Parliamo del nuovo disco “Alieni” con il cantautore Davide Geddo

Davide Geddo è un cantautore di cui ho parlato molto negli ultimi anni, a partire dall’album “Fuori dal Comune” in cui imparai ad amare il bellissimo brano “Genova”, fino a “Non sono mai stato qui”, un disco che ho assaporato per molto, molto tempo. Questo per dire che il presupposto è che Davide Geddo è un cantautore che mi piace molto. Entriamo quindi nel mondo di questo nuovo lavoro di Geddo e andiamo a parlare del primo brano del disco. “Chiaro” è brano introspettivo, che racconta e gira intorno al senso delle canzoni e all’essenza di un cantautore. “Lampi di Settembre” racconta in metafore e giri di parole la vita, le sue contraddizioni, come in un viaggio si affacciano pensieri, ricordi e speranze, raccolte in immagini e note, trascinate da un ritornello che con decisione accompagna lungo la strada. “Due” è una ballata avvolgente, orecchiabile e ben costruita. Una serie di Polaroid che raccontano storie, luoghi e ricordi. La vita creata giorno dopo giorno e che come pezzettini di un puzzle compongono una storia, che poi è la storia di tutti noi, a margine di un sogno. Di un amore che cambia. “Cammina cammina” racconta di ciò che accade sin troppo spesso, ti diranno cose, prometteranno, inganneranno e ti illuderanno. E tu dovrai imparare, a credere, a non credere, insomma, a vivere. E a credere, in te. “Paolina” è brano la cui protagonista è un altro intenso personaggio creato dalla fantasia di Geddo, un’icona in musica, una pagina da riempire di immagini, creando gli occhi di una donna che forse è da qualche parte della mente, nascosta. Forse quella ragazza ingenua che ascolta le canzoni di Geddo, inconsapevole, di esserne la protagonista. “Portami a casa” crea un’istantanea fatta di luoghi, storie e tracce di una strada sicura. Scoprire quello che resta lungo il tragitto, quello che è svanito. Cercare qualcosa, da qualche parte, perché poi si possa tornare indietro. A casa. Dentro di noi. “Un altro giorno” ha un sound che riporta a musicalità passate, ma che riescono a tornare attuali, ricamate da parole incastrate alla poesia. Gli occhi di un ragazzo, la sua passione e l’incanto. Un mondo che si rincorre, senza andare da nessuna parte. L’incertezza e la certezza che bisogna andare, perché il domani è da qualche parte. Amori, amicizie e sogni. Giorni che passano, si rincorrono, e, a volte, restano lì ad attendersi. “Briciole” è un brano incantevole, nel raccontare scenari comuni, semplici, e che sanno arrivare in profondità. Perché, alla fine, siamo tutti un po’ così, sognatori e rassegnati a vivere qualcos’altro. Un viaggio stando davanti alla televisione. Un caffè, come una via di fuga. Giorni uguali. Giorni stanchi. Occhi che a volte non cercano nemmeno più il sole. “Non dirmelo” è una canzone che racconta le parole non dette. Il senso del tacere, all’evidenza. Alla solitudine dello specchiarsi in un monitor spento. Navigare in un vuoto programmato, in un sogno svuotato della sua essenza, con ideali mossi da un vento troppo lieve. La realtà di oggi, in fondo. Orizzonti di plastica. La vita, che smette di essere tale. La rabbia, la noia. E viceversa. La perversione di perdersi, senza rendersene conto. E’ semplice: siamo soli. “Chloè” è l’amore che si nasconde, tra le pieghe di quello che avevamo immaginato. Siamo stati scrittori, cantanti. Sognatori. E poi la vita presenta il conto. Resta l’energia, quella forza di continuare a credere nella vita vera a un ultimo ti amo. Un brano che fa riflettere e si riflette nell’anima. “Per ciò che mi riguarda” è un brano che sfocia nel jazz. Una storia. La paura, e la voglia di sfidarle. Senza falsi di miti, senza condizionamenti. Con la realtà di vivere, nei giorni, oltre i giorni. Sfidarsi. Crederci. La musica è anche questo, un vivo controsenso, un senso che è ancora vivo, perché ha ancora sangue dentro. “La ragazza senza dubbi” è una messa in scena nel miglior teatro, una storia a più voci che poi è una sola, quella di un cantautore che fa vedere, mostra e nasconde. Emoziona e fa pensare. Incanta con la semplicità della voce, degli accordi, dei colori di una nota, della musicalità della vita. Amarsi senza confini, senza fermarsi, anche se fa paura. Amarsi, come unico rimedio, contro tutte le guerre. Quelle dentro, e quelle fuori. “Alla bionda piace il noir” lo specchio oscuro che portiamo dentro, quello che non riusciamo a vedere, ma che ci mostra il nostro volto un po’ disilluso, ma che, in fondo, ci piace così. La contraddizione tra cosa siamo davvero e cosa vorremmo essere, e poi, ciò che semplicemente siamo. “Oro e sangue” racconta le bellezze del mondo, che diventano ricordi sbiaditi, appesi alle pareti delle nostre speranze. Una partenza che non ferma le parole, nella meticolosità di un bacio. Guardarsi allo specchio e scoprirsi, perché andiamo via, partiamo, per tornare a trovarci. Come crescere, immaginarsi. Perdersi. E ritrovarsi. “Alieni” è un disco completo, maturo e ricco di spunti per riflettere sulla vita. Una musicalità sempre accattivante e con il giusto equilibrio tra testo e melodia. Un bel disco.

