Parliamo del romanzo “I Colori di Viola” con l’autrice Anna Serra

Il romanzo “I Colori di Viola” di Anna Serra racconta la storia di una donna, ormai giunta alla cosiddetta terza età. Una donna che senza rabbia, né rimpianti, sceglie di rimettersi in gioco, di guardare oltre le delusioni, le amarezze. I sogni infranti. Chiusa nella sua gabbia di ricordi, persa tra le fiabe che scrive per i bambini, sente che c’è qualcosa in lei ancora troppo viva per essere dimenticata. Così Viola ripercorre la sua vita, riscopre dentro di sé ogni pensiero, ogni emozione. Le sensazioni tornano a vivere e il cuore a battere. Quando è ormai pronta a rimettere a posto tutti i suoi ricordi, passa per caso davanti a un giardino, curato ad arte da un uomo scorbutico. Non se ne accorge subito, ma poi capisce che quell’uomo è Alessandro. L’amore della sua vita. I colori di Viola é un romanzo che parla di un viaggio nella vita di tutti noi, le scelte, gli errori, quel momento che capita a tutti prima o poi: volersi nascondere dalla crudeltà del mondo. In un luogo dimenticato da tutti. Viola sogna di percorrere il Cammino di Santiago, seppur consapevole di non averne più le forze. Ma sa di essere una donna forte. E così, forse, troverà il coraggio di salutare quell’uomo scorbutico e tornare a ritrovare se stessa. Un romanzo curato, appassionato, intenso ambientato tra le montagne della Val Pellice, ricco di personaggi curiosi, di sfumature poetiche, di momenti duri da affrontare, ma soprattutto del senso del sentimento più romantico e puro. Anna Serra racconta l’amore nel modo più classico e lineare, entrando nell’anima della sua protagonista per farle vivere la sua più bella storia d’amore. La vita.

Ecco una breve intervista all’autrice de “I colori di Viola”:

Roberto, Alessandro, Valentino. Tre tipologie di uomini. Seppur in modo diverso, appaiono incompleti. L’uomo moderno ha perso qualcosa nella realtà di oggi?
Tre uomini, coprotagonisti, che effettivamente appaiono incompleti e obbligano Viola alla rottura, alla separazione. Roberto è in crisi con se stesso, Alessandro è di mentalità ottusa e la spinge a scelte non condivise, Valentino ha una relazione legittima a cui non è disposto a rinunciare.
Non sta a me dire se l’uomo di oggi sia incompleto o meno. Ma mi sento di affermare che esistono due categorie principali di uomini: da un lato ci sono quelli che restano bambini, non crescono mai e si comportano da eterni Peter Pan; dall’altro troviamo gli uomini veri, con la U maiuscola, responsabili e affidabili, che sono forti soprattutto nelle avversità.
Credo che per essere davvero completi sia necessario l’altro: l’uomo ha bisogno della donna e viceversa.

 

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Parliamo del romanzo “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” con l’autore Salvatore Basile

“Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” è un romanzo che riesce a unire il mondo onirico della solitudine e la spietata realtà. L’alibi e il sogno, il principio e la fine. Un viaggio oltre le ferite che le delusioni lasciano sulla pelle e sotto. Sin dentro, fino in fondo all’anima.
Il protagonista è Michele, un po’ uomo, un po’ bambino. Vive attorniato da oggetti dimenticati dai viaggiatori sul treno. Un treno che ogni giorno arriva la sera e riparte il mattino dopo. E che nel tempo che intercorre tra un arrivo e una partenza è il suo treno, un luogo fuori dal tempo. Lui è il capostazione della stazione di Miniera di mare. Suo è il compito di tenere in ordine il treno, di pulirlo, di renderlo accogliente per i viaggiatori del giorno successivo.
Michele vive un conflitto interiore. Non è mai riuscito a perdonare sua madre, partita su quello stesso treno tanti anni prima portando con sé il suo diario, con la promessa che glielo avrebbe reso. Ma lei non è mai più tornata.
La vita di Michele è una routine di gesti ripetitivi. al limite della psicosi, quando un giorno irrompe una ragazza che cerca una bambola dimenticata sul treno. Lei si chiama Elena. E metterà in discussione tutta la sua vita. Un altro evento smuoverà la sua tranquillità artificiale: un giorno, mentre si sta occupando come sempre della pulizia delle carrozze, trova qualcosa. Un oggetto. Il suo diario è tornato a casa. Inizia così il viaggio per ritrovare sua madre, spinto e spronato da Elena, che diventa sempre più importante per lui, così importante dall’essere percepita come pericolosa per la sua tranquilla fragilità blindata. Nel suo viaggio incontrerà persone che lo costringeranno a guardarsi dentro E a girare davvero pagina e tornare a vivere. “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” è un romanzo emozionante, un vortice di eventi ed emozioni che trascinano nella lettura fino all’ultima pagina. Uno schema narrativo magistrale con la mano di un costruttore che erige una cattedrale, dove ogni cosa è al posto giusto. Una tecnica narrativa che ricorda il cinema dei grandi capolavori. Inquadrature che arrivano fino all’anima dei personaggi, che li mette a nudo, più che raccontarli. Che li pone di fronte agli ologrammi di un passato tagliente e a un futuro nuovo. Oltre ai protagonisti il romanzo narra di una serie di personaggi che sembrano secondari, ma che rivestono un ruolo determinante per il cambiamento interiore di Michele. Michele che tornerà alla sua vita, ma sarà tutto diverso. Lui, sarà diverso.
Salvatore Basile mette in scena il dramma di ogni uomo, le sue contraddizioni, il salto nel vuoto, la consapevolezza di essersi perduti. La rinascita. Una penna che disegna una storia come su un pentagramma e la suona come una melodia di pianoforte, con le sfumature di ogni tasto bianco e nero. Un bel libro, una storia avvolgente.

