Virtus Bologna. Si tratta di una fotografia molto conosciuta sia dai fan di Dalla sia dagli sportivi, ma certamente non dagli adolescenti dei giorni nostri. Nonostante la differenza di statura dei due personaggi, il ragazzino li crede entrambi giocatori di basket, sarà la nonna a rivelargli che Lucio non è un giocatore di basket, ma un cantante. Alessio inizierà a comprendere che la statura non è così importante per realizzarsi nella vita, riuscendo anche a conquistare la simpatia di Anna, la compagna di scuola preferita. E proprio insieme ad Anna correrà per le strade di Bologna sino a giungere sotto le finestre del palazzo dove abitava Lucio Dalla, in tempo per ascoltare la bellissima canzone Anna e Marco, la stessa che alla ragazza ricordava la sua infanzia, le cui note sono il motivo conduttore del film e forse della loro adolescenza. Il cortometraggio è stato girato tra i luoghi cari al cantante bolognese, tra cui la Trattoria Annamaria (dove la proprietaria interpreta la nonna del ragazzo), Piazza Maggiore e Via D’Azeglio. Lucio Dalla naturalmente non recita nel film, ma è lui l’indubbio protagonista della storia, così come lo sono i suoi suoni e gli accordi che accompagnano le varie scene, i colori delle strade del centro di Bologna e gli sguardi della gente che ascolta la sua canzone in strada. Regista di Anna bello sguardo è Vito Palmieri, autore di film quali Tana libera tutti del 2006, candidato ai David di Donatello, Il Valzer dello Zecchino – Viaggio in Italia a tre tempi, con cui ha vinto il primo premio come miglior documentario all’Annecy Cinéma Italien e il recente cortometraggio Matilde, selezionato alla Berlinale 2013 (sezione Generation) e premiato al Toronto International Film Festival (sezione Kids). Una menzione la meritano i due giovanissimi attori Ettore Minucci e Rebecca Richetta, oltre a Paolo Marzoni e Corrado Iuvara per il montaggio e Daniele Furlati, autore delle musiche. Anna Maria (proprietaria dell’omonima trattoria e interprete della nonna di Alessio) e i suoi collaboratori sono i protagonisti del cortometraggio Anna Maria: tagliatelle e buonanotte al secchio di Paolo Muran, classificatosi al terzo posto al Premio Cinema Academia Barilla 2012.

Daghe fogo: il film diretto da Luka Krizanac

Abbiamo incontrato Luka Krizanac “Luka Nreka”, regista del film Daghe fogo (dagli fuoco), un lungometraggio interamente girato e realizzato nella cittadina croata di Rovigno in Istria. Questa splendida cittadina si trova sulla costa occidentale dell’Istria ed è posta su di una penisola, che nel XVIII secolo è stata collegata artificialmente alla terraferma. Rovigno è circondata da isole, isolette e numerose baie, che, unite alla bellezza del suo centro storico, ne fanno un luogo di incomparabile bellezza.

Nella città il fermento artistico lo si vede in ogni sua parte, sia esso il centro Multimediale, oppure nelle iniziative della Comunità degli Italiani, il festival del cinema, la filodrammatica o i tanti atelier di pittori e scultori, posti ai margini dell’antica scalinata che porta alla chiesa di S. Eufemia (conosciuta anche come via degli artisti).

Daghe fogo ci offre uno spaccato dei giovani abitanti di questa città, consentendoci di conoscere una realtà e delle situazioni che a noi italiani possono sembrare lontane, ma che in effetti fanno parte della nostra storia. Il tutto illustrato con un suggestivo bianco e nero.

Vuoi parlarci del soggetto del film?

Il film tratta metaforicamente, in modo demenziale e tragicomico, i problemi che possono avere in comune gruppi di persone appartenenti a status sociali diversi. Racconta vicende reali esasperate al massimo, con lo scopo di farle sembrare irreali.

