Parliamo del film “Inferno” con Tom Hanks

#Inferno è un film che non da tregua, proprio come il romanzo di Dan Brown la trama avvolge e le scene di susseguono tra inseguimenti ed enigmi e ambientazioni mozzafiato. Il tema è affascinante: il sovraffolamento del pianeta e un virus pronto a risolvere il problema. Robert Langdon sembra fuori gioco, ma ad aiutarlo arriva Seanna. Una corsa contro il tempo, che lascia senza fiato.

Recensione del film “Steve Jobs” di Danny Boyle, con Michael Fassbender e Kate Winslet

Parliamo del film Steve Jobs, una pellicola sicuramente particolare e molto attesa dal pubblico che maggiormente ha seguito le imprese di un personaggio importante del mondo della tecnologia moderna. Il film racconta tre momenti, gli attimi precedenti a tre delle presentazioni che con il senno di poi hanno fatto storia. Tanti dialoghi, tante discussioni concitate, pochi minuti che durano un’eternità. Un vortice di questioni che devono necessariamente concludersi in poco tempo ma che in realtà si trascinano in tutto il film. Un teatrino semi straziante tra il protagonista, la madre di sua figlia e, appunto, sua figlia. Rapporti conflittuali che non riescono a nascondere grandi forzature con la finalità di descrivere Jobs come un uomo che “tutto sommato” aveva un gran cuore. Molti sono i temi spietatamente informatici trattati un po’ maldestramente, comprensibili per chi li conosce, molto meno per chi non li tratta. Parlare di velocità di un processore si può fare, ma non in quel modo. Detto questo il film riesce a essere scorrevole, forse grazie al continuo ricorso al flashback. La trama però risulta troppo forzata e si da troppo per scontanto della vita di Jobs. Si parte dal presupposto che tutti già conoscano la sua storia, quella vera. Si tratta di un punto di vista, di una rotta che parte bene ma che poi si perde. Sicuramente il rapporto con la figlia rende la storia più gradevole, ma ci si continua a chiedere per tutto il film “ma sarà stato poi davvero così?”. E’ un film, d’accordo, ma che sembra troppo lontano dalla realtà. Il risultato è che il film non convince, pur guardandolo con l’occhi di chi l’informatica la conosce e che ha letto diverse biografie in merito. E ascoltando i pareri dei non addetti ai lavori, convince ancora meno la platea più ampia. Quindi il film sembra essere più un bell’esercizio di stile del regista Danny Boyle e dei due attori principali Michael Fassbender e Kate Winslet. Un film molto atteso, ma che si rivela deludente.

 

#Parliamodi “Quo vado”, il nuovo film di Checco Zalone

Si parla così tanto del film “Quo vado” di Checco Zalone che mi è venuta voglia di andarlo a vedere. Il film è molto divertente e gioca talvolta in modo spietato e talvolta in modo più surreale sui luoghi comuni degli italiani. Zalone ironizza, spesso con sarcasmo, sulla cultura del posto fisso e sulla politica rendendo ridicolo il tanto osannato privilegio. Riesce a far ridere sui vezzi fino a spingersi quasi a ridicolizzare i contenuti. Il protagonista viene messo in mobilità dall’ente pubblico in cui lavora e a causa di un’azione di mobbing (perché si chiama così) viene delocalizzato in diverse località affinchè scelga di firmare le dimissioni dal “posto fisso”. Quest’ultimo viene così associato a qualcosa di negativo, di antico, a un privilegio, appunto. Il protagonista viene mandato a lavorare al Polo Nord dove si innamora di una ragazza ambientalista che lavora come ricercatrice, qui diventa “più civile” e riesce a vedere il mondo da un’altro punto di vista. Un punto di vista che man mano si allontana da quello degli italiani. Ho letto molte cose su questo film, alcuni dicono si tratti di un filmetto, altri di un’opera di alta cultura, altri ancora ne trovano un significato politico. Io ci vedo un po’ tutte queste cose. Fa ridere, e non é un male. Fa riflettere, e non é poco. Rende un’idea molto “renziana” del lavoro e della cultura. Stringe l’occhio alla politica di oggi e cerca di rendere obsoleta la politica democristiana? Credo che consapevolmente o inconsapevolmente lo faccia. Tutto sommato si esce dalla sala quasi pensando che un posto oserei dire stabile più che fisso sia un privilegio, che sia il contrario della libertà e che sia sempre frutto dei favori di una vecchia politica. Un punto di vista dissacrante ma molto attuale, talmente attuale da essere diventato popolare. E questo spiega il successo di questo film. Se per un attimo ignoriamo la distribuzione massiccia di questa pellicola prodotta da Mediaset può sembrare un successo raggiunto per caso, ma se non lo facciamo il pensiero cambia. Zalone si dimostra ancora una volta intelligente e furbo con una comicità acuta e non banale pur sfruttando la banalità dei luoghi comuni. In generale la pellicola é gradevole e la trama é ben costruita, il risultato é del tutto positivo. Un film da vedere. Concluderei evidenziando che “Quo vado” è un film di evasione e non un trattato sociale e politico, come tale è giusto faccia ridere e riflettere, meno che venga strumentalizzato per definire il giusto dallo sbagliato, il corretto dallo scorretto. La cultura dalla non cultura. L’arte in tutte le sue vesti e applicazioni deve creare delle reazioni e Zalone è riuscito nell’intento.

