​ANIME SCALZE  di  FABIO GEDA a cura di Anna Serra

Fabio Geda, scrittore torinese che riscuote molto successo soprattutto fra lettori adolescenti e giovani, torna a parlarci di una storia di ragazzi, con uno stile schietto, colloquiale. Un linguaggio fresco e giovanile, che esce dalla bocca di Ercole, protagonista e narratore, un quindicenne con cui la vita non è stata per niente tenera. Ha dovuto crescere in fretta e uscire dal mondo dei balocchi perché la sua famiglia è sgangherata e la sua esistenza appare “polverosa e irregolare”. Vive in un quartiere popolare di Torino e abita in un minuscolo appartamento dalle pareti cosparse di crepe, fessure da cui escono terribili mostri. Condivide la piccola casa con la sorella maggiore Asia e il padre. La madre se n’è andata da un giorno all’altro, lasciandoli soli e facendo perdere le sue tracce.  La sua realtà familiare è capovolta: i padri non fanno i padri e i figli non fanno i figli. I ruoli sono invertiti, con adulti irresponsabili e minori seri e maturi: Asia si occupa della casa e delle bollette da pagare, gli controlla i compiti e il diario, mentre il padre vive di espedienti, ha problemi con la giustizia, sparisce per giorni e spesso staziona al bar, esagerando con l’alcol. Eppure i due fratelli difendono a spada tratta il loro nucleo familiare, per quanto sregolato e scalcagnato, tenendo lontane le intrusioni degli assistenti sociali e della “gente di buon cuore” che viene vista come una minaccia, anziché una risorsa per essere aiutati.
Un giorno, per puro caso, Ercole si imbatte in Viola, una bellissima ragazza lentigginosa e dai capelli ramati, che vede a un chiosco di fiori attraverso il finestrino dell’autobus su cui sta viaggiando.  Se il colpo di fulmine esiste, questo è un esempio. Ercole si getta dal pullman e si avvicina al banco di fiori con una scusa. Gli opposti si attraggono: Viola è diametralmente diversa, appartiene a un universo parallelo, che Ercole può solo sognare. Ha una famiglia benestante, una casa grande e accogliente ai piedi della collina di Torino, due fratelli che studiano all’estero, frequenta un noto liceo classico nel centro città e fa canottaggio sul Po.

Ercole è un ragazzo particolare. Considerata la sua età, la sua caratteristica più strana è quella di non possedere un cellulare. Vallo a trovare un ragazzo dei giorni nostri che non ha uno smartphone né la connessione internet a casa, né il telefono fisso! Ercole è più unico che raro, ma questa sua privazione a cui si è abituato senza troppa difficoltà, ora diventa un problema: come fare per comunicare con Viola? Come mettersi d’accordo con lei per vedersi? Ercole ricorre ai vecchi sistemi di una volta, quando la tecnologia era pura fantascienza: va a prenderla a scuola, la aspetta davanti al liceo Gioberti. Un gesto che gli conferisce un’aura romantica. Di fatto è un ragazzo coraggioso, che non si vergogna della sua famiglia, che non nasconde agli occhi di Viola il suo tessuto familiare e sociale. Si mostra per quello che è, senza imbarazzo e senza maschere.

Nel corso della vicenda inizierà a cercare sua madre, per ritrovarla. Per capire le ragioni dell’abbandono. Le madri contengono: sono l’argine che impedisce ai figli di straripare. Senza una madre, un figlio rischia appunto di rompere l’argine ed esondare.  Esili indizi fra le mani. Un pugno di cartoline, alcune spedite da una località che si chiama Erta, un posto che sulla cartina geografica non esiste, ma che l’autore immagina trovarsi tra le montagne piemontesi della Val Chisone. Ercole si mette in viaggio su una bicicletta sgangherata e le tasche vuote. Tra le cime dei monti troverà una persona molto speciale a cui si legherà moltissimo, da proteggere e difendere da adulti ancora una volta inaffidabili.

Ercole: un destino già scritto nel suo nome. Ercole è il famosissimo eroe della mitologia greca e romana, dio degli atleti, fortissimo protettore degli uomini minacciati da pericoli e mostri primordiali. E infatti il protagonista, nonostante la giovane età, è un eroe nella sua dura quotidianità. Un cucciolo di uomo che deve combattere contro genitori alla deriva, che hanno perso la bussola della loro vita e che quindi non possono essere buoni educatori e proporre modelli positivi. In fondo Ercole desidera una semplice cosa che gli spetta di diritto: una vita migliore e la possibilità di riscattarsi.

