Parliamo del romanzo “L’Equazione” con l’autore Daniele Mosca a cura di Federica Loreti

Good Morning Vietnam! Urlava alla radio Robin Williams in veste di soldato nel celebre film del 1987. Il giovane soldato aveva capito tutto della vita: un buon sorriso è la cosa migliore per risollevare gli animi e questo è il mio motto, perciò: Good Morning Vietnam! Chi vi parla oggi è Federica Loreti ed è collegata per raccontarvi qualcosa del romanzo di Daniele Mosca.
L’equazione è un thriller storico esoterico ambientato tra Torino, Bari e Firenze che mostra al lettore che nulla è come sembra. Tutto nasce in una Torino dove la gente corre al riparo dalla tempesta che interessa la città e che sta mettendo a dura prova l’abilità dell’Istituto Ricerca Protezione Idrogeologica nel controllare la sicurezza dei cittadini.
Proprio a Torino è arrivato Davide Porta per lasciarsi alle spalle i suoi vecchi “lavoretti” e cercare una vita migliore, ma purtroppo, come spesso accade, il passato bussa alla porta per chiedere il conto e il protagonista si troverà invischiato in una situazione più grande di quella che pensa.
L’equazione non è un romanzo qualsiasi, la storia contenuta tra le sue pagine va assaporata capitolo per capitolo senza tentare di saltare a conclusioni affrettate, ma aspettando l’evolversi della trama. Tra corse a bordo di scafi, motociclette, macchine rubate ed elicotteri e sotto un cielo nuvoloso e colmo di pioggia, il lettore si troverà in uno scenario di distruzione dove alle persone non resta che scegliere la via più “facile” anche se significa sopraffare gli altri.
Se state per partire per le vacanze non dimenticate di mettere in borsa L’equazione e preparatevi ad una lettura entusiasmante, mai banale o scontata, e ricca di colpi di scena, Daniele Mosca decisamente non delude.

Quando nasce L’equazione e quanto tempo hai impiegato per scriverlo?

L’equazione nasce da un mio vecchio racconto il cui protagonista era un contrabbandiere di sigarette, e poi da una domanda: cosa accadrebbe se a Torino piovesse per sette giorni consecutivi? Per creare questo romanzo ci sono voluti diversi anni, molte ricerche, letture e lo studio della scrittura creativa.

Non ho mai seguito il tour della Torino Magica, ma chi è andato mi ha raccontato di una statua di fronte alla Gran Madre che regge in mano il Sacro Graal. Hai visitato la Torino Magica? Ti è servito come spunto per il romanzo?

La documentazione su Torino Magica, i sopralluoghi e gli approfondimenti storici sono stati fondamentali per creare il romanzo, soprattutto perchè molte cose che si raccontano su Torino Magica sono frutto di fantasia, mentre alcuni temi hanno delle basi storiche non trascurabili.

Il romanzo, come già detto, è ambientato soprattutto a Torino. Se potessi descrivere la città con soli tre aggettivi, quali useresti?

E’ bella, solitaria. Misteriosa.

Il protagonista è un uomo dalla mente fredda che riesce a ragionare anche sottopressione, ma era anche un contrabbandiere di sigarette. Come nasce il personaggio di Davide Porta?

Davide è frutto dell’osservazione degli esseri umani. Porta con sé l’amarezza di un qualcosa di incompiuto e la determinazione necessaria per sopravvivere. E’ il senso del male contro se stesso, ma soltanto per nascondere ciò che c’è di buono, in un luogo nascosto dell’anima.

Nel tuo romanzo si Parla di magia, esoterismo, Cavalieri templari e molto altro. Quanto c’è di reale all’interno del libro? Quanto fa parte delle leggende e quanto della tua fantasia?

La verità è sempre qualcosa di relativo, soprattutto considerando che la storia è stata generalmente scritta da chi ha vinto. In genere questo rende la storia “perdente” più affascinante e misteriosa, ma soltanto perchè sconosciuta. Io credo che nel mio romanzo ci sia più verità di quella che può apparire a una prima lettura. Le leggende hanno sempre una fonte e una parte di verità, io ho semplicemente unito dei puntini che la storia stessa ha numerato.

L’intreccio del romanzo mostra come accadono le cose dal punto di vista di personaggi differenti in ogni capitolo, avevi già deciso questo metodo narrativo o è un’idea nata nel corso della scrittura?

Ho iniziato a scrivere il romanzo senza sapere come sarebbe finito. Ho lavorato sui personaggi perchè fossero in grado vivere la loro storia e conservassero una certa dose di autonomia. Quello che è emerso è che nulla è mai come sembra. E che ogni personaggio non è né solo bianco, né solo nero. Il metodo narrativo è solo un espediente per attrarre il lettore e incuriosirlo e si è reso necessario per raccontare tante storie collegate le une alle altre allo stesso tempo.

