Recensione Mallory Switch – Mallory

Quando il rock si evolve in modo dinamico e ruggente, non si può non notarlo. Così il nuovo lavoro dei Mallory Switch colpisce per determinazione e sound particolari. Dall’era di Freek si è passato a una dimensione più consolidata e a un’apertura ampliata sulle melodie più moderne. L’electric rock costruito sui suoni metallici, provenienti dalle fabbriche, campionati e inseriti in un contesto musicale contemporaneo, assume una nuova linfa che porta a un’ulteriore crescita questo interessantissimo gruppo. La voce femminile è graffiante e raffinata, il tappeto sonoro forte e duro. La decisione non manca a questi ragazzi e la voglia di arrivare nemmeno. Hanno lavorato molto e si sente già dalle prime note di “business television” con ritmica e sound trascinanti. Come un treno in corsa si passa alle atmosfere tra suoni elettronici e voce incalzante in “you made my shitlist”, proseguendo nell’attraente impatto di “dirt”. Ma non c’è tregua, la voglia di far ballare e gridare è tanta. Si vola con “The last man on earth”, in cui fa da eco il featuring di Beans. “No evil” e “Brand new world” sono due pezzi belli e adattissimi a una colonna sonora di viaggio. Tra strumentale e rock duro “Flow”. Si fa sempre ascoltare “Evolution machine”, già presente nello scorso lavoro. E’ Delirio elettrorock con “Mumbling my time”, mentre quasi una ballata con “Mother earth”. Un disco che scorre tra esaltazione e momenti elettronici, un colpo sordo di adrenalina e passione. Un viaggio che non sa smettere di trascinare verso la nuova era dei Mallory Switch e del loro rock elettromeccanico.

Tracklist:

  1. Business television
  2. You mare my shitlist
  3. Dirt
  4. The last man on earth
  5. No evil
  6. Brand New world
  7. Flow
  8. Evolution machine
  9. Mumbling my time
  10. Mother earth

Recensione e intervista: Zibba e Almalibre “Una cura per il freddo”

L’album “Una cura per il freddo” di Zibba e gli Almalibre è senz’ombra di dubbio un bel disco. Le atmosfere di pane caldo e sentimenti riecheggiano tra le note e le melodie, tracciando un percorso che porta verso un cielo più che sereno. Come un vento caldo che proviene dal mare, quella leggera brezza che colora il viso, la musica di Zibba emoziona e trascina senza tregue. Questo lavoro differisce molto dai precedenti, sia per l’incanto che sfocia nel jazz, sia per la favola che crea un rapporto tra narratore e ascoltatore. Un bel brivido da ascoltare e riascoltare. Il viaggio parte con “Mallamore”, un pezzo ritmato, sarcastico e ricco di passione, che come un quadro descrive un promiscuo scambio di affetti nelle sue diverse sfumature, dal sesso al piacere fino all’anima e ritorno. D’altro canto “è difficile stancarsi della carne rosa”, come il cantautore ligure narra. “Ordine e gioia” è una persa, dolce e intensa, un sapore che sa di fragola e nuvole: una ballata di zenzero e racconti. “Una parola, illumina” è una ballata che sfiora il rock e sussurra a un jazz di pianoforti e violini con parole taglienti. Con “Ammami” il sound è brillante ed euforico, ancora si sente l’odore del mare e del pesce appena pescato. Il ritmo avvolgente e intrigante rende “Dauntaun” una vista di una città raccontata da un’angolatura dissacrante, molto bello il finale hip-hop, in un culmine di suoni ben miscelati. Si prosegue con i viaggi dissacranti di “Bon voyage”. Ci si ferma, poi, alla stazione della poesia con “Scalinata Donegaro”, un ritratto della famiglia, senso più profondo dell’amore, è un incedere di parole calde, accompagnate da una musica che pare la compagna ideale di viaggio. “L’odore dei terni” ha un qualcosa di nuovo per il modo di scrivere solito per Zibba, ma che dalla malinconia di un momento lascia esplodere quel che più nell’anima: la voglia di star bene. Poi ancora una poesia tra le note di “Soffia leggero”. Lo stacco rock di “Rockenroll” è forte e deciso, con una bella scossa ai danni dell’ipocrita vivere. Un inno al sogno che portiamo dentro. Puro jazz in “Tutto è casa mia”, amalgamati gesti e voci degli strumenti, che sembrano cantare anch’essi con Zibba. E come un inno alla luna che parla d’amore in “Una parte di te”. “Quattro notti” racconta sensazioni lontane, ma che portano con sé il senso delle cose più profonde. “Dove vanno a riposar le api” è un finale poetico e a tratti struggente. Un romanzo in poche righe, una ninnananna leggera. Un racconto che sa di vita e pure emozioni. Un bel disco.

