Recensione del romanzo “Le otto montagne” di Paolo Cognetti a cura di Anna Serra

Ho comprato il libro di Paolo Cognetti perché mi piace la montagna e, come il protagonista di questa vicenda, ho trascorso da bambina le mie estati circondata da vette e pascoli. E poi perché quest’opera ha ricevuto un illustre riconoscimento, il Premio Strega.

Tuttavia, nonostante queste promettenti premesse, la storia che ho letto si è rivelata in parte una delusione. Non me ne voglia Cognetti, ovviamente è il mio personalissimo punto di vista, ma il libro non è riuscito a catturarmi e a trascinarmi. La mia lettura è andata avanti a singhiozzo, fra sospensioni, riprese, nuovi lasciti e nuove continuazioni. In sottofondo, la scarsa curiosità di arrivare all’ultima pagina, non invogliata da un ritmo narrativo piuttosto lento, sovente costellato di dettagliate descrizioni paesaggistiche che, se da un lato ci mostrano un ritratto fotografico dei luoghi, dall’altro risultano a tratti ridondanti. Decisamente più accattivante la terza e ultima parte, “Inverno di un amico”, col suo epilogo toccante.

La storia ha per protagonisti Pietro e Bruno: il primo è un ragazzino di città, il secondo è un Heidi al maschile, che vive tutto l’anno fra aspri sentieri, torrenti, rocce, mucche al pascolo e alpeggi, immerso in uno scenario mozzafiato ai piedi del massiccio del Monte Rosa. Se per Pietro la montagna rappresenta solo il luogo in cui trascorrere le vacanze estive in compagnia dei genitori, per Bruno è una ragione e uno stile di vita. Una vita dura e spartana, fatta di sacrifici, quella del montanaro, che non conosce la frenesia della civiltà e si accontenta di cose semplici.

Il padre di Pietro, pur vivendo e lavorando in città, sente la montagna scorrere nelle sue vene e la vive fino in fondo inerpicandosi sulle vette più difficili, da esperto alpinista. In queste escursioni in alta quota coinvolge anche il figlio, che però soffre l’altitudine e sovente è colto da vertigini e nausea durante le arrampicate. Ma ha imparato a tacere, a soffrire in silenzio e a non lamentarsi per la fatica, perché suo padre, quando va per sentieri e rifugi, è implacabile e non ammette piagnistei né cedimenti.
Quando il padre non ci sarà più e i due ragazzini saranno diventati adulti, c’è una casa da costruire, un rudere che cade a pezzi e a cui bisogna dare un aspetto abitabile, per realizzare il progetto restato solo sogno del padre defunto. Ed è così che Pietro, ormai uomo, si riavvicina la suo amico d’infanzia e insieme, pietra dopo pietra, legno dopo legno, mettono in piedi una baita. Un pianoro a 2000 metri a farle da cornice. Nel frattempo, Pietro riscopre la montagna, la stessa che da bambino gli procurava fastidio, e avventurandosi in solitario su pareti scoscese, si incammina tappa dopo tappa seguendo le orme del padre.

Mentre Pietro si allontana dall’Italia per esplorare cime ben più alte delle Alpi, ovvero la catena dell’Himalaya in Nepal, Bruno apre un’azienda agricola nell’alpeggio di famiglia e finalmente nella sua vita un po’ burbera e austera fa capolino una donna. L’inizio di una nuova vita, anche se fra mille difficoltà quotidiane. Desideri che cozzano con una realtà spietata, fatta di conti che non tornano e di debiti che aumentano.

Pietro sarà colui che va e viene, che viaggia in luoghi remoti senza dare sue notizie per mesi, mentre Bruno è l’amico/fratello che resta, che getta radici e fondamenta senza mai allontanarsi dal suo bosco e dai suoi prati. Uno dei due ne uscirà sconfitto…

LO STRANO CASO DI EMMA BOVARY di Philippe Doumenc a cura di Anna Serra

Un libro scovato per caso una sera d’estate, fra i volumi di una bancarella in riva al mare. Il titolo mi ha rapita subito, perché adoro il romanzo ottocentesco di Gustave Flaubert, Madame Bovary, quindi sono andata a colpo sicuro, senza esitazioni.

