Recensione del romanzo “I fiori non hanno paura del temporale” di Bianca Rita Cataldi, a cura di Anna Serra

Una saga familiare. Una famiglia in senso lato, costituita da legami di sangue, ma non solo. Anche e soprattutto da affinità elettive, da quegli uomini e quelle donne che pur non essendo parenti, ci fanno da nonni o da padri o da madri, senza i quali non saremmo noi.

Un nucleo familiare in cui troviamo donne sensitive dal sangue cocciuto e sorelle che sembrano minuscoli fiori, apparentemente fragili, pronti a scalfirsi sotto una goccia di pioggia, ma che in realtà, a guardar bene, resistono e non temono la furia del temporale. Aspettano solo che qualcuno si accorga di loro e se ne prenda cura.

Serena è una “cantastorie” nel senso che non può fare a meno di raccontare, perciò quando si imbatte in una vecchia macchina da scrivere abbandonata sul ciglio di una strada non perde occasione per raccogliere l’oggetto di antiquariato e farlo suo, scrivendo sul filo della memoria la storia della sua incredibile famiglia.

Serena e Corinna in primo piano: due sorelle, sebbene solo per metà, visto che la madre è la stessa, mentre il padre no. A sottolineare la loro diversità sanguinea i capelli e gli occhi scurissimi dell’una, che fanno a pugni con le ciocche rosso fuoco e le pupille di ghiaccio dell’altra. Nove anni a dividerle. Una bambina di sette anni nella Bologna del 1997, contro una adolescente scontrosa, sempre chiusa nella sua stanza con le cuffiette conficcate nelle orecchie. Finché un oggetto contribuirà ad avvicinarle e renderle complici e custodi di segreti, rafforzando il loro rapporto. Si tratta di una scatola delle scarpe contenente alcuni oggetti appartenuti al vero padre di Corinna, lo stesso che in gioventù scappò di fronte alle sue responsabilità dopo averla concepita in una mansarda dal soffitto bucato, lasciando la giovanissima madre di Corinna sola con una figlia da crescere.

Uno scrigno che custodisce indizi, tracce da seguire per scoprire la verità su suo padre, anche se è troppo tardi per rimediare agli errori del passato. E in questa ricerca dei misteri della “scatola magica” le due sorelle saranno più vicine che mai.

L’autrice, Bianca Rita Cataldi, ha solo 26 anni, ma in questo caso la giovane età non fa rima con inesperienza. La sua scrittura bella e coinvolgente sa essere dolce e ironica al tempo stesso, delicata e spiritosa. Tra le sue pagine ci si commuove e ci si diverte. Questo romanzo si può considerare il debutto di Bianca come scrittrice per una importante casa editrice. Il lancio è stato pazzesco! Le auguriamo di continuare così perché la stoffa e il talento ci sono per davvero!

Intervista all’autrice di “Uomini che restano” Sara Rattaro a cura di Anna Serra

Ciao Sara,

oggi siamo in tua compagnia per parlare di Uomini che restano, la tua ultima fatica letteraria, edita da Sperling&Kupfer. Il tuo romanzo offre molti spunti di riflessione. Situazioni di vita moderna che potrebbero capitare a ciascuno di noi. Nuove amicizie, amori che finiscono, coppie che scoppiano, nuovi amori che sbocciano, malattie che sopraggiungono e sconvolgono la nostra quotidianità, scoperte sconcertanti che ci spiazzano, ricerca della propria identità contro i pregiudizi della gente. Tante storie ricche e intense che si intrecciano in un’unica trama.

Uno degli argomenti che troviamo fra le tue pagine è il tradimento, l’inganno, associato al desiderio di vendetta, di restituire all’altro almeno un pezzetto del dolore ricevuto. Vuoi dirci qualcosa a riguardo?

Umanità santa che mi permette di scrivere! Tradire, ingannare, pentirsi, fermarsi appena in tempo, decidere di nascondersi o di farsi avanti, innamorarsi o vendicarsi sono solo alcuni degli ingredienti umani. E io racconto di uomini e donne, come tanti, come noi.