Daghe fogo è un lungometraggio interamente ambientato a Rovigno, è stato complicato realizzare un film a budget zero in questa splendida ma piccola città istriana?

Devo dire che è stato molto difficile. Specialmente per il fatto che essendo una città piccola, qualsiasi cosa ci serviva non la potevamo trovare a Rovigno. Da una vite M7 (misura non proprio standard) a vari elementi più specializzati per le riprese. Ricordo che tutto quello che ci è servito per girare il film lo abbiamo costruito in casa io e Fabio Damuggia (tranne la videocamera e l’adattatore per gli obiettivi). Fabio è riuscito perfino a trasformare un vecchio obiettivo in macro (ci è servito per alcune inquadrature).

Altro problema era il fatto di non poter girare nel periodo che va da Pasqua fino ad ottobre perché tutti quelli che collaboravano gratuitamente al progetto, dovevano lavorare. Questo perché Rovigno è una città turistica e in quel periodo tutti riescono ad “acchiappare” qualche lavoro. Devo però ammettere che alcune cose ci sono state agevolate, per esempio l’intervento dei vigili del fuoco di Rovigno in una delle scene finali (ci ha aiutato un po’ il fatto di aver fatto il militare nei pompieri), oppure il permesso di girare delle scene nell’ospedale Martin Horvat di Rovigno, per il quale è bastata una semplice richiesta.

Come è nato e si è sviluppato il progetto?

Il progetto nasce circa sei anni fa con una bozza di sceneggiatura. Poi iniziai a cercare i mezzi per realizzarlo, cosa non facile essendo a corto di fondi. Quando mi ero ormai rassegnato a non essere in grado di realizzare il tutto, durante il lavoro sulla scenografia per un film indipendente (che dovrebbe uscire a fine anno), ho incontrato il fotografo Fabio Damuggia, il quale accettò di aiutarmi nella realizzazione del film e senza il quale probabilmente il progetto non sarebbe mai stato portato a termine.

Il primo anno di lavoro è servito per organizzare le locazioni, le scenografie, i costumi, trovare e costruire a mano in officina tutti gli attrezzi necessari per girare il film; apparecchiature che altrimenti sarebbero costate decine di migliaia di Euro, cifre per noi impossibili. Tutto questo grazie, tra gli altri, allaiuto di Luca Majerić Tamburini e Martina Vupora i quali hanno partecipato anche come attori.

Le riprese sono durate per più di due anni per le mille difficoltà, che comporta il fare un film a budget zero. In quel periodo si è unito al nostro gruppo il film-maker tedesco Marko Sovulj, il quale insieme a Fabio e al sottoscritto, è stata una delle persone essenziali nella postproduzione del film, risultata con nostra sorpresa, la parte più complicata.

Gli attori del film si sono dimostrati spontanei e alcuni sono a loro volta artisti, ci vuoi parlare di loro dentro e fuori il set?

Gli attori sono un discorso un po’ a parte. La storia in se stessa riporta caratteristiche di gente vicina a me e agli attori. Numerose situazioni, che si trovano nel film, pur sembrando assurde sono capitate veramente (le abbiamo soltanto esagerate un po’), quindi gli attori si sono trovati nella situazione di interpretare caratterialmente se stessi.

Il problema vero e proprio è sorto nel momento in cui dovevano memorizzare il copione. In quella situazione smettevano di essere se stessi, in quanto non erano attori professionisti e questa era la loro prima esperienza cinematografica. La soluzione è stata quella di dire a tutti: “ok, avete imparato la storia, ok adesso buttiamo via il copione e parlate di quello che parla il film, ma a modo e con parole vostre”. Dopo qualche giorno tutti erano molto più rilassati, come se vivessero situazioni quotidiane e non ci fosse nessuna videocamera a riprenderli. Tra gli attori ci sono soltanto due persone che hanno avuto qualche esperienza precedente, si tratta di Teodor Tiani, il quale è un attore teatrale e di Fabio Danuggia, che ha vissuto qualche esperienza nelle recite teatrali amatoriali della Comunità degli italiani di Rovigno.