Ho posto alcune domande all’autore di questo romanzo, ecco una breve intervista a Salvatore Basile.

Lo strano viaggio di un oggetto smarrito è un po’ un viaggio nell’anima di tutto noi. Con una tale naturalezza e semplicità ha creato un capolavoro in cui la tecnica narrativa quasi sembra messa in secondo piano, eppure molti sono i colpi di scena, alcuni appaiono molto duri, come a voler evidenziare che è stato il narratore a farlo. E’ un effetto voluto?

Il romanzo si è sviluppato in due fasi. La prima è stata precedente alla scrittura: mi riferisco al periodo di “gestazione” della storia, fatto di suggestioni, idee, meditazioni, appunti, ricerca. La seconda fase è iniziata nel momento della scrittura. E a quel punto molte idee sono arrivate mentre scrivevo, sorprendendo anche me. In sintesi, tutto ciò che si legge è voluto, anche meditato a lungo. Ma una gran parte è scaturito dal flusso di scrittura, quindi imprevisto e imprevedibile prima di cominciare. Il difficile è stato amalgamare le due fasi e cercare di non perdere coerenza.

Michele sembra un personaggio uscito dal cinema di molti anni fa, così lontano dallo stereotipo “vincente” nelle nuove produzioni, eppure riesce in qualcosa che è una delle scalate più difficili, quella per ritrovare se stessi. Abbiamo dimenticato questo valore, oggi?

Devo ammettere di avere la sensazione di vivere in un momento storico in cui il guardarsi dentro e impegnarsi per realizzare il proprio potenziale sembra qualcosa di dimenticato. Si fa tutto in fretta, si vuole tutto in fretta, senza fermarsi a… sentire. Ma ho molta fiducia nelle nuove generazioni: i ragazzi e le ragazze che non si lasciano anestetizzare dal mondo virtuale, dai cellulari e dal selfie ad ogni costo e in ogni situazione, sembrano avere una marcia in più.

Elena è forse la vera protagonista di questo romanzo, pur rimanendo quasi in disparte. Come è nata l’idea?

Elena è l’altra faccia dell’affrontare il dolore. Se Michele si è lasciato schiacciare, fermando la sua vita tra gli oggetti smarriti e proteggendosi da qualunque rischio, Elena è riuscita a non farsi travolgere. Ha affrontato il dolore a viso aperto e l’ha superato. Quando ciò accade, è come rinascere con entusiasmo ed energie moltiplicate. Avevo bisogno di lei, per scuotere Michele.

E’ molto poetica l’immagine di questa stazione di Miniera di Mare e di questo treno che sembra portare via con sé il mondo intero, racconta una solitudine strana, che a tratti inquieta, ma che ha anche il sapore della libertà. Cosa l’ha spinta a scrivere questo romanzo?

La sensazione di essere un oggetto smarrito a mia volta. L’esigenza di recuperare sensazioni, sapori, profumi, persone, sentimenti che, andando avanti con gli anni, sentivo sfumare. Ma soprattutto la voglia di raccontare una storia in maniera diversa rispetto al mio lavoro di sceneggiatore.

L’esperienza si sente nella forza delle parole che ha usato, ma come è nata l’idea di scrivere un romanzo, al giorno d’oggi, in cui l’immagine è così prepotente?

La potenza dell’immagine, pur presente ovunque, fa parte solo della nostra storia recente. Il racconto orale e scritto fa parte, invece, della storia dell’uomo. E’ insito dentro di noi, non solo non morirà mai, ma non invecchierà mai. Le storie, comunque le si racconti, sono la nostra vita e la nostra memoria, come rinunciarvi?

Un altro personaggio importante del romanzo è la mamma di Michele, ci si perde con lui nella ricerca di questa donna. Se volesse utilizzare una metafora per raccontarla, quale sceglierebbe?

Sceglierei la metafora usata da Erastos: è il paradiso terrestre perduto. Un paradiso che viviamo nella prima infanzia e che poi perdiamo sotto i colpi della vita reale. Un paradiso al quale tutti, inconsciamente, cerchiamo di ritornare per tutta la vita, senza riuscirci mai in pieno.

Della carrellata di personaggi che si incontrano nel romanzo, a parte i protagonisti, a quale è più legato?

Amo particolarmente Erastos, che ho già citato: un uomo solitario che non ha paura di apparire folle pur di sentirsi felice. E poi Antonio, il “fachiro” improvvisato che gira il mondo dopo aver rinunciato alle sue sicurezze, per sentirsi libero.

Sta lavorando a un nuovo romanzo? Quando potremo leggere ancora una sua storia?

Grazie all’incoraggiamento della Garzanti, sto già lavorando a un nuovo romanzo che, forse, uscirà a metà del prossimo anno. Lo spero e incrocio le dita.

Ringrazio tantissimo Salvatore Basile per la professionalità e per la gentile collaborazione.