Un altro aspetto molto rilevante nella tua storia è l’omosessualità legata alla figura di Lorenzo, un uomo che a quarant’anni prende coscienza della sua nuova identità sessuale dopo averla repressa a lungo, per paura e per vergogna. Ritieni che siano piuttosto frequenti questi casi “tardivi”?

Soprattutto per la mia generazione. Quando ero una ragazzina, le persone omosessuali si contavano sulla punta delle dita. Erano i coraggiosi che volevano vivere la propria vita ma che di solito venivano sottoposti alla crudeltà del “perbenismo”, dell’ignoranza, del giudizio. Oggi, per fortuna le cose sono cambiate, e molte di quei ragazzi che tenevano nascosta la loro vera natura, oggi la possono esprimere. Molti lo fanno.

Restando su questo argomento, sei riuscita pienamente a interpretare come l’omosessualità venga vissuta dai vari attori in gioco. Vuoi spiegare ai lettori i vari punti di vista, ovvero quello del protagonista, della moglie Fosca e dei genitori di lui?

Decidere di essere se stessi è giusto. Il problema è farlo quando questo coinvolge qualcuno che non se lo aspetta e magari non vuole che tu sia te stesso perché ti ha amato per come eri prima. È un conflitto complesso e per questo può diventare narrativa. Scoprire che la persona che hai sposato è omosessuale può infrangere il tuo mondo perché in fondo tu sei cresciuto proprio in quel mondo fatto di pregiudizi e perbenismo.

La moglie abbandonata perché il marito è “gay” è forse più infelice della moglie che ha come rivale un’altra donna?

Bella lotta. Il tradimento fa male comunque, è solo che la versione più insolita è più difficile da gestire. Sembra strano ma avere un problema condivisibile da tanti è come avere una malattia curabile.

Ci sono uomini che tradiscono ma che poi, sopraffatti dal pentimento, tornano sui loro passi e chiedono scusa. Si può perdonare un tradimento o c’è un limite agli errori da commettere?

Sì può fare tutto. Basta volerlo. Certo spesso si confonde il perdono con il passarci sopra che sono due cose molto diverse.

Può un uomo essere amico di una donna per lunghi anni pur amandola? E’ possibile farsi da parte e accontentarsi di un rapporto d’amicizia?

Perché no? Le componenti in gioco sono moltissime. Dipende dal carattere, dalle situazioni, dal coraggio, da quello che ti hanno insegnato e dalla paura di non essere ricambiato.

Valeria e Fosca sono le tue protagoniste femminili, ognuna con il suo vissuto, ma accomunate dall’abbandono da parte del loro uomo. Sei legata a entrambe in egual misura o sei più affezionata a una delle due?

Le amo entrambe. Certo, Fosca mi ha fatto anche ridere tanto ma Valeria è stata quasi una maestra di vita.

Nella prima parte del romanzo, le figure maschili, quella di Lorenzo e Sergio, sembrano cattive, capaci solo di ferire, e suscitano rabbia e indignazione. Poi, però, scivolando nella seconda parte della storia, si riscattano, si redimono. Concordi?

Spero semplicemente che arrivi la loro umanità. Nessuno è cattivo in senso assoluto. Siamo tutti buoni o terribili a seconda della situazione in cui ci troviamo. Le persone si pentono, tornano sui propri passi, spesso in modo sincero.

Grazie a Sara Rattaro per il tempo che ci ha dedicato e per la sua disponibilità a questa chiacchierata.

Recensione del romanzo “Uomini che restano” di Sara Rattaro a cura di Anna Serra

Sara Rattaro, scrittrice genovese di successo, sempre più amata dal suo pubblico, ci regala una nuova storia, fresca fresca di stampa, capace di farci emozionare, sognare, indignare, arrabbiare, sperare. Il romanzo, uscito a ridosso di San Valentino, si apre con una duplice sorpresa: quella che Fosca vorrebbe fare al marito Lorenzo, e quella che Lorenzo fa a lei. La prima sorpresa, una festa di compleanno per festeggiare i 40 anni, fallisce. La seconda, si trasforma in una pugnalata al cuore che manda in frantumi la stabilità di Fosca: suo marito si è innamorato, ma non di un’altra donna, come forse sarebbe più “normale” e accettabile, bensì di un uomo. Dopo dieci anni di matrimonio si scopre omosessuale e la lascia.