Per chi ha letto uno dei capolavori della letteratura francese, sa che Emma Bovary era una giovane e bellissima donna perennemente insoddisfatta, scontenta della vita. Un’anima sognatrice e romantica a cui andavano molto strette le banalità e le mediocrità. Stanca del marito, un medico provinciale e poco brillante, si gettò in avventure amorose extraconiugali, trasformandosi in un’adultera e alimentando le chiacchiere del paese, senza peraltro trovare soddisfazione nei suoi amanti, che finirono per annoiarla e deluderla. Sopraffatta dai debiti, si suiciderà assumendo una dose di arsenico, che le provocherà atroci sofferenze.

Il romanzo in questione ci pone di fronte a un’ipotesi inquietante, stravolgendo il finale scelto da Flaubert: e se non si trattasse di un suicidio? E se Emma fosse morta perché qualcuno l’ha assassinata con il veleno? La storia assumerebbe contorni completamente diversi. E da qui che parte l’autore, Doumenc. I due medici che vengono chiamati al capezzale della signora Bovary morente individuano piccoli segni di contusione sul corpo della vittima e afferrano in un bisbiglio una brevissima ma sconcertante confessione della donna, la quale dichiara di essere stata assassinata. Il signor Bovary, invece, afferma di aver rinvenuto una lettera scritta dalla moglie in cui comunica esplicitamente di essersi tolta la vita, ma tale lettera sembra sparita nel nulla, non si trova da nessuna parte.

Inizia così un’indagine, condotta da una coppia di ispettori, uno anziano e l’altro giovane. Un’investigazione svolta non con i metodi e i mezzi di oggi, bensì con gli strumenti a disposizione nell’epoca di Emma Bovary, ossia negli anni 40 del XIX secolo. Pertanto le indagini si concentrano prevalentemente sugli interrogatori, sulle testimonianze delle varie persone coinvolte, che conoscevano la vittima a vario titolo: il farmacista del paese, il prete, i suoi amanti, il consorte, la sua domestica, il merciaio a cui Emma doveva un sacco di soldi. Ognuno di loro sembra nascondere qualcosa o avere un movente per il delitto, per cui il mistero si infittisce. Il lettore muore dalla curiosità di scoprire la verità e intanto fa congetture sul possibile colpevole, raccogliendo numerosi indizi forniti nel corso della vicenda.

Decisamente consigliato, soprattutto per chi ama il genere giallo vecchio stampo tipo Agata Christie.

¡VIVA LA VIDA! di Pino Cacucci a cura di Anna Serra

Se siete interessati a conoscere o approfondire la biografia dell’intramontabile pittrice messicana Frida Kahlo, questo libro può fare al caso vostro. Pino Cacucci, giornalista, scrittore e traduttore, è anche un appassionato viaggiatore e nel corso dei suoi viaggi ha fatto tappa nella grande Casa Azul dove nacque Frida nel 1907. Ne ha assorbito l’atmosfera immaginando di udire Frida pronunciare un lungo monologo in cui racconta la sua vita travagliata.
Un inno alla vita, a cui Frida si aggrappò con tutta la sua forza e passione, nonostante il martirio del suo corpo. Proprio lei che amava la vita e che se la sarebbe divorata a morsi, ricevette un terribile castigo. Un corpo irrimediabilmente mutilato in seguito a un devastante incidente in autobus. Dopo nulla fu come prima. A soli diciotto anni Frida si ritrovò mezza invalida, obbligata a trascorrere interminabili ore coricata, imprigionata in corsetti e busti. Fu allora che iniziò a dipingere. Quadri che parlavano di lei. Autoritratti, perché immobilizzata nel letto vedeva solo se stessa quando si guardava attorno.
Poi nella sua vita entrò Diego Rivera, muralista messicano di successo, ma anche con fama di inguaribile donnaiolo. Era brutto, grasso, molto più vecchio di lei, eppure i due si innamorarono e convolarono a nozze. Quando Frida parla di Diego, lo fa attraverso una serie di antitesi, di forti contrasti. Diego è la sua felicità, il suo paradiso, la sua vita, la sua fonte di benessere, la sua pioggia, ma al contempo è la sua disperazione, l’odio, la morte, la sua malattia, la sua siccità. Diego la tradì un’infinità di volte, spesso con le modelle che posavano per lui o con prostitute. Il tradimento peggiore e imperdonabile avvenne con la sorella Cristina, a cui Frida era molto legata. Un’ulteriore ferita inferta sul suo corpo già martoriato, incapace di procreare e di realizzare il suo desiderio di maternità. Ogni volta che restava incinta, Frida non riusciva a portare avanti la gravidanza, per colpa del terribile incidente che le sconquassò il ventre, il bacino e la vagina.
Frida era perfettamente consapevole dell’infedeltà del marito e d’altro canto anche lei non si risparmiò, concedendosi relazioni extraconiugali, anche con donne. Con loro si sentiva pienamente accettata, non doveva vergognarsi per le sue cicatrici.
Un’esistenza tormentata, un destino infelice, ma probabilmente il talento di Frida deriva proprio da questo, dal suo tanto soffrire e dal suo attaccamento alla vita, malgrado tutto. “Un breve libro che contiene una storia immensa” come recita la quarta di copertina.