Gli attori sono in parole povere amici, molto contenti ed entusiasti di aiutarci. Qui possiamo trovare molti colleghi artisti tra cui: Il pittore Davor Rapaić, l’artista concettuale Goran Petercol (uno dei piu grandi artisti croati attualmente in circolazione), il poeta Alessandro Salvi (che fa da narratore spiegando le varie parti del film in modo metaforico attraverso le sue poesie), i fratelli musicisti Marko e Dino Kalčić (uno membro del gruppo “Svadbas” l’altro dei “Gustafi” non che promotori di moltissimi progetti musicali), il gruppo East Rodeo che ci ha concesso la loro musica (musicisti di rock psichedelico, nonché grandissimi artisti di performance, appena tornati da un tour in Giappone), il gruppo punk Titos bojs (che partecipano al film e che ci hanno dato le loro canzoni). In questi giorni esce il nuovo single, che come video promozionale avrà alcune scene del film. Tra i collaboratori cito anche il gruppo TheLink20 (che hanno partecipato al film e ci hanno concesso le loro canzoni, inoltre, alcuni di loro ci hanno dato una mano anche nelle riprese). Altri artisti sono il gruppo Obican Svijet (che partecipano al film e che ci hanno concesso le loro canzoni ), lo scultore Andrija Milovan che ci ha messo a disposizione il suo atelier, come location per girare le scene della festa, inoltre, ha fatto anche da comparsa in alcune scene.

Tra gli altri attori troviamo persone di tutti i generi, tra cui il giornalista della Voce del popolo Sandro Petruz, Denis Hrelja (ingegnere dell’università di Padova), il professore Zoran Bjelopetrović e cosi via.

Nel film alcuni attori si esprimono nella lingua di origine italiana (molto simile al nostro dialetto veneto) altri in croato, Il linguaggio utilizzato rispecchia l’attuale situazione etnica della città e della stessa Istria?

Il modo di parlare di Rovigno e dell’Istria è una mescolanza di tutto. Infatti, come detto prima, il modo di parlare utilizzato nel film deriva direttamente dal modo naturale di parlare degli attori. Se prendiamo per esempio parte della frase: “…gavemo ditto che anche noi studiemo, cusi che fa pasati…”, vediamo che in una frase in dialetto viene introdotta una parola croata, cosa molto comune nel modo di parlare attuale in Istria. Il dialetto parlato è l’istroveneto molto simile al veneziano, forse di più a quello cesotto. Oggi giorno si parla in questo modo, anche se il vero dialetto di Rovigno è quello rovignese, molto diverso con molte similitudini con il catalano. Peccato che si stia perdendo perché è sempre meno in uso tra i giovani.

Come convivono i giovani delle diverse etnie a Rovigno? Qual è la lingua che li accomuna?

Rovigno come tutta l’Istria è multiculturale e la lingua parlata… sono tutte. Infatti in un gruppo di persone è usuale parlare in lingue diverse. Per esempio se uno chiede una cosa in dialetto istroveneto è normale che capiti che qualcuno risponda in croato, ed un terzo ribatta in dialetto istriano. Tutti parlano nel modo in cui gli viene spontaneo, perché comunque lo capiscono tutti. In pratica e un frullato di culture linguistiche.

Il linguaggio utilizzato dagli attori nel film è spesso molto grezzo, al limite del volgare, rappresenta il modo di esprimersi dei giovani rovignesi e per quali ragioni storiche?