Fosca, tramortita da una simile rivelazione, si allontana dalla sua casa di Milano per metabolizzare la notizia e si rifugia a Genova, nell’appartamento dei suoi genitori, temporaneamente assenti per un viaggio. Nel condominio ci abita Valeria, una donna dal caschetto bruno sempre in perfetto ordine e con una casa piena di amici festosi. Apparenza. Fosca non può sospettare che sotto quella pettinatura disciplinata si nasconde un cranio pelato. Una corazza di capelli finti per rimpiazzare quelli veri, caduti per colpa della chemioterapia. Anche la vita di Valeria è stata scoperchiata e stritolata in poco tempo: la diagnosi di malattia, seguita dall’abbandono del marito, che diventa più doloroso del cancro.

Le due donne, perfette sconosciute, hanno molto in comune e in questi casi l’amicizia può essere un efficace antidoto per superare gli ostacoli e tornare a vivere, nonostante tutto.

Nel libro e nella realtà esistono due categorie di uomini: quelli che se ne vanno e quelli che restano. I primi scappano, fanno le valigie e tagliano la corda davanti alle avversità, tradiscono, ingannano, deludono, illudono, si innamorano delle loro auto di lusso. I secondi permangono, non indietreggiano di fronte alle difficoltà, supportano, resistono, sono appigli affidabili a cui aggrapparsi quando il mare è in tempesta.

A tutte le donne, visto che tra poco si celebrerà l’otto marzo, l’augurio di liberarsi dei primi e di trovare i secondi. Gli uomini, quelli veri.

Recensione dell’opera “Lo spirito della scala” di Lorenzo Pace a cura di Anna Serra

Dopo tanti romanzi recensiti, questa volta ci tuffiamo nella magia della poesia e ci affidiamo all’affascinante penna del giovane torinese Lorenzo Pace, che oltre ad avere una brillante mente scientifica visto che è un ingegnere aerospaziale e dottore di ricerca in questo campo, possiede anche una sensibile anima letteraria. Lo spirito della scala, pubblicato per Ciesse Edizioni, è una raccolta di un centinaio di composizioni che disegnano un percorso di crescita individuale e interiore, di apertura verso la vita e un inno all’amore nelle sue varie sfaccettature, compreso il dolore e l’abbandono. Alcuni componimenti costituiscono dei punti di partenza, altri dei traguardi, passando attraverso episodi di vita e poesie dedicate a qualcuno in particolare.

Troviamo, per esempio, versi dedicati alla montagna, una dama di bianco vestita come fosse una sposa, di cui il camminante sfiora i fianchi nella salita e contempla la sua maestosità che riempie ogni cosa. Un’altra poesia molto bella parla dell’unicità della persona amata che purtroppo è stata persa: le altre non sono che copie sbiadite di lei, versioni incomplete che mancano di tutto il resto, perché lei è tutte le temperature, tutti i colori, tutte le note di un organo. Lei è anche un pensiero ossessivo, martellante, insistente, che toglie il sonno e la quiete.

Tradire se stessi è la peggior forma di adulterio, ci dice Lorenzo, mentre l’incontro fra due persone è un lampo di emozione, in cui la ragione deve imbrigliare gli istinti imbizzarriti che vorrebbero scavalcare i recinti della prudenza. Molto intensa è anche la poesia dal titolo “Le chiavi” che racconta unastoria d’amore giunta al capolinea, così come “Piove sul tuo volto” con le sue lacrime che inondano e affogano. Ci sono poi sentimenti da nascondere in un baule e sotterrare in un bosco sconosciuto, ma a cui si fa visita ogni notte.

Al lettore lasciamo la curiosità di scoprire altre suggestive metafore e sensazioni che l’autore racchiude nel suo scrigno di parole, curate ed eleganti, che non cadono mai nella banalità del quotidiano.

Recensione del romanzo “1982 – Viaggio nel tempo” di Luisella Ceretta

Chi non ha mai desiderato, almeno una volta nella vita, di tornare indietro per esplorare il proprio passato e interferire in esso, per modificare il corso degli eventi? Oppure di balzare nel futuro per aggiudicarsi anticipazioni, anteprime esclusive di quello che sarà? Osservare da vicino quello che siamo stati e quello che saremo?