 

Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca a cura di Anna Serra

Fioly Bocca torna a parlare ai suoi lettori col suo terzo romanzo. La sua scrittura va dritta al cuore, smuove sentimenti, fragilità umane, paure, colpe. E lo fa con intense metafore e suggestive riflessioni che riguardano tutti noi. Ancora una volta l’autrice non delude, anzi, si può dire che è oramai una garanzia di qualità stilistica e fonte di emozione per il pubblico sempre più numeroso che la segue con affetto.

Ciascuno di noi ha un luogo a cui tornare nei momenti di sconforto, quando tutto intorno è buio e minaccioso. Normalmente questo luogo coincide con una casa, accogliente e rassicurante, che resiste ovunque tu vada e qualunque cosa tu faccia. Ma non tutti ce l’hanno, una casa. C’è chi, per un tortuoso percorso del destino, la perde e finisce in mezzo a una strada. E’ ciò che capita a Zeligo, un rifugiato bosniaco che in una notte di pioggia torrenziale viene investito da Argea, che sta guidando sconvolta e distratta. Il loro primo incontro nasce da uno scontro: un incidente. Vengono ricoverati nello stesso ospedale, ma mentre per Argea la guarigione è più rapida, per Zeligo si prospetta più lunga e complicata. Argea, sì, si riprende in poco tempo, ma è tormentata dalla sua coscienza. Sa di non aver detto tutta la verità agli investigatori. La dinamica dell’incidente non è esattamente quella che lei ha raccontato. Zeligo era ubriaco e barcollava lungo il ciglio della strada, ma Argea sa che stava guidando distrattamente, con la testa altrove. Vorrebbe ammettere parte della sua colpa, ma il suo compagno Gualtiero la convince a stare zitta. Perché rischiare di compromettere una vita perfetta, fatta di agi, di un lavoro gratificante e di un appartamento elegante nel centro storico di Torino?

Argea tace, ma il rimorso non si quieta e la spinge a fare visita a Zeligo, a prendersi cura di lui, a regalargli dei fiori e un cappotto nuovo contro il freddo. Zeligo il senzatetto, cittadino invisibile di un mondo sommerso, ai margini della società, fatto di povertà di fronte agli occhi indifferenti della gente. Argea entra in contatto con la dura realtà di questo straniero, che nel suo italiano non sempre perfetto le confida le sue difficoltà quotidiane, il suo passato, i suoi legami affettivi, mentre lei tende a rivelare poco di se stessa, dei suoi conflitti col fidanzato, di una gravidanza interrotta, di un’altra che arriva ma che solo lei desidera fino in fondo.

I loro destini, così apparentemente opposti, cominciano a camminare paralleli, per poi intrecciarsi, annodarsi, e solo insieme riusciranno a trovare un senso diverso. Migliore. L’epilogo riserva sorprese e colpi di scena.

“Chissà come dev’essere stare sempre alla mercé degli sguardi altrui: di chi scende dal treno in stazione, di chi si affaccia dalla finestra sul marciapiede, o attraversa il parco la notte. Tutti ti passano a fianco seguendo le loro traiettorie e spariscono dietro portoni, muri, cancelli, automobili. Loro spariscono e tu resti lì a esibire senza volere ogni cosa di te: il pudore è un sentimento che in strada non ci si può permettere. Chissà se fa più male sapere che ti vedono, o sapere che nemmeno ti vedono più.”

