Parliamo del romanzo “Ovunque tu sarai” di Fioly Bocca a cura di Anna Serra

Abbiamo già avuto occasione di parlare di questa brava scrittrice, Fioly Bocca, presentando il suo secondo romanzo, L’emozione in ogni passo, pubblicato quest’anno. Adesso facciamo un salto indietro e ci addentriamo nel suo romanzo d’esordio uscito nel 2015: Ovunque tu sarai.
Esistono bugie che vengono raccontate a fin di bene: per non far soffrire chi amiamo, gli raccontiamo una o più menzogne per addolcire l’amaro di una situazione. E’ ciò che fa Anita con sua madre Agnese, condannata alla morte in un letto d’ospedale fra le vette del Trentino. Tesse una verità rosea e la cuce addosso alla madre malata e morente, una versione dei fatti edulcorata in cui tutto fila liscio: un lavoro gratificante e con prospettive di carriera, un fidanzato premuroso con cui si è prossimi alle nozze, la guarigione imminente e un futuro da nonna con tanti bei nipotini da coccolare. Ma la falsità più grande Anita la racconta a se stessa, autoconvincendosi che la malattia può essere abbattuta e che sua madre si può salvare, nonostante il pronostico infausto dei medici. Ma è inutile ostinarsi contro l’inevitabile: la caparbia Agnese viene strappata alla vita prematuramente, proprio lei che ha dato il respiro a tanti bambini facendoli uscire dal grembo materno.
L’assenza di una madre è intollerabile. Ma non è l’unica prova crudele che Anita deve affrontare nel corso del romanzo. Si trova infatti a fare il punto della situazione con Tancredi, il suo fidanzato da sempre, con il quale non sembra esistere un noi, ma solo due Io confusi e sbriciolati in un rapporto fatto di abitudini cementate.
E poi… un incontro casuale su un treno diretto a Torino. Un’agendina dimenticata – o forse lasciata lì volutamente – sul sedile di un vagone, con un numero di telefono. La scusa per rivedersi e conoscersi meglio. E’ così che Anita si imbatte in Arun, uno scrittore di fiabe per bambini di origini cambogiane, il cui nome significa “sole al mattino”. Un nome che pare di buon auspicio, che effettivamente potrebbe essere un nuovo sole per Anita, la luce che darà una svolta e un senso più autentico alla sua vita, ma anche lui sembra mentire e nascondersi dietro una menzogna.
L’assennata Anita sorprenderà se stessa con un colpo di testa: giocarsi tutto con un viaggio improvviso che la porterà nel nord dell’Europa, andando incontro al proprio destino per afferrarlo a piene mani.
L’intensa vicenda di una giovane donna che deve riconciliarsi con se stessa, segnata da eventi dolorosi e avversi, da scelte complicate, ma che non si arrende e trova il coraggio di confrontarsi con quel “futuro” che spesso le telefona per lasciarle dei messaggi.

Parliamo del romanzo “L’EMOZIONE IN OGNI PASSO” di Fioly Bocca a cura di Anna Serra

Alma e Bruno sono come il topo di città e il topo di campagna: lei, libraia, con molto sacrificio e impegno ha appena aperto una piccola libreria nel centro di Bologna; lui, agricoltore, è un uomo profondamente legato alla sua terra macchiata di vigne e ai suoi cavalli, come una pianta che appassirebbe in mezzo al cemento. Due cuori che si incontrano nella quiete di un agriturismo fra le morbide colline piemontesi del Monferrato e che iniziano a battere all’impazzata nel corso di una allegra sagra di paese, complici il buon vino e la musica. 