 

Parliamo del romanzo “Scrivere è un mestiere pericolo” con l’autrice Alice Basso

Scrivere è un mestiere pericoloso è un bel romanzo. Punto. C’è tutto quello che si può desiderare di incontrare in un libro: tensione, ironia, colpi di scena, azione, sentimenti e una protagonista di cui non si potrà più fare a meno: Vani Sarca. Una ghostwriter dal pessimo carattere, al limite del sociopatico, dall’animo gentile e con un talento innato: quello di saper entrare nella mente delle persone. Una trama costruita ad arte. Una formula perfetta per il lettore che vuole immergersi in una storia bella e intrigante. Abbiamo scoperto lo stile brillante di Alice Basso nel primo romanzo “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” e ora ritroviamo la sua Vani alle prese con un nuovo libro da scrivere: la storia di una delle storiche famiglie dell’alta borghesia della collina torinese raccontata attraverso la voce e i ricordi dell’anziana (e smemorata) cuoca storica e firmata da una stucchevole food blogger di successo. Per riuscire a scrivere questo libro Vani dovrà affrontare uno dei suoi peggiori incubi: imparare a cucinare. Le verrà in aiuto il commissario Berganza che le insegnerà l’arte della cucina, oltre a costringerla a seguire un corso di Klav Maga perché Vani possa continuare a collaborare con la Polizia. Le testimonianze della cuoca riaprono però un vecchio caso di omicidio. Vani e il commissario Berganza si ritrovano ancora una volta fianco a fianco immersi in un’indagine rocambolesca e carica di suspanse. Vani dovrà nel frattempo rispettare un’ulteriore scadenza. Scrivere una canzone per la sua giovane amica Morgana. E per non farsi mancare nulla, ecco tornare Riccardo. L’ex fidanzato di Vani. La trama è un vortice che dire attraente è poco. Un libro da divorare dalla prima all’ultima pagina. Talento, abilità nella scrittura e ironia fanno di Alice Basso un’autentica regina della scrittura. Affascinato da tanta bravura, ho posto alcune domande all’autrice di questo bel romanzo.

Ecco cosa una piccola intervista.

I tuoi romanzi sono un ottimo piatto da gustare in cui gli ingredienti sembrano dosati ad arte: tensione, ironia, cultura, colpi di scena ed emozioni. Una tecnica narrativa raffinata e sempre originale. Sicuramente non ci svelerai la ricetta, ma posso chiederti se è tutto frutto del talento o se c’è anche una buona dose di studio alle spalle?

Oh, guarda, grazie della domanda perché mi permetti di dire un paio di cose a cui tengo molto. Intanto: io non credo granché nel talento. Non mi va di pensare che il mondo si divida in pochi eletti che sono stati baciati dal Dio Apollo e in altri che, poracci, no, e non lo saranno mai. Ammetto che possa esserci una componente di predisposizione personale che magari, grazie all’educazione e agli stimoli che uno riceve sin da piccolo, può svilupparsi in maniera più evidente, ma ritengo che tutti partiamo uguali. D’altro canto, non credo nemmeno tantissimo nello studio “matto e disperatissimo”. Le scuole di scrittura possono darti qualche input efficace, certo: per esempio, ci puoi imparare a fare l’editor di te stesso, a tagliare senza remore le parti inutili, a farti domande che ti aiutano ad avere sempre il polso di quello che stai scrivendo, eccetera; ma non è molto di più di quello che impareresti da solo semplicemente leggendo molto e con sensibilità. Alla fin fine questa è l’unica cosa che credo insegni a scrivere bene: leggere tanto e facendo caso a cosa ci piace di quello che leggiamo.

Vani è un personaggio a cui non si può non voler bene, sarà proprio perché mette in scena anche il buon sano cinismo che c’è un po’ in tutti noi?

Credo di sì… mi sa che è molto liberatorio trovarsi davanti, in azione, una che si permette di dire e fare cose che noi comuni mortali non potremmo mai osare! Sarà per questo che tutti mi dicono di trovarla simpatica anche se lei simpatica potrebbe non essere proprio per niente!

In questo romanzo Vani sembra cresciuta, si mostra al mondo con meno durezza e quasi quasi crea un intreccio torbido di cui fa parte il redivivo Riccardo, una storia nella storia. Quanto è importante il personaggio di Vani per te e quanto lei hai dato del tuo rapporto con i sentimenti?

Be’, come dicevo, è un alter ego davvero liberatorio. Il mio fidanzato una volta ha diagnosticato con precisione zen: “Praticamente Vani è te cattiva”. Che poi non voleva dire proprio proprio cattiva, solo più aggressiva, ecco. Ci siamo capiti. Insomma, è molto comodo avere a disposizione una vani a cui far fare, dire o pensare le cose che a te, essere umano calato nella società vera, sembrerebbero fuori luogo. E poi, cavolo, è un’altra schiava della battuta come me: finalmente, quando mi viene l’irrefrenabile desiderio di fare una battuta stupida che so che piacerà solo a me, so che almeno un’altra persona sarà virtualmente presente nella stanza con me a ridersela e a comprendere la mia compulsione…

In questo libro racconti una Torino quasi dimenticata, quella della borghesia “della collina”, quanto ti sei documentata per raccontarla con tale passione disincantata?

Eh, ho raccolto diversi racconti, sì. ma ci ho messo anche dell’osservazione personale: non tanto di una borghesia alta che non conosco, quanto della “torinesità” in generale. Io sono una “immigrata” – vengo dall’hinterland milanese e vivo qui in zona dal 2006. Dei torinesi mi ha colpito subito l’understatement signorile, la discrezione, certi tratti di cavalleria, una sguaiatezza inferiore alla media a cui ero (ahimé) abituata… Un signore torinese, proprio una settimana fa, dopo una presentazione in cui si era parlato anche di questo, mi si è avvicinato sospirando e ha detto: “Una volta eravamo proprio così, sabaudi dentro. Ma adesso, purtroppo, le nuove generazioni, specie se hanno qualche soldo, iniziano anche loro a ostentare e a perdere la classe”. Spero di no perché, ecco, a me questa classe torinese, trasversale ai ceti sociali, che ho notato con l’occhio dell’esterna, piace davvero tanto.

Krav maga: ci consigli mica un buon corso? No, perché personalmente mi hai convinto. A parte gli scherzi, come é nata l’idea di inserire questa disciplina?