​ANIME SCALZE  di  FABIO GEDA a cura di Anna Serra

Fabio Geda, scrittore torinese che riscuote molto successo soprattutto fra lettori adolescenti e giovani, torna a parlarci di una storia di ragazzi, con uno stile schietto, colloquiale. Un linguaggio fresco e giovanile, che esce dalla bocca di Ercole, protagonista e narratore, un quindicenne con cui la vita non è stata per niente tenera. Ha dovuto crescere in fretta e uscire dal mondo dei balocchi perché la sua famiglia è sgangherata e la sua esistenza appare “polverosa e irregolare”. Vive in un quartiere popolare di Torino e abita in un minuscolo appartamento dalle pareti cosparse di crepe, fessure da cui escono terribili mostri. Condivide la piccola casa con la sorella maggiore Asia e il padre. La madre se n’è andata da un giorno all’altro, lasciandoli soli e facendo perdere le sue tracce.  La sua realtà familiare è capovolta: i padri non fanno i padri e i figli non fanno i figli. I ruoli sono invertiti, con adulti irresponsabili e minori seri e maturi: Asia si occupa della casa e delle bollette da pagare, gli controlla i compiti e il diario, mentre il padre vive di espedienti, ha problemi con la giustizia, sparisce per giorni e spesso staziona al bar, esagerando con l’alcol. Eppure i due fratelli difendono a spada tratta il loro nucleo familiare, per quanto sregolato e scalcagnato, tenendo lontane le intrusioni degli assistenti sociali e della “gente di buon cuore” che viene vista come una minaccia, anziché una risorsa per essere aiutati.
Un giorno, per puro caso, Ercole si imbatte in Viola, una bellissima ragazza lentigginosa e dai capelli ramati, che vede a un chiosco di fiori attraverso il finestrino dell’autobus su cui sta viaggiando.  Se il colpo di fulmine esiste, questo è un esempio. Ercole si getta dal pullman e si avvicina al banco di fiori con una scusa. Gli opposti si attraggono: Viola è diametralmente diversa, appartiene a un universo parallelo, che Ercole può solo sognare. Ha una famiglia benestante, una casa grande e accogliente ai piedi della collina di Torino, due fratelli che studiano all’estero, frequenta un noto liceo classico nel centro città e fa canottaggio sul Po.

Ercole è un ragazzo particolare. Considerata la sua età, la sua caratteristica più strana è quella di non possedere un cellulare. Vallo a trovare un ragazzo dei giorni nostri che non ha uno smartphone né la connessione internet a casa, né il telefono fisso! Ercole è più unico che raro, ma questa sua privazione a cui si è abituato senza troppa difficoltà, ora diventa un problema: come fare per comunicare con Viola? Come mettersi d’accordo con lei per vedersi? Ercole ricorre ai vecchi sistemi di una volta, quando la tecnologia era pura fantascienza: va a prenderla a scuola, la aspetta davanti al liceo Gioberti. Un gesto che gli conferisce un’aura romantica. Di fatto è un ragazzo coraggioso, che non si vergogna della sua famiglia, che non nasconde agli occhi di Viola il suo tessuto familiare e sociale. Si mostra per quello che è, senza imbarazzo e senza maschere.

Nel corso della vicenda inizierà a cercare sua madre, per ritrovarla. Per capire le ragioni dell’abbandono. Le madri contengono: sono l’argine che impedisce ai figli di straripare. Senza una madre, un figlio rischia appunto di rompere l’argine ed esondare.  Esili indizi fra le mani. Un pugno di cartoline, alcune spedite da una località che si chiama Erta, un posto che sulla cartina geografica non esiste, ma che l’autore immagina trovarsi tra le montagne piemontesi della Val Chisone. Ercole si mette in viaggio su una bicicletta sgangherata e le tasche vuote. Tra le cime dei monti troverà una persona molto speciale a cui si legherà moltissimo, da proteggere e difendere da adulti ancora una volta inaffidabili.

Ercole: un destino già scritto nel suo nome. Ercole è il famosissimo eroe della mitologia greca e romana, dio degli atleti, fortissimo protettore degli uomini minacciati da pericoli e mostri primordiali. E infatti il protagonista, nonostante la giovane età, è un eroe nella sua dura quotidianità. Un cucciolo di uomo che deve combattere contro genitori alla deriva, che hanno perso la bussola della loro vita e che quindi non possono essere buoni educatori e proporre modelli positivi. In fondo Ercole desidera una semplice cosa che gli spetta di diritto: una vita migliore e la possibilità di riscattarsi.