 

#GreenItalia: Angelo Bonelli, segretario dei Verdi Europei, ci racconta il suo programma elettorale

La campagna elettorale dei Verdi Europei è stata importante su tutti i media, abbiamo posto alcune domande al segretario dei Verdi Europei in Italia, Angelo Bonelli. Ecco l’intervista.

I Verdi Europei propongono un modello di crescita sostenibile, secondo il vostro punto di vista, come giudicate il quadro normativo ambientale in Italia?

Il problema dell’Italia è il rispetto delle leggi, l’assenza di controlli e la legalizzazione delle illegalità che hanno devastato il territorio (penso al condono edilizio). L’Italia ha il record in Europa di procedure d’infrazione per la violazione delle direttive europee e leggi in materia ambientale. Quello di cui l’Italia avrebbe bisogno sarebbe l’introduzione dei reati ambientali nel codice penale. Purtroppo due mesi fa la Camera dei Deputati con il voto favorevole anche del M5S ha approvato una pessima legge che rischia di far saltare molti processi ambientali tra cui quello dell’Ilva di Taranto. E’ stato introdotto il reato di disastro ambientale che può essere applicato solo se il danno ambientale è irreversibile. L’irreversibilità del danno è impossibile da dimostrare e quindi il reato non si può applicare. Non è un caso che questa legge sia stata approvata all’unanimità.

Tema idrogeologico. Ritenete opportuno allargare dal punto di vista normativo l’utilizzo del principio di “invarianza idraulica” (ovvero creare vasche di laminazione laddove si realizzano nuovi insediamenti, così come richiesto in diversi strumenti urbanistici vigenti?

Non si deve costruire nelle aree a rischio idrogeologico e di esondazione, che sono le naturali aree di contenimento delle acque dei fiumi, torrenti. Un piano urbanistico è obbligato a considerare questi aspetti. Purtroppo molti comuni autorizzano edificazioni in luoghi a rischio e i disastri raccontati dalla cronaca di questi ultimi anni lo dimostrano.

Qual è l’attuale situazione rispetto all’uso e al consumo di suolo? E come intendereste muoversi, sia in Italia che in Europa?

L’Italia ha bisogno di una legge che dica stop al consumo del suolo, tuteli le aree agricole e punti all’utilizzo del patrimonio edificato abbandonato o da riqualificare. In Europa bisogna lavorare a una specifica direttiva che vada in questa direzione che dovrà essere recepita dagli stati membri.

Caso Ilva. Cosa ne pensate? Come creare un sistema produttivo lontano dalle logiche di reciproco controllo che poi non controlla i controllori? Serve maggior etica o una regolamentazione più ferrea?

L’Ilva è l’esempio dell’ipocrisia di una certa sinistra che al governo della regione Puglia ha ingannato i cittadini dicendo che avrebbe contrastato l’inquinamento da diossina, invece concordava le leggi, come dice la procura di Taranto, con la dirigenza Riva e la famiglia RIva. Taranto è l’esempio anche di un sistema corruttivo e concussivo che riducendo i controlli non ha esitato a vendere la salute dei tarantini. Sono stato candidato sindaco a Taranto e oggi sono consigliere comunale, in questa città c’è un’emergenza sanitaria non affrontata come dovrebbe. C’è un’emergenza occupazionale che ha portato oltre 1.000 tra agricoltori e mitilicoltori a perdere il posto di lavoro senza che un sindacato li difendesse. Il futuro di Taranto è senza Ilva e si costruisce attraverso la conversione industriale come accaduto a Bilbao, istituendo un’area no tax per realizzare centri produttivi ad alto contenuto tecnologico, per la produzione, per l’innovazione e realizzando le bonifiche applicando il principio “chi inquina paga”. Questo nostro progetto porterebbe 30.000 nuovi posti di lavoro. Il 19 giugno prossimo ci sarà l’udienza preliminare per il processo Ilva dove il giudice deciderà sul rinvio a giudizio per concussione aggravata per il presidente della regione Puglia e leader di SEL Nichi Vendola, per il sindaco di Taranto e per l’ex presidente della Provincia di Taranto.