L’ho scoperta per caso (scoperta in via virtuale, eh: non la pratico e non mi aggiro per la Valsusa pronta a spaccare nasi come Charles Bronson) e mi ha fatta subito sia ridere che suonare un campanello in testa: “Vuoi vedere che, aggressiva e senza fronzoli filosofici com’è, è la disciplina perfetta per Vani?” Fra l’altro un sacco di lettrici mi hanno comunicato che dopo aver letto “Scrivere è un mestiere pericoloso” hanno deciso di cercarsi un corso. Non vorrei aver creato dei mostri.

Spesso sembra non ti prenda troppo sul serio. E in un mondo cinico come quello dell’editoria é quasi un miracolo. Sei però dentro di te consapevole di essere una scrittrice formidabile? Ti capita di aver paura (e qui autorizzo tutti gli scongiuri e toccate di ferro che desideri e lo faccio anche io perché voglio leggere le prossime tue storie) di avere un blocco dello scrittore e di poter in qualche modo deludere i lettori?

Oooh yeah, eccome! “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” era stato accolto così bene, ma così bene, che prima di pubblicare “Scrivere è un mestiere pericoloso” ho avuto momenti di vera ansia da prestazione. Per carità, niente di patologico, niente attacchi di panico o crisi di pianto, eh; però, sì, il problema di come incassare le critiche nel momento in cui fossero cominciati a fioccare i “purtroppo non mantiene il livello del brillante esordio” me l’ero posto eccome. Poi è uscito, e il responso generale è stato “è pure meglio del primo”. E che cavolo, allora ditelo! Che sollievo. (Ovviamente l’ansia si riproporrà prima del terzo libro, e statisticamente sarà anche più probabile che i commenti negativi inizino ad arrivare, perché non si può mica vincere sempre… ma ci penso fra qualche mese). Invece per quel che riguarda il blocco dello scrittore temo che il mio problema sia piuttosto il contrario: ho la testa piena di storie, facciofatica persino a limitare la quantità di cose da mettere in un romanzo solo per evitare che assuma dimensioni e ritmi di lettura sballati.

Dal vivo sei un fiume in piena. Come riesci a convogliare la tua energia in una narrativa schietta ed efficace come quella dei tuoi romanzi?

TAGLIO. E non è affatto facile. A una logorroica viene da scrivere, oltre che da parlare, tantissimo. peccato che a me piacciano gli stili di scrittura scarni, precisi, puntuali, senza fronzoli. Il che significa che, per far diventare una pagina come piace a me, dopo che l’ho scritta devo essere spietata e tagliare. E questa del come e dove tagliare è una disciplina che moltissimi scrittori trarrebbero beneficio dall’imparare (io stessa non sono certa di padroneggiarla ancora bene: ogni tanto riapro i miei libri, leggo paragrafi a caso e penso: uh, che noia qui, perché non ho sintetizzato?).

Anche il personaggio di Berganza è cresciuto, o meglio si è svelato. Un uomo pronto a raccogliere nuove sfide. Cosa è lecito aspettarci ancora?

Be’, che sia sempre più protagonista, alla pari con Vani. Berganza è un personaggio che mi piace tantissimo (infatti è l’omaggio a tutti gli investigatori dei gialli che ho amato) e mi diverto un sacco a farlo agire!

La domanda è d’obbligo: stai lavorando a un nuovo romanzo? E ancora più d’obbligo…avrà come protagonista Vani?

Certo! nella mia testa, la storia di vani dovrebbe arrivare diciamo a cinque libri (di cui ho già chiare le trame, peraltro. Sai, quando ti dicevo che non ho il problema di trovarmi a corto di storie). Il terzo della serie è già finito e consegnato a Garzanti: spero esca l’anno prossimo!

Ringrazio Alice per la gentile collaborazione e per la professionalità.

Parliamo dell’album “I 17 lati” de “Il distacco”

Parliamo dell’album “I 17 lati” de “Il distacco”, un disco che va ascoltato più volte per poterne cogliere le sfumature. Un rock semplice, ma che non trascura i contenuti. Ma entriamo nel vivo con il primo brano: “Karma” è una ballata rock che esplode in un urlo. La relatività del Karma. “Odio e amo” racconta i lati opposti di una medaglia, la contraddizione che sfocia in un ideale violato. “Afrodite” ci mette di fronte alla paura, di restare sospesi sulla propria identità, la lieve leggerezza di un filo pronto a rompersi. Sospesi, e un po’ persi. In “Lanterne cinesi” si sfiorano i brividi del passato, dei resti di una cultura, del piano oscuro della propria invadenza. Perché guardare avanti è scoprirsi, ritrovarsi soli di fronte al mondo. E a se stessi. “La pace dei sensi” è un pezzo con lo stesso tenore rock dei precedenti, una ballata intima e profonda. Intensità di un momento da superare. Il cambio di marcia. Cambiare. L’album “Il distacco” racconta la forza di cambiare, di scoprirsi, di affrontare la realtà e le proprie insicurezze, il tutto con una musicalità dura a tratti, ma che lascia trasparire il desiderio di guardarsi dentro, a volte a costo di gridare la propria rabbia. E l’amore. Un disco gradevole e molto curato. Una musicalità efficace nella sua semplicità e nel ricorso alla metafora come linguaggio.