Un amore fatto di conversazioni al telefono per sopperire alla distanza geografica, di lunghi viaggi per rivedersi e trascorrere del tempo insieme. Una relazione basata “sull’oggi poi vedremo” perché, pur amandosi molto, ognuno è radicato nella propria realtà, nel proprio lavoro, e non sembra disposto a rinunciarci per rimettere tutto in discussione.
E’ dunque per dimenticare che Alma si mette in marcia fra sentieri, radure, strade terrose, pascoli e boscaglie che conducono a Santiago de Compostela. Calpesta le stesse pietre su cui Bruno, anni addietro, aveva posato i suoi piedi stanchi, e combattuta tra il desiderio di cancellarlo e la voglia di sentirlo accanto, trova lei, Frida, austera e taciturna, schiacciata da un dolore straziante che la sua esperienza di psichiatra non è in grado di consolare. Due donne diverse per età e carattere, ma che si scelgono spontaneamente fra centinaia di pellegrini, condividendo la fatica dei chilometri da percorrere e scambiandosi pezzi di vita, in un rapporto che sa di sodalizio femminile e amicizia. Entrambe portano dentro di sé cicatrici che si aprono e iniziano a sanguinare, unite. Ma le ferite possono e devono essere curate, per tornare a vivere e a sperare. Nonostante tutto.
Alma non può immaginare che Bruno è in cammino, un’altra volta, per cercarla, sta seguendo le sue tracce e chiede sue notizie ai pellegrini che incrocia. In Italia distanti, ora vicini ma ignari di esserlo. Tappa dopo tappa sembrano ricongiungersi, eppure puntualmente si allontanano, si mancano per una manciata di chilometri, per un pugno di ore. A Santiago, sfiancato dalla marcia, Bruno depositerà nei pressi della cattedrale un veliero fatto di fiammiferi, molto simile a quello che Alma, da bambina, aveva barattato con leggerezza, sotto gli occhi delusi del nonno che le aveva costruito quella barchetta con tanto affetto.
Ogni passo compiuto dalle protagoniste in terra spagnola e portoghese, alla ricerca dei loro uomini che hanno amato più di ogni altra cosa, racchiude un’emozione, in una scrittura fluida che si fa leggere d’un fiato, altamente poetica ed evocativa. L’emozione in ogni passo. E non solo. Anche e soprattutto in ogni frase, in ogni sostantivo, aggettivo e verbo, dosati con cura, per non essere mai ovvi né ripetitivi.

Fioly Bocca vive in Piemonte nella zona del Monferrato, ma lavora a Torino; è madre di due figli. Laureata in Lettere, ha seguito un corso in redazione editoriale. Il suo romanzo d’esordio, Ovunque tu sarai, ha riscosso molto successo grazie al passaparola e sarà presto oggetto delle nostre recensioni.

1) Nei ringraziamenti conclusivi si legge che tu stessa hai percorso il Cammino. Sono bellissime le tue parole sull’arrivare alla FINE: giungere a Santiago significa “voglia di gettare i pesi e saltare”, “voglia di abbracciare chi ti ha marciato accanto”. Il momento dell’arrivo diventa “àncora per la memoria, cintura di sicurezza durante le turbolenze”. Puoi riassumere in poche righe le emozioni, le sensazioni provate andando a piedi verso Santiago e giungendo alla meta?
Arrivare a Santiago dopo la fatica a piedi mi ha dato una duplice sensazione; da una parte il sollievo della marcia terminata, una specie di orgoglio per aver portato a termine l’impresa, anche piccola. Dall’altra, un senso di svuotamento che viene al compimento di un compito.
E poi la voglia di condivisione di quel momento con le persone vicine; con l’amica che ha viaggiato con me, con quelle incontrate lungo il percorso, ma anche con tutte quelle che ho portato fin là dentro il cuore.

2) Il tema del viaggio è senz’altro un asse centrale nel romanzo. Da un lato c’è quello intrapreso a piedi da Alma e Frida, prima sole, poi insieme, e comunque sempre in compagnia di centinaia di viandanti, tutti con un’unica meta da raggiungere. Dall’altro lato, in tempi diversi, troviamo quello che realizza Frida per conto suo in Portogallo, per ricostruire il passato del marito e assemblare i ricordi. Cosa significa per te viaggiare? C’è un viaggio che ricordi in modo speciale?
Viaggiare significa riappropriami di me stessa. Significa mettere distanza dalla routine che mi tiene ancorata a giorni più o meno simili per regalarmi momenti che sarà più facile ricordare. Ed è proprio nel mettere distanza dal quotidiano che si trova il giusto fuoco per dialogare con se stessi, per porsi domande fondamentali al proprio equilibrio e alla presa di coscienza di quello che stiamo vivendo.
Ricordo tutti i viaggi che ho fatto come speciali, perché mi piace pensare che ognuno di essi mi abbia insegnato un modo di andare. Da quando poi mi muovo insieme ai miei figli, i punti di vista si moltiplicano e mi spalancano mondi.

3) Manuel, il marito di Frida, è un esempio di uomo animato da nobili ideali, un medico senza Frontiere coraggioso e determinato, abituato ad operare in luoghi dimenticati da Dio, martoriati dalle guerre e dalla miseria. Una sorta di eroe. Ma è anche un consorte spesso assente, che obbliga la moglie a vivere in uno stato di perenne attesa con l’angoscia che lui non faccia ritorno. Qual è la genesi di questo personaggio?
In realtà, per la figura di eroe contemporaneo mi sono ispirata al grande Carlo Urbani, medico di Medici senza Frontiere e primo a identificare la Sars.
Per ricostruire il rapporto con la moglie, mi sono interrogata su come possa conciliare lavoro e vita privata un uomo con una missione così grande, con ideali così nobili ma tanto ingombranti. E ne è uscita la figura di Manuel. Frida soffre della sua assenza, ma lo ama anche (e forse soprattutto) per quel suo bisogno di battersi per un’umanità privata dell’essenziale.