 

Intervista a Zibba:

1. Nel disco vengono più volte citati i piedi, che sono protagonisti anche nella copertina. Che rapporto hai con i piedi? Cosa rappresentano per te?

ZIBBA: Sono un amante del piede femminile. Sessualmente sono sempre stato attratto da questa parte del corpo. Poi negli anni sono passato da una condizione di “preso in giro” dagli amici che mi sentivano parlare dei piedi delle ragazze piuttosto che di altre parti del corpo, fino a scoprire che sono molti ad avere questa mania. E molti anche in fase più cronica della mia. Non si può spiegare. è una parte del corpo che quando ben curata è molto affascinante. I piedi in copertina sono della mia compagna, i migliori che abbia mai visto in vita mia. Sono fortunato.

2. Il sound del nuovo disco è molto differente, più maturo per certi versi, rispetto ai precedenti. Cosa è cambiato in questi ultimi tempi? E come pensi che questi tempi siano cambiati.

ZIBBA: Cambia tutto ogni giorno. Il nostro sound, come i testi, seguono il susseguirsi delle cose. I cambiamenti interiori e quelli dell’ambiente che ci circonda. Cos’è cambiato in giro? Non lo so. Forse che stiamo passando? Forse che finisce l’era delle televisione. Forse che adesso ho una cabina armadio ma nella stessa casa di prima. Forse che quando mi sveglio ho ben chiaro quello che voglio essere nella vita. Lotto con i miei mezzi per portare gioia e armonia dove posso. è cambiato tutto e non è cambiato niente. Siamo sempre qui. Tu a fare domande ed io a rispondere.

3. Il tema dei sentimenti e l’importanza della famiglia sono sempre presenti nel tuo lavoro: pensi che i giovani abbiano ancora a cuore le stesse cose, o l’immediatezza e la velocità dei rapporti abbiamo creato una nuova forma di “sentimento al consumo”, che non lascia nulla? Mi viene in mente Rockenrol, in cui parti dell’ipocrisia di questa società e di quel che poi davvero ci piace.

ZIBBA: L’altra notte tornando a casa fuori da una discoteca ho visto alcune scenette di baldi giovinastri poco più che diciottenni intenti nel picchiarsi, aggiustarsi i reggipetti e i tacchi vertiginosi, prendersi in giro, barcollare ubriachi e agitarsi e urlare in preda alla coca. Ho bestemmiato amico mio. Avrei voluto prenderli tutti, metterli davanti alla foto dei loro genitori a ventanni. Avrei voluto fermarmi e chiedere ad ognuno di loro cosa si aspettano dalla vita e cosa stanno facendo perchè questo accada. L’uomo è nato per amare e stare bene. Non per altre mille cose inutili e distruttive. Se i valori della famiglia e dell’amore stanno uscendo dai principi fondamentali dell’uomo dobbiamo fare qualcosa per riportarli a casa. Lo so, con la musica c’entra poco. Ma… sono su un palco. Ho la possibilità potenzialmente di arrivare a molti. E faccio la mia parte.
Per quanto mi riguarda, ti rispondo che io non riesco a parlare d’altro. Amore. Non abbiamo bisogno d’altro.
Siamo figli di un mondo che non dovrebbe essere così? Chi ha forza capisce. Chi ne ha meno si adegua. Chi ne ha in abbondanza faccia qualcosa!

4. Molti, come il sottoscritto, sperano nel tuo successo, anche per riportare la musica italiana ai livelli che merita. Ritieni che i personaggi provenienti dai reality show danneggino, in qualche modo, chi, come te, fa la “gavetta” portando la propria musica nei locali?

