La ragazza silenziosa di Luigi Mancini a cura di Anna Serra

La ragazza silenziosa ha un nome. Si chiama Giulia ed è timida, introversa. Bellissima. Un amore adolescenziale che il protagonista e narratore, Manuel, incontra tra i corridoi della scuola superiore. Un amore perfetto perché incompiuto, mai avuto. Non ha conosciuto la sua pelle, le sue labbra, bensì la sua assenza. Una storia piena di attese, di discorsi muti, di saluti non verbali fatti solo con uno sguardo. Milioni di frasi che i due desidererebbero scambiarsi, ma che di fatto non si dicono mai. Parole sospese, mai pronunciate colme di “vorrei”. Poi la distanza: ognuno va per la propria strada senza mai essersi incontrati sul serio.

A distanza di anni la ragazza silenziosa si trasforma in misteriosa e scomparsa. Di lei non resta che una borsa con gli effetti personali abbandonata in un bosco nella zona di Reggio Emilia. Manuel, grazie al fiuto del suo cane Grido, si imbatte nella sua borsa per pura casualità, durante una passeggiata. E così che Giulia rientra nella sua vita, senza esserne mai uscita veramente. Diventa la sua ossessione, il suo pensiero quotidiano, come già accadeva da studenti. Vuole ritrovarla, capire che cosa le è successo, dove sia sparita, se qualcuno le ha fatto del male.

La sua Giulia diventa oggetto di indagine da parte della polizia che inizia a investigare e Manuel è ovviamente coinvolto in prima persona nelle ricerche. Anzi, è proprio lui a fare passi da gigante nell’indagine, come guidato dallo spirito di Giulia che gli suggerisce dove sia la verità. Seguendo l’istinto e delle deboli tracce, scopre il responsabile dell’inquietante sparizione e riesce a salvare la vita di un’altra donna, Nicole, la bella barista del Kiss Café dal sorriso luminosissimo.

Una narrazione che sovente si fa poesia, basata più su sensazioni e impressioni, che sulle azioni, sugli accadimenti. Uno stile particolare e suggestivo, quello di Luigi Mancini, che ci regala una bella metafora sull’amore, la vita e la morte.

“Non aspettare la notte” di Valentina D’Urbano a cura di Anna Serra

Anno 1994. Angelica e Tommaso. Due ventenni già profondamente segnati dalla vita, con un pesante fardello con cui convivere. Angelica era bellissima, aveva un volto da attrice, prima che sua madre, in un gesto di follia, la trascinasse giù da un cavalcavia coinvolgendola in un incidente gravissimo. Angelica è miracolosamente sopravvissuta a quella corsa suicida-omicida in auto, ma il prezzo che ha dovuto pagare è altissimo e brucia ogni giorno sulla pelle. E’ rimasta sfigurata, coperta da cicatrici, che lei fa di tutto per nascondere con abiti lunghi anche in piena estate e con un cappello a tesa larga ben calcato sulla testa. Vuole essere invisibile, vivere nell’ombra perché si vergogna del suo corpo, irrimediabilmente deturpato da quel tragico evento. Angelica crede di essere orribile ed esce di casa il meno possibile, per nascondersi agli sguardi della gente. Ma ci sono degli occhi speciali che la intercettano e la trovano stupenda: sono quelli di Tommaso che la apprezzano per quello che è, anche se si tratta di occhi difettosi, affetti da una forma rara e degenerativa di retinopatia, che sovente lo lascia con la vista offuscata o completamente al buio.
Il buio. Angelica ce l’ha dentro, da quella maledetta notte in cui sua madre decise di suicidarsi trascinando pure lei nel baratro. Da allora non è più la stessa. Non ha amici e pensa solo a studiare. Tutte le notti, alla stessa ora, il suo sonno si interrompe bruscamente per lasciare spazio al dolore lancinante delle cicatrici. Alle tre del mattino: l’ora dell’incidente.
Tommaso con il buio ci convive: ci sono giornate in cui i suoi occhi sono completamente annebbiati, eppure lui va in giro con il suo scassatissimo e rumorosissimo motorino, che risuona in tutta la valle di Borgo Gallico, un minuscolo puntino sulla cartina geografica dell’Italia, sperduto tra le arterie stradali che collegano il paese da nord a sud. Oltre al suo malconcio mezzo di trasporto, possiede un altro oggetto da cui non si separa mai: la sua Polaroid. Con questa macchina fotografica fissa le immagini che i suoi occhi malati non riescono a catturare, e naturalmente Angelica diventa uno dei suoi soggetti preferiti.
Solo grazie all’amore sincero e incondizionato di Tommaso, Angelica riesce a convincersi che non è “solo le sue cicatrici”, ma che oltre quel corpo ricucito come una bambola di pezza c’è una vita intensa ed emozionante che la aspetta. Il suo Tommaso è disposto a tutto, anche a fare a botte, pur di proteggerla e difenderla dalla cattiveria del mondo, da chi la guarda con disprezzo e malvagità.