Si può dire anche senza “limite”, che è volgare! Cosi si parla nel mondo dei giovani d’oggi, la volgarità è diventata quotidianità. Perché? Non lo so, però è cosi, ma non solo in Istria. Io vivo a Venezia e devo dire che i veneziani non sono a meno quanto a bestemmie ed altro. Anche nei film americani si usa molto prendere il linguaggio di strada che è volgare. Noi abbiamo voluto un vero e proprio “Cinéma vérité” sia con le riprese che con la cultura underground, quella di cui non si esaltano troppo i pregi. Questa e una visione reale della vita privata della gente (che poi nelle loro situazioni professionali si sanno comportare in modo adeguato). Personalmente reputo che l’importante in un gruppo di persone, non sia il linguaggio usato, quanto il fatto di non offendere nessuno. Per quanto riguarda le ragioni storiche della regione cito una cosa che mi diceva mia nonna: “a ma, sono nata austriaca, mi sono sposata italiana, sono andata in pensione come jugoslava, e morirò croata…” e parliamo solo del ventesimo secolo.

Senza dubbio il circuito principale di distribuzione sarà quello dei festival indipendenti, ma ritieni che vi possa essere attenzione da parte di televisioni locali o nazionali croate? Oppure slovene come per esempio TV Koper?

Onestamente non so se le televisioni croate potrebbero essere interessate al nostro film, primo perché è in dialetto, secondo perché è un po’ “crudo”, anche se a noi farebbe piacere l’opportunità di far vedere il nostro film.

Un po’ perché tratta di problematiche sociali, che da noi esistono, ma che sono considerate un tabù. Inoltre, avremo l’occasione di dimostrare che anche senza soldi si può realizzare un progetto abbastanza serio e stimolare quelli che hanno buone idee, senza che le tengano chiuse in “prigione”, aspettando che qualcuno paghi il riscatto.

Per quanto riguarda TV Koper, forse potrebbe essere interessante il fatto che in un modo inusuale ed anche un po trash, raccontiamo una subcultura istriana che esiste e che (vedendo anche chi a aderito al progetto ) è molto importante per la regione. Da quello che abbiamo visto negli anni la TV di Capodistria ha sempre “documentato” gli eventi che dimostrano l’esistenza della cultura nella minoranza italiana in Istria.

Come hanno reagito gli abitanti di Rovigno durante le riprese del film? Vi hanno incoraggiato?

Gli abitanti di Rovigno non si sono accorti troppo di quello che stavamo facendo essendo il film girato un po’ in stile “guerriglia”. Quelli che sapevano cosa stavamo facendo ci hanno incoraggiato ed aiutato. Come per esempio il pescatore ed eccellente cuoco Luciano Ugrin, che ci ha dato una mano nelle riprese iniziali del film, facendoci partecipare ad uscite di pesca mattutine anche a scapito del suo lavoro, o Mirko Juricic che ci ha dato la possibilità di utilizzare il “Buzz bar”, anche in situazioni dove intralciavamo il suo lavoro.

Per quale motivo è stato scelto il Buzz Cafe’ Bar e cosa rappresenta per Rovigno questo locale?

Il Buzz è un posto ormai cult a Rovigno. Un posto dove si ascolta del buon rock, dove si incontrano tantissime persone, siano essi giovani, vecchi, ricchi, poveri, artisti, operai, di tutto di più… e la cosa interessante che tutti comunicano senza nessun tipo di barriere intellettuali. Un posto dove si organizzano piccoli concerti, eventi culturali ed altro. Basta andarci sin dal mattino e si può già parlare di tutto fino a notte fonda, raccontando idee ed ascoltando quelle degli altri. Un ambiente ideale per raccontare una delle vicende del nostro film.

La scheda del film:

Attori principali: Davor Rapaić, Fabio Damuggia, Teodor Tiani, Goran Petercol, Silvio Budicin, Denis Hrelja, Martina Vupora, Sandro Petruz, Luca Majerić Tamburini, Zvan Ugrin, Alessandro Salvi nel ruolo di se stesso e molti altri.