ZIBBA: Per fortuna non mi tocca il successo di chi partecipa ai reality. Non è lo stesso campo da gioco. Non c’è rivalità. Loro fanno la loro cosa, alcuni bene altri male come in ogni ambiente. Non è questo che non funziona. Ma ci sarebbe da fare una conferenza in merito. Dal festival di Sanremo ai Reality non si parla di musica. Sono shows. Spettacolo. Costruiti e curati perchè facciano compagnia alle persone che amano la tv. Quello che faccio io e che fanno la maggior parte dei miei colleghi è fare chilometri con il culo sul furgone per andare a suonare non si sa dove e non si sa come con la sola voglia di arrivare alla gente. E a noi la televisione, haimè, piace poco. Poche cose. Quindi non mi sento minacciato. Anzi. Sarebbe come paragonare un giudice antimafia a quello di forum. Due campi da gioco ben diversi. Mi ritiro per deliberare…

Recensione Palkoscenico al neon – Disordine nuovo –

Un suono feroce e duro fuoriesce dalle casse. Come un’onda anomala si impossessa delle coscienze più pure. Rock senza peli sulla lingua, senza paura di essere etichettato. Come un grido di rivolta sociale si innalza da ognuno dei pezzi dell’album “Disordine Nuovo”.

Parole forti che condannano una società allo sbando. La voglia e la determinazione di chi vuole far qualcosa per emergere dal silenzio. Tracce come “Antidoto” sono esempio di come ci sia ancora dell’anima nella musica che le major mettono fuori-gioco. Sono i Palkosceniko Al Neon il gruppo in grado di fare tutto ciò, prendendosi gioco del potere. Lo si intuisce anche dalla copertina del disco, in cui emerge la piramide massonica. “A un passo da me” è una canzone  molto parlata, quasi tendende all’hip hop, ma con matrice rock di ottima fazione. “La mia scena” continua sulla falsariga del pezzo che lo precede, ma con un ritmo più graffiante e potente. In “Su, comunisti della capitale” diventa ancor più chiaro l’orientamento in cui si vedono i musicisti di questa band. Inneggiano a barricate, al grido, al riscatto, ma non è la politica il tema principale, piuttosto la rinascita delle ambizioni del popolo. “Passo dopo passo” è molto strumentale, pur non mancando un testo pungente.
Dal punto di vista tecnico sarebbe necessario un’operazione di mixaggio che possa migliorare la fruibilità delle voci, pur mantenendo l’impatto delle chitarre elettrice.

In conclusione è un album particolare, ricco di spunti e sensazioni. Si tratta di un album molto urlato, politicizzato per alcuni versi, pieno di rabbia. Questo fa sì che non si possa certo definire come prodotto molto commerciale. Ma è il bello di questo gruppo. Ottima colonna sonora per chi ha voglia di far sentire il proprio dissenso al mondo. Da riascoltare.

 

In collaborazione con: impattosonoro.it

Recensione – Angry September

E’ un urlo stroncato di voci impazzite.E’ la parola data a chi non ce l’ha.E’ una scia di luce chimica al lato ombroso della realtà che oscurano.E’ la musica che nasce dagli strumenti degli Angry September,gruppo Punk/Alternativo/Hardcore del Piemonte.La band é così composta da AmeRay alla chitarra e voce,Michael Butter al basso e alla seconda voce,Karl alla batteria e terza voce.’Gli Angry September non hanno nessun interesse a scendere a compromessi per essere meglio venduti all’industria musicale’- dice il chitarrista del gruppo.L’aura che avvolge gli Angry September non é quella che permette loro di utilizzare la musica al fine di ottenere notorietà a livello televisivo,pubblicitario o commerciale.Gli Angry September scelgono così di divenire i clandestini della vera musica,quella autoprodotta,quella che non costa,quella che gira anche tra cd masterizzati e/o venduti a poco,quella che nasce con semplice passione per la volontà di darle voce.Ed in quanto musica che nasce per amore,quella degli Angry September é una musica spontanea,veloce,ribelle,non sempre violenta e cattiva ma talvolta anche tranquilla.I testi schietti che affrontano temi quali l’odio per le armi in pezzi come ‘Hate the guns’ e ‘Break the guns’,il rispetto per l’ambiente con il sostegno degli ideali sposati da Greenpeace ed il rispetto per gli animali con il sostegno di altrettanti ideali che preservano ogni specie animale al mondo,sono gli urli liberatori di questi tre musicisti.Ragazzi normalissimi,che affrontano senza mai chinare il capo la società in cui viviamo e che dal basso combattono per cambiarla ogni giorno.Dopo il primissimo promo presentato in data 20 Settembre 2008,dal titolo ‘Country Prom’,in data 26 Febbraio 2009 gli Angry September presenteranno il primo EP ufficiale dal titolo ‘More Stereotapes,Less Stereotypes’.Attualmente gli Angry September stanno lavorando per un nuovissimo e futuro EP.