Quali autori leggi più volentieri e quali hanno ispirato la tua scrittura?

Mi piacciono diversi generi e diversi autori, come Sara Rattaro, Lisa Genova, Ildefonso Falcones, mentre per i thriller prediligo Jo Nesbo, Tom Rob Smith.

Oltre a scrivere sei anche un cantautore, quale genere musicale prediligi?

Le canzoni non sono poi molto diverse dai romanzi, raccontano una storia. Mi è capitato di raccontare storie che parlano d’amore, di guerra, temi sociali, rabbia, sogni, speranze. Mi piace scrivere della vita, insomma. Mi sono sempre ispirato ai grandi cantautori italiani, da De Gregori a J-Ax.

Cosa vuol dire per te scrivere?

Per me scrivere è come respirare, non saprei immaginare una vita senza.

Parlaci dei tuoi piani futuri: in questo momento stai scrivendo? L’equazione avrà un sequel?

Sto lavorando a un nuovo romanzo che non mi piace definire sequel, poiché è qualcosa di diverso. Entra nell’anima di ciò che è l’equazione. E’ il passo successivo.

Ringrazio Daniele Mosca per l’opportunità,

Parliamo del romanzo “Ovunque tu sarai” di Fioly Bocca a cura di Anna Serra

Abbiamo già avuto occasione di parlare di questa brava scrittrice, Fioly Bocca, presentando il suo secondo romanzo, L’emozione in ogni passo, pubblicato quest’anno. Adesso facciamo un salto indietro e ci addentriamo nel suo romanzo d’esordio uscito nel 2015: Ovunque tu sarai.
Esistono bugie che vengono raccontate a fin di bene: per non far soffrire chi amiamo, gli raccontiamo una o più menzogne per addolcire l’amaro di una situazione. E’ ciò che fa Anita con sua madre Agnese, condannata alla morte in un letto d’ospedale fra le vette del Trentino. Tesse una verità rosea e la cuce addosso alla madre malata e morente, una versione dei fatti edulcorata in cui tutto fila liscio: un lavoro gratificante e con prospettive di carriera, un fidanzato premuroso con cui si è prossimi alle nozze, la guarigione imminente e un futuro da nonna con tanti bei nipotini da coccolare. Ma la falsità più grande Anita la racconta a se stessa, autoconvincendosi che la malattia può essere abbattuta e che sua madre si può salvare, nonostante il pronostico infausto dei medici. Ma è inutile ostinarsi contro l’inevitabile: la caparbia Agnese viene strappata alla vita prematuramente, proprio lei che ha dato il respiro a tanti bambini facendoli uscire dal grembo materno.
L’assenza di una madre è intollerabile. Ma non è l’unica prova crudele che Anita deve affrontare nel corso del romanzo. Si trova infatti a fare il punto della situazione con Tancredi, il suo fidanzato da sempre, con il quale non sembra esistere un noi, ma solo due Io confusi e sbriciolati in un rapporto fatto di abitudini cementate.
E poi… un incontro casuale su un treno diretto a Torino. Un’agendina dimenticata – o forse lasciata lì volutamente – sul sedile di un vagone, con un numero di telefono. La scusa per rivedersi e conoscersi meglio. E’ così che Anita si imbatte in Arun, uno scrittore di fiabe per bambini di origini cambogiane, il cui nome significa “sole al mattino”. Un nome che pare di buon auspicio, che effettivamente potrebbe essere un nuovo sole per Anita, la luce che darà una svolta e un senso più autentico alla sua vita, ma anche lui sembra mentire e nascondersi dietro una menzogna.
L’assennata Anita sorprenderà se stessa con un colpo di testa: giocarsi tutto con un viaggio improvviso che la porterà nel nord dell’Europa, andando incontro al proprio destino per afferrarlo a piene mani.
L’intensa vicenda di una giovane donna che deve riconciliarsi con se stessa, segnata da eventi dolorosi e avversi, da scelte complicate, ma che non si arrende e trova il coraggio di confrontarsi con quel “futuro” che spesso le telefona per lasciarle dei messaggi.

