Recensione dell’album “A un passo da qui” di Marco Rò

“A un passo da qui” di Marco Rò è un album decisamente melodioso, brani intensi, ben costruiti e con contenuti importanti. Ascoltandolo sembra di riascoltare il primo Luca Barbarossa e proprio di quest’ultimo questo autore sembra possederne le capacità cantautoriali. Lo si percepisce già dai primi brani “La lista” e “Immagini a righe”. “Tutto quello che non sai” è una ballata, un brano profondo e intimista, che suona decisamente molto bene.  “Ale” e “La scala mobile” sono due brani che racchiudono lo stile elegante di questo cantautore, molto orecchiabili e ben costruiti. “Dune” possiede una musicalità che si discosta leggermente dai brani precedenti, senza però allontanarsi dall’eleganza dell’intero album, un bell’amalgamarsi di voci che creano una bellissima atmosfera musicale, carica di immagini e sensazioni.  “A un passo da qui” è una ballata che si lascia ascoltare, parole taglienti, ricordi incalzanti e quel senso di amarezza che traspare attraverso le note e una voce che si racconta e che mostra un mondo parallelo. Venature Jazz nel brano “Sul paradosso” e una bella musicalità. “In blu”  è un brano intenso che sussurra una storia che emoziona. “Mosca mon amour” esprime un pop con contaminazioni internazionali. “C’era una volta” è pezzo che gioca sulle metafore e i paragoni per ricostruire la storia del nostro paese, con un filo di ironia, che poi è spietato realismo. “Step one” chiude l’album e lo fa con una ballata con stile internazionale, avvolgente e appassionata, come d’altro canto l’intero album. Un bel lavoro che si lascia gustare traccia dopo traccia e che svela il talento di un cantautore. Da ascoltare.

Recensione dell’album “Verso Alabama” di Giuseppe Calini

“Il rock degli anni 70” è un inno al rock’n roll e la musicalità del brano lo conferma. Il testo pure. “Take it easy” è un pezzo che è un’istantanea di una storia semplice, raccontata su una musicalità coinvolgente. “Mettimi di buon umore” è un brano rock melodico che si rifà a una tradizione cantautoriale che non può non evocare Vasco, Stadio e molti altri esponenti di questo tipo di  musica, alla quale siamo tutti molto legati. “Una lunga strada da casa” è una ballata intima e intensa, un brano sussurrato, come un viaggio da fare passo dopo passo. “Il sogno non c’è” esplode in una bella ritmica e suoni psichedelici e una storia nuova e antica. L’immagine, prima di tutto. “Tu sei qui” e “Verso Alabama” raccontano storie che creano i solchi di un vinile, che poi è la vita stessa. “Marco e Marina” parla d’amore. E di barriere da superare. L’età e l’amore, un dilemma che si ripete e si ripeterà ancora. L’amore e la gioventù, una guerra che non può che diventare sentimento e passione. “Ho finito le cartucce” è un gioco di metafore, in una storia sempre troppo attuale. “Io sarò con te” è una ballata che prosegue e  rispecchia lo stile dell’intero disco e lo fa con un sound leggero, coinvolgente e passionale. “Un altro giorno perfetto”  e “Sangue nervoso” viaggiano veloci sulle strade di un rock che a tratti sembra antico, ma che è la storia di un modo di vivere e suonare. “Quando gira male” racconta un momento no e lo fa con dolcezza e amarezza. “Io sono il tuo capitano”, “Peter Pan” mettono in scena un gioco di storie e metafore e di giochi di specchi, per ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Perché chi ama la musica non cresce, o forse non vuole mai farlo davvero. Nasce e vive di note e sfumature e storie. Come è giusto che sia. “Rock’n roll” riassume il senso e l’anima di questo disco, l’essenza del suono e delle parole, il graffio di cui di rock’n roll vuole viverci davvero. “Verso Alabama”  è un disco che si fa ascoltare piacevolmente. Una sola critica, strizza molto, forse a tratti troppo, l’occhio al Vasco di una volta. Un po’ di originalità in più magari darebbe vita a brani meno prevedibili.