Abbiamo avuto inoltre il piacere di intervistare due dei componenti del gruppo,AmeRay e Michael Butter :

Quali sono i progetti che sostenete?

AmeRay : Premettendo che i nostri ideali non si riflettono solo nelle nostre canzoni ma anche nel nostro stile di vita ci viene più facile far capire il perché della nostra partecipazione a vari progetti e campagne. Tanto per cominciare Karl ed io collaboriamo con un gruppo ideato dal Taurus (locale della provincia di Torino) che si chiama Eco-Sound (www.myspace.com/ecosoundstreetband). In concreto si tratta di un laboratorio incentrato sulla costruzione di strumenti musicali (principalmente percussioni) con solo materiale di recupero. L’obbiettivo (reso possibile anche grazie alle varie parate a cui il gruppo di Eco-sound è stato invitato) è quello di far riflettere su ciò che buttiamo via tutti i giorni; argomento che dovrebbe essere primario in una società come quella in cui ci troviamo. Progetto simile, ma da noi ideato, è invece quello di un video sulla spazzatura che sarà pubblicato sul web nei prossimi mesi. Diverso, ma per una causa altrettanto importante, è invece il ‘Disco Grezzo’, compilation che vede, oltre a noi, molte altre band della scena di Torino unite per il sostegno e la diffusione delle campagne di cui si occupa l’associazione umanista ALICE, trovate tutte le info all’indirizzo http://www.associazione-alice.to.it/ , mentre il link per il download della compilation è il seguente: http://indieitalia.blogspot.com/2009_10_01_archive.html . Potete anche contattarci dal nostro myspace (www.myspace.com/angryseptember). In ogni caso ci piacerebbe poter collaborare sempre di più con varie associazioni in cui crediamo.

Quali sono i temi che trattate nei vostri pezzi?

AmeRay : I temi trattati sono direi abbastanza vari.. In generale comunque si va da argomenti quali il nostro profondo odio per le armi e la guerra, al nostro amore per l’ambiente e per le cose che ci piace fare. Alcune poi hanno invece testi provocatori e ironici su quella che è oggi la scena musicale di coloro che fanno di tutto pur di avere un’etichetta pronta a venderli come un prodotto da grandi magazzini. Talvolta, invece, in altri pezzi, ci piace stare zitti e lasciare che sia la musica a parlare.

Michael Butter : Per quel che riguarda l’aspetto musicale, stiamo tentando di uscire un po’ dalle classiche strutture del nostro genere. In qualche maniera stiamo cercando di far convivere all’interno di uno stesso pezzo i nostri gusti musicali che essendo molto vari e non sempre uguali si compensano bene. Per ora il risultato ci soddisfa anche se siamo alla ricerca del giusto connubio tra la varietà di generi che ascoltiamo e il vecchio hc / hc melodico che tanto ci piace e ci accomuna.

Quali sono i progetti musicali in corso?

AmeRay : Al momento, in questo inizio di primavera 2010, stiamo per finire un promo cd: ‘People Like This Mess’ che conterrà 2 pezzi nuovi. Questo si potrà scaricare liberamente o prendere gratis in formato cd ai nostri concerti.

Michael Butter : Sui live invece, come progetto a lungo termine, ci piacerebbe accostare ai nostri classici concerti dei set acustici, diciamo più ‘tranquilli’. Abbiamo già fatto alcune serate in quest’altra veste, però vogliamo lavorarci ancora un po’ rendendoli più omogenei.

Come vi muovete per farvi conoscere?

AmeRay : Essendo una band che si autoproduce, e che non si affida ad agenzie di booking, la promozione è una componente fondamentale per noi. Il web è sicuramente uno dei mezzi di cui più ci serviamo, insieme comunque ai vari live e a un passaparola selvaggio!