LO SCONOSCIUTO di Elena Cerutti edito da GOLEM EDIZIONI a cura di Anna Serra

Giovanni e Stella. Una storia come tante, di due che si incontrano, si piacciono e si innamorano. Tuttavia la madre di Stella, a cui lei è fortemente legata, è molto perplessa: Giovanni non la convince per niente e mette in guardia la figlia, ma Stella non ascolta nessuno, solo le ragioni del suo cuore di donna innamorata, e va avanti caparbia per la propria strada, anche quando lui, con la stessa bocca la bacia dolcemente e la insulta aggredendo la sua autostima, e con le stesse mani l’accarezza come un premuroso amante e la riempie di botte.

Giovanni, l’uomo dalla doppia personalità, capace di parole appassionate e di gesti bestiali. Un amore ingannevole. Eppure Stella non è sprovveduta, ingenua, condizionabile e con scarsi mezzi culturali; stiamo parlando di una persona colta, di una promettente dottoressa in medicina impegnata nello studio e nel lavoro. Ciononostante si lascia invischiare in una relazione malata, che le crea dipendenza e isolamento. In poco tempo Stella si ritrova sola, si allontana dalla sua cerchia di amicizie e dai parenti più stretti, soggiogata da chi giura di amarla infinitamente e le promette ogni volta di cambiare, di non farlo più, implorando il perdono per le percosse e gli attacchi immotivati di gelosia.

Stella prova a lasciarlo, a dimenticarlo e a concedersi nuove storie, ma inspiegabilmente si ritrova sempre al punto di partenza, come se un filo invisibile e indistruttibile la tenesse legata a lui, nonostante la paura e le umiliazioni. E quando Giovanni si rifà vivo dopo un lungo silenzio, Stella ricade nella trappola e continua a fidarsi di lui, sola contro tutti, convinta di poterlo cambiare con la forza del suo amore. Una trappola che si chiama matrimonio e figli. Stella si sposa e darà alla luce due bambini, un maschietto e una femminuccia, in una apparente felicità familiare, che però è solo una bella facciata da mostrare agli altri. In realtà gli equilibri familiari si reggono su un filo molto sottile e debole: basta un niente per spezzare l’armonia. Giovanni è un abile manipolatore e sa come plasmare la mente dei suoi bambini, facendo sentire Stella una madre incapace e inaffidabile, minando la sua autostima ancora una volta.

Per buona parte del libro mi è venuto istintivo gridare: “Scappa Stella! Prendi i tuoi bambini e allontanati da lui! Non permettere che ti maltratti e ti sottragga denaro. Denuncialo e fatti aiutare da chi ti vuole bene sul serio”. E a un certo punto il mio grido è stato accolto dalla protagonista, che finalmente dopo anni di cecità apre gli occhi destandosi dall’incantesimo e capisce davvero chi sia suo marito. Ma la via verso la liberazione e il riscatto per una vita diversa è insidiosa e contorta: Stella deve fare i conti con leggi, istituzioni e forze dell’ordine che non la tutelano abbastanza. E soprattutto deve affrontare il diabolico piano vendicativo dell’ex marito. E’ l’inizio di un nuovo calvario, fatto di minacce, messaggi deliranti, email per screditarla agli occhi della gente e manipolazione delle giovani menti dei loro figli. Una lotta psicologica senza esclusione di colpi. Pagina dopo pagina la rabbia del lettore ribolle e finisce con l’esplodere contro Giovanni, che suscita ribrezzo e indignazione. Lo si vorrebbe annientare. La stessa Stella, in alcuni impeti di collera, si lascia sedurre dalla prospettiva di ucciderlo, ma in questo modo passerebbe dalla parte del torto e comunque non ne sarebbe capace. Stella non è un’aguzzina. E’ una vittima che lotta per difendere la sua integrità di donna, di madre e di lavoratrice onesta e devota.

Un romanzo basato su una storia vera, che parla a tutto il mondo femminile, soprattutto a quelle donne che subiscono in silenzio la prepotenza e la gelosia incontrollata di uomini molto vicini a loro, che finiscono per diventare dei pericolosi sconosciuti. Ma parla anche al mondo maschile, insegnando il rispetto verso la famiglia e il vero senso dell’amore, che mai deve fare rima con terrore.

Le regole del tè e dell’amore di Roberta Marasco a cura di Anna Serra

Ogni essenza di ha il suo carattere, come le persone. Ci sono tè dolci, decisi, raffinati, morbidi, delicati. Lo sa bene Elisa, che in mezzo a questa bevanda ci è cresciuta fin dalla più tenera età. Da piccola, in un’occasione, si preparò persino il tè da sola, anche se l’operazione le costò un’ustione. E’ sua madre ad averle insegnato tutti i segreti e le proprietà delle varie infusioni, e ad aver conservato gelosamente le sue tazze e le sue teiere, come gioielli di inestimabile valore.  Una madre che lei ha sempre considerato severa, intransigente, triste e stanca, ma che forse, in un’altra vita, è stata piena di entusiasmo contagioso.