Parliamo dell’album “Apologia del calore” dei Quarzomadera

Uno stile criptico e ricco di metafore, un sound rock melodico e ben costruito sono le caratteristiche di un disco piacevole, che si lascia ascoltare. Stiamo parlando dell’album “Apologia del calore” dei Quarzomadera, in cui ogni traccia è un viaggio a sè, nell’animo umano, nelle sue contraddizioni. Nelle sue sfumature. Il primo brano è “Nel nucleo” ed evoca un rock moderno alla “Negrita”, piacevole e semplice. Un testo composto da poche parole che raccolgono un significato criptico nei confronti della vita. “Giochi da dimenticare” è un pezzo che metto al centro  il gioco della vita, il gioco di non arrendersi. La reazione che scivola su un tappeto di chitarre elettriche intrisa di una bella atmosfera musicale. “Il gregge” è una metafora del rapporto con se stessi e con gli altri, uno specchio che coinvolge i pensieri e le ambizioni. La necessità di ascoltarsi e guardarci dentro, perché l’anima riesca a emergere. Si tratta di un pezzo che possiede ottimo sound. “Al veleno”: racconta il quadro dell’irrealità che permea attraverso gli schermi della televisione e dei social. La falsità del non essere. In questo fango, cercare una ragione. Un altro brano che inneggia alla reazione, quantomeno nella ricerca di una motivazione dentro se stessi., necessaria per vivere e continuare a farsi ascoltare, anche con la musica. Rabbia che traspare dal testo. Altro brano, altro rock. “Era loop” possiede una musicalità attraente e ben costruita, con forti radici nel sound rock internazionale. “Amico di ieri” è un ricordo, forse un pensiero. Sicuramente un uomo. La metafora dell’assenza, della perdita della storia, forse della propria stessa storia. Una ballata piena di malinconia e amarezza.  “Leggimi nel pensiero” e  l’alibi di un compromesso, lasciare da parte il senso più concreto. Cercare la strada. Capirsi,davvero. “Astri (nascita, vita, morte)” è un l’ottimo brano strumentale che chiude un album in cui la metafora è la vera protagonista, dove il suono si fonde con il testo per dar vita a un’opera che trascina e che ha sicuramente un ottimo potenziale, sia dal punto di vista musicale, sia del contenuto del testo. Un buon compromesso artistico per raccontare senza perdere di vista l’approccio melodico, si parla di un rock molto caro agli ascoltatori italiani. Non perdiamo di vista i Quarzomadera.

Le dee del miele di Emma Fenu a cura di Anna Serra

Una storia, in parte ispirata alla realtà, ambientata in terra sarda lungo tutto il Novecento, ma che sembra collocata in un’epoca atemporale soprattutto nella prima metà del libro. Entriamo in un universo popolato da diverse generazioni di donne: creature femminili speciali, detentrici di saperi ancentrali, di tradizioni ataviche mescolate a superstizioni, mito, leggenda, credenze popolari. In parte mi evoca il realismo magico dei romanzi ispanoamericani: donne forti che spesso hanno premonizioni, presagi, intuizioni e sono dotate di un sentire speciale, superiore, fuori dall’ordinario. Non a caso uno dei capitoli porta come titolo “La casa degli spiriti” e una citazione di Isabel Allende. Ogni donna protagonista di un pezzo di questa storia possiede un DONO ossia “la capacità di andare oltre le cose e nelle cose, per vedere ciò che si ha bisogno o volontà di vedere, per colmare il vuoto delle assenze, per creare e muoversi verso l’infinito”. Una vicenda di donne madri, forti come Dee. Donne mamme, dolci come il miele. Il miele come cibo destinato ai popoli eletti, in grado di “stemperare l’odio nell’amore e la tristezza nella serenità, donando il dolce senza annullare il retrogusto amaro dell’esperienza”. Un libro che, dal mio punto di vista, definirei di nicchia, per pochi eletti in grado di apprezzarlo fino in fondo nella sua essenza molto evocativa, simbolica, spirituale. Lingua che si fa poesia. Il linguaggio è ricercato, molto curato, mai scontato, mai banale, a tratti demodé in certe scelte lessicali.

L’ultimo battito del cuore di Valentina Cebeni a cura di Anna Serra

Inghilterra. Campagna del Kent. Un paradiso in cui Penelope, trascinata dalla sorella Addison che lì ci vive, si rifugia nel tentativo di curarsi dal lutto che macera il suo cuore: ha perso il grande amore della sua vita, Adam, in un grave incidente stradale in cui lei stessa è rimasta coinvolta e si è salvata per miracolo. 

Ma il paradiso è solo nella natura, nei paesaggi. Non in casa. La signorile dimora di Addison è in realtà una nave che sta colando a picco. Non c’è calore, né pace, solo bisticci e incomprensioni fra marito e moglie e fra le due sorelle. Addison è una moglie poco affettuosa, che tratta con distacco il marito Ryan, paralizzato su una sedia a rotelle; è anche una madre ossessiva nei confronti del figlio Leonard, troppo protettiva al punto da risultare soffocante; infine Addison è una sorella piena di rancore, un rancore che ha radici lontane, nell’infanzia. Due sorelle che sono figlie dello stesso padre, ma hanno avuto madri diverse e non hanno mai superato del tutto antichi dissapori, e difatti da adulte si lasciano risucchiare da una spirale di gelosie.

Penelope, che non riesce a dimenticare Adam e vive nel ricordo costante di lui, si trova suo malgrado ad essere testimone del matrimonio ormai stantio della sorella e trova in suo cognato Ryan un alleato, un complice. Tra i due nasce una splendida amicizia, che li porta a condividere con entusiasmo un progetto comune: rimettere in sesto il giardino dietro casa, ridotto a una giungla. Ma la complicità, la sintonia che li lega diventa ogni giorno più minacciosa e pericolosa, fino a che una notte i due non si cercano in un disperato bisogno di calore e amore che sa di dolore e tristezza.