Parliamo del romanzo Fiammetta con l’autrice Emanuela Ersilia Abbadessa

Fiammetta è un romanzo appassionante, non ci si può non innamorare delle protagonista. Questo racconto mette in luce la storia dell’emancipazione della donna a partire dalla cultura italiana di ormai molti, molti, anni fa, ma che tante volte torna a galla. Emanuela Ersilia Abbadessa crea una giovane ragazza toscana, colta e di buon cuore, che crede nella forza delle donne e la inserisce in un contesto ostile, ingannevole e viscido. Complice un uomo, un poeta, Mario Valastro, che la sposa e che la porta a Catania, viene messa di fronte a un mondo oscuro, che lei non conosceva. Ma Fiammetta è forte e determinata. Crede nei suoi ideali ed è disposta a tutto per metterli in pratica. Qualcuno direbbe che è moderna, altri che è una donna. Una vera donna, capace di lottare, di spezzarsi dentro, senza mai piegarsi. Di cambiare, senza mai cambiare davvero. Fiammetta sposa un poeta, ma è lei la vera poesia. Quella che lui non può possedere mai davvero. Lo stile narrativo in questo romanzo è molto diretto ed essenziale, come se Emanuela volesse difendere il mondo interiore di Fiammetta. Crea una realtà soffice, che è solo una metafora della vita di una donna che ha imparato a soffrire, che ha scoperto un mondo. Il mondo. Scopre l’inganno del sesso, dell’amore segreto che vorrebbe credere verità. Fiammetta è un romanzo costellato di personaggi particolari e affascinanti, a modo loro, come le sorelle Strazzeri, Antonio Maria Greco, Iana, Calogero Spartà e Stefano Pucci, per non parlare dei piccoli alunni di Fiammetta. Una vita, più vite. In una Italia di molti anni fa, Emanuela insegna l’Italia di oggi. Il mondo di oggi. I suoi lati oscuri, le sue speranze e i suoi sogni. Un romanzo che intriga, coinvolge e che fa riflettere sulle fragilità che soltanto l’amore può svelare. Sui principi violati. Sul mondo che cambia, pur non cambiando mai davvero.

Ecco una piccola intervista all’autrice Emanuela Ersilia Abbadessa:

Fiammetta è un romanzo che racconta un mondo intero, la protagonista è moderna e allo stesso tempo legata alle radici dei sentimenti. Una donna che conosce se stessa e che è pronta a cambiare se stessa per amore. Amore e libertà possono coesistere?

L’amore, come dico spesso, è molto sopravvalutato e, di contro, la libertà è decisamente sottovalutata. Il che porta, a volte, a una difficile convivenza delle due cose ma questo non riguarda né l’amore né la libertà quanto piuttosto alcuni modi distorti di vivere i sentimenti. Mi auguro che ciascuno sia in grado di amare pur conservando il massimo rispetto per un valore assoluto come la libertà, propria e dell’altro.

Concetta e Maria Carmela rappresentano l’ipocrisia di una realtà chiusa e legata a una finta fede, esistono ancora donne così? Ti sei ispirata a qualcuno in particolare per creare questi personaggi?

Non a qualcuno in particolare ma a molti. Temo che l’ipocrisia dilaghi nella nostra società oggi come nell’Ottocento. Le sorelle Strazzeri hanno comunque molti riferimenti letterari presi un po’ dappertutto. A te non fanno pensare ad Anastasia e Genoveffa?

Mario Valastro è un po’ la metafora di un certo tipo di uomo, come può la poesia donarsi a una persona con tale cinismo? E poi, è davvero cinismo?

Non credo che quello di Mario sia cinismo. Cinico è piuttosto Antonio Maria Greco. Valastro è solo incapace di amare perché non gli è mai stato insegnato l’amore: lui non è mai stato amato di fatto, nemmeno dalla madre e dalla zia che concepiscono l’amore solo come possesso del corpo. E, allo stesso modo, lui pensa che amare Fiammetta significhi possederla. Forse, allo stato dei fatti, non era nemmeno un così grande poeta, posto comunque che non sempre gli artisti più eccelsi sono stati anche portatori dei più alti valori morali.

Iana è un personaggio secondario, eppure è un’icona di una personalità particolare, un personaggio, a suo modo, chiave. Cosa provi per questo personaggio?

Io sono molto divertita da questa piccola e sciocca arrampicatrice sociale che, in fondo, come tutti gli altri, è una perdente. Mutatis mutandis, mi sembra che di personaggi come Iana La Rosa se ne incontrino molti nella vita: disposti a compiere il male con assoluta naturalezza per il proprio tornaconto ma incapaci di valutare gli esiti delle loro azioni.

Perché hai scelto di inserire una personalità come quella di Fiammetta in una realtà difficile come quella di una Sicilia schiava delle sue paure e delle sue chiusure mentali? Ti divertiva l’idea?

Ho scelto la Sicilia perché la conosco meglio essendo siciliana ma non credo che spostando l’azione gli esiti sarebbero stati molto diversi. La mia fonte di ispirazione per le sorelle Strazzeri, per esempio, sono state le sorelle Materassi: con loro siamo in un altro spazio e in un altro tempo, eppure l’accoglienza riservata alla moglie del nipote non è diversa da quella approntata per Fiammetta a Catania e alla fine dell’Ottocento. Il problema non è il luogo o il tempo ma la natura umana che, temo, non cambi così facilmente spostandosi geograficamente.

