Recensione dell’EP “La nuova stagione” di Dileo

“La nuova stagione” è un brano sospeso tra poesia e incanto. Parole che sono una carezza, accompagnata da una melodia armoniosa e soffusa, che avvolge nota dopo nota. Una sonorità moderna pur mantenendo il connotati più classici della musica leggera. “Ll’aria attuorno” è un pezzo che evoca una stagione di cambiamento, un suono che miscela elegante, in cui un rock melodico si trasforma in un suono più lieve, una forma di comprensione che per avvenire ha bisogno del suo tempo. Come per crescere.  “Ciore ei vierno” è un brano immerso in un’atmosfera astrale, che disegna l’anima con colori pastello, raccontando la vita, specchiandosi nell’identità, nella storia di un uomo, fino a scordarsi tutto, proprio quando il vento torna a soffiare. “Inverno” è una ballata sussurrata, incastrata tra le parole e la poesia, volteggiare nell’aria, come liberi dalle proprie paure. Cardini per aprire una strada, scontrarsi con le parole, con la volontà di esistere nelle fragilità dell’essenza. Nei sogni lasciati a metà. Nelle speranze che ancora attendono, tra le pieghe delle paure, che ci lasciano qui. In silenzio. Una musicalità nuova ma che non perde le radici. Una giusta combinazione di suoni, poesia e parole. 

Recensione dell’album “Gekrisi” di Loris Dalì

Entriamo nel mondo di un album molto particolare, un disco che va ascoltato più volte per essere compreso e apprezzato al meglio, perché contiene diverse sfumature musicale e affronta temi complessi legati all’attualità, il tutto mantenendo un punto di vista da cantastorie. Ma entriamo nel merito di questo lavoro. “Aldilà” è un portale musicale che crea le condizioni migliori di ascolto dell’intero album. Immagini in musica, sensazioni e un’alta attenzione all’attualità. “Gekrisi” è uno spaccato sarcastico, pungente, ma quanto mai veritiero sulla società di oggi. “Jack Risi” è un brano che si evolve in virtuosismi tra il blues e il jazz seguendo il filo logico dell’intero album, con metafore e giochi di parole per parlare della realtà. “Altri tempi” è un brano per lo più raccontato con aneddoti ed evocazioni di un passato amaro e un presente che sembra così diverso, anche quanto non lo è poi tanto. “Una canzone d’amor” è una canzone che sfiora la parodia di una canzone d’amore, ma che poi è l’essenza della canzone d’amore, dalle sue origini alle sue radici, per poi raccontarsi oltre i luoghi comuni. “Curriculum” gioca con le parole su un tema serio, ovvero quello della disoccupazione, dei diritti dei lavoratori, distrutti dal tempo e dalle nuove abitudini. “Migrante” è forse uno dei brani più intensi dell’album, proprio per una diversa conformazione e struttura rispetto alle altre canzoni. Racconta un dramma da dentro, con parole amare, come un cantastorie che racconta una storia che non sempre finisce bene. Racconta le speranze, i sogni, le illusioni. I dubbi. La voglia di vivere, nonostante tutto. Il desiderio di tornare, o di andar via, dalla malinconia. “40 anni” è un brano che punta i riflettori su un momento particolare della vita di un uomo, il momento in cui le speranze lasciano il posto a una forma di realismo nuovo con cui ci si deve confrontare. Quando i sogni sono un lontano ricordo. “Tensione” è un intermezzo che spezza la linea di narrazione dell’album e che incute una certa inquietudine. “Un tango qualunque” è una ballata che esplode in un tango e un suono avvolgente. “Sant’Antonio” è forse più uno stornello che racconta una storia carica di metafore e che affronta le radici nella musica e nella tradizione popolare con una forte componente ironica e dissacrante. “3 accordi, fischio e delay” è una scanzonata canzone, un momento della giornata in cui tutto appare chiaro e limpido. Il momento in cui finisce qualcosa e nascono una melodia e, forse, una canzone. “Gekrisi” è un album affascinante per le diverse contaminazioni musicali che contiene, per la forte connotazione di realismo e approccio alla realtà sociale, nonché per il punto di vista dissacrante e irriverente. Un album, creato dal cantautore impegnato e sarcastico Loris Dalì, sicuramente non banale e quindi non di semplicissimo ascolto e che ha bisogno di una buona sensibilità musicale. Assolutamente consigliato.