Parte tecnica: Luka Krizanac “Luka Nreka” (regia, sceneggiatura, montaggio, postproduzione e scenografia), Fabio Damuggia (sceneggiatura, riprese, scenografia, postproduzione), Marko Sovulj (riprese, postproduzione ed effetti speciali), Luca Majerić Tamburini (attore, scenografia, luci), Marco e Dino Calčić(suono e postproduzione suono), Martina Vupora (attrice,trucco, costumi), Josip Bilanđžić (riprese), Nenad Bravar (riprese).

Il cinema corto

Il cinema è nato con i cortometraggi, infatti sino al 1913 la durata massima di un film era di circa 15 minuti.

Da questi tempi pioneristici il cortometraggio si è evoluto con la nascita di vari generi quali commedie brevi, corti di animazione, comiche, artistico, sperimentale e perché no anche lo spot pubblicitario.

Il cortometraggio rappresenta e ha rappresentato una palestra di addestramento per registi, autori, attori e tecnici, ma, per molte persone rappresenta un vero e proprio genere da cui non vogliono allontanarsi. Questo tipo di cinematografia nasce solitamente da una piccola idea, che si sviluppa in poche azioni necessarie per giungere ad un finale “importante” a cui è demandato solitamente il compito di dare un significato a tutta la storia.

Questa breve premessa è necessaria per introdurre alcune produzioni di cortometraggi, realizzati tra il 2011 e il 2012, che sono stati presentati nei numerosi festival organizzati ogni anno in tutte le parti del mondo. Il loro numero è in forte crescita, anche in Europa e in Italia, nonostante la lunga crisi economica. Si può certamente parlare di un vero e proprio circuito di distribuzione, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. I festival più importanti sono senz’altro quelli che hanno una lunga storia, a loro è “demandato” il compito di presentare le nuove produzioni, che sempre più spesso sono successivamente accolte nella programmazione di altri festival. Alcuni dei film recensiti, possono essere visti su YouTube.

Parliamo di corti:

La Huida (La fuga)

Di Victor Carrey

La Huida ha raccolto numerosi apprezzamenti, tra cui il primo premo al Next Festival di Bucarest nel 2011 e il premio dello staff al Film Festival di Milano del 2011.

Si tratta di un film strutturato in maniera originale, che si sviluppa e si completa come un’equazione. Inizialmente un commentatore fuori campo descrive personaggi e le azioni, che ruotano intorno ad una banconota da 50 Euro, che sembra cadere dal cielo. Successivamente vengono introdotti oggetti e persone, tra cui una gomma da masticare, un guinzaglio per cani, una lattina, una macchia sul muro a forma di “Australia”, alcuni tizi loschi che fuggono, un semaforo piegato, che, causa una serie di coincidenze, cadono, fuggono ed esplodono, in un susseguirsi di scene dallo humor folgorante. La parte finale del film è scandita da un’ottima colonna sonora, in particolare dal brano Don’t you forget di Micah P. Hinson, inserito all’interno del CD Micah P. Hinson & The Gospel of Progress.

Una volta che tutti i personaggi e gli oggetti sono stati presentati, proprio come in un’equazione matematica, la scena scorre veloce nella sua narrazione, facendo combaciare ogni avvenimento al posto giusto. Causa ed effetto s’incastrano in un finale decisamente ben costruito.

Gli ingredienti del racconto sono ben dosati e distribuiti, tanto da costruire una narrazione completa nell’azione e nell’intento e quindi realizzando una storia vera e propria.


Crossing salween

Di Brian O’Malley

Questo film ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali, vincendo tra l’altro il Windsong International Film Festival 2011.