Ami la Sicilia. E ami la scrittura. In questo romanzo, rispetto a Capo Scirocco, ho notato uno stile più essenziale e diretto, anche nel racconto della Sicilia stessa, è stata una scelta?

Non so se sia stata una scelta, se sì è stata inconsapevole. Posso dirti di essermi divertita moltissimo a scrivere Fiammetta e di averlo scritto a una velocità notevole: meno di quattro mesi in effetti.

Racconti un uomo che con la sua durezza nasconde una forte fragilità, i suoi vezzi, poi c’è Calogero Spartà, che a suo modo assume un ruolo che rasenta la perfezione. Cosa pensi dell’uomo di oggi? Tra Antonio, Mario, Stefano e Calogero, cosa rimane davvero della parola uomo?

Calogero Spartà è il mio personaggio preferito, l’ho modellato pensando a una massima che viene dal Talmud secondo a quale il più basso degli uomini è colmo di frutti come un albero di melograno. Lo amo come si amano le cose belle, con ammirazione; mentre amo Antonio Maria Greco come vanno amati i seduttori, con la passione della carne. A Mario riservo invece un occhio benevolo perché la sua condizione deriva dall’ambiente in cui è vissuto e dalla sua incapacità di maturare come essere umano. Penso che tutti loro rappresentino un aspetto particolare dell’universo maschile e ciascuno è uomo col suo portato di sicurezze e di fragilità.

Nella tua storia emerge con prepotenza l’inizio dell’emancipazione della donna, eppure sembra quasi una forzatura che una donna come Fiammetta potesse emergere in una realtà pronta a sopprimerla. Lei, in qualche modo, sembra avere un potere occulto: quello di piacere. E’ una vittima di se stessa, o una carnefice?

Forse, come tutti, è entrambe le cose allo stesso tempo: la sua stoltezza in amore la rende vittima ma la sua personalità dirompente la rende carnefice di Mario.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe “fare lo scrittore?”

Le solite tre cose imprescindibili: leggere, leggere, leggere.

Domanda di rito: stai lavorando a un nuovo romanzo?

Già finito! Ma appena mi fermerò un momento proverò a buttare giù qualche appunto su una nuova idea di soggetto che ho in mente.

Ringrazio Emanuela per la gentile collaborazione e per la grande professionalità.

Parliamo del romanzo “Ti ho cercato tra le nuvole” con l’autrice Federica Loreti

“Ti ho cercato tra le nuvole” è un romanzo che nasconde in sé più romanzi e più storie. La giovane autrice Federica Loreti racconta il mondo delle amicizie che nascono tra i corridoi della scuola e crea protagonisti intensi e affascinanti. Giada è una ragazza enigmatica, isolata in una specie di mondo parallelo, un po’ vittima, un po’ carnefice. Il suo scudo viene scalfito da una nuova conoscenza, una ragazza comparsa nella sua vita all’improvviso. Si chiama Roberta. Nasce un’amicizia, un rapporto complesso, carico di misteri e di parole non dette. Giada incontra, o meglio si scontra, anche con un’altra persona che le cambia la vita: Antonio. Un ragazzo che scopre una parte di sé che non conosceva. Che cambia, cresce e cerca di salvare il suo più grande amico, Matteo, da un grosso guaio. Ma poi qualcosa cambia, i rapporti tra questi personaggi si evolvono e si complicano. Questo romanzo è lo specchio della vita, delle sue contraddizioni, dell’ipocrisia, dei sogni spezzati. Delle illusioni. Un vortice di emozioni, che trasudano amicizia, speranze e sogni. Uno spaccato della società e dei suoi problemi, la difficoltà di vivere e di essere se stessi. Un viaggio nell’amore più puro, quello che supera ogni ostacolo, o quello che l’ostacolo non può superarlo. Del rapporto tra i ragazzi di oggi e con i genitori. Una società che sembra ostaggio della propria solitudine e del proprio malessere. Siamo stati un po’ tutti adolescenti chiusi nei propri sogni, isolati da tutti da un walkman e delle cuffie. E forse, lo siamo ancora. Federica racconta semplicemente la realtà, quella che va oltre l’età e i luoghi. L’amore più semplice, che poi è anche quello più vero. “Ti ho cercato tra le nuvole” è un romanzo che fa ricordare, riflettere, sognare e permettere di vedere il mondo da un’altra angolatura. Da non perdere.