Recensione dell’album “When she will come” dei Blue Cash

“When she will come” è un album che non potrà non piacere ai seguaci del rock puro. Un sound essenziale che non si discosta dalla tradizione di un genere che pur volendo cambiare, resta legato alle sonorità più passionali, dalle chitarre, a una batteria semplice e diretta e a una voce che vuole solo raccontare storie con la musica. Sembra semplice, ma non lo è affatto. I Blue Cash hanno esperienza musicale. E si sente. I brani variano dalla ballata rock come “King of nothing” a pezzi più dinamici e ritmati come “Message to a friends” e “The Gift” e When she will come”, mantenendo stile e sonorità essenziali e sempre equilibrate in funzione dell’obbiettivo rock dell’intero disco. “The End” sembra voler sfociare in un country miscelato a un rock indiavolato, il tutto con un ottimo risultato. “Do it for nothing” è una ballata intrigante e appassionata. Senza voler anticipare nulla è chiaro che questa band si ispiri alla musica di Johnny Cash, come si intuisce già dal nome del gruppo, ma la notizia è che questi ragazzi lo fanno in modo convincente, visto anche il mostro sacro con il quale vogliono misurarsi. Questo paragone, a mio avviso, è però limitativo, poiché questa band raccoglie influenze musicali molto più ampie e soprattutto più moderne, dando quindi nuova vita a uno stile senza volerlo sovvertire, ma semplicemente evidenziane l’assoluta contemporaneità. In un periodo musicale povero di veri stili innovativi questo disco rappresenta una lezione di musica e stile, che ci riporta alla musica vera.

LO STRANO CASO DI EMMA BOVARY di Philippe Doumenc a cura di Anna Serra

Un libro scovato per caso una sera d’estate, fra i volumi di una bancarella in riva al mare. Il titolo mi ha rapita subito, perché adoro il romanzo ottocentesco di Gustave Flaubert, Madame Bovary, quindi sono andata a colpo sicuro, senza esitazioni.

Per chi ha letto uno dei capolavori della letteratura francese, sa che Emma Bovary era una giovane e bellissima donna perennemente insoddisfatta, scontenta della vita. Un’anima sognatrice e romantica a cui andavano molto strette le banalità e le mediocrità. Stanca del marito, un medico provinciale e poco brillante, si gettò in avventure amorose extraconiugali, trasformandosi in un’adultera e alimentando le chiacchiere del paese, senza peraltro trovare soddisfazione nei suoi amanti, che finirono per annoiarla e deluderla. Sopraffatta dai debiti, si suiciderà assumendo una dose di arsenico, che le provocherà atroci sofferenze.

Il romanzo in questione ci pone di fronte a un’ipotesi inquietante, stravolgendo il finale scelto da Flaubert: e se non si trattasse di un suicidio? E se Emma fosse morta perché qualcuno l’ha assassinata con il veleno? La storia assumerebbe contorni completamente diversi. E da qui che parte l’autore, Doumenc. I due medici che vengono chiamati al capezzale della signora Bovary morente individuano piccoli segni di contusione sul corpo della vittima e afferrano in un bisbiglio una brevissima ma sconcertante confessione della donna, la quale dichiara di essere stata assassinata. Il signor Bovary, invece, afferma di aver rinvenuto una lettera scritta dalla moglie in cui comunica esplicitamente di essersi tolta la vita, ma tale lettera sembra sparita nel nulla, non si trova da nessuna parte.

Inizia così un’indagine, condotta da una coppia di ispettori, uno anziano e l’altro giovane. Un’investigazione svolta non con i metodi e i mezzi di oggi, bensì con gli strumenti a disposizione nell’epoca di Emma Bovary, ossia negli anni 40 del XIX secolo. Pertanto le indagini si concentrano prevalentemente sugli interrogatori, sulle testimonianze delle varie persone coinvolte, che conoscevano la vittima a vario titolo: il farmacista del paese, il prete, i suoi amanti, il consorte, la sua domestica, il merciaio a cui Emma doveva un sacco di soldi. Ognuno di loro sembra nascondere qualcosa o avere un movente per il delitto, per cui il mistero si infittisce. Il lettore muore dalla curiosità di scoprire la verità e intanto fa congetture sul possibile colpevole, raccogliendo numerosi indizi forniti nel corso della vicenda.