La protagonista, una bambina di nove anni, scampa al massacro della sua famiglia, ma per essere davvero in salvo deva fare un lungo viaggio attraverso gli orrori della giungla birmana sino al fiume Salween, che deve attraversare per giungere nella pacifica Thailandia. La storia è ambientata nello stato del Karen, nella Birmania orientale, dove la popolazione da anni viene perseguitata dal regime militare che li governa. I karen, detti anche Karian oppure Yang, sono un gruppo etnico situato principalmente in Birmania (4 milioni) e in Thailandia (400.000 individui), oltre a gruppi più piccoli in India. I Karen di Birmania sono spesso in conflitto con il governo centrale di Naypydaw a causa della negata indipendenza nazionale e della repressione esercitata nei loro confronti.

La bambina viene guidata nel suo viaggio da un angelo custode, il quale però può soltanto aiutarla con una promessa, senza avere la possibilità di intervenire.

Pur essendo un cortometraggio di soli venti minuti, il regista riesce nell’intento di costruire una narrazione, con momenti di tensione ed altri di pura azione, soprattutto nella scena in cui i militari fanno scempio della popolazione che vive nel piccolo villaggio. Da non perdere la scena finale, dove la bambina attraversa il fiume sotto il fuoco delle armi dei militari.

O’Malley ha girato numerosi spot televisivi in oltre dieci anni di attività, ma riesce con questo lavoro ad affermare la sua tecnica narrativa, ben lontana da tecnicismi o da stereotipi tipici della pubblicità televisiva.

A Fábrica

Di Alysson Muritiba

Alysson Muritiba, è un regista brasiliano, il suo film ha ricevuto numerosi premi in festival prestigiosi, tra cui il Recife Cine PE Festival do Audiovisual, Vitória Cine Vídeo e il Toronto International Film Festival.

Come si evince da questo cortometraggio, Muritiba preferisce raccontare storie ambientate in contesti di problematica sociale e politica del suo paese, infatti, A Fàbrica è ambientato in un carcere brasiliano.

La trama del film è abbastanza semplice. Una madre riesce a portare al figlio carcerato un telefono cellulare, in modo che questi possa mettersi in contatto con la piccola figlia, in occasione del suo compleanno. Quello che è emerge è l’ambiente in cui vengono sviluppate queste “piccole azioni”, che denota degrado, povertà e disperazione. Le storie raccontate da Muritiba sono frutto della sua fantasia, ma i personaggi interagiscono in contesti reali ed espongono problematiche del tutto attuali in Brasile.

Nonostante gli studi interrotti, il fermento culturale della città in cui è vissuto, ha permesso al regista di sviluppare la sua cultura ed avvicinarsi al mondo del cinema. L’idea di A Fábrica è nata quando ha lavorato all’interno di un carcere, un lavoro durato ben cinque anni, dove ha potuto vedere e soprattutto ascoltare tutti i generi possibili di storie, da parte dei detenuti.

Il film, nelle intenzioni di Muritiba, è il primo di una trilogia, che continuerà a prendere spunto dalla sua esperienza di lavoro all’interno del carcere, proponendo quindi altre situazioni e personaggi. Il film è stato interamente girato nel carcere di Ahú, una prigione abbandonata situata nello stato di Curitiba.

In A Fábrica l’autore riesce a raccontare una storia che comporta emozione, ponendo l’attenzione sugli uomini e i loro desideri, confinati, in questo caso, in un contesto sociale, che possiamo definire estremo. Muritiba gioca sui tempi e sui ritmi, non ci rivela nulla prima del dovuto, riuscendo a dare una spiegazione ai movimenti strani della madre e del figlio, gesti che non portano a fatti cruenti, come una rivolta oppure un tentativo di evasione, ma ad una semplice telefonata alla propria figlia, nel giorno del suo compleanno. L’autore sa che non può cambiare il mondo, cerca di farci capire la sua visione delle cose per aiutarci a comprendere il mondo in cui viviamo. Pur essendo una storia sviluppata in un contesto drammatico, la colonna sonora non utilizza musiche o suoni violenti, ma si affida ai suoni reali, inoltre, la camera segue i protagonisti, senza mostrare più di tanto il contesto in cui si muovono, provocando quasi un senso di claustrofobia, ampliando le inquadrature soltanto nel finale, quasi come per esprimere un senso di liberazione.