Recensione dell’album Trenches di STOLEN APPLE

Per uno che è stato adolescente e poi universitario tra la seconda metà degli anni 90 e la prima degli 00, Trenches è un piacevole ritorno a casa: in tutte le tracce che dell’album c’è sempre qualcosa che richiama quegli anni in cui il cosiddetto “indie rock” si muoveva tra i fasti del grunge, del post-rock e di tutti quei generi che sembravano minare le fondamenta del rock come l’avevamo inteso sino al 1991.

In Trenches si riescono a sentire gli echi di diverse band: piccoli accenni di Pearl Jam, Candle Box, Jane’sAddiction, Television e Mad Season. Certo questi nomi fanno paura e avvicinarli ad una band e si corre il rischio di alimentare chissà quali aspettative ma, se vi avvicinaste a quest’album senza ansia da ascolto, scoprireste che alla fine è solo l’atmosfera dell’album che richiama gli Artisti citati: niente plagi o eccessive citazioni.

Ma ha ancora senso ascoltare un album di questo tipo nel 2017? Ha ancora senso sentire qualcosa di già sentito, peraltro registrato lontano dalla terra in cui il genere è nato?

Io dico di sì, perché bisogna recuperare il concetto di album “suonati” in cui la ricerca della struttura del pezzo sia ancora centrale e questo è un album suonato e studiato nota per nota. Un album onesto, registrato per amore delle canzoni stesse, composte da melodie semplici ma non banali, con un suono unito di chitarre, basse e chitarra che lega tra loro le tracce.

Il viaggio negli anni 90 è assicurato: la voce e le chitarre scorrono fluide attraverso le 12 tracce, senza sbavare e senza andare fuori strada, con qualità e intensità.

È un buon album, pieno di melodie e qualità ma due cose mi lasciano,però, perplesso: la mancanza di una canzone più radiofonica, che avrebbe potuto aprire altre porte, e la produzione del disco. Quest’ultima un po’ scarna e semplice, sebbene sia proprio una scelta programmatica della band, lascia Trenches un passo indietro rispetto alle altre uscite del periodo: una diversa cura della produzione e una maggiore attenzione alla pronuncia della lingua inglese avrebbero alzato il livello qualitativo del disco.

“L’inventore saltuario” di Ivan Romano

Oggi parliamo di un album che è tradizione, ma che in questa parola racchiude un mondo intero. Ma entriamo in punta di piedi in questa nuova esperienza creata da Ivan Romano. Come un tango sensuale “L’inventore saltuario” mette in scena un racconto fatto di sensazioni, di momenti e ricordi. Parole taglienti, amare, ma sfacciatamente vere. “Vento di primavera” è una storia pura, sembra di vederla interpretata sul palcoscenico di un teatro, con la passione di attori consumati, ma ancora vivi e ardenti. “La meraviglia sei tu” è un brano che miscela jazz, pop, folk e un testo cantautoriale semplice ma decisamente intenso. “Salento” non può non evocare le sere d’estate di fronte al mare e a un buon vino, mentre un tango risuona da lontano. Qualcuno balla fino allo sfinimento. “Sarebbe inutile” è una ballata elegante e raffinata, una favola che incanta con parole e note delicate. “Ma è difficile farlo” è un brano dinamico e saporito, un ballo in cui la musica è vita. E lo si sente e percepisce in ogni nota. In “Irpinia” è un territorio a raccontarsi, nei suoi personaggi e nei suoi odori. Nei suoi volti. Nelle sue storie. Terra, il significato originale di una parole, che poi è l’origine di tutto. “Ricordati che la vita è uno scambio” si sviluppa tra musiche popolari e immagini di una vita semplice e riflettere sulla vita, sulla propria identità e i propri desideri. E riderne, semplicemente, con ironia, perché la vita, in fondo, è un dare e un avere emozioni. “Voce’e notte” è una canzone in dialetto napoletano, un po’ stornello, un po’ cantastorie, l’anima di una “napoletanità” che esplode in tutto il suo splendore. L’album “L’inventore saltuario” di Ivan Romano è musica, latina, napoletana, folk, jazz, pop. Tutta, miscelata sapientemente per creare un cocktail armonioso e raffinato. Da ballare, assaporare, ascoltare, lasciandosi trasportare in un viaggio in un luogo non luogo. La musica, quella vera.