In tema ecologico Grillo ha sempre parlato molto, auto ecologiche, energie rinnovabili. Quanto è realmente fattibile e quanto soprattutto possibile e in grado di soddisfare le richieste energetiche?

Noi Verdi da sempre parliamo di auto ecologiche, di energie rinnovabili. La sfida che abbiamo di fronte è tra chi guarda al passato e chi al futuro. Il futuro dell’Italia deve e può essere rinnovabile. La Germania si è posta come obiettivo nel 2050 di produrre da rinnovabile l’80% dell’energia. L’Italia può fare lo stesso e di più. Dobbiamo liberarci dalla dipendenza dal petrolio che provoca guerre, conflitti e danni alla salute (pensiamo allo smog) o le centrali a carbone.

Tema Tav. In linea di principio, sul tratto di tunnel in previsione tra Piemonte e Francia non siete d’accordo. Così almeno pare dalle varie interviste ascoltate fino a ora. Secondo il vostro punto di vista è possibile realizzare il passaggio utilizzando le infrastrutture già presenti sul territorio e sistemate negli anni scorsi?

La tav in val di Susa è una vergogna perchè danneggia l’ambiente, spreca denaro pubblico ed è un’opera doppione. Esiste infatti una linea ferroviaria esistente su cui son stati già fatti consistenti investimenti ed è sotto utilizzata. Bisogna utilizzare le ferrovie già esistenti e potenziate e utilizzare i soldi della Tav per finanziare il trasporto pubblico locale per i pendolari (la vera grande infrastruttura necessaria per l’Italia)

Ci raccontereste il vostro programma in un tweet?

Pensare al futuro dei bimbi che nasceranno domani, costruendo un’economia ecologista #iovotogreen.

Ringraziamo Angelo Bonelli per la gentile collaborazione.

#immaginareilpresente: Elena Piastra, candidata al Consiglio Comunale di Settimo Torinese ci racconta il suo programma elettorale

Ormai manca poco al voto, abbiamo posto alcune domande al giovane assessore alla Cultura di Settimo Torinese, candidata al consiglio comunale tra le fila del Partito Democratico, per parlare un po’ di programmi.

In questi anni hai lavorato molto ai progetto culturali della Biblioteca Archimede, organizzando eventi dai contenuti più diversi. Quanto conta la cultura nella società di oggi, cosa si può ancora fare per migliorare?

In questi anni sono mancati soprattutto i fondi per riuscire ad investire al meglio. Biblioteca Archimede è stata una possibilità enorme per me e per la città, perchè è il luogo del gratuito, dei servizi più diversi per i cittadini di tutte le età. è lo spazio che più degli altri è dventato simbolo di un’intera città, città, Settimo, che nell’immaginario collettivo era la città della fabbrica, oggi è la città di Archimede. questo per dire che la cultura conta, come contano gli spazi che l’amministrazione decide di dedicare ad essa.

Cosa pensi dei meccanismi comunicativi come i social usati anche in questa campagna elettorale, aiutano davvero a capirsi o creano una strana forma di isolamento, soprattutto tra i più giovani?

Non so ancora dirti… credo che alla fine, almeno nel locale, gran parte delle persone vadano a votare chi conoscono, sebbene la rete per la prima volta può aver influenzato, almeno in parte il voto finale. staremo a vedere. in realtà mi sembra che la rete sia servita, almeno a Settimo, soprattutto come complemento alla campagna personale, fisica, per strada.

Grillo, Renzi, Berlusconi. Tre realtà diverse. Tre mondi diversi. Qual è il mondo in cui tu credi?

Posso consegnare in bianco qst domanda ? Scherzi a parte, Renzi è l’unica persona tra i tre al quale affiderei il governo del nostro Paese.

I politici più giovani oggi hanno una grande responsabilità. Quanto sono importanti per te le nuove generazioni?

Le nuove generazioni nascono in un ambiente in cui dire di fare politica è considerata una grave colpa. a loro va la responsabilità più grande: quella di interpretare una realtà mutata e destrutturare la gestione della cosa pubblica: non si tratta di cambiare verso, si tratta di adeguare un cambiato sistema di vita a una nuova gestione dei servizi, del sociale, della scuola, del lavoro. Se riusciranno ad essere capaci non solo garantiranno la ripresa culturale ed economica di un Paese, ma dimostreranno il ruolo della politica

Quanto lavoro c’è dietro un valido progetto politico e culturale?

Dipende dal tema. ci sono eventi che chiedono qualche giorno di lavoro. Ci sono temi che chiedono decine di incontri e mesi di lavoro. Tanto caffè e a volte un po’ di malox.

Raccontaci il tuo programma in tweet.