Umkhungo (Il regalo)

Di Mattew Jankes

Il film è stato premiato all’Africa in Motion 2011, il Festival scozzese dedicato al cinema africano, che si svolge ad Edimburgo.

La trama si sviluppa nelle azioni di un disilluso sbandato, che vive nei bassifondi di Johannesburg, il quale salva la vita di Themba, un bambino con poteri soprannaturali, ereditati dai suoi antenati, cui vengono uccisi i genitori. I due fuggono per sfuggire ad un parente superstizioso, il quale crede che il bambino porti sfortuna. Lo sbandato in un primo tempo pensa di vendere il bambino, ma sarà lo stesso Themba a convincerlo di aiutarlo in cambio di alcuni regali, necessari per fargli ritrovare il fratello. I due impareranno insieme, che i poteri straordinari del bambino, ritenuti una maledizione, in realtà sono un dono straordinario. L’epilogo del racconto, narrato tra l’onirico e il tecnicismo degli effetti speciali, ne conferma la forza e allo stesso tempo la disperazione.

La storia sviluppa un tema, che per tutto il film rende evidente il senso di fragilità degli uomini, delle azioni e dei rapporti tra loro, non tralasciando quelle che sono le loro aspirazioni. Tutto questo viene evidenziato proprio tramite quelli che sono i poteri del bambino.

Il film è ambientato in un contesto urbano diverso da quello occidentale, ma si intravedono affinità pericolosamente simili, nei confronti delle persone che vivono ai margini della società.

African Race

di Julien Paolini

Pur essendo di produzione francese è girato ed ambientato in una desolata periferia di una città dell’Africa nera. Il film narra le ambizioni e l’orgoglio del protagonista, che cerca di costruire una motocicletta, utilizzando pezzi di scarto trovati nelle discariche, allo scopo di partecipare ad una gara. Il momento epico del film giunge quando il protagonista termina la costruzione della sua moto e parte per raggiungere il luogo della gara. I suoi occhiali, una specie d’impermeabile e la moto stessa, vengono sublimati quasi fossero un elmo, un mantello e un veloce destriero. In pochi minuti e senza dialoghi, con la sola forza delle immagini e del racconto, il regista, ci regala un film emozionante e allo stesso tempo realistico.


Courte vie

Di Adil El Fadili

Un capitolo a parte lo dedichiamo al regista marocchino Adil El Fadili. Il film conferma l’importante momento storico del cinema africano, che in questo caso riesce a realizzare un originale racconto basato su humor, difficilmente riscontrabile nelle realizzazioni magrebine. L’autore ha vissuto e studiato a Parigi e questo si nota. Si tratta del suo primo lavoro cinematografico, ma, nonostante questo El Fadili riesce a realizzare un racconto originale, basato su tempi comici tipici dei fratelli Coen. Naturalmente il contesto in cui si sviluppa la storia, è completamente diverso da quello solito dei due registi americani e anche la visione del regista, ma le affinità non mancano.

Stand by me

Di Giuseppe Marco Albano

Si tratta di un corto di quindici minuti, vincitore del premio CRESM all’Efebocorto Film Festival di Castelvetrano. Il film è realizzato con lo stile della commedia un po’ dissacrante e per certi versi inquietante, perché descrive alcuni aspetti del nostro paese tristemente attuali. Il ritmo del film è tutto basato su di uno spot, che è in procinto di essere realizzato, per pubblicizzare la “meravigliosa” idea del protagonista. Il racconto si svolge con i tempi scanditi dalle canzoni e da alcune gag fulminanti, ecco quindi che il complesso, che dovrà essere ingaggiato per girare la réclame, intona all’inizio “Pregherò” portata al successo da Adriano Celentano, che nella versione finale si trasformerà in quell’inglese originale intitolata per l’appunto “Stand by me”. Lo stesso gioco temporale è utilizzato dal regista per la scena del flashback in cui si vede il protagonista, allora bambino, dialogare con il padre, il tutto utilizzando la canzone “Settembre”, inizialmente eseguita dal solito complessino e nella fase del ricordo, trasmessa dalla radio nell’interpretazione originale del suo autore: Peppino Gagliardi. Lo slogan finale, con cui si conclude il mega spot televisivo, è davvero indovinato: “Venite a morire a Matera”. Naturalmente il film è girato e ambientato in Basilicata, se non lo avete ancora visto, vi consigliamo di cercarlo su YouTube.