“Canzoni in ritardo” dei MyEscort

“Canzoni in ritardo” è il disco di cui parlerò oggi, partendo da una premessa: non è facile costruire un disco nuovo con sonorità moderne mantenendo una radice pop affascinante ed evocativa. Partiamo quindi con il primo brano “Riflessi”, una ballata pop semplice e orecchiabile. “Un semplice addio” racconta un amore che muore, ma senza mai svanire mai davvero. “Privé” è un brano dinamico e moderno. “Qualcosa che non c’è” è una ballata intensa e appassionata, una melodia che affonda le radici nella storia della musica leggera fino a sfiorare il jazz. “Un posto per noi” è un brano che narra l’esigenza di scavarsi dentro, di cercare un luogo per fermarsi e riuscire a guardarsi davvero. “Foglia e Nebbia” è ballata leggiadra e introspettiva, avvolgente. “L’Equilibrio” è un rock leggero e incantevole che si lascia ascoltare con la semplicità e una melodia soffice. “Rimango ad Aspettare” si alza in un volo musicale che accompagna a scoprire le sfumature di un sentimento, oltre le ferite, i brividi. Pensieri. “Sabato” ricama una melodia che è un racconto, immagini e foto scattate in corsa, a riassumere una vita intera in un momento. L’istantanea, breve, sfuggente. “Le cose non cambiano mai” è il brano che chiude il disco, mantenendone lo stile pop rock, melodico e raffinato. Il disco “Canzoni in ritardo” dei My Escort è moderno ma senza tralasciare le basi della musicalità italiana, miscelata sapientemente con atmosfere internazionale con diverse contaminazioni musicali. Un album dinamico che abbraccia diverse tematiche e che affronta gli equilibri e disequilibri dei sentimenti e delle sensazioni più introspettive. Un disco da ascoltare tutto d’un fiato, lasciandosi trasportare da una musicalità senza tempo.

Parliamo di “Quei colori”, l’album dei Karbonica

Entriamo nel mondo dei Karbonica e in particolare del loro album “L’inganno”, “Pezzi d’Africa” sono brani rock pop dotati di ottima melodia e testi socialmente impegnati e accattivanti. “Lei è musica” è una ballata rock che si lascia ascoltare piacevolmente. Un inno alla cura perfetta: la musica. “Quel bisogno che” racconta l’introspezione e il senso più profondo di una riflessione che non può passare senza lasciare traccia. “Quei colori” e “La Tua rivoluzione” regalano un bel rock melodico il primo più lento e il secondo più duro, appassionato e socialmente impegnato. “Scappo via” parla delle maschere dietro le quali ci nascondiamo, per difenderci dal mondo. E da noi stessi. “La tua città” è un racconto, sussurrato, intriso di sensazioni e immagini intense. “Ti racconterò” è un altro viaggio nell’attualità, nel disagio sociale e delle sue motivazioni, la rabbia che ne consegue. Il sogno che si dimentica o si segue ancora. “Libera” è un brano che appare più leggero dei precedenti, ma che analizza un tema controverso, ovvero l’apparenza e l’anima, e cosa le divide al giorno d’oggi. L’album dei Karbonica è essenziale, odora di rock con tutte le sue radici e la sua anima, senza troppi fronzoli e con temi che consegnano all’ascoltatore canzoni ben costruite e assolutamente fruibili, un ottimo compromesso tra melodica e contenuti. Disco assolutamente consigliato.