#immaginareilpresente forse, nel senso che occorre partire dai problemi reali e dalle possibilità che già ci sono e potenziarle, farle funzionare, “spremerle” per trovare tutto ciò che di buono possono dare, penso al lavoro fatto con Archimede, e a tutto quello che non ho avuto il tempo di fare. Spesso nato dall’immaginazione, dalla voglia di fare, dall’energia che le persone che amano il loro mestiere sanno dare.

Ringraziamo l’assessore Elena Piastra per la collaborazione.

Il passo della lumaca, regia di Daniele Suraci

Il passo della lumaca di Daniele Suraci, si apre con una serie di sguardi e di gesti ripresi in primo piano, con ottimi tagli di regia e movimenti di macchina. Si tratta degli sguardi e del sorriso di un bambino, che accompagna la mamma a fare acquisti e, per nulla interessato agli interessi della madre, trova il modo di giocare con una lumaca, che lentamente scivola sulla vetrina di un negozio. Oltre a questi due elementi, accompagnati da una costruzione musicale al servizio delle immagini, in simbiosi con le azioni del piccolo protagonista, appare il volto di una bambina, che abita di fronte al negozio in cui si svolge l’azione. La bimba ha uno sguardo triste e il ragazzino fa in modo di strapparle un sorriso, giocando con dei cappelli e altri oggetti, prelevati e indossati da un negozio, che li espone in strada.

La parte iniziale del film è ricca di spunti e attese, quasi come si svolgesse in un momento di sospensione, rispetto allo svolgersi degli avvenimenti. Non ci sono parole, ma soltanto gesti, sguardi, rumori, risate e le azioni dei due piccoli protagonisti. Questo momento “sospeso” svanisce con lo svanire dei giochi del bambino, che torna a casa con la sua mamma. Il finale non ha la stessa intensità della prima parte del film e forse i dialoghi finali disturbano l’atmosfera che si era creata sino a quel punto, anche se risultano necessari in quanto sarà la madre della bambina a continuare il gioco, parlando con lei. Questa, avendo assistito a tutta la scena descriverà le azioni che aveva fatto il bambino, suscitando finalmente i sorrisi della figlia. Si tratta di una buona prova di regia da parte di Suraci, pur avendo avuto a che fare con un soggetto di una certa complessità, in quanto basato esclusivamente sui movimenti, gli sguardi e gli umori di due bambini.

Ottima la colonna sonora realizzata da Giordano Corapi, musicista romano di grande talento, autore delle musiche degli spettacoli di Gabriele Lavia (tra cui Macbeth, Danza di morte e Il malato immaginario) e di quelle di numerosi cortometraggi tra cui Sulla strada di casa, Marta con la A e La piccola illusione, diretti da Emiliano Carapi, Tana libero tutti di Vito Palmieri (tra i tanti premi ottenuti per la colonna sonora, citiamo quello assegnato dal Genova Film Festival 2007) e La bas di Guido Lombardi.

Intervista a Tullio Pizzorno

Tullio Pizzorno: la sua musica, Mina, Alberto Radius, Linda e gli altri

Tullio Pizzorno è un compositore e autore a 360 gradi, che nel suo percorso ha incontrato e collaborato con numerosi artisti di primo piano e che ha portato avanti una sua carriera sostenuto da una nicchia di appassionati, soprattutto all’estero, pur senza essere presente nei media o sostenuto da costanti promozioni. L’incontro con Tullio è stato casuale, nato esclusivamente dal suo lavoro, in occasione dell’uscita di Banca d’Italia, l’ultimo album di Alberto Radius, di cui Tullio ha scritto i testi di cinque brani. L’originalità di questi testi e la sua disponibilità ci ha messi in contatto e questa è stata l’occasione per scoprire un artista e il suo mondo, le sue collaborazioni importanti, quella con Mina in primis (Di vista, Musica per lui e La fretta nel vestito), senza dimenticare le canzoni scritte per Linda e i Collage, la musica da film, il jazze il lavoro con Niels Lan Doky. Agli inizi del 2014 uscirà il suo nuovo lavoro discografico, intitolato Charisma, che rappresenterà un’ottima occasione per conoscerlo, nell’attesa potete collegarvi con il suo canale YouTube e ascoltare parte della sua discografia e brani live.

L’intervista

Hai scritto canzoni per Mina, che sono state incise nei suoi album Pappa di latte (1995), Cremona (1996) e Bula Bula (2005), dove viene messa in evidenza la sua anima jazz. Come è nata questa importante collaborazione?