Ecco una breve intervista all’autrice:

Giada è una protagonista atipica, un modello che però è presto riscontrabile nelle nuove generazioni. Hai analizzato i ragazzi di oggi o ti sei affidata all’istinto per crearla?
Giada è il personaggio psicologicamente più complesso di tutto il romanzo, eppure è il più prevedibile. Si capisce presto quali sono i suoi problemi e le sue emozioni e questo credo che la renda un personaggio in cui è difficile identificarsi, almeno per quanto riguarda la maggior parte delle persone. Non avevo una persona in mente quando ho creato Giada, ma ho ricordato quello che vedevo accadere quando frequentavo il liceo e l’ho utilizzato per impreziosire il carattere del personaggio. La maggior parte del suo personaggio, però, è nata dalla mia fantasia.

Nel tuo romanzo affronti temi difficili, dal disagio giovanile, al gioco, fino al bullismo. A tuo avviso, quanto sono fragili le nuove generazioni?
Questa domanda meriterebbe un saggio in risposta. Penso che sarebbe opportuno analizzare non solo la società, ma anche l’ambiente scolastico, famigliare, l’educazione, i social network e tutto ciò che influenza, direttamente o indirettamente, la vita degli adolescenti. Sinceramente mi rifiuto di chiamare fragile un soggetto che utilizza il bullismo per esprimersi in quanto rifiuto di credere a chi dice “era solo uno scherzo non pensavo sarebbe successo tutto questo”. Penso che questo genere di frasi siano una scusa pronunciata per “lavarsi le mani” e quindi alleggerirsi la coscienza. Il bullo sa perfettamente quello che sta facendo, magari non immagina le possibili conseguenze, ma sa che la presa in giro o addirittura l’uso della violenza fisica non porteranno a qualcosa di bello per la vittima. Come ho accennato poco fa penso che i problemi siano molti e siano alla base, basti pensare ai “modelli” da cui i ragazzi di oggi prendono esempio: la violenza è all’ordine del giorno in film, videogiochi(su carta vietati ai minori, ma acquistati dagli stessi genitori ai figli di appena 11 anni), programmi televisivi e soprattutto social network dove, ci tengo a ricordare, il cyberbullismo ha costretto molti adolescenti al suicidio.

L’omosessualità gioca un ruolo importante in questa storia, a che punto è la scuola nella lotta alle discriminazioni? Uno studente omosessuale può essere davvero tutelato dalle logiche “di branco” che vengono a crearsi a scuola?
Per esperienza posso dire che a scuola non se ne parla quasi mai. Io ho frequentato il Liceo Classico circa 5 anni fa e non ho mai sentito parlare di omofobia né di bullismo. Credo che uno studente vittima di bullismo, qualsiasi sia la causa, non sia molto tutelato e che possa riporre le sue speranze soltanto nelle mani dei compagni più coraggiosi o di qualche professore più attento. Spero che anche la scuola si attivi per combattere questa situazione perché, sebbene non se ne parli molto in tv, le aggressioni alle persone omosessuali sono all’ordine del giorno.

A chi consiglieresti il tuo romanzo? A un ragazzo con problemi psicologici o più a un politico? (non vale la risposta: a entrambi)
Io direi a nessuno dei due. Quando ho scritto il libro ho immaginato come pubblico quello degli adolescenti che vivono il bullismo o da vittime o da bulli. Volevo che il libro servisse come spunto di riflessione e che aiutasse a far aprire gli occhi, magari anche ai genitori, sul mondo degli adolescenti che sta diventando sempre più complicato.
Tra le due alternative proposte, comunque, lo consiglierei ad un politico perché trovo che del bullismo si parli molto poco, se non quando sfocia in tragedia, e che non ci siano attività, soprattutto nelle scuole, che invitino alla riflessione. Inoltre, seguendo la politica contemporanea, ho trovato che l’omosessualità sia strumento di propaganda politica per attrarre più voti possibili promettendo diritti e rispetto, ma una volta all’atto pratico le promesse vengono abbandonate in favore di altri argomenti considerati più importanti. Credo che non ci sia nulla di più importante dei diritti della persona e continuare a dire, nel 2016, che ci sono argomenti di discussione più importanti dimostra quanto questo paese debba ancora farne di strada.