Michael Butter : Nel web, giusto pochi giorni fa, è stato lanciato da alcuni amici un nuovo social network che si basa interamente sullo scambio date tra gruppi e che si chiama Oozer (www.oozer.com). Credo che questo sia senz’altro un altro ottimo modo per farsi conoscere e conoscere gli altri.

E in futuro?Cosa pensate di fare?Avete già in mente qualcosa?

AmeRay :  In progetto c’è anche un album ufficiale che conterrà parte delle canzoni che già ora abbiamo in scaletta più altre nuove. Aggiungo inoltre che ci piacerebbe pure allargare gli orizzonti per quel che riguarda i concerti, e quindi magari uscire più spesso dal confine.

Michael Butter : Un tour…magari di qualche data in più dell’ultimo ma rimanendo sempre autoprodotti al 100%!

Le voci talvolta arrabbiate e talvolta dal tono ironico si mescolano alla velocità dei suoni.Il sudore che gronda dai volti degli Angry September si trasmette dal palco alla gente e diviene Musica.

Recensione – Effetto Notte “Inferno Opera in Musica” a Rivoli

Il concerto degli Effetto Notte si svolge in una cornice molto lontana da quella dei pub. Il teatro Borgonuovo di Rivoli, infatti, offre uno scenario che ben si sposa con il progetto di questo gruppo piemontese: L’inferno Opera in musica. Dopo quattro anni il lavoro è stato presentato nella sua completezza. L’inizio dello show è forte e accattivante, grazie alla scenografia dalla quale emerge una candela nel buio. Suoni sinistri e angoscianti annunciano i primi versi, che l’attore Filippo Losito recita con professionalità e determinazione: “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura..”. Così il viaggio nell’inferno di Dante ha inizio. Il primo pezzo che la band esegue è “La selva oscura”, seguita da “Il portale”. Fanno quindi mostra di sé le voci di Fabrizio Tonus, che interpreta Dante, e Ilaria Barison, perfetta per il ruolo di Beatrice. Ottima l’interpretazione canora di Andrea Pioli che riesce a dare a Virgilio nuova vita. Il ritmo sale quando “Caronte” trascina il pubblico in un vortice di sensazioni ed emozioni. Uno dei momenti più toccanti è rappresentato da “Paolo e Francesca”, in cui la passione sfida l’inferno. L’anima rock, dalla quale quest’opera ha avuto origine, riemerge in “La città di Dite”, con irruenza e volontà di stupire. Lo spettacolo entra sempre più nel vivo con pezzi orecchiabili e che rendono le parole del poeta fiorentino vicine e fruibili. E’ il momento di entrare nel girone de “I Violenti”, per poi narrare le gesta di “Ulisse”. Poi diventa protagonista la chitarra classica di Andrea Pioli, con la narrazione di Filippo Losito: è un momento da brividi. Chiude il concerto “Lucifero”, ultimo pezzo in ordine di composizione. In un intrecciarsi di voci, suoni, si conclude con “..e uscimmo a riveder le stelle”, lasciando un velo di commozione per i presenti. Le immagini che scorrono dietro i musicisti e i giochi di luce, rendono le atmosfere ancor più dense di pathos. La furia delle parole narrate, la potente voce di Ilaria Barison, nonchè la passionalità che i musicisti, Federico Silva, Giorgio Josh Angotti, mettono in scena, rende l’inferno avvolgente e intrigante. Le due anime del gruppo, Fabrizio Tonus e Mattia Bozzola, hanno così creato qualcosa di nuovo, in cui la poesia e la musica si fondono e si completano con ottimi risultati. Un sold out che rende l’idea della genuinità di questo successo.

Abbiamo posto alcune domande al leader del gruppo Fabrizio Tonus:

 

Pensate che l’opera possa avere un’ulteriore trasformazione, dopo l’evoluzione da opera rock in acustica?

Penso che per l’Inferno Opera in Musica sarebbe bello riuscire a trovare sempre forme nuove e variegate di espressione. Le strade da percorrere sono molte, dalla musica corale e orchestrale fino alla danza. Credo che qualche cosa potrebbe accadere in un prossimo futuro.