Decisamente consigliato, soprattutto per chi ama il genere giallo vecchio stampo tipo Agata Christie.

¡VIVA LA VIDA! di Pino Cacucci a cura di Anna Serra

Se siete interessati a conoscere o approfondire la biografia dell’intramontabile pittrice messicana Frida Kahlo, questo libro può fare al caso vostro. Pino Cacucci, giornalista, scrittore e traduttore, è anche un appassionato viaggiatore e nel corso dei suoi viaggi ha fatto tappa nella grande Casa Azul dove nacque Frida nel 1907. Ne ha assorbito l’atmosfera immaginando di udire Frida pronunciare un lungo monologo in cui racconta la sua vita travagliata.
Un inno alla vita, a cui Frida si aggrappò con tutta la sua forza e passione, nonostante il martirio del suo corpo. Proprio lei che amava la vita e che se la sarebbe divorata a morsi, ricevette un terribile castigo. Un corpo irrimediabilmente mutilato in seguito a un devastante incidente in autobus. Dopo nulla fu come prima. A soli diciotto anni Frida si ritrovò mezza invalida, obbligata a trascorrere interminabili ore coricata, imprigionata in corsetti e busti. Fu allora che iniziò a dipingere. Quadri che parlavano di lei. Autoritratti, perché immobilizzata nel letto vedeva solo se stessa quando si guardava attorno.
Poi nella sua vita entrò Diego Rivera, muralista messicano di successo, ma anche con fama di inguaribile donnaiolo. Era brutto, grasso, molto più vecchio di lei, eppure i due si innamorarono e convolarono a nozze. Quando Frida parla di Diego, lo fa attraverso una serie di antitesi, di forti contrasti. Diego è la sua felicità, il suo paradiso, la sua vita, la sua fonte di benessere, la sua pioggia, ma al contempo è la sua disperazione, l’odio, la morte, la sua malattia, la sua siccità. Diego la tradì un’infinità di volte, spesso con le modelle che posavano per lui o con prostitute. Il tradimento peggiore e imperdonabile avvenne con la sorella Cristina, a cui Frida era molto legata. Un’ulteriore ferita inferta sul suo corpo già martoriato, incapace di procreare e di realizzare il suo desiderio di maternità. Ogni volta che restava incinta, Frida non riusciva a portare avanti la gravidanza, per colpa del terribile incidente che le sconquassò il ventre, il bacino e la vagina.
Frida era perfettamente consapevole dell’infedeltà del marito e d’altro canto anche lei non si risparmiò, concedendosi relazioni extraconiugali, anche con donne. Con loro si sentiva pienamente accettata, non doveva vergognarsi per le sue cicatrici.
Un’esistenza tormentata, un destino infelice, ma probabilmente il talento di Frida deriva proprio da questo, dal suo tanto soffrire e dal suo attaccamento alla vita, malgrado tutto. “Un breve libro che contiene una storia immensa” come recita la quarta di copertina.

 

Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca a cura di Anna Serra

Fioly Bocca torna a parlare ai suoi lettori col suo terzo romanzo. La sua scrittura va dritta al cuore, smuove sentimenti, fragilità umane, paure, colpe. E lo fa con intense metafore e suggestive riflessioni che riguardano tutti noi. Ancora una volta l’autrice non delude, anzi, si può dire che è oramai una garanzia di qualità stilistica e fonte di emozione per il pubblico sempre più numeroso che la segue con affetto.