Luisella Ceretta, nuova autrice della Spunto Edizioni, esordisce con un breve romanzo in cui ci regala questa opportunità: viaggiare a ritroso di vent’anni. Con una scrittura fresca, ironica e giovanile, ci racconta la simpatica e surreale avventura di Giulia nel giorno del suo ventesimo compleanno. Il tunnel di un autolavaggio si trasforma in una macchina del tempo che catapulta lei, sua zia Gina e le amiche della zia in una calda domenica del 12 luglio del 1982, quando l’Italia intera era incollata ai televisori per la finale dei mondiali di calcio contro la Germania.

Ognuna delle protagoniste, con età diverse, rivede se stessa: da chi è appena nata in un reparto d’ospedale come Giulia, a chi deve sostenere l’esame orale di Maturità rischiando di scivolare su una domanda di geografia astronomica. Non solo. E’ un’occasione per curiosare nelle case dove abitavamo e nelle scuole dove abbiamo studiato, per incontrare persone che non fanno più parte della nostra vita o per vedere i nostri genitori giovani, al momento della nostra nascita. Se da un lato può sembrare un gioco divertente e emozionante, dall’altro può essere pericoloso perché la tentazione di interferire con gli eventi è fortissima, irresistibile: c’è chi desidera vendicarsi di torti subiti, o di scongiurare incidenti, o di migliorare i propri risultati. Tutti vorremmo ridisegnare il nostro vissuto, riscriverlo inserendo modifiche, evitandoci dolori, perdite affettive, frustrazioni. Ma non si può. Ritornare indietro con il senno del poi, già conoscendo gli sviluppi futuri, rischia, a lungo andare, di trasformarsi in un’esperienza inquietante. Le protagoniste si sentono disorientate e sfasate in una Torino che faticano a riconoscere, con le lire al posto degli euro, i cellulari che non funzionano e la sensazione di essere tagliate fuori dal mondo, come aliene sbarcate sul pianeta Terra.

Dopo ore intense trascorse a viaggiare nel passato, occorre ingegnarsi per ritornare al presente della narrazione. Riusciranno le ragazze a planare nella loro epoca ovvero nell’anno 2002 quando la storia muove i suoi primi passi?

Recensione de “La corda del violino” di Michele Scaranello

Una storia toccante, narrata con grande efficacia espressiva. Parole mai scontate, scelte con cura. Davvero un bel racconto, che affronta un tema di grande attualità: la difficile integrazione dello straniero e lo scontro fra culture.
Kavin appartiene al popolo zingaro, su cui da sempre gravano pesanti pregiudizi. Viene costretto a elemosinare agli incroci e ai semafori, ma un giorno scopre il fascino della scuola e vuole abbandonare il degrado della strada a favore dell’apprendimento. Solo imparando a leggere e a scrivere potrà conoscere e capire il mondo.
Tuttavia il suo desiderio farà a pugni con la volontà ottusa e prepotente di un padre violento, che conosce soltanto il linguaggio delle percosse e delle bestemmie, accecato da un’ira furibonda e incontrollata.
Malgrado i divieti e le punizioni corporali del padre-bestia, Kavin si intrufola a scuola dove viene accolto dalla benevolenza di un maestro, l’unico a credere in lui e a fornirgli il materiale didattico per poter studiare.
Saranno tre gli angeli custodi che tenteranno, ciascuno con i mezzi a disposizione, di proteggerlo e riscattarlo dall’ignoranza e dalla delinquenza: il maestro della scuola primaria, per l’appunto, oltre che la madre e il violinista Marlon. Solo lottando insieme riusciranno a garantire a Kavin una vita migliore, ma il prezzo da pagare sarà altissimo. L’amore di una madre, l’istruzione, la musica: tre strumenti che salveranno il bambino da un destino già disegnato.

Recensione del romanzo “Le otto montagne” di Paolo Cognetti a cura di Anna Serra

Ho comprato il libro di Paolo Cognetti perché mi piace la montagna e, come il protagonista di questa vicenda, ho trascorso da bambina le mie estati circondata da vette e pascoli. E poi perché quest’opera ha ricevuto un illustre riconoscimento, il Premio Strega.