4) Fra le tante persone conosciute o appena sfiorate percorrendo il Cammino, Frida fa un incontro speciale: un cane vagabondo, un bastardino dal pelo fulvo, che la sceglie fra migliaia di passanti. Nonostante i suoi ripetuti tentativi di respingerlo, la bestiola continua a seguirla, non la molla. E potrebbe essere la giusta medicina per alleviare la sua sofferenza. Vuoi commentare questo episodio?
Dopo un grave lutto non è facile reimparare ad amare, perché amare qualcuno significa dare fiducia alla vita. Significa amare la vita “nonostante” la morte. Nonostante la precarietà nostra e altrui. Frida avrà bisogno di molto tempo perché le sue ferite interiori smettano di sanguinare e prendersi cura di un altro essere vivente può essere un modo per reimparare a prendersi cura di se’.
I cani hanno una forte sensibilità; mi piace pensare che Bazar (il cane vagabondo ribattezzato da Frida) abbia compreso per primo, con una sorta di intuito animale, che di quel legame con la donna avrebbero beneficiato entrambi.

5) “Il cielo organizza munizioni di fulmini e scrosci”. “Il sole colonizza il cielo a spicchi”. “Una brezza leggera che passa e ripassa a pettinare i prati”. “Il mare si gonfia e si ritira come il respiro di un animale preistorico”. Queste sono solo alcune delle numerose personificazioni e metafore che arricchiscono le descrizioni paesaggistiche e che ci fanno apprezzare i luoghi suggestivi attraversati dai protagonisti, sia che si tratti di mare, di montagna o di campagna. Quanto conta per te il paesaggio, la natura?
La natura è fondamentale. Sono nata in un paese nella provincia di Torino, ma metà delle mie origine sono montagnine (trentine, per la precisione). Ho trascorso buona parte della mia infanzia arrampicata su qualche albero e a spasso per i boschi; forse per quello-oltre che per seguire l’amore- ora vivo in campagna, nonostante continui a lavorare a Torino e questo mi costi ore e ore di viaggio quotidiano. Ma arrivare la sera tra le colline del Monferrato, e sapere che i miei figli hanno la possibilità di crescere tra prati e pioppeti mi ripaga ampiamente della fatica.
Ho da sempre sentito che stare seduta con la schiena appoggiata a un tronco, o sdraiata sugli scogli di fronte al mare, mi rende più semplice fare silenzio e ascoltami. E mi sembra una cosa bellissima e importante.

Ringraziamo Fioly per la gentile collaborazione

LA FAME DI BIANCA NEVE di Rosanna Caraci a cura di Anna Serra

Bianca Neve: un bel nome, Bianca, ma che associato al cognome “Neve” suona come uno scherzo del destino e non può che prestarsi a derisioni, risatine. Generalità imbarazzanti per la protagonista, che non vive in una fiaba con sette simpatici nani e un affascinante principe azzurro. La sua esistenza è a zig zag, sregolata e sgangherata, a contatto con i medici: da un lato il suo psichiatra che da molto tempo cerca invano di liberarla dall’anoressia, a suon di psicofarmaci e ripetuti ricoveri;  dall’altro c’è Nico, il suo fidanzato da dieci anni, medico chirurgo affermato e stimato, con cui allaccia una relazione di amore e odio, di avvicinamenti e  respingimenti, di dolcezza e brutalità.

Stare accanto a Bianca è molto faticoso e impegnativo e chi entra in contatto con lei, prima o poi ne esce annientato: le sue giornate sono fatte di manie, ossessioni,  vomito alternato a abbuffate, desiderio di suicidio. Le sue compagne sono Ana e Mia, due amiche nemiche, l’anoressia e la bulimia, che divorano i suoi affetti e distruggono il suo equilibrio. Bianca è capace di gesti impulsivi e illogici: in casa sua gli specchi si rivestono di lugubri teli neri per non guardarsi e nelle sue mani un paio di forbici può diventare un’arma per recidersi le vene o tagliarsi i capelli alla rinfusa, annientando la sua femminilità già scomparsa in un corpo smilzo di quaranta chili.