Penelope si sente schiacciata dalla vergogna e divorata dai sensi di colpa per essersi concessa un momento di debolezza con il cognato. Il soggiorno in campagna si sta rivelando tutt’altro che sereno e come se non bastasse l’atmosfera di tensione che si respira in famiglia, ci si mette pure Tristan a sconvolgerle i pensieri. Tristan, il vivaista del paese, diventa il suo prezioso e insostituibile consigliere per sistemare il giardino dietro casa, e se solo lei volesse, potrebbe essere un ottimo antidoto per superare il trauma dopo la perdita di Adam. Un segno del destino inviatole per chiudere con un passato terribilmente doloroso e per poter guardare al futuro, a una nuova esistenza, a un nuovo inizio. Se solo Penelope aprisse un varco di speranza, se solo fosse disposta a squarciare il velo di sofferenza che l’avvolge … Ma sovente è una donna inafferrabile, un rebus senza soluzione. E Tristan, paziente, accetta la sua ritrosia, il suo essere inarrivabile, comprende il suo stato d’animo, le sue paure, ma non può attenderla all’infinito. Riuscirà Penelope a sciogliersi? A smettere di stare sulla difensiva, a depositare i ricordi taglienti e a concedersi di nuovo un po’ di felicità?

 

L’autrice parla al nostro cuore e mette a nudo i nostri sentimenti, sia quelli positivi come l’amore e l’amicizia, sia quelli più brutti come l’odio, il rancore, l’impossibilità di perdonare rimanendo ancorati al passato. Questo è il primo romanzo scritto da Valentina Cebeni, uscito nel 2013 con Giunti Editore. Già tre anni fa, all’epoca del suo esordio, questa giovane scrittrice ha dimostrato al pubblico di avere stoffa da vendere e con il successivo “La ricetta segreta per un sogno” che abbiamo già recensito ci ha dato ulteriore prova della sua bravura e della sua sensibilità.

Parliamo del nuovo disco “Alieni” con il cantautore Davide Geddo

Davide Geddo è un cantautore di cui ho parlato molto negli ultimi anni, a partire dall’album “Fuori dal Comune” in cui imparai ad amare il bellissimo brano “Genova”, fino a “Non sono mai stato qui”, un disco che ho assaporato per molto, molto tempo. Questo per dire che il presupposto è che Davide Geddo è un cantautore che mi piace molto. Entriamo quindi nel mondo di questo nuovo lavoro di Geddo e andiamo a parlare del primo brano del disco. “Chiaro” è brano introspettivo, che racconta e gira intorno al senso delle canzoni e all’essenza di un cantautore. “Lampi di Settembre” racconta in metafore e giri di parole la vita, le sue contraddizioni, come in un viaggio si affacciano pensieri, ricordi e speranze, raccolte in immagini e note, trascinate da un ritornello che con decisione accompagna lungo la strada. “Due” è una ballata avvolgente, orecchiabile e ben costruita. Una serie di Polaroid che raccontano storie, luoghi e ricordi. La vita creata giorno dopo giorno e che come pezzettini di un puzzle compongono una storia, che poi è la storia di tutti noi, a margine di un sogno. Di un amore che cambia. “Cammina cammina” racconta di ciò che accade sin troppo spesso, ti diranno cose, prometteranno, inganneranno e ti illuderanno. E tu dovrai imparare, a credere, a non credere, insomma, a vivere. E a credere, in te. “Paolina” è brano la cui protagonista è un altro intenso personaggio creato dalla fantasia di Geddo, un’icona in musica, una pagina da riempire di immagini, creando gli occhi di una donna che forse è da qualche parte della mente, nascosta. Forse quella ragazza ingenua che ascolta le canzoni di Geddo, inconsapevole, di esserne la protagonista. “Portami a casa” crea un’istantanea fatta di luoghi, storie e tracce di una strada sicura. Scoprire quello che resta lungo il tragitto, quello che è svanito. Cercare qualcosa, da qualche parte, perché poi si possa tornare indietro. A casa. Dentro di noi. “Un altro giorno” ha un sound che riporta a musicalità passate, ma che riescono a tornare attuali, ricamate da parole incastrate alla poesia. Gli occhi di un ragazzo, la sua passione e l’incanto. Un mondo che si rincorre, senza andare da nessuna parte. L’incertezza e la certezza che bisogna andare, perché il domani è da qualche parte. Amori, amicizie e sogni. Giorni che passano, si rincorrono, e, a volte, restano lì ad attendersi. “Briciole” è un brano incantevole, nel raccontare scenari comuni, semplici, e che sanno arrivare in profondità. Perché, alla fine, siamo tutti un po’ così, sognatori e rassegnati a vivere qualcos’altro. Un viaggio stando davanti alla televisione. Un caffè, come una via di fuga. Giorni uguali. Giorni stanchi. Occhi che a volte non cercano nemmeno più il sole. “Non dirmelo” è una canzone che racconta le parole non dette. Il senso del tacere, all’evidenza. Alla solitudine dello specchiarsi in un monitor spento. Navigare in un vuoto programmato, in un sogno svuotato della sua essenza, con ideali mossi da un vento troppo lieve. La realtà di oggi, in fondo. Orizzonti di plastica. La vita, che smette di essere tale. La rabbia, la noia. E viceversa. La perversione di perdersi, senza rendersene conto. E’ semplice: siamo soli. “Chloè” è l’amore che si nasconde, tra le pieghe di quello che avevamo immaginato. Siamo stati scrittori, cantanti. Sognatori. E poi la vita presenta il conto. Resta l’energia, quella forza di continuare a credere nella vita vera a un ultimo ti amo. Un brano che fa riflettere e si riflette nell’anima. “Per ciò che mi riguarda” è un brano che sfocia nel jazz. Una storia. La paura, e la voglia di sfidarle. Senza falsi di miti, senza condizionamenti. Con la realtà di vivere, nei giorni, oltre i giorni. Sfidarsi. Crederci. La musica è anche questo, un vivo controsenso, un senso che è ancora vivo, perché ha ancora sangue dentro. “La ragazza senza dubbi” è una messa in scena nel miglior teatro, una storia a più voci che poi è una sola, quella di un cantautore che fa vedere, mostra e nasconde. Emoziona e fa pensare. Incanta con la semplicità della voce, degli accordi, dei colori di una nota, della musicalità della vita. Amarsi senza confini, senza fermarsi, anche se fa paura. Amarsi, come unico rimedio, contro tutte le guerre. Quelle dentro, e quelle fuori. “Alla bionda piace il noir” lo specchio oscuro che portiamo dentro, quello che non riusciamo a vedere, ma che ci mostra il nostro volto un po’ disilluso, ma che, in fondo, ci piace così. La contraddizione tra cosa siamo davvero e cosa vorremmo essere, e poi, ciò che semplicemente siamo. “Oro e sangue” racconta le bellezze del mondo, che diventano ricordi sbiaditi, appesi alle pareti delle nostre speranze. Una partenza che non ferma le parole, nella meticolosità di un bacio. Guardarsi allo specchio e scoprirsi, perché andiamo via, partiamo, per tornare a trovarci. Come crescere, immaginarsi. Perdersi. E ritrovarsi. “Alieni” è un disco completo, maturo e ricco di spunti per riflettere sulla vita. Una musicalità sempre accattivante e con il giusto equilibrio tra testo e melodia. Un bel disco.