Tuttavia, nonostante queste promettenti premesse, la storia che ho letto si è rivelata in parte una delusione. Non me ne voglia Cognetti, ovviamente è il mio personalissimo punto di vista, ma il libro non è riuscito a catturarmi e a trascinarmi. La mia lettura è andata avanti a singhiozzo, fra sospensioni, riprese, nuovi lasciti e nuove continuazioni. In sottofondo, la scarsa curiosità di arrivare all’ultima pagina, non invogliata da un ritmo narrativo piuttosto lento, sovente costellato di dettagliate descrizioni paesaggistiche che, se da un lato ci mostrano un ritratto fotografico dei luoghi, dall’altro risultano a tratti ridondanti. Decisamente più accattivante la terza e ultima parte, “Inverno di un amico”, col suo epilogo toccante.

La storia ha per protagonisti Pietro e Bruno: il primo è un ragazzino di città, il secondo è un Heidi al maschile, che vive tutto l’anno fra aspri sentieri, torrenti, rocce, mucche al pascolo e alpeggi, immerso in uno scenario mozzafiato ai piedi del massiccio del Monte Rosa. Se per Pietro la montagna rappresenta solo il luogo in cui trascorrere le vacanze estive in compagnia dei genitori, per Bruno è una ragione e uno stile di vita. Una vita dura e spartana, fatta di sacrifici, quella del montanaro, che non conosce la frenesia della civiltà e si accontenta di cose semplici.

Il padre di Pietro, pur vivendo e lavorando in città, sente la montagna scorrere nelle sue vene e la vive fino in fondo inerpicandosi sulle vette più difficili, da esperto alpinista. In queste escursioni in alta quota coinvolge anche il figlio, che però soffre l’altitudine e sovente è colto da vertigini e nausea durante le arrampicate. Ma ha imparato a tacere, a soffrire in silenzio e a non lamentarsi per la fatica, perché suo padre, quando va per sentieri e rifugi, è implacabile e non ammette piagnistei né cedimenti.
Quando il padre non ci sarà più e i due ragazzini saranno diventati adulti, c’è una casa da costruire, un rudere che cade a pezzi e a cui bisogna dare un aspetto abitabile, per realizzare il progetto restato solo sogno del padre defunto. Ed è così che Pietro, ormai uomo, si riavvicina la suo amico d’infanzia e insieme, pietra dopo pietra, legno dopo legno, mettono in piedi una baita. Un pianoro a 2000 metri a farle da cornice. Nel frattempo, Pietro riscopre la montagna, la stessa che da bambino gli procurava fastidio, e avventurandosi in solitario su pareti scoscese, si incammina tappa dopo tappa seguendo le orme del padre.

Mentre Pietro si allontana dall’Italia per esplorare cime ben più alte delle Alpi, ovvero la catena dell’Himalaya in Nepal, Bruno apre un’azienda agricola nell’alpeggio di famiglia e finalmente nella sua vita un po’ burbera e austera fa capolino una donna. L’inizio di una nuova vita, anche se fra mille difficoltà quotidiane. Desideri che cozzano con una realtà spietata, fatta di conti che non tornano e di debiti che aumentano.

Pietro sarà colui che va e viene, che viaggia in luoghi remoti senza dare sue notizie per mesi, mentre Bruno è l’amico/fratello che resta, che getta radici e fondamenta senza mai allontanarsi dal suo bosco e dai suoi prati. Uno dei due ne uscirà sconfitto…

LO STRANO CASO DI EMMA BOVARY di Philippe Doumenc a cura di Anna Serra

Un libro scovato per caso una sera d’estate, fra i volumi di una bancarella in riva al mare. Il titolo mi ha rapita subito, perché adoro il romanzo ottocentesco di Gustave Flaubert, Madame Bovary, quindi sono andata a colpo sicuro, senza esitazioni.