La fame di Bianca Neve: fame fisiologica come necessità di riempire uno stomaco vuoto, e fame d’amore, bisogno di amare e di essere amata. Ma la giovane rivolge le sue attenzioni verso chi non la vuole, al suo anziano psichiatra, che la considera solo un caso clinico, fallito e irrisolto. E allora lei si fa insistente, asfissiante, ossessiva, al punto da diventare quasi una stalker contro chi la rifiuta.

Bianca è una paziente molto difficile, ribelle e cocciuta: sa di essere malata ma fa di tutto per non curarsi e si prende gioco dei suggerimenti del suo psichiatra: quando lui la invita a scrivere un diario rivolgendosi direttamente a Lei, alla malattia, Bianca pensa che sia un’idea assurda, ridicola.
Come si fa a curare chi non ha nessuna intenzione di guarire? Chi è completamente sordo a qualunque genere di consiglio e terapia?

Scritto con un linguaggio a tratti crudo e aspro, in cui traspare tutta la rabbia e la follia della protagonista, questo romanzo di Rosanna Caraci, pubblicato da Impremix Edizioni, ci trasporta in un mondo, ahimè, molto reale, in cui però la normalità viene schiacciata da Lei, la bestia che alberga nel corpo di Bianca, un corpo che diventa trappola, prigione, inferno, da cui sembra impossibile fuggire via.
L’autrice fa la giornalista e ha lavorato nelle redazioni di importanti televisioni piemontesi, conducendo telegiornali e trasmissioni specializzate. Si occupa di comunicazione politica e istituzionale.

Recensione del romanzo “Il Gentilcane” di Giulianna D’Annunzio a cura di Anna Serra

Per chi ama gli animali, li rispetta e ne ha uno in casa, questa lettura non può mancare tra gli scaffali della propria libreria domestica.

Pedro ci racconta la sua storia da quando è un cucciolo pieno di energie a quando invecchia, sente il peso della sua età e le forze lo abbandonano. All’inizio Pedro vive in semilibertà in una fattoria in cui il suo padrone è distratto e brusco; l’umano, come lo chiama lui, emana cattive emozioni e tradimento. Infatti l’umano lo tradisce, ma dopo l’abbandono Pedro ha la fortuna di trovare una mano capace di mille carezze e di dargli un’educazione, imparando numerose regole di comportamento. Ecco che Pedro diventa un “gentil cane” dai modi signorili, rispettoso delle norme, protettivo con i suoi simili, sensibile al punto da cogliere le emozioni di gioia e di dolore del “branco” di umani che lo circonda. A seconda delle circostanze è un perfetto cane da salotto, da guardia e da pastore quando controlla il suo piccolo gregge familiare. Pedro è un cane buono anche quando la famiglia di umani si arricchisce di nuovi membri, caldi fagottini che vanno accolti con delicatezza e su cui occorre vegliare perché indifesi. Poi i cuccioli umani crescono e diventano divertenti compagni di giochi.

Osserviamo la realtà attraverso i suoi occhi canini e ne percepiamo gli odori, i profumi attraverso il suo olfatto sviluppato. Lo seguiamo nelle sue azioni quotidiane fatte di rotolamenti nella terra e nell’erba, sonnellini, corse a perdifiato, cattura di lucertole, inseguimenti dietro ai gatti, scorribande per la campagna e in riva al mare fra gli spruzzi dell’acqua salata. Poi c’è l’istinto, più forte dei richiami della padrona: scocca la scintilla con le cagnoline e le scappatelle romantiche sono tentazioni irresistibili.

Nei suoi pensieri di cane intelligente l’automobile diventa ”una grossa scatola di ferro” , la strada pericolosa che non va attraversata si trasforma nella Pedroviadallastrada e il termine “puzza” coincide con un odore sgradito al naso umano ma non ne capisce il perchè . Un linguaggio ricco di vezzeggiativi, diminuitivi, di parole coniate dal cane come se fosse un bambino.

Una lettura agile, scorrevole, che tocca le corde del cuore di chi adora gli animali, ma che ha da insegnare tanto anche a coloro che maltrattano e disprezzano il mondo animale. Una fiaba moderna e al contempo una storia vera, vissuta in prima persona dall’autrice, in grado di emozionare grandi e piccini.