Un giorno Elisa, sorseggiando il tè in compagnia delle amiche in un rituale che ripete con regolarità, trova una scatoletta nera contenente un tè invecchiato. Una bevanda segreta, proibita, che sua madre non faceva mia provare a nessuno. Un solo indizio sulla confezione. Una etichetta scritta a mano. Un nome: Roccamori. Elisa, dopo una ricerca in rete, scopre che si tratta di un piccolo borgo umbro, un tempo definito come uno dei più romantici d’Italia, ma che oggi ha un aspetto mesto e solitario.  Il richiamo è forte e la protagonista si mette in viaggio, destinazione Roccamori, dove alloggerà nella Locanda degli amori perduti.

Ed è proprio a questo punto che l’intreccio, dopo un inizio un po’ lento, che tuttavia è indispensabile per introdurre i personaggi e la storia con balzi fra passato e presente, spicca il volo e si fa sempre più intrigante e coinvolgente, fino al suo epilogo, ricco di colpi di scena. Elisa approda nell’antico borgo, un pugno di case e viuzze in cui non c’è copertura per i cellulari. Al principio si sente tagliata fuori dal mondo, privata dei messaggi e delle chiamate con le amiche, ma in poche ore scopre angoli nascosti di indiscutibile bellezza e incanto. In particolare si addentra in un giardino popolato di splendide camelie, la pianta del tè, e si imbatte in una specie gialla rarissima, la stessa che puntualmente tutti gli anni riceve nel mese di marzo da un mittente sconosciuto per il compleanno della madre defunta. Non può trattarsi di una semplice coincidenza, così Elisa vuole andare a fondo della faccenda e inizia una specie di indagine che la porterà, passo dopo passo, a far luce sul passato di sua madre. Entrando in confidenza con gli abitanti del paese, cerca di ricostruire i tasselli di un vissuto che ignora completamente e farà delle scoperte sconcertanti, che stravolgeranno le sue radici e metteranno in discussione le sue certezze. Ma forse solo in questo modo potrà concedersi il diritto, tutto meritato, di essere felice e di non avere paura di fronte all’amore. Elisa, infatti, ha un disperato bisogno di scrollarsi di dosso la convinzione di essere il pezzetto sbagliato del puzzle, quello che non riesce a incastrarsi con nessun altro. Ad aiutarla a far pace con se stessa e ad accettare le sue imperfezioni arriverà inaspettatamente una persona speciale, che spesso lei ha scioccamente respinto, ma che forse stavolta non terrà più a distanza di sicurezza. La via indicata dal tè è sempre quella giusta.

Roberta Marasco ci accompagna con grazia alla scoperta di questo magico borgo e dosando sentimenti, un pizzico di mistero e una presentazione delle proprietà di vari tipi di tè, costruisce una storia intensa, fatta di sapori, aromi, emozioni, viaggi interiori, recupero di memorie familiari, paesaggi suggestivi, affascinanti leggende.

“Sono cose da grandi” di Simona Sparaco a cura di Anna Serra

Dopo Equazione di un amore, Simona Sparaco torna a parlarci di amore, ma questa volta non con un romanzo, bensì attraverso una lunga lettera indirizzata al figlio Diego, un bimbo di quattro anni vispo e curioso, che come tutti i bambini a quella età, sta scoprendo il mondo, e spesso la tempesta di domande che iniziano con un “perchè”. L’autrice si mette a nudo raccontando frammenti di vita quotidiana, momenti veri fatti di giochi e storie di una mamma di oggi. Troviamo, ad esempio, episodi simpatici, buffi, come le passeggiate con il cane Babù sui marciapiedi di Roma invasi da escrementi, e allora ecco che inizia un nuovo gioco, divertente, che viene battezzato come “Schiva la cacca”! E poi ci sono i giri con Pappamolla, l’automobile un po’ sgangherata e piena di graffi con cui si va a scuola la mattina.