Ciascuno di noi ha un luogo a cui tornare nei momenti di sconforto, quando tutto intorno è buio e minaccioso. Normalmente questo luogo coincide con una casa, accogliente e rassicurante, che resiste ovunque tu vada e qualunque cosa tu faccia. Ma non tutti ce l’hanno, una casa. C’è chi, per un tortuoso percorso del destino, la perde e finisce in mezzo a una strada. E’ ciò che capita a Zeligo, un rifugiato bosniaco che in una notte di pioggia torrenziale viene investito da Argea, che sta guidando sconvolta e distratta. Il loro primo incontro nasce da uno scontro: un incidente. Vengono ricoverati nello stesso ospedale, ma mentre per Argea la guarigione è più rapida, per Zeligo si prospetta più lunga e complicata. Argea, sì, si riprende in poco tempo, ma è tormentata dalla sua coscienza. Sa di non aver detto tutta la verità agli investigatori. La dinamica dell’incidente non è esattamente quella che lei ha raccontato. Zeligo era ubriaco e barcollava lungo il ciglio della strada, ma Argea sa che stava guidando distrattamente, con la testa altrove. Vorrebbe ammettere parte della sua colpa, ma il suo compagno Gualtiero la convince a stare zitta. Perché rischiare di compromettere una vita perfetta, fatta di agi, di un lavoro gratificante e di un appartamento elegante nel centro storico di Torino?

Argea tace, ma il rimorso non si quieta e la spinge a fare visita a Zeligo, a prendersi cura di lui, a regalargli dei fiori e un cappotto nuovo contro il freddo. Zeligo il senzatetto, cittadino invisibile di un mondo sommerso, ai margini della società, fatto di povertà di fronte agli occhi indifferenti della gente. Argea entra in contatto con la dura realtà di questo straniero, che nel suo italiano non sempre perfetto le confida le sue difficoltà quotidiane, il suo passato, i suoi legami affettivi, mentre lei tende a rivelare poco di se stessa, dei suoi conflitti col fidanzato, di una gravidanza interrotta, di un’altra che arriva ma che solo lei desidera fino in fondo.

I loro destini, così apparentemente opposti, cominciano a camminare paralleli, per poi intrecciarsi, annodarsi, e solo insieme riusciranno a trovare un senso diverso. Migliore. L’epilogo riserva sorprese e colpi di scena.

“Chissà come dev’essere stare sempre alla mercé degli sguardi altrui: di chi scende dal treno in stazione, di chi si affaccia dalla finestra sul marciapiede, o attraversa il parco la notte. Tutti ti passano a fianco seguendo le loro traiettorie e spariscono dietro portoni, muri, cancelli, automobili. Loro spariscono e tu resti lì a esibire senza volere ogni cosa di te: il pudore è un sentimento che in strada non ci si può permettere. Chissà se fa più male sapere che ti vedono, o sapere che nemmeno ti vedono più.”

Christian Amadeo racconta il suo nuovo lavoro “Musica Eterna” e il romanzo “Un passo dalla morte”

Parliamo di un artista dalle due anime, una narrativa e l’altra musicale. Il suo romanzo si chiama “Un passo dalla morte”, mentre “Musica Eterna” è il nome del nuovo libro che racconta la storia della famosa band Dead Can Dance.
Ma prima di raccontare di più su queste due opere ho posto alcune domande a Christian Amadeo:

Hai scritto due libri, “a un passo da morte” e “Musica eterna” molto diversi, chiaramente frutto di esperienze molto differenti.
Quanto è importante per te scrivere?

Adoro scrivere, sin dall’adolescenza. Col passare degli anni il mio rapporto con la scrittura si è evoluto, toccando ambiti diversi: dai semplici brevi pensieri e riflessioni intimistiche agli articoli sulle varie testate (essendo anche giornalista), dallo scrivere un romanzo al pubblicare una biografia su di un gruppo musicale. I temi cambiano, ma la passione per la scrittura resta inalterata. Anzi, è proprio il continuo evolvere, il confrontarsi con contesti diversi della scrittura che ha tenuto in me viva la passione. Ed è stimolante, inoltre, passare dalla stesura di articoli giornalistici, assai impostati e soggetti a regole di etica professionale, alla libertà espressiva e formale di un romanzo…

E quanto lo è la musica?