LO SCONOSCIUTO di Elena Cerutti edito da GOLEM EDIZIONI a cura di Anna Serra

Giovanni e Stella. Una storia come tante, di due che si incontrano, si piacciono e si innamorano. Tuttavia la madre di Stella, a cui lei è fortemente legata, è molto perplessa: Giovanni non la convince per niente e mette in guardia la figlia, ma Stella non ascolta nessuno, solo le ragioni del suo cuore di donna innamorata, e va avanti caparbia per la propria strada, anche quando lui, con la stessa bocca la bacia dolcemente e la insulta aggredendo la sua autostima, e con le stesse mani l’accarezza come un premuroso amante e la riempie di botte.

Giovanni, l’uomo dalla doppia personalità, capace di parole appassionate e di gesti bestiali. Un amore ingannevole. Eppure Stella non è sprovveduta, ingenua, condizionabile e con scarsi mezzi culturali; stiamo parlando di una persona colta, di una promettente dottoressa in medicina impegnata nello studio e nel lavoro. Ciononostante si lascia invischiare in una relazione malata, che le crea dipendenza e isolamento. In poco tempo Stella si ritrova sola, si allontana dalla sua cerchia di amicizie e dai parenti più stretti, soggiogata da chi giura di amarla infinitamente e le promette ogni volta di cambiare, di non farlo più, implorando il perdono per le percosse e gli attacchi immotivati di gelosia.

Stella prova a lasciarlo, a dimenticarlo e a concedersi nuove storie, ma inspiegabilmente si ritrova sempre al punto di partenza, come se un filo invisibile e indistruttibile la tenesse legata a lui, nonostante la paura e le umiliazioni. E quando Giovanni si rifà vivo dopo un lungo silenzio, Stella ricade nella trappola e continua a fidarsi di lui, sola contro tutti, convinta di poterlo cambiare con la forza del suo amore. Una trappola che si chiama matrimonio e figli. Stella si sposa e darà alla luce due bambini, un maschietto e una femminuccia, in una apparente felicità familiare, che però è solo una bella facciata da mostrare agli altri. In realtà gli equilibri familiari si reggono su un filo molto sottile e debole: basta un niente per spezzare l’armonia. Giovanni è un abile manipolatore e sa come plasmare la mente dei suoi bambini, facendo sentire Stella una madre incapace e inaffidabile, minando la sua autostima ancora una volta.

Per buona parte del libro mi è venuto istintivo gridare: “Scappa Stella! Prendi i tuoi bambini e allontanati da lui! Non permettere che ti maltratti e ti sottragga denaro. Denuncialo e fatti aiutare da chi ti vuole bene sul serio”. E a un certo punto il mio grido è stato accolto dalla protagonista, che finalmente dopo anni di cecità apre gli occhi destandosi dall’incantesimo e capisce davvero chi sia suo marito. Ma la via verso la liberazione e il riscatto per una vita diversa è insidiosa e contorta: Stella deve fare i conti con leggi, istituzioni e forze dell’ordine che non la tutelano abbastanza. E soprattutto deve affrontare il diabolico piano vendicativo dell’ex marito. E’ l’inizio di un nuovo calvario, fatto di minacce, messaggi deliranti, email per screditarla agli occhi della gente e manipolazione delle giovani menti dei loro figli. Una lotta psicologica senza esclusione di colpi. Pagina dopo pagina la rabbia del lettore ribolle e finisce con l’esplodere contro Giovanni, che suscita ribrezzo e indignazione. Lo si vorrebbe annientare. La stessa Stella, in alcuni impeti di collera, si lascia sedurre dalla prospettiva di ucciderlo, ma in questo modo passerebbe dalla parte del torto e comunque non ne sarebbe capace. Stella non è un’aguzzina. E’ una vittima che lotta per difendere la sua integrità di donna, di madre e di lavoratrice onesta e devota.

Un romanzo basato su una storia vera, che parla a tutto il mondo femminile, soprattutto a quelle donne che subiscono in silenzio la prepotenza e la gelosia incontrollata di uomini molto vicini a loro, che finiscono per diventare dei pericolosi sconosciuti. Ma parla anche al mondo maschile, insegnando il rispetto verso la famiglia e il vero senso dell’amore, che mai deve fare rima con terrore.

Le regole del tè e dell’amore di Roberta Marasco a cura di Anna Serra

Ogni essenza di ha il suo carattere, come le persone. Ci sono tè dolci, decisi, raffinati, morbidi, delicati. Lo sa bene Elisa, che in mezzo a questa bevanda ci è cresciuta fin dalla più tenera età. Da piccola, in un’occasione, si preparò persino il tè da sola, anche se l’operazione le costò un’ustione. E’ sua madre ad averle insegnato tutti i segreti e le proprietà delle varie infusioni, e ad aver conservato gelosamente le sue tazze e le sue teiere, come gioielli di inestimabile valore.  Una madre che lei ha sempre considerato severa, intransigente, triste e stanca, ma che forse, in un’altra vita, è stata piena di entusiasmo contagioso.