Recensione del romanzo “La ricetta segreta per un sogno” di Valentina Cebeni a cura di Anna Serra

Isola del Titano. Un lembo di terra tagliato fuori dai circuiti turistici, strappato al mar Mediterraneo tra Corsica e Sardegna, e scisso in due: la zona animata e pittoresca del porticciolo, e una zona più selvaggia, aspra, silenziosa, con viottoli impervi solcati da lugubri donne vestite di nero come portatrici di un lutto perenne.
Elettra, la protagonista, vi approda non certo nei panni di turista, ma per far luce sul misterioso e oscuro passato di sua madre Edda, ora ridotta a uno stato vegetativo. Porta con sé un carico di dubbi e domande e un bagaglio speciale, fatto di panetti che sprigionano un intenso aroma d’anice, preparati seguendo un’antica ricetta di Edda, una vera maestra nell’arte bianca.

La giovane Elettra si accorge subito che su quella lingua di terra ogni cosa è avvolta da un’aura di mistero e magia, a cominciare dal convento sconsacrato di Santa Elisabetta. Resti di una religiosità erosa dalla salsedine, in cui la protagonista trova rifugio, accolta da una minuscola comunità tutta al femminile. Tre donne che, ciascuna a modo suo, diventano amiche della straniera.
Le mura in rovina e le stanze abbandonate dove un tempo vivevano le monache trasudano di voci, sussurri, leggende, antiche credenze che la protagonista deve sviscerare per spiegare il mistero legato a sua madre.
Elettra dovrà cucire insieme le informazioni che raccoglie a fatica qua e là, combattendo contro l’ottusità e la reticenza degli abitanti dell’isola, poco inclini a lasciarsi andare a rivelazioni e confidenze. Le risposte che cerca da una vita intera sono lì, in teoria a portata di mano, ma dovrà trovare il filo che annoda fra loro tutti gli indizi, e non sarà per nulla facile.

Il romanzo è intriso di ricette, sapori, profumi, dettagliate manovre culinarie per preparare dolci, filoni di pane, focacce alle mele, biscotti alle spezie. Delizie che fanno venire l’acquolina in bocca ai più golosi. Si vede che a parlare è una cuoca esperta. L’ingrediente segreto: la passione. Cucinare diventa un atto d’amore.

Affascinanti, intense e poetiche le descrizioni del paesaggio. L’isola offre degli scorci mozzafiato di rara bellezza, che ci fanno venir voglia di visitarla subito e di lasciarci avvolgere dai suoi segreti.

Recensione del romanzo “L’ultimo tango” e intervista all’autore Michele Scaranello – a cura di Anna Serra

La vita di Andrea, ingegnere cinquantottenne, corre su un filo sempre più sottile che unisce Bari con Milano.
Bari è il doloroso ricordo di Nicole, la sua figlia amatissima, la cui giovinezza viene spazzata via da un brutto male. Bari è anche la responsabilità e la preoccupazione nel gestire un’azienda sull’orlo del fallimento con la rabbia incontenibile dei suoi operai.
Poi periodicamente ci trasferiamo al nord, nella città dei navigli, dove si svolgono le costose terapie mediche che dovrebbero bombardare e annientare il cancro, e dove c’è lei, Nina, la badante straniera che con amorevolezza assiste le sue nausee e i suoi formicolii. Milano è anche l’occasione di ballare il tango per l’ultima volta, in memoria dei vecchi tempi quando Andrea era un talentuoso ballerino, vincitore di svariate competizioni.
La danza è liberazione, emozione, energia, passione. Diventa l’unico antidoto contro la morte che ha iniziato, spietata e inesorabile, il suo angoscioso count down.
La malattia del protagonista è resa ancora più calamitosa dal fatto che Andrea ha scelto di trincerarsi dietro una corazza di menzogne nei confronti dei suoi cari per inseguire il miraggio della normalità e per non aggravare una situazione familiare già devastata dalla perdita di una figlia. E il dolore non condiviso con chi ci ama è ancora più pesante e acuto.
Un testo scorrevole, scritto con un stile elegante e accurato e con una straordinaria ricchezza lessicale. Nelle ultime pagine la storia riceve una sferzata dovuta a colpi di scena: un finale imprevedibile che lascia spiazzato il lettore. Una prosa spesso lirica che ci fa riflettere sul senso della vita, la forza dell’amore e il potere dei sogni.

Ecco l’intervista all’autore Michele Scaranello:

Nel libro si affronta il delicato tema della malattia. La vita di Andrea è appesa a un filo che ogni giorno si assottiglia un po’ di più. E’ come avere dentro di sé un timer che ha iniziato il conto alla rovescia. Di fronte a una diagnosi di morte ciascuno di noi ha due alternative: disperarsi, rassegnarsi e piangersi addosso, oppure essere tenaci, aggrapparsi disperatamente alla vita, nutrire speranza anche se il domani sembra impossibile. Vuoi commentarci la scelta del protagonista?