Ora che “Inferno Opera in musica” è completa, quali sono i vostri futuri progetti?

Innanzitutto suonarla live e farla conoscere al maggior numero di persone, migliorandola e magari cercando anche una produzione che ci consentirebbe di esprimerci al meglio.
Nel frattempo la scrittura di testi e musiche nuove non si ferma mai o quasi.

 

Come vi vedete a distanza di quattro anni dall’inizio di questo progetto?

Ci vediamo più maturi musicalmente e come gruppo, con l’orgoglio di essere riusciti a portare a termine un progetto così particolare e ambizioso e la consapevolezza che la musica resterà sempre una parte importantissima della nostra vita.

Foto Articolo: Simona Vacchieri

 

Alcune foto scattate da Nicoletta Alotto

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto: Nicoletta Alotto

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto: Nicoletta Alotto

Recensione – La sindrome “L’arena del peccato”

Il sound e l’impatto musicale non manca a questo gruppo. Le canzoni proposte sono orecchiabili e gradevoli. “Risvegliami” è una bella ballata, che si rifà alla tradizione rock italiana: molto intensa. “Indietro no” è ritmata e ben suonata, in alcuni tratti gridata. Ancora un’altra ballata con “La vita senza di me”, introspettiva e ricca di spunti decisamente importanti. Piacevole l’esplosione nel finale. Il senso molto profondo dei testi ben si sposa con questo rock melodico e trascinante. Voglia di fuggire e impeto in “Portami via”, come in un folle rincorrersi di pensieri. Quando ci si riprende la propria vita, nella consapevolezza di un attimo quasi solenne. Quando si esce dal buio alla ricerca di una luce nuova: tutto questo è ciò che “La mia terra” descrive. Lo sguardo che inevitabilmente corre verso un futuro nuovo è “Il giorno in più”, mentre la canzone che regala il nome all’intero album, “L’arena del peccato”, è una dolce presa di posizione, quasi un punto della situazione.”Vertigini” è una ricerca di coscienza, spesso persa e trasparente. Una ricerca di se stessi in più tracce: un modo per ritrovare un equilibrio. Proprio in quest’ultimo pezzo compare il termine che da il nome della band “La sindrome” e racchiude il motivo che traina l’intero lavoro musicale. Tante belle ballate rock, che richiamano antichi ricordi in stile “litfiba”, per aprirsi alle contaminazioni anglosassoni, e che non trascura la storia del rock. Quello che si denota è che molte di queste canzoni sono nate in lingua inglese. In alcuni casi la rivisitazione dei testi pare ancora un po’ da equilibrare. Il risultato, ad oggi, è convincente e deciso, anche se migliorabile. La determinazione non manca ai “La sindrome”, la musicalità e la melodia nemmeno. Da riascoltare certamente.

Tracklist:

  1. Risvegliami
  2. Indietro no
  3. La mia vita senza me
  4. Portami via
  5. La mia terra
  6. Il giorno in più
  7. L’arena del peccato
  8. Escape
  9. Vertigini
  10. Save (Il mio viaggio senza meta)

Recensione – Mallory Switch “Freek”

Amano definire la loro musica ”rock elettromeccanico” e le atmosfere che i Mallory Switch regalano sono qualcosa di moderno. Un suono che si rifà a campionamenti di suoni e rumori di acciaio e presse, il tutto miscelato ad una sana adrenalina e volontà di mostrare la propria energia. Una carica esplosiva in “Hypocrisymn” apportata dalle ottime chitarre elettriche e dai suoni elettronici e dalla voce della cantante, che quasi ondeggia in un perfetto equilibrio sulla forza e sull’intensità dei pezzi. Una ballata rock ricca di inquietudine e mistico incedere è “My Big Sin”. Vortice psichedelico in “No Evil” a chiudersi con incalzanti percussioni, quasi a concedere impressioni e sensazioni al limite del pensiero e dell’anima. La tentazione diabolica giunge prepotente con “Tempter”, con la sua ruvida durezza e una passionalità quasi violenta, come solo il rock può esprimere. “Mallory Switch” è un demo che ben sintetizza le caratteristiche della band, ma il suono del secondo singolo “Freeek!” segna una maturità ancora più delineata a decisa. “Freeek” è una canzone orecchiabile e che mantiene il sound poderoso già espresso nei pezzi più “vecchi”. Suoni ben registrati e ritmo avvolgente, retrogusto di inquietudine, forza e acciaio nei versi di questa canzone. Altra canzone presente nel nuovo singolo è “Evolution Machine”, in cui il giro di basso prende possesso della scena trascinando il pezzo ad una dimensione dove l’elettronica e il suono “meccanico” si uniscono per rappresentare una realtà avvolta tra fumo, inquietudine, rabbia, sogno, stridii e grida, vuoti e viaggi, come un cuore tra sangue e metallo, a perdersi in un una musicalità che fa da eco ad una tradizione rock elettronica che ha radici antiche, ma una nuova vitalità e vivacità.
In una città ancora industriale ma che apre le porte all’arte che ha sempre lasciato il sapore discreto come Torino, i Mallory Switch sono una realtà da non sottovalutare.