L’amicizia tra Antonio e Matteo è strana, spesso contaminata da fattori che esulano dai sentimenti o dalla fiducia, mentre Roberta sembra essere poco sicura di sé, almeno nel suo animo. Cosa ti ha spinta a scegliere queste caratteristiche per i rapporti tra i tuoi personaggi?
Per Antonio e Matteo volevo un’amicizia che sfociasse quasi nella parentela: i due ragazzi, infatti, si considerano fratelli. Volevo però anche porre l’accento su una situazione che capita spesso, ovvero il farsi trascinare in comportamenti o azioni che non vogliamo intraprendere. Antonio non è un cattivo ragazzo, ma si ritrova a vendere droga e a rubare per compiacere e aiutare Matteo, quante volte gli adolescenti hanno comportamenti da bullo per compiacere amici, magari più grandi? Antonio inizia a comprendere di dover agire secondo la sua testa e il suo cuore e questo rappresenterà la sua svolta. Penso che questa sia la chiave di lettura del personaggio.
Per quanto riguarda Roberta, incarna un carattere di molti adolescenti che vorrebbero non badare a ciò che dicono gli altri, ma che alla fine se ne preoccupano così tanto da lasciar perdere i propri sentimenti o addirittura da nasconderli pur di non “mettere in giro voci sul proprio conto”. La società di oggi è così: siamo tutti pronti a puntare il dito, ma quanto possiamo dire di essere coerenti? Parliamo delle vite altrui e giudichiamo gli altri mentre evitiamo di giudicare noi stessi; oggi siamo troppo impegnati a far sì che la nostra reputazione resti intatta che ci dimentichiamo quello che siamo veramente.

Il rapporto genitore figlio emerge con un quadro non del tutto positivo, in qualche modo metti in luce dinamiche moderne, ma che nascondono il seme amaro dell’incomprensione. Quanto è importante perché un ragazzo riesca a scoprire davvero se stesso e riesca non lasciar emergere le sue insicurezze?
Ho notato che il rapporto genitore-figlio è cambiato rispetto a quello che si aveva 50 anni fa. Al giorno d’oggi, fortunatamente e giustamente, la donna non è più considerata come colei che DEVE pulire, cucinare e badare ai figli, ma è una donna in carriera piena di iniziativa e di voglia di realizzarsi. Questo ha inevitabilmente portato ad un minor controllo sui figli e ad un rapporto con loro meno stabile. Ciò che distrugge, nella maggior parte dei casi, il rapporto è il fatto che si tendono a colmare le lacune concedendo ai figli cose di cui non hanno assolutamente bisogno (tablet, smartphone, videogiochi, abiti costosi, automobili eccessivamente veloci) tralasciando l’aspetto affettivo e la conversazione che invece costituiscono le basi della relazione. Questo è ciò che succede a Giada che avrebbe tante cose da dire alla mamma ma si è chiusa in un silenzio ignorato troppo a lungo da chiunque le stia intorno, famiglia compresa.
Penso che sia importante che i genitori si interroghino di più sui comportamenti dei figli e spendano più tempo insieme perché se non c’è una relazione basata sulla fiducia difficilmente il figlio confiderà un problema, o addirittura un guaio, al genitore. In un mondo in cui la comunicazione sta diventando totalmente virtuale ci sarebbe un bisogno di ritorno al “discorso faccia a faccia”, almeno in famiglia.

Leggendo le tue pagine si percepisce un mondo giovanile in piena crisi, con mancanza di valori e quando questi compaiono sembrano in qualche modo falsi, non ho potuto non notare nel tuo romanzo che i dialoghi tra i ragazzi risultano privi di turpiloquio e toni violenti, così come è normale ormai attendersi da loro, soprattutto in una realtà come Torino. E’ una scelta stilistica?
È una scelta personale. I libri che contengono troppe “parolacce” mi annoiano, quindi ho cercato di limitarne al meno possibile. Inoltre ho preferito, nei momenti di rabbia, una descrizione del pensiero interiore del personaggio. Credo che non serva una parolaccia o un tono violento per rendere l’idea del personaggio arrabbiato, preferisco affidarmi alla descrizione di postura, gesti, sguardo e pensiero, lasciando al lettore la libertà di immaginare il resto della scena.

Stai lavorando a un nuovo romanzo?
Sto lavorando ad una trilogia fantasy-storica di cui ho già completato il primo volume. Attualmente sto scrivendo il secondo e ho già stabilito la trama del terzo. Non posso essere troppo precisa, ma posso dire che il periodo di riferimento sarà quello tra fine 1800 e il 1945, con qualche aspetto riguardante anche i secoli precedenti. Si tratta di una trilogia che gira intorno ad un importante manufatto storico, ma, siccome credo che le cose non siano mai come appaiono, si scoprirà che il reperto nasconde un incredibile segreto.

Ringrazio Federica per la gentile collaborazione.

 

Parliamo del romanzo “L’EMOZIONE IN OGNI PASSO” di Fioly Bocca a cura di Anna Serra

Alma e Bruno sono come il topo di città e il topo di campagna: lei, libraia, con molto sacrificio e impegno ha appena aperto una piccola libreria nel centro di Bologna; lui, agricoltore, è un uomo profondamente legato alla sua terra macchiata di vigne e ai suoi cavalli, come una pianta che appassirebbe in mezzo al cemento. Due cuori che si incontrano nella quiete di un agriturismo fra le morbide colline piemontesi del Monferrato e che iniziano a battere all’impazzata nel corso di una allegra sagra di paese, complici il buon vino e la musica. 