Un giorno Elisa, sorseggiando il tè in compagnia delle amiche in un rituale che ripete con regolarità, trova una scatoletta nera contenente un tè invecchiato. Una bevanda segreta, proibita, che sua madre non faceva mia provare a nessuno. Un solo indizio sulla confezione. Una etichetta scritta a mano. Un nome: Roccamori. Elisa, dopo una ricerca in rete, scopre che si tratta di un piccolo borgo umbro, un tempo definito come uno dei più romantici d’Italia, ma che oggi ha un aspetto mesto e solitario.  Il richiamo è forte e la protagonista si mette in viaggio, destinazione Roccamori, dove alloggerà nella Locanda degli amori perduti.

Ed è proprio a questo punto che l’intreccio, dopo un inizio un po’ lento, che tuttavia è indispensabile per introdurre i personaggi e la storia con balzi fra passato e presente, spicca il volo e si fa sempre più intrigante e coinvolgente, fino al suo epilogo, ricco di colpi di scena. Elisa approda nell’antico borgo, un pugno di case e viuzze in cui non c’è copertura per i cellulari. Al principio si sente tagliata fuori dal mondo, privata dei messaggi e delle chiamate con le amiche, ma in poche ore scopre angoli nascosti di indiscutibile bellezza e incanto. In particolare si addentra in un giardino popolato di splendide camelie, la pianta del tè, e si imbatte in una specie gialla rarissima, la stessa che puntualmente tutti gli anni riceve nel mese di marzo da un mittente sconosciuto per il compleanno della madre defunta. Non può trattarsi di una semplice coincidenza, così Elisa vuole andare a fondo della faccenda e inizia una specie di indagine che la porterà, passo dopo passo, a far luce sul passato di sua madre. Entrando in confidenza con gli abitanti del paese, cerca di ricostruire i tasselli di un vissuto che ignora completamente e farà delle scoperte sconcertanti, che stravolgeranno le sue radici e metteranno in discussione le sue certezze. Ma forse solo in questo modo potrà concedersi il diritto, tutto meritato, di essere felice e di non avere paura di fronte all’amore. Elisa, infatti, ha un disperato bisogno di scrollarsi di dosso la convinzione di essere il pezzetto sbagliato del puzzle, quello che non riesce a incastrarsi con nessun altro. Ad aiutarla a far pace con se stessa e ad accettare le sue imperfezioni arriverà inaspettatamente una persona speciale, che spesso lei ha scioccamente respinto, ma che forse stavolta non terrà più a distanza di sicurezza. La via indicata dal tè è sempre quella giusta.

Roberta Marasco ci accompagna con grazia alla scoperta di questo magico borgo e dosando sentimenti, un pizzico di mistero e una presentazione delle proprietà di vari tipi di tè, costruisce una storia intensa, fatta di sapori, aromi, emozioni, viaggi interiori, recupero di memorie familiari, paesaggi suggestivi, affascinanti leggende.

“Sono cose da grandi” di Simona Sparaco a cura di Anna Serra

Dopo Equazione di un amore, Simona Sparaco torna a parlarci di amore, ma questa volta non con un romanzo, bensì attraverso una lunga lettera indirizzata al figlio Diego, un bimbo di quattro anni vispo e curioso, che come tutti i bambini a quella età, sta scoprendo il mondo, e spesso la tempesta di domande che iniziano con un “perchè”. L’autrice si mette a nudo raccontando frammenti di vita quotidiana, momenti veri fatti di giochi e storie di una mamma di oggi. Troviamo, ad esempio, episodi simpatici, buffi, come le passeggiate con il cane Babù sui marciapiedi di Roma invasi da escrementi, e allora ecco che inizia un nuovo gioco, divertente, che viene battezzato come “Schiva la cacca”! E poi ci sono i giri con Pappamolla, l’automobile un po’ sgangherata e piena di graffi con cui si va a scuola la mattina.

Simona è una mamma moderna, “single” perché separata dal padre di Diego, che riconosce le sue imperfezioni, le sue fragilità, il suo essere distratta e pasticciona. E’ una madre che nutre un amore sconfinato verso il suo bambino e che farebbe qualunque cosa per difenderlo, proteggerlo dagli orrori del mondo. La parola che ricorre più frequentemente nella narrazione è “PAURA”: paura di consegnare il proprio figlio al mondo, una realtà che è diventata sempre più incerta, minacciosa, pericolosa. L’input che fa scaturire questa comunicazione epistolare coincide con un episodio terribile, un fatto di cronaca in cui il male e l’odio si scatenano incontrollabili: l’attentato a Nizza sulla Promenade des Anglais, la scorsa estate. Come si fa a spiegare a un bambino di quattro anni perché un camion impazzito si è lanciato in una folle corsa abbattendosi su persone innocenti, tra cui molti bambini della sua stessa età, di cui è rimasto solo un passeggino rotto o un peluche insanguinato? Come far capire a Diego che cos’è il terremoto che ha ridotto in macerie molti paesi del centro Italia, inghiottendo i ricordi di intere famiglie? Sono cose da grandi: il bene, il male, la religione, la morte, il dolore, le differenze sociali e di razza. Sono concetti inarrivabili per un “puffo” di quattro anni, ma Simona, che ha fatto delle parole la sua vita, riesce a trovare i termini giusti o crea delle situazioni e dei paragoni che si adattano alla forma mentis del suo cucciolo.