Simona è una mamma moderna, “single” perché separata dal padre di Diego, che riconosce le sue imperfezioni, le sue fragilità, il suo essere distratta e pasticciona. E’ una madre che nutre un amore sconfinato verso il suo bambino e che farebbe qualunque cosa per difenderlo, proteggerlo dagli orrori del mondo. La parola che ricorre più frequentemente nella narrazione è “PAURA”: paura di consegnare il proprio figlio al mondo, una realtà che è diventata sempre più incerta, minacciosa, pericolosa. L’input che fa scaturire questa comunicazione epistolare coincide con un episodio terribile, un fatto di cronaca in cui il male e l’odio si scatenano incontrollabili: l’attentato a Nizza sulla Promenade des Anglais, la scorsa estate. Come si fa a spiegare a un bambino di quattro anni perché un camion impazzito si è lanciato in una folle corsa abbattendosi su persone innocenti, tra cui molti bambini della sua stessa età, di cui è rimasto solo un passeggino rotto o un peluche insanguinato? Come far capire a Diego che cos’è il terremoto che ha ridotto in macerie molti paesi del centro Italia, inghiottendo i ricordi di intere famiglie? Sono cose da grandi: il bene, il male, la religione, la morte, il dolore, le differenze sociali e di razza. Sono concetti inarrivabili per un “puffo” di quattro anni, ma Simona, che ha fatto delle parole la sua vita, riesce a trovare i termini giusti o crea delle situazioni e dei paragoni che si adattano alla forma mentis del suo cucciolo.

L’autrice cerca di esorcizzare le sue paure, i timori che albergano nel suo cuore materno per il futuro di suo figlio, nell’illusione di offrirgli una specie di manuale di sopravvivenza, che lui potrà consultare quando sarà un “ometto” e, liberato dal bozzolo, camminerà con le proprie gambe in questo mondo sempre più malvagio che si chiama Terra

La paura è intorno a noi, è tangibile in uno zaino abbandonato nei sotterranei della metropolitana, in un viaggio in aereo, è visibile in sguardi e gesti di sconosciuti che ci sembrano sospetti. Ciononostante dobbiamo affrontarla, gestirla. La paura serve a crescere, a produrre anticorpi che ci proteggeranno dal terrore che, invece, paralizza. Come dosarla? Grazie a una “scatola magica” in cui depositiamo i nostri desideri, i nostri sogni e progetti. Questa scatola può dare un senso alla nostra vita, ci aiuta a costruirla, perché non si può mai smettere di costruire.

“Se Arianna” di Anna Visciani – a cura di Anna Serra

Questa non è una storia romanzata. E’ una testimonianza vera, autentica, e proprio per questo è dura, una feroce coltellata in pieno cuore. Anna e Davide sono due genitori per i quali la nascita di un figlio non coincide con un momento di gioia, bensì è l’inizio di un incubo, seguito da anni di abnegazione, rinunce e sacrifici, primo fra tutti l’abbandono del lavoro tanto amato da parte di Anna. La loro primogenita, Arianna, nasce prematura con un gravissimo handicap: è celebrolesa e dipende dai suoi genitori per ogni minima necessità quotidiana.

Se Arianna… Se Arianna potesse parlare, se Arianna potesse camminare, correre e saltare, se Arianna potesse mangiare e andare in bagno da sola. Invece non può fare nulla di tutto ciò. E’ partita molto svantaggiata nella sua corsa della vita e non potrà mai raggiungere un livello di emancipazione e indipendenza, seppur minimo. Le sue potenzialità rimangono inespresse e si trova imprigionata in un corpo incapace di interagire con il mondo e in un cervello che manca di sviluppo. Il filo di Arianna, in questo caso, non aiuta a trovare la via d’uscita per scappare dal labirinto, anzi, conduce a un mare di dolore e angoscia.

La vicenda è narrata da vari punti di vista, prospettive diverse che si alternano di capitolo in capitolo. Arianna ci viene descritta attraverso gli occhi della madre e del padre (entrambi medici), e dei fratelli Alice e Daniele, che nascono sani, “normali”. Quest’ultimo, ad esempio, sovente la associa a colei che si sbrodola mangiando e che sputacchia pezzetti di pappa maciullata mentre viene imboccata.

Nonostante le mille difficoltà, Arianna c’è, è viva, e cresce. Da neonata diventa una ragazza di quasi vent’anni. E con la crescita, risulta sempre più complicato e faticoso gestirla: sollevarla, contenere la sua energia, mantenerla seduta sulla sua inseparabile sedia a rotelle super accessoriata per garantirle una postura appropriata.