Direi, all’inverso, che proprio una delle sue mille anime, forse quella più funk-jazz, ravvisò nei miei lavori questa incredibile identificazione. Mina mi telefonò personalmente quattro (!!) anni dopo il mio invio di una cassetta; stentavo a credere alle mie orecchie, ma poi mi lesse i titoli di alcuni brani contenuti sul nastro, quindi solo la vera Mina poteva esserne a conoscenza e doveva essere per forza lei. Da lì nacque tutto; mi disse espressamente che le piaceva il mio mondo musicale e mi chiese altro materiale; quindi iniziammo a lavorare. E’ curioso come a tutt’oggi le canzoni per le quali mi aveva telefonato, che erano sul primo nastro, non le abbia ancora incise. In totale comunque attualmente “possiede” circa una ventina di mie canzoni.

Da qualche settimana è uscito il nuovo album di Alberto Radius, dove tu hai scritto i testi di cinque brani, tra cui Talent show, Dusserdolf, Faccio finta che ci sei e Dimmi chi ha vinto, che si possono ritenere tra i più significativi. Vuoi parlarci di questo lavoro, che dopo la scomparsa di Oscar Avogadro ha permesso a Radius di completare un progetto fermo da anni?

Conosco Radius dagli inizi degli anni novanta, ma lo stimo musicalmente fin dalla mia adolescenza, perché amo da sempre Battisti e il mio strumento principale è la chitarra, quindi era normale che amassi anche Radius; poi mi proposi a lui in quanto produttore, e subito scoccò la scintilla di interesse da parte dell’allora nascente RTI music, per cui si decise che dovessi andare a Sanremo nel 1993 come cantautore. Mi dissero però che la musica era 10 e lode ma i miei testi a quel tempo non le rendevano merito, e allora Radius mi mise dapprima in contatto con un bravissimo autore di testi, Sergio Contin (Nomadi, Kuzminac, etc) ma poi alla fine mi presentò direttamente il nostro compianto amico Oscar Avogadro.

Nel mio periodo a Milano Radius al mattino mi accompagnava a Mombretto a casa di Oscar per farmi lavorare con lui, e la sera veniva a riprendermi. Inutile dire che la giornata con Oscar, più che a lavorare, la passavamo a raccontarci cose e andare a pranzo assieme (una volta a Peschiera Borromeo pranzammo pure insieme a Bruno Lauzi – ero al centro di una dimensione che allora il ragazzo che ero aveva sempre sognato), poi solo nell’ultima mezzora della giornata con Oscar lavoravamo per tirar giù le bozze di nuovi testi, poco prima che Radius venisse a riprendermi (questo Alberto non lo sa ☺).

Quanto all’ultimo lavoro di Radius, adesso, dopo vent’anni… mi è venuto naturale trasformare in testi tutto quello che assorbii stando accanto ad Oscar, tanto da dedicargli uno dei brani più belli dell’album “Faccio finta che ci sei”, che Alberto ama tantissimo…

(“ti chiederai se abbiamo scritto tutto e forse guarderai a me ancora nel ghetto”).

Poi c’è pure la presa di coscienza allo stesso tempo politica e non politica, che ci riguarda un po’ tutti, in Dimmi chi ha vinto: “lo tsunami delle stelle passa e va, ne hanno dette delle belle in libertà.

In Dusseldorf ho immaginato la storia di un manager sempre fuori in viaggio che si costruisce una doppia vita all’estero, e in Talent Show mi sono proprio divertito a fare ironia su questi macelli musicali di oggi, e Alberto era l’unico ad avere il piglio adatto per capirlo e rappresentarlo: ho lo stomaco vuoto ma valeva la spesa per il book delle foto.

Ho anche un altro brano che è di una sintesi pazzesca: in “Count Down”, in solo 3 minuti di canzone, c’è un astronauta che parte, arriva nello spazio, guarda il mondo nella sua piccolezza, poi torna sulla terra e capisce di essere cambiato: ” là è l’Afghanistan, terra di sabbia bruciata di fuoco e da qui che senso ha…”; mah, forse pensavo a Parmitano (astronauta italiano n.d.r.).

Quindi il vostro rapporto di lavoro risale ai tempi della RTI?

In effetti fu proprio da quei provini per la RTI che cominciammo a lavorare insieme, o meglio: mi faceva lavorare; spiego meglio: mi disse che dovevo ricreare nel suo studio a Milano quello che avevo fatto a casa a Caserta, quindi tornai giù, smontai tutti gli strumenti che avevo, riempii la macchina e tornai a Milano a registrare direttamente lì. Non dimenticherò mai quel periodo, assorbivo continuamente da tutto e tutti: fu bellissimo conoscere grandi musicisti e miti che lavoravano con lui, da Gazzola a Stefano Previsti, da Prudente ai vari discografici e pure artisti importanti progressive storici come Bernardo Lanzetti. Ci si incontrava tutti a pranzo in un baretto di fronte allo studio in via Bazzini, gestito tra l’altro da uno di Napoli.