Per chi ha letto uno dei capolavori della letteratura francese, sa che Emma Bovary era una giovane e bellissima donna perennemente insoddisfatta, scontenta della vita. Un’anima sognatrice e romantica a cui andavano molto strette le banalità e le mediocrità. Stanca del marito, un medico provinciale e poco brillante, si gettò in avventure amorose extraconiugali, trasformandosi in un’adultera e alimentando le chiacchiere del paese, senza peraltro trovare soddisfazione nei suoi amanti, che finirono per annoiarla e deluderla. Sopraffatta dai debiti, si suiciderà assumendo una dose di arsenico, che le provocherà atroci sofferenze.

Il romanzo in questione ci pone di fronte a un’ipotesi inquietante, stravolgendo il finale scelto da Flaubert: e se non si trattasse di un suicidio? E se Emma fosse morta perché qualcuno l’ha assassinata con il veleno? La storia assumerebbe contorni completamente diversi. E da qui che parte l’autore, Doumenc. I due medici che vengono chiamati al capezzale della signora Bovary morente individuano piccoli segni di contusione sul corpo della vittima e afferrano in un bisbiglio una brevissima ma sconcertante confessione della donna, la quale dichiara di essere stata assassinata. Il signor Bovary, invece, afferma di aver rinvenuto una lettera scritta dalla moglie in cui comunica esplicitamente di essersi tolta la vita, ma tale lettera sembra sparita nel nulla, non si trova da nessuna parte.

Inizia così un’indagine, condotta da una coppia di ispettori, uno anziano e l’altro giovane. Un’investigazione svolta non con i metodi e i mezzi di oggi, bensì con gli strumenti a disposizione nell’epoca di Emma Bovary, ossia negli anni 40 del XIX secolo. Pertanto le indagini si concentrano prevalentemente sugli interrogatori, sulle testimonianze delle varie persone coinvolte, che conoscevano la vittima a vario titolo: il farmacista del paese, il prete, i suoi amanti, il consorte, la sua domestica, il merciaio a cui Emma doveva un sacco di soldi. Ognuno di loro sembra nascondere qualcosa o avere un movente per il delitto, per cui il mistero si infittisce. Il lettore muore dalla curiosità di scoprire la verità e intanto fa congetture sul possibile colpevole, raccogliendo numerosi indizi forniti nel corso della vicenda.

Decisamente consigliato, soprattutto per chi ama il genere giallo vecchio stampo tipo Agata Christie.

¡VIVA LA VIDA! di Pino Cacucci a cura di Anna Serra

Se siete interessati a conoscere o approfondire la biografia dell’intramontabile pittrice messicana Frida Kahlo, questo libro può fare al caso vostro. Pino Cacucci, giornalista, scrittore e traduttore, è anche un appassionato viaggiatore e nel corso dei suoi viaggi ha fatto tappa nella grande Casa Azul dove nacque Frida nel 1907. Ne ha assorbito l’atmosfera immaginando di udire Frida pronunciare un lungo monologo in cui racconta la sua vita travagliata.
Un inno alla vita, a cui Frida si aggrappò con tutta la sua forza e passione, nonostante il martirio del suo corpo. Proprio lei che amava la vita e che se la sarebbe divorata a morsi, ricevette un terribile castigo. Un corpo irrimediabilmente mutilato in seguito a un devastante incidente in autobus. Dopo nulla fu come prima. A soli diciotto anni Frida si ritrovò mezza invalida, obbligata a trascorrere interminabili ore coricata, imprigionata in corsetti e busti. Fu allora che iniziò a dipingere. Quadri che parlavano di lei. Autoritratti, perché immobilizzata nel letto vedeva solo se stessa quando si guardava attorno.
Poi nella sua vita entrò Diego Rivera, muralista messicano di successo, ma anche con fama di inguaribile donnaiolo. Era brutto, grasso, molto più vecchio di lei, eppure i due si innamorarono e convolarono a nozze. Quando Frida parla di Diego, lo fa attraverso una serie di antitesi, di forti contrasti. Diego è la sua felicità, il suo paradiso, la sua vita, la sua fonte di benessere, la sua pioggia, ma al contempo è la sua disperazione, l’odio, la morte, la sua malattia, la sua siccità. Diego la tradì un’infinità di volte, spesso con le modelle che posavano per lui o con prostitute. Il tradimento peggiore e imperdonabile avvenne con la sorella Cristina, a cui Frida era molto legata. Un’ulteriore ferita inferta sul suo corpo già martoriato, incapace di procreare e di realizzare il suo desiderio di maternità. Ogni volta che restava incinta, Frida non riusciva a portare avanti la gravidanza, per colpa del terribile incidente che le sconquassò il ventre, il bacino e la vagina.
Frida era perfettamente consapevole dell’infedeltà del marito e d’altro canto anche lei non si risparmiò, concedendosi relazioni extraconiugali, anche con donne. Con loro si sentiva pienamente accettata, non doveva vergognarsi per le sue cicatrici.
Un’esistenza tormentata, un destino infelice, ma probabilmente il talento di Frida deriva proprio da questo, dal suo tanto soffrire e dal suo attaccamento alla vita, malgrado tutto. “Un breve libro che contiene una storia immensa” come recita la quarta di copertina.

