LO STRANO CASO DI EMMA BOVARY di Philippe Doumenc a cura di Anna Serra

Un libro scovato per caso una sera d’estate, fra i volumi di una bancarella in riva al mare. Il titolo mi ha rapita subito, perché adoro il romanzo ottocentesco di Gustave Flaubert, Madame Bovary, quindi sono andata a colpo sicuro, senza esitazioni.

Per chi ha letto uno dei capolavori della letteratura francese, sa che Emma Bovary era una giovane e bellissima donna perennemente insoddisfatta, scontenta della vita. Un’anima sognatrice e romantica a cui andavano molto strette le banalità e le mediocrità. Stanca del marito, un medico provinciale e poco brillante, si gettò in avventure amorose extraconiugali, trasformandosi in un’adultera e alimentando le chiacchiere del paese, senza peraltro trovare soddisfazione nei suoi amanti, che finirono per annoiarla e deluderla. Sopraffatta dai debiti, si suiciderà assumendo una dose di arsenico, che le provocherà atroci sofferenze.

Il romanzo in questione ci pone di fronte a un’ipotesi inquietante, stravolgendo il finale scelto da Flaubert: e se non si trattasse di un suicidio? E se Emma fosse morta perché qualcuno l’ha assassinata con il veleno? La storia assumerebbe contorni completamente diversi. E da qui che parte l’autore, Doumenc. I due medici che vengono chiamati al capezzale della signora Bovary morente individuano piccoli segni di contusione sul corpo della vittima e afferrano in un bisbiglio una brevissima ma sconcertante confessione della donna, la quale dichiara di essere stata assassinata. Il signor Bovary, invece, afferma di aver rinvenuto una lettera scritta dalla moglie in cui comunica esplicitamente di essersi tolta la vita, ma tale lettera sembra sparita nel nulla, non si trova da nessuna parte.

Inizia così un’indagine, condotta da una coppia di ispettori, uno anziano e l’altro giovane. Un’investigazione svolta non con i metodi e i mezzi di oggi, bensì con gli strumenti a disposizione nell’epoca di Emma Bovary, ossia negli anni 40 del XIX secolo. Pertanto le indagini si concentrano prevalentemente sugli interrogatori, sulle testimonianze delle varie persone coinvolte, che conoscevano la vittima a vario titolo: il farmacista del paese, il prete, i suoi amanti, il consorte, la sua domestica, il merciaio a cui Emma doveva un sacco di soldi. Ognuno di loro sembra nascondere qualcosa o avere un movente per il delitto, per cui il mistero si infittisce. Il lettore muore dalla curiosità di scoprire la verità e intanto fa congetture sul possibile colpevole, raccogliendo numerosi indizi forniti nel corso della vicenda.

Decisamente consigliato, soprattutto per chi ama il genere giallo vecchio stampo tipo Agata Christie.

¡VIVA LA VIDA! di Pino Cacucci a cura di Anna Serra

Se siete interessati a conoscere o approfondire la biografia dell’intramontabile pittrice messicana Frida Kahlo, questo libro può fare al caso vostro. Pino Cacucci, giornalista, scrittore e traduttore, è anche un appassionato viaggiatore e nel corso dei suoi viaggi ha fatto tappa nella grande Casa Azul dove nacque Frida nel 1907. Ne ha assorbito l’atmosfera immaginando di udire Frida pronunciare un lungo monologo in cui racconta la sua vita travagliata.
Un inno alla vita, a cui Frida si aggrappò con tutta la sua forza e passione, nonostante il martirio del suo corpo. Proprio lei che amava la vita e che se la sarebbe divorata a morsi, ricevette un terribile castigo. Un corpo irrimediabilmente mutilato in seguito a un devastante incidente in autobus. Dopo nulla fu come prima. A soli diciotto anni Frida si ritrovò mezza invalida, obbligata a trascorrere interminabili ore coricata, imprigionata in corsetti e busti. Fu allora che iniziò a dipingere. Quadri che parlavano di lei. Autoritratti, perché immobilizzata nel letto vedeva solo se stessa quando si guardava attorno.
Poi nella sua vita entrò Diego Rivera, muralista messicano di successo, ma anche con fama di inguaribile donnaiolo. Era brutto, grasso, molto più vecchio di lei, eppure i due si innamorarono e convolarono a nozze. Quando Frida parla di Diego, lo fa attraverso una serie di antitesi, di forti contrasti. Diego è la sua felicità, il suo paradiso, la sua vita, la sua fonte di benessere, la sua pioggia, ma al contempo è la sua disperazione, l’odio, la morte, la sua malattia, la sua siccità. Diego la tradì un’infinità di volte, spesso con le modelle che posavano per lui o con prostitute. Il tradimento peggiore e imperdonabile avvenne con la sorella Cristina, a cui Frida era molto legata. Un’ulteriore ferita inferta sul suo corpo già martoriato, incapace di procreare e di realizzare il suo desiderio di maternità. Ogni volta che restava incinta, Frida non riusciva a portare avanti la gravidanza, per colpa del terribile incidente che le sconquassò il ventre, il bacino e la vagina.
Frida era perfettamente consapevole dell’infedeltà del marito e d’altro canto anche lei non si risparmiò, concedendosi relazioni extraconiugali, anche con donne. Con loro si sentiva pienamente accettata, non doveva vergognarsi per le sue cicatrici.
Un’esistenza tormentata, un destino infelice, ma probabilmente il talento di Frida deriva proprio da questo, dal suo tanto soffrire e dal suo attaccamento alla vita, malgrado tutto. “Un breve libro che contiene una storia immensa” come recita la quarta di copertina.