Recensione – Co’Sang “Vita bona”

E’ un disco deciso e carico di sentimenti, non quelli narrati nel panorama neo-melodico napoletano ma di rabbia, vita e in fondo in fondo anche d’amore. Perchè l’hip hop è anche questo. In mezzo a fenomeni che inneggiano a realtà come Gomorra i Co’ Sang rappresentano un panorama di gente di strada, quella verace che ha la parola come unica arma per uscire dalla vita dei palazzi popolari della provincia o della malavita stessa. Non ci sono denunce ma racconti, che portano dalle sporche anime da parlamento alle persone che vivono conoscendo il male ma che sperano della democrazia. Quanto costa la democrazia? Sangue spesso, polvere da sparo. Di vite spezzate e mai realmente vissute. in “80-90” c’è uno spaccato dell’Italia dalla sua veste politica di tangentopoli all’evoluzione attuale.Con “Mumento d’onestà” si mette l’accento sul fatto che sono le emozioni a muovere la musica e non lo schieramento politico o di pensiero, ma non fanno a meno di mettere in luce tutti i fenomeni negativi del panorama musicale e di come si possa arrivare al successo. Raccontano di aver parlato della realtà napoletana molto prima dei Saviano di turno, si chiedono come mai nella colonna sonora di Gomorra non ci siano delle loro canzoni ma solo pezzi del panorama neo-melodico e internazionali. E’ un dubbio reale. Denuncia o collaborazione col sistema? “Indy-geni” offre un sound più moderno degli altri pezzi a livello di basi. E’ molto bella “Riconoscenza” sia come melodia che come testo, perchè i sentimenti che nascono e vivono anche in luoghi in cui è difficile che prendano forma. Nei rioni  c’è una vita che spesso non riesce ad emergere, quanta gente che lotta perchè il successo possa salvarli dal male. Perchè il rispetto è l’arma, non sempre la pistola. Proprio in “Amic Nemic” raccontano dei rapporti difficili che spesso vengono a crearsi, perchè non è sempre facile capire da chi bisogna difendersi davvero. Non mancano attacchi all’informazioni come in “Nun Saje Nient’e Me”. Un urlo che si alza dalle case popolari come in “Casa mia”, la disperazione e la sopravvivenza che può salvare solo un gratta i vinci. “Quanno Me Ne So Juto” racconta quanto possa essere facile compromettersi e finire in galera, perchè la sofferenza è ciò che muove le azioni in un mondo che non è controllato da nulla, se non dalla necessità di andare avanti a tutti i costi, come una favola che tale non è. Collaborazione d’eccellenza in “Nun Me Parla’e Strada” con Marracash già ascoltato in featuring con il noto J-Ax e con un suo disco omonimo. “Vita bona” è un disco hip hop che racconta molto, dal punto di vista metrico e di melodia nulla da eccepire. Forse l’ausilio di basi più elaborate renderebbe il risultato più appetibile al mercato discografico. Per l’hip hop è sempre difficile emergere, figuriamoci quando la lingua è un dialetto e il tema una protesta silenziosa. Il mercato è spietato. Ma i Co’Sang hanno le carte in regolare per sfidare il sistema.