 

“Sono cose da grandi” di Simona Sparaco a cura di Anna Serra

Dopo Equazione di un amore, Simona Sparaco torna a parlarci di amore, ma questa volta non con un romanzo, bensì attraverso una lunga lettera indirizzata al figlio Diego, un bimbo di quattro anni vispo e curioso, che come tutti i bambini a quella età, sta scoprendo il mondo, e spesso la tempesta di domande che iniziano con un “perchè”. L’autrice si mette a nudo raccontando frammenti di vita quotidiana, momenti veri fatti di giochi e storie di una mamma di oggi. Troviamo, ad esempio, episodi simpatici, buffi, come le passeggiate con il cane Babù sui marciapiedi di Roma invasi da escrementi, e allora ecco che inizia un nuovo gioco, divertente, che viene battezzato come “Schiva la cacca”! E poi ci sono i giri con Pappamolla, l’automobile un po’ sgangherata e piena di graffi con cui si va a scuola la mattina.

Simona è una mamma moderna, “single” perché separata dal padre di Diego, che riconosce le sue imperfezioni, le sue fragilità, il suo essere distratta e pasticciona. E’ una madre che nutre un amore sconfinato verso il suo bambino e che farebbe qualunque cosa per difenderlo, proteggerlo dagli orrori del mondo. La parola che ricorre più frequentemente nella narrazione è “PAURA”: paura di consegnare il proprio figlio al mondo, una realtà che è diventata sempre più incerta, minacciosa, pericolosa. L’input che fa scaturire questa comunicazione epistolare coincide con un episodio terribile, un fatto di cronaca in cui il male e l’odio si scatenano incontrollabili: l’attentato a Nizza sulla Promenade des Anglais, la scorsa estate. Come si fa a spiegare a un bambino di quattro anni perché un camion impazzito si è lanciato in una folle corsa abbattendosi su persone innocenti, tra cui molti bambini della sua stessa età, di cui è rimasto solo un passeggino rotto o un peluche insanguinato? Come far capire a Diego che cos’è il terremoto che ha ridotto in macerie molti paesi del centro Italia, inghiottendo i ricordi di intere famiglie? Sono cose da grandi: il bene, il male, la religione, la morte, il dolore, le differenze sociali e di razza. Sono concetti inarrivabili per un “puffo” di quattro anni, ma Simona, che ha fatto delle parole la sua vita, riesce a trovare i termini giusti o crea delle situazioni e dei paragoni che si adattano alla forma mentis del suo cucciolo.

L’autrice cerca di esorcizzare le sue paure, i timori che albergano nel suo cuore materno per il futuro di suo figlio, nell’illusione di offrirgli una specie di manuale di sopravvivenza, che lui potrà consultare quando sarà un “ometto” e, liberato dal bozzolo, camminerà con le proprie gambe in questo mondo sempre più malvagio che si chiama Terra

La paura è intorno a noi, è tangibile in uno zaino abbandonato nei sotterranei della metropolitana, in un viaggio in aereo, è visibile in sguardi e gesti di sconosciuti che ci sembrano sospetti. Ciononostante dobbiamo affrontarla, gestirla. La paura serve a crescere, a produrre anticorpi che ci proteggeranno dal terrore che, invece, paralizza. Come dosarla? Grazie a una “scatola magica” in cui depositiamo i nostri desideri, i nostri sogni e progetti. Questa scatola può dare un senso alla nostra vita, ci aiuta a costruirla, perché non si può mai smettere di costruire.