Ho posto alcune domande a Geddo, ecco una breve intervista.

I brani del tuo nuovo album sono introspettivi e incantati. Ti senti cresciuto rispetto al Geddo di “Genova”?

Questo disco è un passo avanti. Senza affrettare il passo, senza rincorrere nessuno, senza scappare dal mio ieri. Ma resta comunque un passo avanti e, come tale, spero serva a svelare nuovi orizzonti, distanze e curve da esplorare. Il mio stile sembra introspettivo perché prova ad essere lucido, non offro ottimismi e non voglio cadere in vittimismi; ma non scava dentro e piuttosto tira fuori. Cerco il nocciolo del rapporto tra me e chi mi ascolta e solo dopo averlo trovato mi sento di rifinirlo e abbellirlo. Spero però di essere cresciuto nella dimestichezza con le fasi dello studio di registrazione e nel rapporto con il live.

A tratti sembri disilluso, come un jazz leggero che sembra guardarsi dietro per riflettere, a cosa pensi mentre guardi il mare e sorseggi una birra?

La canzone oggi usa le parole come florilegio della musica e quando si eleva a messaggio illude o pontifica quando non parla per slogan. Nella mia canzone uso spesso la disillusione e la semplicità per sfuggire alle grandi retoriche che penalizzano il cuore dei concetti. Intendo riuscito un mio pezzo quando contiene almeno tre chiavi di lettura. Una personale, una per chi mi ascolta e una da scoprire. Quella per chi mi ascolta deve essere semplice e immediata e possibilmente stimolare a cercare, tra le parole, me o la mappa di tesori nascosti che magari alla fine si troverà.

Cosa ti ha insegnato la musica fino a oggi?

A parlare, a comunicare, a dire cose che non saprei dire e a ricevere emozioni che non sono decifrabili in altro modo. La musica influisce sul tempo che passa, sull’energia, sui rapporti con le persone. La musica ha tracciato il percorso della mia vita e ogni concerto celebra la mia umanità e il percorso di chi si riconosce nelle mie emozioni.

Quando usi le metafore lo fai mai per proteggerti da te stesso?

Tutto il mio scrivere protegge da me stesso e per farlo deve conoscermi, capirmi e volermi bene. D’altra parte in cambio chiede tutto e in qualsiasi momento e questo qualunque scrittore lo sa. In fondo la scrittura è una femmina che va continuamente corteggiata. Deve sentirsi amata, protetta e importante. Solo così, forse, non ti abbandonerà.

Briciole racconta un mondo intero, quanto hai osservato il mondo prima di scrivere una canzone come questa?

Io osservo molto. Sono appassionato di umanità. Amo il difetto, la debolezza, la difficoltà; il patire della lotta e il gioire dello stare bene. In Alieni parlo di due età nascoste, rottamate, perdute. L’adolescenza di Un altro giorno e la terza età di Briciole. E’ difficile nella globalizzazione trovare lucidamente dei minimi comuni denominatori che possano essere utili a descrivere la nostra epoca ripiena di comunicazione formale e povera di interazione reale.

Il sound del disco è molto affascinante, quanto ci hai lavorato? Quanto sono stati importanti i musicisti con cui hai collaborato e collabori?

E’ uno degli aspetti che cerco di migliorare. Io vengo da Dylan, dalla canzone povera e scarna, ma mi piace mettermi in gioco, non chiedo al tempo di recitare se stesso e provo a essere attuale e vicino. Cerco una freschezza originale e non mi appoggio consapevolmente nella riconoscibilità più banale. I miei musicisti sono famiglia e amicizia insieme; sono confronto costante. Imparo dai loro tecnicismi e spero di dare loro l’energia della mia espressività e l’urgenza di una musica che vada oltre la tecnica, la promozione e il suono e si proietti nel mondo con la luce leggera e riconoscibile della canzone.

Raccontaci qualcosa dei tuoi prossimi concerti.

Il concerto è la festa che realizza il senso di ogni sforzo, lavoro e sacrificio fatto. E’ la ricompensa più bella. Mi piace suonare ovunque, da solo, in duo, trio, con tutta la band. Nei prossimi concerti però cercherò di assumere degli assetti più stabili e di privilegiare situazioni più adatte e rispettose dei fans che comunque mi sostengono e si meritano concerti che possano essere pienamente goduti. La band ha ormai rodato i nuovi pezzi e lo spettacolo che zampetta su tre album è continuamente diverso e nuovo. Le persone sempre più spesso cantano con me e puoi capire la goduria. Con la band c’è il piacere di affinare i dettagli e la voglia di vivere questo nuovo tour che spero ci porti ovunque per tanto tempo.

Stai già lavorando a un nuovo disco? Come lo immagini alla luce di Alieni?

Ormai ho imparato che non si può rimandare nulla. Quindi non nego di essere il primo ad essere curioso di capire che tipo di passo debba essere il prossimo disco. Ho diverse idee e il mondo, molto agitato davvero, dà fin troppi spunti. Non mi sento di anticipare nulla se non che vorrei ampliare il respiro della mia proposta in quanto forse c’è troppo soggettivismo in giro e si rischia di lasciare la musica fuori dal maremoto che si affaccia sulle prospettive storiche e sociali del nostro paese e dell’Europa. L’impegno nella canzone è più che mai anti commerciale oggi ma almeno gli spunti di riflessione non si devono perdere e forse è sarà il caso di esporsi un po’ di più.

Ringrazio Davide Geddo per la gentile collaborazione.

 

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