L’autrice cerca di esorcizzare le sue paure, i timori che albergano nel suo cuore materno per il futuro di suo figlio, nell’illusione di offrirgli una specie di manuale di sopravvivenza, che lui potrà consultare quando sarà un “ometto” e, liberato dal bozzolo, camminerà con le proprie gambe in questo mondo sempre più malvagio che si chiama Terra

La paura è intorno a noi, è tangibile in uno zaino abbandonato nei sotterranei della metropolitana, in un viaggio in aereo, è visibile in sguardi e gesti di sconosciuti che ci sembrano sospetti. Ciononostante dobbiamo affrontarla, gestirla. La paura serve a crescere, a produrre anticorpi che ci proteggeranno dal terrore che, invece, paralizza. Come dosarla? Grazie a una “scatola magica” in cui depositiamo i nostri desideri, i nostri sogni e progetti. Questa scatola può dare un senso alla nostra vita, ci aiuta a costruirla, perché non si può mai smettere di costruire.

“Se Arianna” di Anna Visciani – a cura di Anna Serra

Questa non è una storia romanzata. E’ una testimonianza vera, autentica, e proprio per questo è dura, una feroce coltellata in pieno cuore. Anna e Davide sono due genitori per i quali la nascita di un figlio non coincide con un momento di gioia, bensì è l’inizio di un incubo, seguito da anni di abnegazione, rinunce e sacrifici, primo fra tutti l’abbandono del lavoro tanto amato da parte di Anna. La loro primogenita, Arianna, nasce prematura con un gravissimo handicap: è celebrolesa e dipende dai suoi genitori per ogni minima necessità quotidiana.

Se Arianna… Se Arianna potesse parlare, se Arianna potesse camminare, correre e saltare, se Arianna potesse mangiare e andare in bagno da sola. Invece non può fare nulla di tutto ciò. E’ partita molto svantaggiata nella sua corsa della vita e non potrà mai raggiungere un livello di emancipazione e indipendenza, seppur minimo. Le sue potenzialità rimangono inespresse e si trova imprigionata in un corpo incapace di interagire con il mondo e in un cervello che manca di sviluppo. Il filo di Arianna, in questo caso, non aiuta a trovare la via d’uscita per scappare dal labirinto, anzi, conduce a un mare di dolore e angoscia.

La vicenda è narrata da vari punti di vista, prospettive diverse che si alternano di capitolo in capitolo. Arianna ci viene descritta attraverso gli occhi della madre e del padre (entrambi medici), e dei fratelli Alice e Daniele, che nascono sani, “normali”. Quest’ultimo, ad esempio, sovente la associa a colei che si sbrodola mangiando e che sputacchia pezzetti di pappa maciullata mentre viene imboccata.

Nonostante le mille difficoltà, Arianna c’è, è viva, e cresce. Da neonata diventa una ragazza di quasi vent’anni. E con la crescita, risulta sempre più complicato e faticoso gestirla: sollevarla, contenere la sua energia, mantenerla seduta sulla sua inseparabile sedia a rotelle super accessoriata per garantirle una postura appropriata.

Una storia di immenso coraggio. La più grande prova d’amore. I veri eroi sono loro, Anna e Davide, che si caricano sulle spalle un fardello pesantissimo e lo portano pazientemente con sé giorno dopo giorno, stravolgendo la loro vita lavorativa e affettiva.

Una vicenda che non può lasciare indifferenti e che ci avvicina al mondo della disabilità, spesso troppo ignorato. Per prendere coscienza, per sensibilizzare all’accettazione della diversità. Arianna e tutti quelli nelle sue condizioni sono persone che, per quanto limitate nella loro dignità di essere umano, vanno accettate per quello che sono. Hanno diritto a essere amati e rispettati. Sempre.