Il top mi accadde quando una volta, mentre andava l’ascolto di un mio brano, Alberto venne a chiamarmi dalla stanza accanto allo studio (era un ufficio editoriale di una rivista musicale), dove c’era una persona che voleva sapere di chi fosse quella musica… quando entrai nella stanza e vidi Lucio Battisti intento a scartabellare fogli… rimasi di pietra. Lui non alzò nemmeno lo sguardo ma disse a voce bassissima tipo: “vai vai…continua”.

E chi se lo scorda più.

 

Le tue collaborazioni con Linda e i Collage coincidono con la voglia di sperimentare cose nuove, cosa hai trovato in loro?

Linda, si sa, ha una voce meravigliosa, e ti dirò, altrettanto sorprendente coraggio; è una di quelle che, dopo aver fatto Sanremo, piuttosto di seguire il filone facile si è messa in discussione su campi fusion jazz, ed è stata un’esperienza bellissima farle reinterpretare la mia Un dubbio, che avevo già inciso io nel mio primo album nel 2000. Con Linda ho avuto ospiti musicali grandissimi nel mio pezzo: oltre a me al piano Fender e alle tastiere c’è Scott Henderson alla chitarra e Tollak all’armonica. In seguito le ho affidato anche un altro brano fantastico che ha inciso nel suo album del 2010 (Sull’autostrada).

Le ho poi scritto un pezzo bomba per farla partecipare a Sanremo nel 2012, non a caso dal titolo Sarà la fine del mondo con un testo che immaginava quello che sarebbe dovuto accadere il 21 dicembre dello stesso anno. La commissione di Sanremo però avrebbe dato l’ok solo se Linda si fosse presentata in duetto con un altro artista “più risonante”… a nulla valsero gli sforzi dei suoi manager, che avevano ottenuto l’ingaggio di Larry Carlton alla chitarra… non era abbastanza famoso per Sanremo (!). Comunque ascolterete il brano Sarà la fine del mondo, perché lo faccio uscire nel mio prossimo album.

I Collage sono dei professionisti incredibili, e quasi nella coscienza musicale “impegnata” questa affermazione cozzerebbe con la loro dimensione easy-pop italiana anni fine 70-80, con quelle voci ancora quasi adolescenziali che hanno… eppure ti dico che nel 2003 mi hanno affidato la direzione artistica dell’intero loro album, dove per loro scrissi ben nove canzoni inedite e arrangiai in chiave “mia” due loro classici come Tu mi rubi l’anima e Due ragazzi nel sole. E’ stato fantastico traghettarli in un mondo che in realtà non apparteneva loro, fatto di armonie complesse e accordi di 13sima. Il disco l’ho suonato tutto io e loro hanno solo cantato. Ora nei concerti eseguono anche le mie canzoni, che piacciono tantissimo al loro pubblico. Hanno avuto un coraggio da leone… chi glielo ha fatto fare… Sono dei pazzi! Ma sono dei veri professionisti, te lo garantisco.

La tua carriera solista prosegue senza soste, vuoi parlarci dei tuoi album e di Charisma?

Beh, anche perché non sono più un giovanetto, a me conviene dire che più che un cantautore sono un “autore che canta”, e in questo modo mi assolvo dal fatto che non sono presente nei media e non sono promozionato. Di conseguenza i miei lavori NON hanno un mercato, ma hanno una nicchia di affezionati soprattutto all’estero (ad esempio i giapponesi sono i miei più smaliziati ma sinceri estimatori, sarà forse perché non sanno che in Italia non sono conosciuto come interprete ☺).

Io proseguo senza soste perché scrivo e registro sempre e ho all’attivo più di un migliaio di canzoni inedite, che se mi va metto fuori di volta in volta, e così facendo col prossimo Charisma, sono al sesto album mio personale.

Quella rarissima volta che capita – solo cioè quando ci sono le giuste condizioni promozionali e i contesti adatti – riesco a rappresentarmi in concerto ed è sempre un’esperienza bellissima che piace a tutti, compresi i musicisti che collaborano dal vivo con me, che sono sempre importanti professionisti che si “prestano” alla mia causa solo perché gli piace la mia musica. Ma ti confesso che è sempre una fatica montare le prove come voglio io, per cui costa tanto prepararsi per un live (anche economicamente). Ed ecco che ce ne stiamo a casa.

Cinema e musica sono un binomio indissolubile, tu hai realizzato alcune colonne sonore, questo è un lavoro che ti ha dato soddisfazioni?

Assolutamente sì, perché con la musica (in questi casi strumentale, ovvio) hai modo di vestire emozioni visive. Un’anticipazione; un amico ha prodotto un corto che presenterà ad alcuni Festival importanti, e io ci ho messo la musica… il film si intitolerà “10 agosto”, se uscirà – e quando – non lo so.