Una storia di immenso coraggio. La più grande prova d’amore. I veri eroi sono loro, Anna e Davide, che si caricano sulle spalle un fardello pesantissimo e lo portano pazientemente con sé giorno dopo giorno, stravolgendo la loro vita lavorativa e affettiva.

Una vicenda che non può lasciare indifferenti e che ci avvicina al mondo della disabilità, spesso troppo ignorato. Per prendere coscienza, per sensibilizzare all’accettazione della diversità. Arianna e tutti quelli nelle sue condizioni sono persone che, per quanto limitate nella loro dignità di essere umano, vanno accettate per quello che sono. Hanno diritto a essere amati e rispettati. Sempre.

“Non aspettare la notte” di Valentina D’Urbano a cura di Anna Serra

Anno 1994. Angelica e Tommaso. Due ventenni già profondamente segnati dalla vita, con un pesante fardello con cui convivere. Angelica era bellissima, aveva un volto da attrice, prima che sua madre, in un gesto di follia, la trascinasse giù da un cavalcavia coinvolgendola in un incidente gravissimo. Angelica è miracolosamente sopravvissuta a quella corsa suicida-omicida in auto, ma il prezzo che ha dovuto pagare è altissimo e brucia ogni giorno sulla pelle. E’ rimasta sfigurata, coperta da cicatrici, che lei fa di tutto per nascondere con abiti lunghi anche in piena estate e con un cappello a tesa larga ben calcato sulla testa. Vuole essere invisibile, vivere nell’ombra perché si vergogna del suo corpo, irrimediabilmente deturpato da quel tragico evento. Angelica crede di essere orribile ed esce di casa il meno possibile, per nascondersi agli sguardi della gente. Ma ci sono degli occhi speciali che la intercettano e la trovano stupenda: sono quelli di Tommaso che la apprezzano per quello che è, anche se si tratta di occhi difettosi, affetti da una forma rara e degenerativa di retinopatia, che sovente lo lascia con la vista offuscata o completamente al buio.
Il buio. Angelica ce l’ha dentro, da quella maledetta notte in cui sua madre decise di suicidarsi trascinando pure lei nel baratro. Da allora non è più la stessa. Non ha amici e pensa solo a studiare. Tutte le notti, alla stessa ora, il suo sonno si interrompe bruscamente per lasciare spazio al dolore lancinante delle cicatrici. Alle tre del mattino: l’ora dell’incidente.
Tommaso con il buio ci convive: ci sono giornate in cui i suoi occhi sono completamente annebbiati, eppure lui va in giro con il suo scassatissimo e rumorosissimo motorino, che risuona in tutta la valle di Borgo Gallico, un minuscolo puntino sulla cartina geografica dell’Italia, sperduto tra le arterie stradali che collegano il paese da nord a sud. Oltre al suo malconcio mezzo di trasporto, possiede un altro oggetto da cui non si separa mai: la sua Polaroid. Con questa macchina fotografica fissa le immagini che i suoi occhi malati non riescono a catturare, e naturalmente Angelica diventa uno dei suoi soggetti preferiti.
Solo grazie all’amore sincero e incondizionato di Tommaso, Angelica riesce a convincersi che non è “solo le sue cicatrici”, ma che oltre quel corpo ricucito come una bambola di pezza c’è una vita intensa ed emozionante che la aspetta. Il suo Tommaso è disposto a tutto, anche a fare a botte, pur di proteggerla e difenderla dalla cattiveria del mondo, da chi la guarda con disprezzo e malvagità.

D’un tratto, però, la magia si spezza: un malinteso, uno sciocco fraintendimento crea una voragine fra i due innamorati. Angelica si sente tradita e non perdona, lui lotta con tutto se stesso per riconquistarne la fiducia. Le loro strade si separano e quella che sceglie Angelica sembra assurda, irrazionale: un modo per punirsi, per farsi del male, per lesionarsi. E intanto il buio di Tommaso si fa sempre più intenso.
I due protagonisti ci appaiono teneri, a tratti buffi, e conquistano immediatamente la simpatia del lettore. Il personaggio di Angelica è il più complesso e nella seconda parte del romanzo si fa ancora più oscuro, compiendo scelte difficilmente condivisibili.
Una storia emozionante scritta con un linguaggio giovane, fresco, diretto. Una narrazione fluida, che sa essere ironica, romantica e drammatica al tempo stesso, in un sapiente dosaggio dei tre toni.