 

Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca a cura di Anna Serra

Fioly Bocca torna a parlare ai suoi lettori col suo terzo romanzo. La sua scrittura va dritta al cuore, smuove sentimenti, fragilità umane, paure, colpe. E lo fa con intense metafore e suggestive riflessioni che riguardano tutti noi. Ancora una volta l’autrice non delude, anzi, si può dire che è oramai una garanzia di qualità stilistica e fonte di emozione per il pubblico sempre più numeroso che la segue con affetto.

Ciascuno di noi ha un luogo a cui tornare nei momenti di sconforto, quando tutto intorno è buio e minaccioso. Normalmente questo luogo coincide con una casa, accogliente e rassicurante, che resiste ovunque tu vada e qualunque cosa tu faccia. Ma non tutti ce l’hanno, una casa. C’è chi, per un tortuoso percorso del destino, la perde e finisce in mezzo a una strada. E’ ciò che capita a Zeligo, un rifugiato bosniaco che in una notte di pioggia torrenziale viene investito da Argea, che sta guidando sconvolta e distratta. Il loro primo incontro nasce da uno scontro: un incidente. Vengono ricoverati nello stesso ospedale, ma mentre per Argea la guarigione è più rapida, per Zeligo si prospetta più lunga e complicata. Argea, sì, si riprende in poco tempo, ma è tormentata dalla sua coscienza. Sa di non aver detto tutta la verità agli investigatori. La dinamica dell’incidente non è esattamente quella che lei ha raccontato. Zeligo era ubriaco e barcollava lungo il ciglio della strada, ma Argea sa che stava guidando distrattamente, con la testa altrove. Vorrebbe ammettere parte della sua colpa, ma il suo compagno Gualtiero la convince a stare zitta. Perché rischiare di compromettere una vita perfetta, fatta di agi, di un lavoro gratificante e di un appartamento elegante nel centro storico di Torino?

Argea tace, ma il rimorso non si quieta e la spinge a fare visita a Zeligo, a prendersi cura di lui, a regalargli dei fiori e un cappotto nuovo contro il freddo. Zeligo il senzatetto, cittadino invisibile di un mondo sommerso, ai margini della società, fatto di povertà di fronte agli occhi indifferenti della gente. Argea entra in contatto con la dura realtà di questo straniero, che nel suo italiano non sempre perfetto le confida le sue difficoltà quotidiane, il suo passato, i suoi legami affettivi, mentre lei tende a rivelare poco di se stessa, dei suoi conflitti col fidanzato, di una gravidanza interrotta, di un’altra che arriva ma che solo lei desidera fino in fondo.

I loro destini, così apparentemente opposti, cominciano a camminare paralleli, per poi intrecciarsi, annodarsi, e solo insieme riusciranno a trovare un senso diverso. Migliore. L’epilogo riserva sorprese e colpi di scena.

“Chissà come dev’essere stare sempre alla mercé degli sguardi altrui: di chi scende dal treno in stazione, di chi si affaccia dalla finestra sul marciapiede, o attraversa il parco la notte. Tutti ti passano a fianco seguendo le loro traiettorie e spariscono dietro portoni, muri, cancelli, automobili. Loro spariscono e tu resti lì a esibire senza volere ogni cosa di te: il pudore è un sentimento che in strada non ci si può permettere. Chissà se fa più male sapere che ti vedono, o sapere che nemmeno ti vedono più.”