“Non aspettare la notte” di Valentina D’Urbano a cura di Anna Serra

Anno 1994. Angelica e Tommaso. Due ventenni già profondamente segnati dalla vita, con un pesante fardello con cui convivere. Angelica era bellissima, aveva un volto da attrice, prima che sua madre, in un gesto di follia, la trascinasse giù da un cavalcavia coinvolgendola in un incidente gravissimo. Angelica è miracolosamente sopravvissuta a quella corsa suicida-omicida in auto, ma il prezzo che ha dovuto pagare è altissimo e brucia ogni giorno sulla pelle. E’ rimasta sfigurata, coperta da cicatrici, che lei fa di tutto per nascondere con abiti lunghi anche in piena estate e con un cappello a tesa larga ben calcato sulla testa. Vuole essere invisibile, vivere nell’ombra perché si vergogna del suo corpo, irrimediabilmente deturpato da quel tragico evento. Angelica crede di essere orribile ed esce di casa il meno possibile, per nascondersi agli sguardi della gente. Ma ci sono degli occhi speciali che la intercettano e la trovano stupenda: sono quelli di Tommaso che la apprezzano per quello che è, anche se si tratta di occhi difettosi, affetti da una forma rara e degenerativa di retinopatia, che sovente lo lascia con la vista offuscata o completamente al buio.
Il buio. Angelica ce l’ha dentro, da quella maledetta notte in cui sua madre decise di suicidarsi trascinando pure lei nel baratro. Da allora non è più la stessa. Non ha amici e pensa solo a studiare. Tutte le notti, alla stessa ora, il suo sonno si interrompe bruscamente per lasciare spazio al dolore lancinante delle cicatrici. Alle tre del mattino: l’ora dell’incidente.
Tommaso con il buio ci convive: ci sono giornate in cui i suoi occhi sono completamente annebbiati, eppure lui va in giro con il suo scassatissimo e rumorosissimo motorino, che risuona in tutta la valle di Borgo Gallico, un minuscolo puntino sulla cartina geografica dell’Italia, sperduto tra le arterie stradali che collegano il paese da nord a sud. Oltre al suo malconcio mezzo di trasporto, possiede un altro oggetto da cui non si separa mai: la sua Polaroid. Con questa macchina fotografica fissa le immagini che i suoi occhi malati non riescono a catturare, e naturalmente Angelica diventa uno dei suoi soggetti preferiti.
Solo grazie all’amore sincero e incondizionato di Tommaso, Angelica riesce a convincersi che non è “solo le sue cicatrici”, ma che oltre quel corpo ricucito come una bambola di pezza c’è una vita intensa ed emozionante che la aspetta. Il suo Tommaso è disposto a tutto, anche a fare a botte, pur di proteggerla e difenderla dalla cattiveria del mondo, da chi la guarda con disprezzo e malvagità.

D’un tratto, però, la magia si spezza: un malinteso, uno sciocco fraintendimento crea una voragine fra i due innamorati. Angelica si sente tradita e non perdona, lui lotta con tutto se stesso per riconquistarne la fiducia. Le loro strade si separano e quella che sceglie Angelica sembra assurda, irrazionale: un modo per punirsi, per farsi del male, per lesionarsi. E intanto il buio di Tommaso si fa sempre più intenso.
I due protagonisti ci appaiono teneri, a tratti buffi, e conquistano immediatamente la simpatia del lettore. Il personaggio di Angelica è il più complesso e nella seconda parte del romanzo si fa ancora più oscuro, compiendo scelte difficilmente condivisibili.
Una storia emozionante scritta con un linguaggio giovane, fresco, diretto. Una narrazione fluida, che sa essere ironica, romantica e drammatica al tempo stesso, in un sapiente dosaggio dei tre toni.

L’ultimo battito del cuore di Valentina Cebeni a cura di Anna Serra

Inghilterra. Campagna del Kent. Un paradiso in cui Penelope, trascinata dalla sorella Addison che lì ci vive, si rifugia nel tentativo di curarsi dal lutto che macera il suo cuore: ha perso il grande amore della sua vita, Adam, in un grave incidente stradale in cui lei stessa è rimasta coinvolta e si è salvata per miracolo. 

Ma il paradiso è solo nella natura, nei paesaggi. Non in casa. La signorile dimora di Addison è in realtà una nave che sta colando a picco. Non c’è calore, né pace, solo bisticci e incomprensioni fra marito e moglie e fra le due sorelle. Addison è una moglie poco affettuosa, che tratta con distacco il marito Ryan, paralizzato su una sedia a rotelle; è anche una madre ossessiva nei confronti del figlio Leonard, troppo protettiva al punto da risultare soffocante; infine Addison è una sorella piena di rancore, un rancore che ha radici lontane, nell’infanzia. Due sorelle che sono figlie dello stesso padre, ma hanno avuto madri diverse e non hanno mai superato del tutto antichi dissapori, e difatti da adulte si lasciano risucchiare da una spirale di gelosie.