Una premessa fondamentale. È stata mia sorella, scomparsa a 39 anni, dopo otto anni di sofferenza a volere fortemente questo libro. Conoscendo la mia passione per la scrittura lei mi ha invitato a parlare dei malati di tumore, a raccontare di questo mondo. Quello che racconto è il tragico crocevia che tocca a ogni malato. In molti casi il tumore è una condanna, ma questo non impedisce al malato di reagire. Anzi, in molti malati, ho verificato come sia forte il desiderio di affrancarsi dal dolore per tentare di non perdere il coraggio di vivere, di riuscire a mantenere vivo il contatto col mondo, con gli affetti. La malattia così diventa quasi una “condanna” a vivere, a non smarrirsi. Andrea, il protagonista, sente e vive questa insolita condanna e, come è stato per mia sorella Antonella, non si rassegna, prova a lottare strenuamente. Andrea, da genitore, da imprenditore, da uomo avverte la necessità e la responsabilità di indirizzare il futuro, di andare oltre, di provare a rigenerare una vita che sente di aver contribuito a compromettere. Il protagonista, come accade per molti malati, vive nella consapevolezza, più che nel terrore, di avere un capolinea, un countdown tangibile. E sa pure che la medicina non lo salverà, ma con estrema lucidità prova a ritrovarsi, prova ad aggrapparsi alle passioni, ai sogni, convinto che questi lo aiuteranno a sentirsi ancora vivo, quasi immortale.

Andrea sceglie di sopportare in solitudine il peso del cancro, condividendolo esclusivamente con la sua giovane e premurosa badante/infermiera di origini straniere. La famiglia viene tagliata fuori dal suo dramma personale, per non infliggerle un’ulteriore sofferenza. Cosa ne pensi dell’atteggiamento del protagonista e della sua scelta?

Sinceramente dopo aver vissuto il dramma di mia sorella, istintivamente mi son sempre detto che se un giorno ne avessi sofferto, avrei cercato in ogni modo di non spargere quel dolore. Perché è davvero terribile vivere accanto a un malato, soprattutto di giovane età, ed essere trivellato da mille dubbi e pensieri, e doverli continuamente mascherare, spendendo solo sorrisi e speranze. Purtroppo è inutile negarlo, il cancro è un demone che condiziona l’esistenza dei malati e dei loro cari. I parenti spesso escono da quel tunnel con ferite profonde, traumatiche, che non è facile rimarginare, almeno nel breve periodo. Per quanto deprecabile, per quanto io penso che la vita vada vissuta sempre con lealtà e coraggio, io penso che la scelta di Andrea, come quella di ogni malato, vada comunque rispettata. Sul protagonista pesano comunque i fallimenti, il declino finanziario e morale di una società troppo votata al progresso, e poco incline ai disastri che produce. E in questo penso anche agli anziani, ai malati fin troppo emarginati dalla nostra società che non ha tempo, né mezzi per occuparsene. Non a caso Andrea si confronta e si confida con chi, per lavoro, e per dure scelte di vita, accoglie questa deriva umana.
Negli ultimi tempi purtroppo ho potuto ben costatare che una scelta simile a quella di Andrea è stata adottata anche da altri malati, e qualcuno di loro, specie chi ha già vissuto un altro calvario simile, ha persino preferito rinunciare alle cure.

Da giovane Andrea nutriva un grande sogno: diventare un campione di ballo, in particolar modo di tango. L’adrenalina della gara, l’emozione della competizione, il contagioso ritmo della musica che scorre sincopata nelle vene … Condividi questa passione con il tuo personaggio?

Mentirei se dicessi di sì. Da alcuni anni prendo lezioni di ballo, ma a dir il vero è stata mia moglie a trascinarmi in pista. Piuttosto mi ha colpito e contagiato la passione dei miei giovani maestri che gareggiano a livello nazionale. Ho scelto il ballo perché da sempre è energia, è espressività, è liberazione. Spesso, come ho avuto modo di sperimentare con successo, è proprio l’esplorazione, la scoperta di un mondo nuovo a riprodurre un universo di parole ed emozioni che affascina e incanta anche chi, quel mondo, non lo conosce per niente. Del resto io penso che tutte le passioni, sollevino l’uomo dalla mediocrità, dall’appiattimento.

Considerando la tua formazione, leggo che hai conseguito il diploma di ragioniere e da molti anni lavori in banca. Diciamo, quindi, che i tuoi studi sono stati più tecnico-commerciali che umanistici. Eppure dimostri una grande padronanza del lessico letterario e il tuo racconto è intriso di suggestive metafore. Hai dei modelli di riferimento, degli autori a cui ti ispiri, che ti hanno aiutato a perfezionare la tua tecnica narrativa?