Un amore fatto di conversazioni al telefono per sopperire alla distanza geografica, di lunghi viaggi per rivedersi e trascorrere del tempo insieme. Una relazione basata “sull’oggi poi vedremo” perché, pur amandosi molto, ognuno è radicato nella propria realtà, nel proprio lavoro, e non sembra disposto a rinunciarci per rimettere tutto in discussione.
E’ dunque per dimenticare che Alma si mette in marcia fra sentieri, radure, strade terrose, pascoli e boscaglie che conducono a Santiago de Compostela. Calpesta le stesse pietre su cui Bruno, anni addietro, aveva posato i suoi piedi stanchi, e combattuta tra il desiderio di cancellarlo e la voglia di sentirlo accanto, trova lei, Frida, austera e taciturna, schiacciata da un dolore straziante che la sua esperienza di psichiatra non è in grado di consolare. Due donne diverse per età e carattere, ma che si scelgono spontaneamente fra centinaia di pellegrini, condividendo la fatica dei chilometri da percorrere e scambiandosi pezzi di vita, in un rapporto che sa di sodalizio femminile e amicizia. Entrambe portano dentro di sé cicatrici che si aprono e iniziano a sanguinare, unite. Ma le ferite possono e devono essere curate, per tornare a vivere e a sperare. Nonostante tutto.
Alma non può immaginare che Bruno è in cammino, un’altra volta, per cercarla, sta seguendo le sue tracce e chiede sue notizie ai pellegrini che incrocia. In Italia distanti, ora vicini ma ignari di esserlo. Tappa dopo tappa sembrano ricongiungersi, eppure puntualmente si allontanano, si mancano per una manciata di chilometri, per un pugno di ore. A Santiago, sfiancato dalla marcia, Bruno depositerà nei pressi della cattedrale un veliero fatto di fiammiferi, molto simile a quello che Alma, da bambina, aveva barattato con leggerezza, sotto gli occhi delusi del nonno che le aveva costruito quella barchetta con tanto affetto.
Ogni passo compiuto dalle protagoniste in terra spagnola e portoghese, alla ricerca dei loro uomini che hanno amato più di ogni altra cosa, racchiude un’emozione, in una scrittura fluida che si fa leggere d’un fiato, altamente poetica ed evocativa. L’emozione in ogni passo. E non solo. Anche e soprattutto in ogni frase, in ogni sostantivo, aggettivo e verbo, dosati con cura, per non essere mai ovvi né ripetitivi.

Fioly Bocca vive in Piemonte nella zona del Monferrato, ma lavora a Torino; è madre di due figli. Laureata in Lettere, ha seguito un corso in redazione editoriale. Il suo romanzo d’esordio, Ovunque tu sarai, ha riscosso molto successo grazie al passaparola e sarà presto oggetto delle nostre recensioni.

1) Nei ringraziamenti conclusivi si legge che tu stessa hai percorso il Cammino. Sono bellissime le tue parole sull’arrivare alla FINE: giungere a Santiago significa “voglia di gettare i pesi e saltare”, “voglia di abbracciare chi ti ha marciato accanto”. Il momento dell’arrivo diventa “àncora per la memoria, cintura di sicurezza durante le turbolenze”. Puoi riassumere in poche righe le emozioni, le sensazioni provate andando a piedi verso Santiago e giungendo alla meta?
Arrivare a Santiago dopo la fatica a piedi mi ha dato una duplice sensazione; da una parte il sollievo della marcia terminata, una specie di orgoglio per aver portato a termine l’impresa, anche piccola. Dall’altra, un senso di svuotamento che viene al compimento di un compito.
E poi la voglia di condivisione di quel momento con le persone vicine; con l’amica che ha viaggiato con me, con quelle incontrate lungo il percorso, ma anche con tutte quelle che ho portato fin là dentro il cuore.

2) Il tema del viaggio è senz’altro un asse centrale nel romanzo. Da un lato c’è quello intrapreso a piedi da Alma e Frida, prima sole, poi insieme, e comunque sempre in compagnia di centinaia di viandanti, tutti con un’unica meta da raggiungere. Dall’altro lato, in tempi diversi, troviamo quello che realizza Frida per conto suo in Portogallo, per ricostruire il passato del marito e assemblare i ricordi. Cosa significa per te viaggiare? C’è un viaggio che ricordi in modo speciale?
Viaggiare significa riappropriami di me stessa. Significa mettere distanza dalla routine che mi tiene ancorata a giorni più o meno simili per regalarmi momenti che sarà più facile ricordare. Ed è proprio nel mettere distanza dal quotidiano che si trova il giusto fuoco per dialogare con se stessi, per porsi domande fondamentali al proprio equilibrio e alla presa di coscienza di quello che stiamo vivendo.
Ricordo tutti i viaggi che ho fatto come speciali, perché mi piace pensare che ognuno di essi mi abbia insegnato un modo di andare. Da quando poi mi muovo insieme ai miei figli, i punti di vista si moltiplicano e mi spalancano mondi.