Penelope, che non riesce a dimenticare Adam e vive nel ricordo costante di lui, si trova suo malgrado ad essere testimone del matrimonio ormai stantio della sorella e trova in suo cognato Ryan un alleato, un complice. Tra i due nasce una splendida amicizia, che li porta a condividere con entusiasmo un progetto comune: rimettere in sesto il giardino dietro casa, ridotto a una giungla. Ma la complicità, la sintonia che li lega diventa ogni giorno più minacciosa e pericolosa, fino a che una notte i due non si cercano in un disperato bisogno di calore e amore che sa di dolore e tristezza.

Penelope si sente schiacciata dalla vergogna e divorata dai sensi di colpa per essersi concessa un momento di debolezza con il cognato. Il soggiorno in campagna si sta rivelando tutt’altro che sereno e come se non bastasse l’atmosfera di tensione che si respira in famiglia, ci si mette pure Tristan a sconvolgerle i pensieri. Tristan, il vivaista del paese, diventa il suo prezioso e insostituibile consigliere per sistemare il giardino dietro casa, e se solo lei volesse, potrebbe essere un ottimo antidoto per superare il trauma dopo la perdita di Adam. Un segno del destino inviatole per chiudere con un passato terribilmente doloroso e per poter guardare al futuro, a una nuova esistenza, a un nuovo inizio. Se solo Penelope aprisse un varco di speranza, se solo fosse disposta a squarciare il velo di sofferenza che l’avvolge … Ma sovente è una donna inafferrabile, un rebus senza soluzione. E Tristan, paziente, accetta la sua ritrosia, il suo essere inarrivabile, comprende il suo stato d’animo, le sue paure, ma non può attenderla all’infinito. Riuscirà Penelope a sciogliersi? A smettere di stare sulla difensiva, a depositare i ricordi taglienti e a concedersi di nuovo un po’ di felicità?

 

L’autrice parla al nostro cuore e mette a nudo i nostri sentimenti, sia quelli positivi come l’amore e l’amicizia, sia quelli più brutti come l’odio, il rancore, l’impossibilità di perdonare rimanendo ancorati al passato. Questo è il primo romanzo scritto da Valentina Cebeni, uscito nel 2013 con Giunti Editore. Già tre anni fa, all’epoca del suo esordio, questa giovane scrittrice ha dimostrato al pubblico di avere stoffa da vendere e con il successivo “La ricetta segreta per un sogno” che abbiamo già recensito ci ha dato ulteriore prova della sua bravura e della sua sensibilità.

NESSUNO SA DI NOI di Simona Sparaco, a cura di Anna Serra

Nonostante il periodo di ferie, la redazione di causaedeffetto é al lavoro. Anzi, cosa c’é di meglio che divorare un bel romanzo sotto l’ombrellone?
Torniamo a parlare di una talentuosa scrittrice italiana, Simona Sparaco. Dopo “Equazione di un amore” vi proponiamo NESSUNO SA DI NOI, un successo da oltre 100.000 copie!

Luce e Pietro desiderano coronare il loro sogno d’amore con la nascita di un figlio. Finalmente dopo ostinati tentativi e sesso a comando, programmato quasi con ossessione per cogliere i giorni più fertili, e quando ormai si é quasi abbandonata la speranza del concepimento, il miracolo si compie: a 35 anni Luce é incinta.

Inizia la gravidanza fatta di ecografie, controlli periodici, assunzione di vitamine e ferro, alimentazione sana per far sí che al piccolo Lorenzo non manchi proprio nulla. Luce non sgarra, si comporta in modo esemplare, seguendo tutte le raccomandazioni. Poi, con qualche reticenza e timore, si sottopone all’esame dell’amniocentesi per escludere la sindrome di Down.

Tutto fila liscio, si procede verso il momento della nascita. Tuttavia, quando ormai mancano solo due mesi al parto, giunge crudele e impietosa, la sentenza di morte, che rompe in mille frantumi i due novelli genitori: sul monitor dell’ecografo Lorenzo é “troppo corto”. Displasia scheletrica, una rara forma di nanismo. Se il bimbo nascesse, potrebbe non superare il parto. E nel caso in cui sopravviva, sarebbe condannato a una vita, o meglio sopravvivenza, piena di sofferenza e gravi complicazioni.

Il mondo crolla, si fa buio pesto. Il miracolo della gravidanza diventa un incubo terribile, dei più spaventosi. Luce e Pietro devono prendere una decisione e anche in fretta, il tempo stringe come una morsa: si puó provocare l’espulsione del feto ma non in Italia, dove é vietato in questo stadio avanzato della gestazione. All’estero peró é legale, anche se costoso. Pietro non si pone problemi economici, i soldi non gli mancano e ha giá deciso come spenderli, senza esitazioni. I due volano a Londra in un ospedale all’avanguardia, in cui eseguire l’aborto terapeutico. Luce é un automa con la volontá annientata e i sensi offuscati. Una parte di lei non vuole rinunciare a quel corpicino che si muove e spinge dentro di lei, ma un’altra parte non puó condannarlo a un destino di dolore e emarginazione. Luce é paralizzata, firma per l’accettazione i documenti scritti in inglese, priva di coscienza, sconquassata da paure, sensi di colpa e incertezze. L’unico punto fermo, sicuro a cui aggrapparsi con disperazione é Pietro. Tutto il resto é voragine, abisso, labirinto, inferno.