Amo la scrittura da sempre. Se avessi proseguito gli studi umanistici, avrei fatto felici parecchi professori. In realtà, pur frequentando istituti tecnici, ho avuto la fortuna di imbattermi in docenti preparati che mi hanno fatto amare la letteratura e la storia. In verità, da ragazzo sognavo di frequentare la scuola del Cinema a Roma, ma i miei genitori non erano nelle condizioni economiche di sostenermi. Quindi ho continuato a covare questo desiderio sfrenato con la rabbia, la grinta di chi vuole comunque coronare un sogno. Per scrivere ho lasciato l’università (economia e commercio), ma il mio romanzo giovanile, quello per il quale a 23 anni avevo vinto il primo premio letterario, è naufragato con le mie ambizioni. Dopo venti anni (molto più di un fermo Biologico), convinto che la passione non possa ridursi a un prodotto industriale o commerciale, ho ripreso a scrivere con la stessa intensità, cogliendo sì altri premi, ma maturando soprattutto la consapevolezza che la tenacia non sarebbe bastata. Convinto che non si possano raggiungere e mantenere buoni traguardi senza tecnica, ho frequentato alcuni brevi corsi di scrittura (scuola Holden) e lezioni private per scrivere sceneggiature. L’arricchimento mi ha aiutato a divenire sempre più esigente con me stesso e mi ha consentito di esplorare altre forme di scrittura. Così i premi sono fioccati anche per le opere teatrali e per le sceneggiature che ho ideato. Naturalmente le letture fanno il resto. Leggo di tutto e molti grandi autori mancano all’appello. Finora adoro Zafon, Marquez, Housseini, ma apprezzo moltissimo Calvino e Verga per i racconti.

Grazie a Michele Scaranello per la gentile collaborazione.

 

Intervista a Ismaela Evangelista, autrice del romanzo “La coperta corta” – a cura di Anna Serra

Facciamo quattro chiacchiere con Ismaela Evangelista, autrice del romanzo “La coperta corta”, edito da Les Flaneurs. Al centro del libro troviamo Grace e il suo terribile segreto celato per anni, una vita in bilico, sospesa fra il male e il bene: da un lato un abuso sessuale nell’infanzia, dall’altro la speranza del perdono in età adulta.

Considerando la tua formazione e il tuo mestiere di psicologa e psicoterapeuta, immagino che la storia narrata si ispiri ad un caso autentico che hai dovuto affrontare nel corso della tua esperienza professionale. Puoi confermare?

In realtà, Grace, la protagonista, non rappresenta una paziente unica, ma racchiude il vissuto cognitivo, emotivo e comportamentale di diverse pazienti che incontro nel mio studio. Quindi i pensieri, le emozioni provate e il modo in cui ci si rapporta con il mondo. Mescolando le diverse storie, i vissuti e le situazioni attuali di sofferenza psicologica, sono riuscita a costruire un personaggio veritiero, aderente alla realtà, così come confermato dalle pazienti abusate, che hanno letto il romanzo, ritrovandosi nella descrizione dei tratti di personalità della protagonista.

Il padre e la madre di Grace non si accorgono del suo disagio. Chi dovrebbe proteggerla con le unghie e con i denti non è in grado di farlo e lascia che l’infanzia della bambina sia segnata per sempre. Sulla base delle tue osservazioni, studi e esperienze, è abbastanza comune il fatto che i genitori sovente sono ignari del terribile male che i propri figli subiscono?

Sì, purtroppo è molto comune il fatto che i genitori non si accorgono minimamente dell’eventuale presenza di un abuso subito dal/lla proprio/a figlio/a, questo perché i cambiamenti comportamentali, che sono per l’appunto la spia di un disagio, vengono attribuiti a cause più “accettabili” (per esempio il periodo adolescenziale, in cui ai ragazzi e alle ragazze pare venga “scusato” tutto, perfino i comportamenti più chiusi e/o bizzarri).

Grace, da adulta, pensa che forse avrebbe dovuto parlare, rompere il silenzio, confidarsi con qualcuno, anche se correva il rischio di non essere creduta, di non essere presa sul serio con le sue sconcertanti rivelazioni. Come si può convincere un bambino a superare la paura e a sfogarsi con una persona di fiducia?