 

TRACK LIST

1)80-90
2)Mumento D’onestà
3)Indy-geni
4)Riconoscenza
5)Amic Nemic
6)Nun Saje Nient ‘e Me feat Fuossera
7)Che me Dice
8)Casa Mia feat Monsi du 6
9)Chello Ca si feat Raiz
10)Quanno Me Ne So Juto
11)Rispettiva Ammirazione feat Akhenaton (IAM)
12)Nun Me Parla ‘e Strada feat Marracash , El Koyote
13)Vita Bona

 

In collaborazione con: ImpattoSonoro.it

Recensione: L’insolito clan

Quando un bel testo ricco di contenuti si sposa con una musicalità attraente e vitale si ha a che fare con canzoni che sanno di altri tempi. E in questo caso non si può non citare un genio della musica italiana come Rino Gaetano che quasi traspare tra le note di questo disco e a tratti l’aria innovativa di Daniele Silvestri. Ottimi arrangiamenti e un ottimo suono fanno da cornice ad un bell’album.

Sin dal primo pezzo “La Panda, il buono e lo sconto” si denota la voglia di raccontare la vita con semplicità e una nota di ironia se non sarcasmo. Un jazz bello e ritmato sono i binari sui quasi scorrono questi pezzi che paiono concatenarsi l’un l’altro come fossero parte di un treno musicale. “La gogna” è un incedere dissacrante delle tendenze più o meno popolari che i media portano nelle case con la televisione. Come in una ballata popolare, “Richiamerò” fa un quadro quasi sentimentale prendendosi gioco dei sentimenti stessi ed è bella ed orecchiabile. E si parla di politica o meglio della mutazione del voto e della classe sociale nel tempo ed è un’idea decisamente furba e molto attuale in un paese dove le banderuole e i voltagabbana sono all’ordine del giorno. In “Il capo” un altro quadro, come negli altri pezzi descritto come una favola ma celando la realtà tra le righe delle canzoni, sull’arroganza e l’ipocrisia di chi comanda e usa i suoi sottoposti a seconda delle necessità più o meno mediatiche. Nel racconto dell’estate così piena di buonumore ecco nascondersi lo spettro di una crisi che spavanta tra le noti più dolci e spensierate della voglia di mare.

Così “Non vi stimo più” è un disco da ascoltare tutto d’un fiato e da riascoltare con l’attenzione che merita. Provocatorio, istintivo, dissacrante, questi sono gli aggettivi per descrivere L’insolito clan. Un manipolo di musicisti virtuosi, fiati, chitarre e un bel ritmo sono ciò che serve per dar vita a un disco che ha molto da dire e non ha paura di volerlo fare. Un jazz che si fonde con la ballata popolare in maniera sublime e una voce che come un menestrello racconta la storia italica nei suoi alti e nei suoi bassi senza tuttavia far mancare l’anima italiana che viene urlata e decantata in tutte le tracce del lavoro de L’Insolito Clan. Un bel disco.

 

In collaborazione con Impatto Sonoro.

Recensione – Emblema

Un’altra bella prova per gli Emblema che presentano un rock giovane e dinamico, ricco di spunti sempre piacevoli e ancora con margini di miglioramento. I pezzi sono decisamente orecchiabili e trascinanti con una musicalità decisa e che imprime ritmo e brio. “Mare senza isole” è un quadro realistico e ben progettato per dare sfogo a pensieri e sogni che il mondo cerca di uccidere, in “Quando ti mandano” spicca una chitarra che ricorda un “rif” noto ai Cardigans ma che si amalgama molto bene con il testo criptico e ipnotico. Molto bella “Linea di non ritorno” che tocca argomenti difficili ma che vengono trattati con un bell’impatto e con profondità, il ritornello ha un’esplosione importante. Un bel testo miscelato ad un ritmo trascinante in “Meglio per tutti”. Uno stile che richiama i Linkin Park in “Il caos”, una bella ballata rock “Caso clinico”. Nel complesso un bell’album da ascoltare, un rock melodico ed orecchiabile a dimostrare la maturazione del gruppo degli Emblema, siamo certi potranno ancora donarci altre sorprese. Una citazione dovuta va fatta per i testi mai banali e pieni di spunti sui quali riflettere, cosa importante in un mercato musicale che premia la canzone fin troppo leggera. Attenderemo altre canzoni di questa band che ha ancora molto da dire. Bravi.