Ho posto alcune domande a Geddo, ecco una breve intervista.

I brani del tuo nuovo album sono introspettivi e incantati. Ti senti cresciuto rispetto al Geddo di “Genova”?

Questo disco è un passo avanti. Senza affrettare il passo, senza rincorrere nessuno, senza scappare dal mio ieri. Ma resta comunque un passo avanti e, come tale, spero serva a svelare nuovi orizzonti, distanze e curve da esplorare. Il mio stile sembra introspettivo perché prova ad essere lucido, non offro ottimismi e non voglio cadere in vittimismi; ma non scava dentro e piuttosto tira fuori. Cerco il nocciolo del rapporto tra me e chi mi ascolta e solo dopo averlo trovato mi sento di rifinirlo e abbellirlo. Spero però di essere cresciuto nella dimestichezza con le fasi dello studio di registrazione e nel rapporto con il live.

A tratti sembri disilluso, come un jazz leggero che sembra guardarsi dietro per riflettere, a cosa pensi mentre guardi il mare e sorseggi una birra?

La canzone oggi usa le parole come florilegio della musica e quando si eleva a messaggio illude o pontifica quando non parla per slogan. Nella mia canzone uso spesso la disillusione e la semplicità per sfuggire alle grandi retoriche che penalizzano il cuore dei concetti. Intendo riuscito un mio pezzo quando contiene almeno tre chiavi di lettura. Una personale, una per chi mi ascolta e una da scoprire. Quella per chi mi ascolta deve essere semplice e immediata e possibilmente stimolare a cercare, tra le parole, me o la mappa di tesori nascosti che magari alla fine si troverà.

Cosa ti ha insegnato la musica fino a oggi?

A parlare, a comunicare, a dire cose che non saprei dire e a ricevere emozioni che non sono decifrabili in altro modo. La musica influisce sul tempo che passa, sull’energia, sui rapporti con le persone. La musica ha tracciato il percorso della mia vita e ogni concerto celebra la mia umanità e il percorso di chi si riconosce nelle mie emozioni.

Quando usi le metafore lo fai mai per proteggerti da te stesso?

Tutto il mio scrivere protegge da me stesso e per farlo deve conoscermi, capirmi e volermi bene. D’altra parte in cambio chiede tutto e in qualsiasi momento e questo qualunque scrittore lo sa. In fondo la scrittura è una femmina che va continuamente corteggiata. Deve sentirsi amata, protetta e importante. Solo così, forse, non ti abbandonerà.

Briciole racconta un mondo intero, quanto hai osservato il mondo prima di scrivere una canzone come questa?

Io osservo molto. Sono appassionato di umanità. Amo il difetto, la debolezza, la difficoltà; il patire della lotta e il gioire dello stare bene. In Alieni parlo di due età nascoste, rottamate, perdute. L’adolescenza di Un altro giorno e la terza età di Briciole. E’ difficile nella globalizzazione trovare lucidamente dei minimi comuni denominatori che possano essere utili a descrivere la nostra epoca ripiena di comunicazione formale e povera di interazione reale.

Il sound del disco è molto affascinante, quanto ci hai lavorato? Quanto sono stati importanti i musicisti con cui hai collaborato e collabori?

E’ uno degli aspetti che cerco di migliorare. Io vengo da Dylan, dalla canzone povera e scarna, ma mi piace mettermi in gioco, non chiedo al tempo di recitare se stesso e provo a essere attuale e vicino. Cerco una freschezza originale e non mi appoggio consapevolmente nella riconoscibilità più banale. I miei musicisti sono famiglia e amicizia insieme; sono confronto costante. Imparo dai loro tecnicismi e spero di dare loro l’energia della mia espressività e l’urgenza di una musica che vada oltre la tecnica, la promozione e il suono e si proietti nel mondo con la luce leggera e riconoscibile della canzone.

Raccontaci qualcosa dei tuoi prossimi concerti.

Il concerto è la festa che realizza il senso di ogni sforzo, lavoro e sacrificio fatto. E’ la ricompensa più bella. Mi piace suonare ovunque, da solo, in duo, trio, con tutta la band. Nei prossimi concerti però cercherò di assumere degli assetti più stabili e di privilegiare situazioni più adatte e rispettose dei fans che comunque mi sostengono e si meritano concerti che possano essere pienamente goduti. La band ha ormai rodato i nuovi pezzi e lo spettacolo che zampetta su tre album è continuamente diverso e nuovo. Le persone sempre più spesso cantano con me e puoi capire la goduria. Con la band c’è il piacere di affinare i dettagli e la voglia di vivere questo nuovo tour che spero ci porti ovunque per tanto tempo.