Non è molto facile convincere un/a bambino/a a parlare di un abuso subito, se ha in testa la credenza “questo è un segreto, non lo dirò mai a nessuno”. Tuttavia, se un terapeuta ha la “fortuna” di incontrare un/a paziente abusato/a, ancora in età infantile, puo’ essere l’artefice del suo destino, se riesce ad essere capace di instaurare un forte rapporto di fiducia, all’interno del quale il/la bambino/a puo’ sentirsi al sicuro. La rivelazione del segreto è possibile, vengono utilizzate diverse tecniche all’interno dei colloqui clinici, in età infantile il disegno rimane quella privilegiata. Attraverso di esso il/la bambino/a ha la possibilità di esprimere il disagio, appunto disegnandolo, proiettando sulla carta la sua sofferenza, fino a provare il desiderio di esprimerla verbalmente, se ha davanti a sé una persona capace di “contenere” la sua rivelazione.

Terminiamo con una domanda un po’ provocatoria … Da una parte troviamo la vittima, alla quale va tutta la nostra comprensione e solidarietà per la terribile esperienza che la devasta; dall’altra c’è lui, il carnefice, la cui mente è invasa dalla perversione, da una devianza patologica. Si tratta, a tutti gli effetti, di un uomo malato che ha bisogno d’aiuto per curarsi. Forse, e sottolineo forse, si potrebbe pensare che merita una minuscola briciola di compassione. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Io lavoro in ambito penitenziario e di persone che si macchiano di reati pesanti come la pedofilia ne ho viste diverse, posso affermare che da molte loro storie escono dei quadri di estrema sofferenza, di abuso stesso subito, maltrattamenti e abbandoni. Molte azioni, reati compiuti come la pedofilia, possono anche essere comprensibili, se visti in tale luce, ma non giustificabili. Perché si puo’ scegliere se far del male o meno ad un bambino, così come ogni genitore, sotto la pressione dello stress, puo’ scegliere se cedere alla rabbia e colpire fisicamente il proprio figlio o controllarla senza toccarlo, risolvendo il conflitto in altri modi più funzionali.

Ringrazio Ismaela per la gentilissima collaborazione.

 

Recensione de “La coperta corta” di Ismaela Evangelista a cura di Anna Serra

Grace – così l’hanno chiamata in ricordo della principessa Grace Kelly – è una bambina come tante, se non fosse che a soli sette anni sua madre, inconsapevolmente, la getta fra le braccia di un lupo travestito da agnellino. L’orco non ha un aspetto orribile, è un rassicurante insegnante di pianoforte che frequenta la casa di Grace ed è un amico di famiglia.

Presto la musica diventa infernale e gli insegnamenti si traducono in “giochi” che soltanto due adulti sono liberi di fare per amore o per diletto condiviso, ma che per nessuna ragione al mondo devono coinvolgere un bambino o comunque un minore. Giochi proibiti che lasciano “ i bruciori sul corpo, il sapore salato nella bocca e le mani stanche”. Dalla tastiera del pianoforte le lezioni si trasferiscono in un letto su cui è buttata una coperta troppo corta per coprire e che fa sentire alla piccola un freddo glaciale e ogni volta si concludono con un beffardo: “ Grazie, principessa Grace”.

“Se lo dici a qualcuno, tua mamma muore” sono le minacce del bastardo, che spingono Grace a restare in silenzio, a non vomitare il suo dolore e a tenersi tutto dentro per anni. I suoi genitori sono ciechi di fronte alla sua paura, ai suoi turbamenti, ai suoi continui malesseri fisici, troppo impegnati nella loro vita sociale per accorgersi della cancrena della porta accanto.

Dove può portare tutto questo? Allo sviluppo di una personalità sociopatica, secondo quanto le diagnostica lo strizzacervelli: Grace, ormai donna, è incapace di provare empatia e compassione per gli altri, non si fida del prossimo, finge, mente, ha tanti uomini ma di nessuno si innamora e non riesce a vivere la sua sessualità femminile. Eppure Grace sceglie una professione in cui è necessario avere pietà degli altri e sapersi mettere nei loro panni: l’infermiera geriatrica. Ma svolge il suo lavoro con distacco e freddezza. E’ un robot senza sentimenti.

E se a distanza di vent’anni incontrasse di nuovo l’orco, ormai vecchio, malato e inoffensivo? E’ possibile il perdono dopo tanta sofferenza? O la sete di vendetta sarebbe inarrestabile e incontrollabile?

Un libro dal contenuto forte, che esplora una mente perversa e deviata e le devastanti conseguenze a cui può condurre, una storia che si legge tutta d’un fiato, incrementando nel lettore il disprezzo e il disgusto verso un terribile abuso, fino a placarlo con un finale inaspettato.