Poi mi chiamarono nel 2007 alla Festa del Cinema di Roma; per quella occasione mi inventai un Recital dedicato a Buster Keaton, e cantai le mie canzoni mentre proiettavano in una specie di “sincrono concettuale” con quel che dicevo le immagini in bianco e nero di Buster Keaton, l’attore che non ride mai. Lo spettacolo, eseguito in trio con me alla chitarra, i grandi Pietropaolo Veltre al basso e Aldo Fucile alla batteria, lo intitolai L’amore che ride: Recital di un autore che canta per un attore che non ride mai.

Nell’album Italian Ballads hai collaborato con Niels Lan Doky, cosa pensi di lui come artista e come ti sei trovato a lavorare con lui?

Ho conosciuto Niels grazie a Gino Vannelli, che fece in modo che Niels avesse alcuni miei brani. C’era un produttore giapponese, Makoto Kimata (nota: sempre i giapponesi, i migliori feticisti dell’Italia), che commissionò a Lan Doky un album di canzoni classiche italiane da realizzare in versione strumentale in trio jazz (piano, batteria, contrabbasso). Niels mi chiese una mano a scegliere i brani, ma poi volle includere tra questi classici anche una mia canzone… che ci azzeccava? Ma non ci fu verso di fermarlo!

E’ venuto pure ospite a casa mia con la sua fidanzata di allora, una giornalista danese, come tanti musicisti amici che ho avuto l’onore di ospitare (mia moglie cucina alla grande ☺). Anche quella fu un’esperienza fantastica, con Niels al piano che è un fenomeno assurdo, più il contrabbassista Lars Danielsson e Jeff Boudreaux alla batteria, che suonavano la mia musica. Pensa che dell’album giapponese (dal titolo Casa dolce casa) ne fu poi ripubblicata anche in Belgio un’edizione europea (intitolata per l’appunto Italian Ballads).

http://www.tulliopizzorno.com

https://www.youtube.com/artist/tullio-pizzorno

 



Il cappotto di lana di Luca Dal Canto

Nel film del regista Luca Dal Canto, si respira l’atmosfera poetica ed artistica della città di Livorno, infatti, i veri protagonisti della storia sono il poeta Giorgio Caproni autore di Ultima preghiera (da cui trae spunto il cortometraggio), tratta dall’opera Versi livornesi e Piero Ciampi autore della struggente canzone intitolata Livorno, qui eseguita da Luca Faggella. Il brano ha il compito di sottolineare la parte centrale del film, dove il ragazzino viene privato del cappotto di lana appartenuto al poeta livornese: “triste triste, troppo triste questa sera, questa sera, lunga sera. Ho trovato una nave che salpava, questa sera, eterna sera…”.

La trama del film racconta di Amedeo, un adolescente molto diverso dai suoi coetanei, che nella sua stanza ha appeso il poster del cantautore Piero Ciampi e che dal suo Walkeman a cassette (notare la scelta retrò in alternativa ai più attuali iPod), invece di ascoltare le canzoni preferisce la compagna delle poesie di Giorgio Caproni, scontrandosi con il volere di suo padre, che lo preferirebbe più determinato a cercarsi un lavoro dopo la scuola dell’obbligo, definendo la poesia una questione di esclusivo interesse da parte di vecchi e femminucce.

Un giorno il suo migliore amico trova nella cantina del nonno il cappotto di lana appartenuto al grande poeta e decide di regalarlo ad Amedeo, il quale non vorrà più toglierselo di dosso. Il film è ambientato nel mese di agosto in una città di mare e l’evidente stranezza del ragazzo viene mal sopportata dal padre, il quale provvede a fare sparire quel vecchio cappotto.

A questo punto l’immaginazione del ragazzo esce dal contesto logico del tempo in cui vive, per rifugiarsi nella più creativa immaginazione, luogo dove incontrerà il poeta livornese e la madre di questi, in un susseguirsi di avvenimenti, che porteranno il padre del ragazzo ad apprezzare Caproni e a promettergli l’iscrizione al tanto desiderato Liceo classico.

Tra i numerosi pregi del film emerge quella che possiamo definire come la splendida fotogenia di Livorno, esaltata dalle melodie di Piero Ciampi e dalla dolcezza dei versi di Caproni, in una sorta di magica sinergia, che propone al meglio i paesaggi di questa città toscana. Non mancano citazioni allo scultore livornese Amedeo Modigliani, che presta il nome al protagonista del film.