La musica accompagna la mia vita sin da bambino. è importante come lo è per qualsiasi persona a livello emotivo. I ricordi – sia positivi sia negativi – sono amplificati in quanto ad emozioni se accompagnati ad una canzone, questo è risaputo. Emozioni travolgenti. Ma per me la musica è anche un mestiere, quello di giornalista musicale e pertanto si fondono inevitabilmente la passione emotiva e quella professionale verso la musica. E la musica è presente anche nei miei due libri: la biografia sui Dead Can Dance, ovviamente, ma anche nel romanzo “Un passo dalla morte”, con il mondo delle sette note che ricorre sia nella vita del personaggio principale sia nelle frequenti citazioni inserite nel testo.

Cosa significa al giorno d’oggi scrivere un libro e soprattutto quante difficoltà hai trovato nella scrittura e nella fase di pubblicazione?

Le difficoltà nella scrittura si incontrano sovente nel corso del lavoro. Ed è naturale. Succede agli emergenti come agli esperti. Giorni di crisi e di vuoto sono dietro l’angolo, ma è sufficiente fermarsi e attendere la nuova ispirazione, che magari arriva già il giorno dopo. E si riprende a scrivere. Mi è successo più volte nella scrittura sia del romanzo sia della biografia. A volte si viene presi dallo sconforto e dalla tentazione di mollare tutto, ma poi prevale il desiderio di vedere un giorno materializzarsi quel volume cartaceo che puoi stringere tra le mani e da far leggere agli altri.
Per quanto riguarda la pubblicazione, è decisamente più facile per gli scrittori già affermati e per quelli che ormai hanno uno zoccolo duro di lettori e un contratto con una casa editrice professionale. E’ invece assai arduo per uno scrittore emergente farsi largo in un mondo in cui gli aspiranti scrittori sono davvero tanti. La prima pubblicazione è la più ostica e molti finiscono col dare alle stampe l’opera di debutto con un’editrice che in pratica fornisce soltanto servizi di stampa ma che non si occupa affatto di distribuzione e promozione. Gli emergenti devono essere pronti ad innumerevoli “no” prima di riuscire a realizzare il sogno di veder pubblicato il proprio libro, ma se si è convinti della bontà di quanto proposto, prima o poi si riesce nell’intento, anche se con piccoli editori. Le possibilità di veder pubblicato il proprio libro crescono inoltre se oggetto della pubblicazione sono temi specifici o di tendenza, come ad esempio, libri di cucina, biografie particolari, fantasy, ecc.

Come nasce la passione per i “Dead can dance” e cosa ti ha spinto a volerne parlare nel tuo nuovo libro?

Nasce a metà Anni Ottanta, quando ero adolescente e ascoltavo musica dark e new wave. Tra i tanti gruppi di questi filoni, i Dead Can Dance rappresentavano per me qualcosa di diverso. Mi emozionavano profondamente. Non toccavano solo il cuore, come le altre canzoni, ma creavano vibrazioni pazzesche anche all’anima e allo spirito. Mi colpivano le due voci diverse – una maschile dai toni bassi e malinconici, l’altra femminile con i chiaroscuri e senza utilizzo di parole – quei suoni che spaziavano dal dark ai ritmi tribali, dalla musica etnica a quella antica. E poi le copertine, la forte componente simbolica, i riferimenti letterari. Era tutto perfettamente aderente alla mia personalità. E ancora oggi, quando ascolto le loro canzoni, provo le medesime emozioni. Profonde. Dopo aver pubblicato il mio primo romanzo, mi sono prefissato di mettermi al lavoro su un libro musicale ed è stato naturale partire dal gruppo che più amo, anche se se con tutti i timori del caso, di non essere all’altezza, di non rendere il doveroso tributo ad una band unica come i DCD. Il fattore determinante nel convincermi a realizzarlo è stato anche il fatto che non fosse mai stato pubblicato alcun libro sui Dead Can Dance, nessuna biografia su di loro nonostante siano un gruppo con un ottimo seguito ancora oggi dopo oltre 30 anni di attività e l’influenza che hanno avuto su una miriade di band venute dopo di loro. Ho cercato di colmare tale lacuna, per raccontare e divulgare anche attraverso un libro la Musica Eterna di questa band straordinaria.