Inizia un altro calvario, una nuova via crucis. L’autrice ci fa sentire sulla nostra pelle e nelle nostre viscere tutto il dolore lancinante, atroce, intenso che Luce patisce nell’espellere forzatamente quel feto malato che ha preso forma nel suo ventre. E non é solo sofferenza fisica. É senso di colpa, come commettere un omicidio. Assassinare una vita, per quanto patologica e portatrice di una anomalia cromosomica. Una forma di  infanticidio.

E dopo? Cosa accade tornando a casa? La stanzetta dipinta d’azzurro con gli orsetti, destinata a Lorenzo, resta vuota e al posto del pancione Luce vede e tocca una sacca depredata. Mentre Pietro resta in piedi e trova la forza di reagire scavandosi una strada fra le macerie, Luce entra in uno stato larvale e si sente come amputata. Proprio lei che scriveva consigli e incoraggiamenti per essere di supporto ai lettori della rivista per cui lavora, ora resta ammutolita. Di fronte al dolore, quello vero e profondo, le parole sono inefficaci. Luce cerca conforto e confronto nelle drammatiche storie di donne che, come lei, hanno vissuto esperienze di maternitá molto complicate e che affidano i loro tormenti ai forum in rete.

Inevitabilmente la coppia entra in crisi. Luce e Pietro sono sempre più distanti, alla deriva, con graffi e cicatrici dappertutto. Troveranno la forza di guardare avanti, di conciliarsi con il dolore? Di superare il trauma e ritrovarsi?

L’autrice affronta e sviscera con ammirevole maestria un tema molto delicato e intenso, ponendo il lettore di fronte a interrogativi morali, etici. Ma in casi come quello vissuto dai protagonisti bisogna avere la sensibilitá e il buon senso di non esprimere giudizi, verdetti. Cosa sia giusto o sbagliato, etico o immorale. Nessuno deve sentirsi in diritto di giudicare mettendosi su un piedistallo. Esistono solo madri e padri indifesi che cercano la scelta più giusta dettata dal loro cuore e dal loro amore.

LA DODICESIMA STANZA di Teresa Antonacci a cura di Anna Serra

Alina nasce “imparata”: è una bambina prodigio che sin da piccolina dimostra potenzialità intellettive sorprendenti. Ma presto questa sua genialità viene additata come qualcosa di strano e allarmante: una follia, una forma di schizofrenia. 

Ciò che sembra un merito, diventa una condanna. Per colpa del suo quoziente intellettivo ben al di sopra della media, Alina brucia le tappe scolastiche e non si trova mai nella classe che le compete secondo l’età anagrafica: a sei anni viene inserita in una quinta, anziché frequentare la prima elementare. I suoi “superpoteri” spaventano gli altri, che reagiscono trasformandola in bersaglio di scherzi e derisioni che spesso hanno il sapore amaro del bullismo.
A soli quindici anni, invece di studiare al liceo, Alina è già una studentessa universitaria e ad aspettarla fuori dal cancello della Facoltà c’è un uomo molto più grande di lei, che potrebbe essere suo padre, un padre che lei di fatto non ha mai avuto perché se ne è andato di casa quando lei era piccola. Nicola, questo il nome dell’uomo maturo disposto ad ascoltare le sue lunghe e logorroiche osservazioni sul mondo, le fa scoprire il sesso, la avvicina a una realtà da adulti, ignorando che Alina è poco più che una bambina. E lei lo lascia fare, lusingata da quelle carezze, da quei baci, da quegli incontri che le procurano piacere e danno sollievo ai suoi momenti di depressione e ai suoi problemi con l’anoressia. Ma tutto ha un prezzo e quello che deve pagare Alina è altissimo: il suo corpo appena sbocciato in quello di una donna si ritrova ad accogliere dentro di sé un embrione che cresce a vista d’occhio.
La notizia della sua gravidanza dilaga nel paese, Polignano a Mare in provincia di Bari, dando inizio al totoscommesse per indovinare chi sia il colpevole di quel figlio bastardo. Quando la vergogna inizia a farla da padrona, la madre la costringe a partire. Una fuga. Il più lontano possibile dalla fiera del pettegolezzo. Milano sembra la giusta destinazione per accogliere due donne sole, madre e figlia, che devono rimettere in piedi la propria vita.
All’inizio il lettore ha la sensazione di trovarsi di fronte alla squallida vicenda di un uomo adulto, sposato e di potere, che approfitta dell’ingenuità e dell’inesperienza di una minorenne per portarsela a letto, senza riflettere sulle conseguenze. Poi, però, l’autrice ci sorprende e ci spiazza con una storia che si evolve in ben altra direzione e che sa di amore autentico, tenerezza, consapevolezza, assunzione di responsabilità. Grazie a Nicola, Alina diventa “da carta ruvida a morbido cotone” e quel figlio che sembrava soltanto il frutto di un errore, si trasforma nella loro ragione di vita.
Solo a vent’anni Alina riesce a dare un nome al suo sentirsi diversa, condizione che spartisce con suo figlio e la sorellastra ritrovata: sindrome di Asperger. Con molta delicatezza e sensibilità Teresa Antonacci ci prende per mano e ci guida alla scoperta di questa forma di autismo, che non va vista come una malattia. E’ semplicemente un modo diverso, speciale, di essere, di sentire, di vedere. In una parola: di esistere. Secondo un’antica teoria, la vita è composta da dodici stanze. L’ultima, la dodicesima per l’appunto, è quella della consapevolezza di sé, che insieme all’accettazione del “diverso” modo di sentire e vedere le cose, ci permette di chiudere un ciclo e di ricominciare, rinascendo.