Il cortometraggio ha vinto numerosi premi, tra i quali: miglior film al XVIII VideoCorto di Nettuno, Migliore sceneggiatura al festival di Cinema e Poesia organizzato da Officina Kreativa: Versi di Luce 2013 di Modica (RG) e miglior film di fiction al XIV Festival Internazionale Malescorto (Malesco – VB). Anche il protagonista del film è stato premiato in varie occasioni, tra cui come miglior attore protagonista all’Eiff 2012 di Nardò. Il film è stato trasmesso in TV sul canale Cooming Soon e ammesso alla rassegna del Caffè letterario di Roma.

Il regista Luca Dal Canto da anni si occupa di cinema, essendo stato aiuto regista di personaggi quali Enrico Oldoini, Daniele Luchetti e Sergio Rubini.

Recensione film “Il Cacciatore di donne”

Il film “Il cacciatore di donne” è intrigante e riesce a mettere in luce particolari agghiaccianti di una storia vera, di un serial killer che in america ha ucciso decine di donne negli anni ‘80. Il protagonista è Nicholas Cage, nella veste di un detective della Polizia dell’Alaska, da cui sta per ritirarsi. L’ultimo caso che gli viene affidato è difficile, un serial killer che attira, stupra e uccide giovani donne dalle caratteristiche simili. Una di queste è riuscita a fuggire, Cindy, ottimamente interpretata da Vanessa Hudgens, che aiuterà il detective a ricollegare il suo caso e i precedenti casi di scomparsa all’assassino: Robert Hansen (intepretato da John Cusack, la cui interpretazione non è né carne, né pesce). Il film in realtà non ha molto di innovativo, ma è gradevole e ha una buona resa, soprattutto per quanto riguarda la crudezza degli eventi, La sceneggiatura è particolare e riesce a far emergere sia il protagonista, che l’antagonista. Ma il ruolo che sembra spiccare su tutti, anche come recitazione, è quello di Cindy (Vanessa Hudgens). Un equilibrio tra questi personaggi che riesce a far spiccare quello che è il tema del film: ricordare le vittime di questo assassino, così come specificato in coda al film. Non è una pellicola che resterà nella storia, ma è un ottimo prodotto da vedere, poiché oltre a intrattenere riesce a far riflettere sulla crudezza e sull’anima degli uomini. Belle anche le scene nei sobborghi, tra droga e prostituzione. Emerge un lato oscuro e di degrado sia dell’uomo, che dell’ambiente che lo circonda e lo spinge alla perdizione. Da vedere.

Curfew di Shaw Christensen

CurfewCurfew (coprifuoco) del regista, sceneggiatore e musicista Shawn Christensen è il cortometraggio che, tra i tanti premi ricevuti, ha vinto quest’anno il prestigioso Oscar Hollywoodiano riservato ai cortometraggi.

Il film racconta la storia di un uomo depresso e del suo incontro con Sophia, la nipotina di nove anni, interpretata dalla piccola e bravissima Fatima Ptacek.

Ritchie, il protagonista del film interpretato dallo stesso Christensen, nel momento più drammatico della sua vita, dopo essersi tagliato le vene di un polso, viene interrotto dallo squillare del telefono. Si tratta di sua sorella che non vede da molto tempo e che, pur ritenendolo un irresponsabile, gli chiede se può occuparsi per qualche ora della nipotina Sophia. I rapporti tra i due non sono buoni, ma le circostanze costringono la donna ad affidare la figlia al fratello, per fare in modo di affrontare una situazione difficile. Ritchie decide quindi di rinviare il proprio suicidio e si medica con un po’ di garza, in modo da tamponare l’uscita del sangue e coprire il taglio che si era procurato al polso. Quello che il ragazzo ancora non sa è che quella bambina si dimostrerà molto più matura ed intelligente di lui e dopo qualche momento iniziale di diffidenza reciproca, riuscirà a dargli nuovo interesse per la vita. Il regista ha tratto l’ispirazione, per realizzare questo film, da una conversazione avuta con una ragazzina di nove anni, occasione in cui si è reso conto che per molti versi lei era molto più intelligente di lui. I bambini a quell’età assorbono così tante informazioni e lo fanno con una tale energia, che possono esser fonte di grande ispirazione. Gli adulti, invece, di qualsiasi parte del mondo siano, con il passare degli anni si fanno più disincantati ed indifferenti: Queste affermazioni riprendono in qualche modo concetti espressi anche da Pier Paolo Pasolini.Al regista piaceva l’idea di esplorare quelle due persone così diverse: una bambina piena di vita ed un adulto che invece ne era completamente svuotato, ma che dentro di lui, da qualche parte, aveva ancora sopito un bambino interiore. Da segnalare le doti recitative della giovanissima Ptacek, che si manifesta in tutto il suo potenziale, con un’interpretazione espressiva ed emozionale. Il film ha vinto la recente edizione dell’International Film Festival “Sedicicorto” di Forlì (Sezione Movie).