Il respiro dell’arco

Di Enrico Maria Artale

Il film cattura immediatamente l’attenzione dello spettatore, tramite un forte e violento impatto emotivo, l’uccisione senza apparente motivo di alcuni uomini, da parte di una donna armata di arco. Non sono date eccessive spiegazioni sulle motivazioni del gesto della donna, truccata quasi come Tomb Raider, ma si comprende il motivo di tanta ferocia nel momento in cui è ucciso un uomo, che ammette di non avere partecipato, ma soltanto assistito a quello che non può esser altro che uno stupro. Il finale è giustamente ambiguo, la donna scaglia le frecce dal proprio arco per colpire un bersaglio, in una gara sportiva, la freccia però ha la punta insanguinata…

L’accordeur

Di Olivier Treiner

Si tratta di un film che ha ottenuto numerosi premi, tra cui il prestigioso Cesar (l’Oscar francese), per il migliore cortometraggio.

Il protagonista è un giovane prodigio, che non riesce a superare un concorso molto importante. Reagisce a questo evento decidendo di diventare un accordatore, fingendo oltretutto di essere cieco. Questa scelta è motivata dal desiderio di volere entrare nell’intimità dei suoi clienti, siano essi una giovane donna che si spoglia, oppure una famiglia che vive in assoluta libertà in casa.

Come ben descritto nella scena in cui racconta il suo modo di vivere al proprio datore di lavoro, l’accordatore decide di vivere indisturbato la sua finta infermità, per meglio osservare le persone, esaltando il voyerismo, che evidentemente è parte di se. Inoltre, i suoi clienti lo credono in possesso di maggiore sensibilità, proprio per via della sua situazione sensoriale.

La scena del dialogo con il suo datore di lavoro è un piccolo capolavoro di caratterizzazione di un personaggio minore, difficile da sviluppare in un cortometraggio. Con poche battute viene fatto intravedere il suo modo di vivere i sentimenti, vedi il riferimento alla chat su Internet e il suo pensiero nei confronti dell’atteggiamento dell’accordatore.

Questo sotterfugio pone l’accordatore di fronte a numerose situazioni, ma lo porta anche a essere testimone di un omicidio, coinvolgendolo in un finale aperto, ma dall’esito che si presume drammatico.

In pochi minuti il regista riesce a sviluppare, con maestria, una trama che implica aspirazioni, delusioni, menzogna e omicidio. Da notare che la sequenza iniziale e quella finale, sviluppate in un contesto completamente diverso, sono uguali.

Enmesh

di Ainur Askarov

Si tratta di un film russo, che si distingue per il gusto trash del regista e per l’indubbia allegria, che riesce a coinvolgere anche il pubblico. Possiamo definirlo una specie di “Nuovo Cinema Paradiso”, con tutte le cautele del caso. L’immensa campagna russa fa da sfondo ai chiassosi frequentatori dell’unico cinema cittadino, dove, una volta la settimana è proiettato, per una sola volta, un unico film. Gli spettatori, tranne uno, sono tutti bambini e c’è chi, per entrare e pagare il biglietto del valore di due uova, deve mordere il lobo di una bambina. Questa, secondo la tradizione, un giorno diverrà sua moglie. Si tratta di un film interessante e per certi versi poetico.