D’un tratto, però, la magia si spezza: un malinteso, uno sciocco fraintendimento crea una voragine fra i due innamorati. Angelica si sente tradita e non perdona, lui lotta con tutto se stesso per riconquistarne la fiducia. Le loro strade si separano e quella che sceglie Angelica sembra assurda, irrazionale: un modo per punirsi, per farsi del male, per lesionarsi. E intanto il buio di Tommaso si fa sempre più intenso.
I due protagonisti ci appaiono teneri, a tratti buffi, e conquistano immediatamente la simpatia del lettore. Il personaggio di Angelica è il più complesso e nella seconda parte del romanzo si fa ancora più oscuro, compiendo scelte difficilmente condivisibili.
Una storia emozionante scritta con un linguaggio giovane, fresco, diretto. Una narrazione fluida, che sa essere ironica, romantica e drammatica al tempo stesso, in un sapiente dosaggio dei tre toni.

Parliamo del progetto “Project-To Electronic Generation” creato da Riccardo Mazza

Il sound dell’album “Project-To Electronic Generation” è accattivante e trascinante, racchiude immagini in musica, flashback di sensazioni che diventano un vortice di parole fatte di suoni ipnotici. “I Hope” è il brano che apre l’album e lo fa con un ritmo incessante che sembra voler racchiudere un messaggio, una storia in bilico, tra realtà e finzione. “Sigh of the earth” è un incanto di suoni e specchi che attraggono. Una musica energica e che allo stesso tempo fa riflettere, entrando in una sorta di auto-ipnotico abbandono. “Look further” possiede un sound esoterico ed elettronico, un mix diabolico o angelico, uno scontro di immagini e pensieri che si rincorrono senza mai fermarsi. Una fuga. “Rebirth” è una costruzione essenziale di toni elettronici e pause dal sapore inquietante, un incastro di suoni che sembrano voler gridare, pur restando il silenzio. “Ya-ho” è il dinamico abbandono di un corpo, perdersi in un labirinto di occhi, di ricordi che si infiammano. “Roger” evoca una richiesta di aiuto, forse la necessità di comunicare, di esprimere qualcosa, ma è la musica a veicolare questo messaggio, così sembra di ritrovarsi a scappare tra le strade di una metropoli, come inseguiti da qualcosa di perfido, forse i sensi di colpa, travestiti dalla paura di se stessi. La particolarità di questo disco è che alle tracce del disco “White”, fin qui descritte, corrispondono tracce speculari del disco “Black”, così “I hope” diventa “Black I hope” e il sound appare trasformato, più oscuro, pur mantenendo l’essenza dei flashback e l’ipnotica sequenza di ritmi e parole criptate. “Black sign of the earth” assume connotati diversi dal brano del disco white, e appare suonata da un mondo sommerso, prigioniero. “Black look further”, “Black Ya-ho” e “Black Rebirth” diventano l’esplosione introspettiva, l’esaltazione spiriturale dell’anima oscura, la strada verso il vortice oscuro dei pensieri che si rincorrono. “Black Roger” trasforma un messaggio aiuto in qualcosa di differente, la comunicazione diventa il risvolto celato nell’inconscio. “Project-To” è un progetto che miscela le radici della dance, beat e techno, il tutto con una scelta di suoni e di immagini sonore originali e ben studiate. Una fase di sviluppo di un genere sempre vivo. Ottimo prodotto.