Stai già lavorando a un nuovo disco? Come lo immagini alla luce di Alieni?

Ormai ho imparato che non si può rimandare nulla. Quindi non nego di essere il primo ad essere curioso di capire che tipo di passo debba essere il prossimo disco. Ho diverse idee e il mondo, molto agitato davvero, dà fin troppi spunti. Non mi sento di anticipare nulla se non che vorrei ampliare il respiro della mia proposta in quanto forse c’è troppo soggettivismo in giro e si rischia di lasciare la musica fuori dal maremoto che si affaccia sulle prospettive storiche e sociali del nostro paese e dell’Europa. L’impegno nella canzone è più che mai anti commerciale oggi ma almeno gli spunti di riflessione non si devono perdere e forse è sarà il caso di esporsi un po’ di più.

Ringrazio Davide Geddo per la gentile collaborazione.

 

NESSUNO SA DI NOI di Simona Sparaco, a cura di Anna Serra

Nonostante il periodo di ferie, la redazione di causaedeffetto é al lavoro. Anzi, cosa c’é di meglio che divorare un bel romanzo sotto l’ombrellone?
Torniamo a parlare di una talentuosa scrittrice italiana, Simona Sparaco. Dopo “Equazione di un amore” vi proponiamo NESSUNO SA DI NOI, un successo da oltre 100.000 copie!

Luce e Pietro desiderano coronare il loro sogno d’amore con la nascita di un figlio. Finalmente dopo ostinati tentativi e sesso a comando, programmato quasi con ossessione per cogliere i giorni più fertili, e quando ormai si é quasi abbandonata la speranza del concepimento, il miracolo si compie: a 35 anni Luce é incinta.

Inizia la gravidanza fatta di ecografie, controlli periodici, assunzione di vitamine e ferro, alimentazione sana per far sí che al piccolo Lorenzo non manchi proprio nulla. Luce non sgarra, si comporta in modo esemplare, seguendo tutte le raccomandazioni. Poi, con qualche reticenza e timore, si sottopone all’esame dell’amniocentesi per escludere la sindrome di Down.

Tutto fila liscio, si procede verso il momento della nascita. Tuttavia, quando ormai mancano solo due mesi al parto, giunge crudele e impietosa, la sentenza di morte, che rompe in mille frantumi i due novelli genitori: sul monitor dell’ecografo Lorenzo é “troppo corto”. Displasia scheletrica, una rara forma di nanismo. Se il bimbo nascesse, potrebbe non superare il parto. E nel caso in cui sopravviva, sarebbe condannato a una vita, o meglio sopravvivenza, piena di sofferenza e gravi complicazioni.

Il mondo crolla, si fa buio pesto. Il miracolo della gravidanza diventa un incubo terribile, dei più spaventosi. Luce e Pietro devono prendere una decisione e anche in fretta, il tempo stringe come una morsa: si puó provocare l’espulsione del feto ma non in Italia, dove é vietato in questo stadio avanzato della gestazione. All’estero peró é legale, anche se costoso. Pietro non si pone problemi economici, i soldi non gli mancano e ha giá deciso come spenderli, senza esitazioni. I due volano a Londra in un ospedale all’avanguardia, in cui eseguire l’aborto terapeutico. Luce é un automa con la volontá annientata e i sensi offuscati. Una parte di lei non vuole rinunciare a quel corpicino che si muove e spinge dentro di lei, ma un’altra parte non puó condannarlo a un destino di dolore e emarginazione. Luce é paralizzata, firma per l’accettazione i documenti scritti in inglese, priva di coscienza, sconquassata da paure, sensi di colpa e incertezze. L’unico punto fermo, sicuro a cui aggrapparsi con disperazione é Pietro. Tutto il resto é voragine, abisso, labirinto, inferno.

Inizia un altro calvario, una nuova via crucis. L’autrice ci fa sentire sulla nostra pelle e nelle nostre viscere tutto il dolore lancinante, atroce, intenso che Luce patisce nell’espellere forzatamente quel feto malato che ha preso forma nel suo ventre. E non é solo sofferenza fisica. É senso di colpa, come commettere un omicidio. Assassinare una vita, per quanto patologica e portatrice di una anomalia cromosomica. Una forma di  infanticidio.

E dopo? Cosa accade tornando a casa? La stanzetta dipinta d’azzurro con gli orsetti, destinata a Lorenzo, resta vuota e al posto del pancione Luce vede e tocca una sacca depredata. Mentre Pietro resta in piedi e trova la forza di reagire scavandosi una strada fra le macerie, Luce entra in uno stato larvale e si sente come amputata. Proprio lei che scriveva consigli e incoraggiamenti per essere di supporto ai lettori della rivista per cui lavora, ora resta ammutolita. Di fronte al dolore, quello vero e profondo, le parole sono inefficaci. Luce cerca conforto e confronto nelle drammatiche storie di donne che, come lei, hanno vissuto esperienze di maternitá molto complicate e che affidano i loro tormenti ai forum in rete.

Inevitabilmente la coppia entra in crisi. Luce e Pietro sono sempre più distanti, alla deriva, con graffi e cicatrici dappertutto. Troveranno la forza di guardare avanti, di conciliarsi con il dolore? Di superare il trauma e ritrovarsi?

L’autrice affronta e sviscera con ammirevole maestria un tema molto delicato e intenso, ponendo il lettore di fronte a interrogativi morali, etici. Ma in casi come quello vissuto dai protagonisti bisogna avere la sensibilitá e il buon senso di non esprimere giudizi, verdetti. Cosa sia giusto o sbagliato, etico o immorale. Nessuno deve sentirsi in diritto di giudicare mettendosi su un piedistallo. Esistono solo madri e padri indifesi che cercano la scelta più giusta dettata dal loro cuore e dal loro amore.