Passiamo ora a raccontare il succo di questi due suoi lavori:
“Un passo dalla morte”
Vita e morte, due opposti che si compenetrano, complementari come nel Tao. Vita e morte che si rincorrono, si legano, si intrecciano continuamente assumendo connotati ora positivi ora negativi a seconda della presa di coscienza dei singoli personaggi: il semplice impiegato, l’acclamata o la depressa rockstar, la ragazza alternativa, il samurai, il tossicodipendente, la giovane lesbica innamorata. La morte, in particolare, viene raccontata nelle sue varie sfaccettature: l’omicidio, il suicidio, la visione del decesso altrui, l’esperienza diretta della propria morte. La morte connessa alla vita, perché dalla piena consapevolezza della morte sgorga vita, quella vera. Lasciar morire il proprio Sé, per farlo rinascere dopo un’esistenza scialba. La propria morte quale punto di partenza per una nuova vita, perché dalla consapevolezza della morte germoglia l’essenza del proprio vivere. La morte genera profondo amore o perverso stimolo sessuale, si mostra sotto forma di omicidio o suicidio, è amata o odiata, si tenta inutilmente di ignorarla o la si rincorre con tenacia. La morte è sempre ad un passo, come la vita. Questione di scelte.
“Musica Eterna”
Nascita, morte. Resurrezione. La vita che anima ciò che era inanimato. Dead Can Dance: il morto che può danzare, la vita che si impossessa dell’essere inerme. Dualismo, due opposti che si susseguono, intrecciano, intersecano. Come le due anime dei Dead Can Dance, Brendan Perry e Lisa Gerrard, diverse e magnificamente complementari. Difficile spiegare a parole la musica della celebre band anglo-australiana, impossibile etichettarla. Si può però ripercorrerne la storia, cercando di comprendere da essa come nascano composizioni fuori dal tempo e dallo spazio. Ricercare tra parole, simboli, immagini e note. È la miglior comprensione, insieme a un ascolto che provoca sensazioni estatiche ed empatia, che tocca nel profondo dell’animo; voci terrene e ultraterrene che accarezzano, avvolgono e sferzano. Le vicende. I dischi. I concerti. I progetti solisti. L’importanza di una formazione entrata a pieno titolo nel novero degli artisti più amati e rispettati di sempre. Nessun confine, nessuna frontiera, nessun luogo. Ovunque, fuori dal mondo. Entità astratta e per questo eterna. Musica eterna.

Ringrazio Christian per la disponibilità e per averci raccontato questo parallelismo artistico tra narrativa e musica.

Non è la fine del mondo di Alessia Gazzola a cura di Daniele Mosca

“Non è la fine del mondo” è un romanzo fresco, che gioca sull’idea, a volte mitizzata, del sogno e dell’ambizione. Alessia Gazzola crea così una protagonista sognatrice, ma allo stesso tempo disillusa, un personaggio figlio dei giorni nostri, in cui nulla sembra essere poi così scontato, tanto meno i sentimenti. Così, pagina dopo pagina, ci si innamora di Emma De Tennents e si vivono con lei i piccoli disastri o le grandi vittorie. Una trama semplice, ma costruita come un castello di carte, in cui ogni cosa è al posto giusto. Una storia che fa ancora sperare che un sogno possa sopravvivere nonostante le avversità. Una razionale filosofia di vita, dove nulla si crea e nulla si distrugge, ma resta semplicemente impressa sulla pelle e nel cuore.

