Recensione dell’opera “Il Mostro, versi di rabbia e d’amore” e intervista al poeta Vincenzo De Marco

Il Mostro è un’opera poetica che mette in scena un intero mondo, mettendo in luce tutte le sue sfumature, dalle più oscure, alle più chiare. Così, atto dopo atto, verso dopo verso, si incontrano la rabbia, l’amore, la tristezza, la felicità. La vita. E la morte. Una storia che intreccia avvenimenti e sensazioni e che parte da un tema molto caro al poeta Vincenzo De Marco e per il quale è sempre in prima linea: l’Ilva di Taranto. De Marco conosce bene la fabbrica, perché è proprio quella fabbrica a dargli ogni giorno il lavoro. Ma che allo stesso tempo, distrugge la salute di popolo e di un intero territorio a causa dell’inquinamento provocato da una malagestione pluridecennale dei gestori e alla debolezza della politica locale e nazionale. I versi del poeta raccontano la sofferenza di vivere sotto la minaccia di chi non vuole che questa storia venga raccontata. L’intimidazione di altri operai che vogliono rimanere omertosi per mantenere viva una fabbrica che uccide. Un vortice di interessi ben raccontato in diverse poesie dell’opera nelle quali l’Ilva viene definita Il Mostro, con tutte le sue ramificazioni. Ma in quest’opera si parla anche di amicizia, ipocrisia, sogni. Si racconta l’amore per il proprio territorio e tutta la bellezza che ancora può regalare, nonostante il marcio che viene definito tumore. Alcuni brani affrontano il tema della pedofilia, della fiducia mal riposta in alcuni uomini di fede. Oltre al lato oscuro della vita, De Marco racconta anche l’amore, per una donna, per vita, per la figlia. E per la scrittura. L’opera Il Mostro è un viaggio nella vita, nella sua importanza. É un messaggio forte, un grido, un pianto, ma allo stesso un canto, una melodia che avvolge e che, alla fine del viaggio, riconsegna la speranza. Un senso che ci fa ancora credere che non sia finita. Che si possa e che si debba ancora lottare per le proprie idee, per la salute nostra e dei nostri figli. Ci urla che la forza non è sempre necessariamente nella violenza, ma anche in un’arma che troppo spesso si sottovaluta: la parola. E la poesia, in particolare.
Per capire ancora meglio il mondo creato da Vincenzo De Marco ho voluto porgli alcune domande. Ecco cosa ci ha risposto.

Paragoni chi avvelena Taranto a un tumore, lo stesso male che avvolge chi subisce l’inquinamento feroce dell’Ilva. Ricordi il primo istante in cui hai scelto di intraprendere la tua battaglia?

Lo ricordo bene. Ho deciso di metterci faccia, nome cognome e numero di matricola. Dopo l’ennesima morte in fabbrica. Quella di Silvano, collega e amico. E dopo aver conosciuto le storie di due simboli di lotta a Taranto. Vincenzo Fornaro, l’allevatore a cui furono abbattuti tutti i suoi animali perché contaminati dalla diossina e la storia del piccolo Lollo Lorenzo Zaratta. Morto a soli 5 anni.

Perché dici di essere anche tu colpevole del danno provocato al territorio in cui lavori? La necessità di lavorare può renderci criminali?

“Involontariamente” colpevole. La necessità di lavorare può renderci colpevoli se non si ha il coraggio di non avere paura. Bisogna guardare in faccia la realtà. Quella fabbrica inquina e produce morte sia dentro che fuori dalle mura perimetrali. È ora di ammetterlo. Di non pensare solo allo stipendio. È ora di fermarsi e dire basta. È ora di essere al fianco della città.

Tra i tuoi versi non c’è solo l’Ilva, ma la vita, la morte e tutto quello che c’è intorno. Chi è Vincenzo? E cos’è per te la poesia?

Chi è Vincenzo? È un uomo normale. Un uomo che ama con tutto se stesso la terra in cui vive e prova ad essere “semplicemente utile”.
La poesia per me è tutto. È lotta. È terapia. È speranza, è valvola di sfogo. È politica tra la gente e per la gente. Ma come l’arte tutta. Sarà l’arte a cambiare il mondo. A renderlo migliore. Di un colore nuovo e più bello
Farsi forza non è sufficiente. È fondamentale.

Scrivere quando tutti vorrebbero che stessi zitto non è facile. Soprattutto quando ti minacciano. É sempre sufficiente farsi forza quando le istituzioni sono sedute tra le file degli avversari?

Sì. Molte volte. Specialmente dopo le minacce di morte. Poi mi sono detto che era necessario invece intensificare i miei sforzi, alzare la voce, camminare di più. Così ho fatto. Perché chi resta fermo e muto respirando veleno e morte senza reagire non è vittima. Non è complice. È colpevole.

Hai mai avuto momento in cui ti sei detto “ok, ora smetto”. In alcune delle tue poesie racconti anche il dramma della pedofilia, si tratta del risultato di un’indagine o ti sei ispirato ai numerosi fatti di cronaca?

Per la pedofilia ho attinto alla cronaca, anche locale. Anche e purtroppo da racconti privati di persone che conosco.

Stai già lavorando a un nuovo progetto?

Sì. Oltre i due racconti presenti in macerie è pronto per l’uscita Rivolto a sud. Qui l’operaio, l’uomo e il poeta si fondono ampliando e indirizzando lo sguardo ben oltre i 10 metri quadri che lo circondano. In rivolto a sud si guarda al mondo. Oltrepassando il personale perimetro immaginario cercando di analizzare ciò che succede oltre i nostri confini.
Poi è in lavorazione Jonicidio una antologia di racconti.

Ringrazio Vincenzo per la gentile collaborazione e per le splendide e intense risposte.

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