LA FINESTRA SUL MARE di Sabrina Grementieri a cura di Anna Serra

Salento. Un lembo di Puglia con campi di ulivi secolari, vento profumato di salsedine, scogliere battute dalle onde e un sole abbagliante. La giovane Viola raggiunge questa terra non con spirito vacanziero, bensì con l’animo aggravato da una spiacevole notizia: la morte della cara nonna Adele, una donna stravagante con doti di guaritrice e dallo sguardo che scava dentro le persone.
Per Viola non è proprio un bel momento, tutto sembra andarle storto: il licenziamento, il tradimento del fidanzato, e adesso la scomparsa della nonna, che con suo profondo stupore le ha lasciato in eredità la settecentesca masseria di famiglia, che ora versa in uno stato di decadenza. Cosa farne della proprietà ereditata? Venderla o restituirla al suo antico splendore? La mente di Viola inizia a elettrizzarsi di idee e progetti per ristrutturarla e trasformarla in un albergo, ma la sue iniziative danno fastidio a gente senza scrupoli che da tempo ha posato i suoi avidi occhi sulla masseria per costruirci un esclusivo campo da golf che dia più prestigio al suo immenso impero immobiliare che attrae folle di turisti facoltosi.
Qualcuno vuole metterle i bastoni fra le ruote e spingerla a rinunciare al suo progetto. Viola diventa una presenza scomoda che va scoraggiata con una serie di piccoli incidenti che suonano come avvertimenti. L’intreccio si snoda attraverso due filoni, sapientemente dosati: da un lato, il mistero, la suspense che ritroviamo nelle minacce contro la protagonista per boicottare il suo progetto e spingerla ad andarsene; dall’altro, un filone più sentimentale che ci fa palpitare e sospirare insieme a Viola, innamorata di un uomo che vorrebbe amarla ma non può.
Nella campagna pugliese Viola trova una sorta di famiglia “allargata” che riempie il vuoto lasciato dai suoi genitori, costretti a tornare nel nord Italia. Conosce Nico, un bambino “diverso” ma proprio per questo speciale, bisognoso di cure e attenzioni, con cui Viola, senza troppo sforzo, riesce a instaurare un bel rapporto di fiducia e complicità, nonostante i problemi emotivi e di incomunicabilità del fanciullo. E poi incontra lui, soprattutto lui, Aris, il bel tenebroso muratore, ex marinaio, che arriva alla masseria per aiutarla nella ristrutturazione. Tra i due è emozione, attrazione, intesa, ma è anche divieto, impedimento, soffocamento dei propri desideri, perché Aris è impegnato, legato a una donna gelosissima e possessiva, che lo ricatta sentimentalmente, mettendogli le catene al cuore.
La vicenda che l’autrice ci narra è una bellissima storia di coraggio e determinazione di una ragazza che, nonostante gli ostacoli, la paura, le difficoltà, va avanti per la propria strada lottando per le cose in cui crede, guidata dallo spirito della nonna defunta, che aleggia su di lei come un angelo custode.
Chi è Sabrina Grementieri? E’ originaria di Imola. Si è laureata in Scienze Politiche con indirizzo internazionale presso l’Università di Bologna. Per un po’ di tempo è vissuta nell’ex Germania dell’Est per fare ricerche utili per la sua tesi di laurea sui campi di concentramento. Tra le sue passioni spiccano i viaggi e naturalmente la lettura e la scrittura. Una curiosità: Sabrina si è ritrovata a scrivere il suo primo romanzo dal titolo Una seconda occasione con il computer appoggiato al pancione, quasi in prossimità al parto del secondo figlio. La forza della scrittura!