Moving Spheres di Rose a cura di Daniele Mosca

Parliamo di un disco fresco, molto intrigante per chi ama la musica pura e appassionata. Ma partiamo con “Relation”, una ballata leggiadra, deliziosa, in cui il pop diventa soul con venature di jazz e blues. Una miscela realizzata benissimo. “Moving Spheres” ha un’anima soul. E si sente. Le sonorità che la attraversano sono molte e restano impresse. Si fanno sentire. Così come la voce elegante e potente nelle sue emozioni, anche quando sussurra. Un brano che si lascia ascoltare piacevolmente. “Same things” è soul ad alto livello. A dimostrazione che anche l’Italia può contribuire con gioielli come questo. Tecnica e passione alla base di questo lavoro si percepiscono nota dopo nota, molto interessante anche l’arrangiamento semplice ed essenziale, ma potente nella sua esecuzione. “Amused” è una ballata. Un pezzo dal ritmo che parte lento lento, ma che porta alla luce emozioni e sensazioni che si sviluppano attraverso le note di un pianoforte che sembra in un angolo, ma è protagonista. Il ritmo cambia, perché il jazz è così, imprevedibile e prepotente, per poi tornare a sussurrare una storia importante. Ottimamente suonati i diversi strumenti che man mano compaiono e danno ancora più pregio a un bel disco. Qui pop, soul e jazz creano un’armonia unica. “Stupid” sembra proprio un pezzo d’altri tempi, ma detto nel migliore dei sensi possibili. Ricalca armonie di una musica che ha superato ogni tempo, per poi arrivare a noi. Ma questo brano è moderno. Fottutamente moderno, nella sua ricerca di sonorità. È un brano di impatto, bello e intrigante, attraente e sensuale. In alcuni passaggi sembra richiamare atmosfere country, proposte sempre in modo delicato e ben miscelato con la struttura soul del pezzo. “Ups & Downs” parte con un suono di chitarra, poi arriva la voce graffiante ed elegante che crea la magia, un vortice, una tempesta perfetta di suoni. Un disco evocativo e ben costruito. Per chi ama la musica, è un disco imperdibile. Sound internazionale, radici forti e decise nel panorama soul, jazz, blues con venature che raccolgono il meglio della musicalità. E non è poco. Rose è un’artista da tenere d’occhio. Talento, tecnica e una forte passione per la musica vera. Bel disco. Bravissima artista.

YasDYes di Ekat Bork. a cura di Daniele Mosca

Entriamo in un mondo psichedelico, un album particolare, molto elettronico, ma allo stesso tempo molto melodioso e raffinato. Il primo brano è “Fear” un brano ipnotico e armonioso. Elettronica e passione. “Happiness” è una ballata elegante e gradevole. Intensa e profonda, come solo la musica vera può essere. “My planetany” è brano molto moderno e radiofonico, un pop originale con un buon equilibrio tra elettronica e melodia. “When i was” è una bella ballata ben cantata, essenziale, appassionata. “Zhazhda” è una traccia in cui voce ed elettronica sembrano fondersi, creando un mondo onirico. “Red Sektor” è un pezzo intrigante, moderno, essenziale e che cattura l’attenzione con semplicità e una melodia attraente. “Darkness” gela il sangue. È vibrante per voce e atmosfera, poi, semplicemente, esplode. Melodia e incanto. Niente di più. “Jungle” crea un mondo ipnotico elettropop. “Krakgin” prosegue nel percorso disegnato dall’autrice, costruendo e distruggendo sensazioni, con dinamiche che a volte ricordano la prima musica elettronica degli anni novanta, per poi tornare alla realtà, anche da un punto di vista di sonorità. “Dakota” ogni brano è una scoperta nuova, ma senza discostarsi da uno stile che sembra studiato e consolidato da molta, molta, esperienza e conoscenza della musica internazionale. Passaggi musicali sempre costruiti con arte e pensieri, nulla sembra essere lasciato al caso. “The jump off the cliff” è come cadere in un orizzonte di musiche che avvolgono e accompagnano oltre il pensiero, la sensazione. Oltre. “Legal” con la voce criptata, cripta forme di anime per renderle note. E incamminarsi verso una strada tortuosa di suoni che vogliono spingersi. “Thank you” chiude il disco . E lo fa con la delicatezza che si denota nell’intero album. “React” riequilibria, con una foga che sa di rivincita. Uno stile nuovo, ma allo stesso tempo ben radicato in quella musicalità internazionale che ha visto fiorire il tecnopop e renderlo non più genere di nicchia, ma dandogli un volto nuovo. E, nella malinconia, la rabbia, che alcuni pezzi riescono a far emergere, un sorriso.