3) Manuel, il marito di Frida, è un esempio di uomo animato da nobili ideali, un medico senza Frontiere coraggioso e determinato, abituato ad operare in luoghi dimenticati da Dio, martoriati dalle guerre e dalla miseria. Una sorta di eroe. Ma è anche un consorte spesso assente, che obbliga la moglie a vivere in uno stato di perenne attesa con l’angoscia che lui non faccia ritorno. Qual è la genesi di questo personaggio?
In realtà, per la figura di eroe contemporaneo mi sono ispirata al grande Carlo Urbani, medico di Medici senza Frontiere e primo a identificare la Sars.
Per ricostruire il rapporto con la moglie, mi sono interrogata su come possa conciliare lavoro e vita privata un uomo con una missione così grande, con ideali così nobili ma tanto ingombranti. E ne è uscita la figura di Manuel. Frida soffre della sua assenza, ma lo ama anche (e forse soprattutto) per quel suo bisogno di battersi per un’umanità privata dell’essenziale.

4) Fra le tante persone conosciute o appena sfiorate percorrendo il Cammino, Frida fa un incontro speciale: un cane vagabondo, un bastardino dal pelo fulvo, che la sceglie fra migliaia di passanti. Nonostante i suoi ripetuti tentativi di respingerlo, la bestiola continua a seguirla, non la molla. E potrebbe essere la giusta medicina per alleviare la sua sofferenza. Vuoi commentare questo episodio?
Dopo un grave lutto non è facile reimparare ad amare, perché amare qualcuno significa dare fiducia alla vita. Significa amare la vita “nonostante” la morte. Nonostante la precarietà nostra e altrui. Frida avrà bisogno di molto tempo perché le sue ferite interiori smettano di sanguinare e prendersi cura di un altro essere vivente può essere un modo per reimparare a prendersi cura di se’.
I cani hanno una forte sensibilità; mi piace pensare che Bazar (il cane vagabondo ribattezzato da Frida) abbia compreso per primo, con una sorta di intuito animale, che di quel legame con la donna avrebbero beneficiato entrambi.

5) “Il cielo organizza munizioni di fulmini e scrosci”. “Il sole colonizza il cielo a spicchi”. “Una brezza leggera che passa e ripassa a pettinare i prati”. “Il mare si gonfia e si ritira come il respiro di un animale preistorico”. Queste sono solo alcune delle numerose personificazioni e metafore che arricchiscono le descrizioni paesaggistiche e che ci fanno apprezzare i luoghi suggestivi attraversati dai protagonisti, sia che si tratti di mare, di montagna o di campagna. Quanto conta per te il paesaggio, la natura?
La natura è fondamentale. Sono nata in un paese nella provincia di Torino, ma metà delle mie origine sono montagnine (trentine, per la precisione). Ho trascorso buona parte della mia infanzia arrampicata su qualche albero e a spasso per i boschi; forse per quello-oltre che per seguire l’amore- ora vivo in campagna, nonostante continui a lavorare a Torino e questo mi costi ore e ore di viaggio quotidiano. Ma arrivare la sera tra le colline del Monferrato, e sapere che i miei figli hanno la possibilità di crescere tra prati e pioppeti mi ripaga ampiamente della fatica.
Ho da sempre sentito che stare seduta con la schiena appoggiata a un tronco, o sdraiata sugli scogli di fronte al mare, mi rende più semplice fare silenzio e ascoltami. E mi sembra una cosa bellissima e importante.

Ringraziamo Fioly per la gentile collaborazione

Parliamo del romanzo “Splendi più che puoi” con l’autrice Sara Rattaro

“Splendi più che puoi” è un romanzo intenso e affascinante, un flusso di immagini e sensazioni che entrano fino in fondo all’anima, insomma una vera storia, così come quelle a cui Sara Rattaro ci ha abituati. La protagonista è Emma, una donna forte, sicura di sé, che ama la libertà e la vita. Emma è una donna che diventa prigioniera di un uomo, di un aguzzino. E potrebbe trattarsi della trama di un poliziesco, di un thriller, se questo aguzzino non fosse suo marito. Sara descrive una ragnatela di legami e vincoli che rispondono al nome di matrimonio. L’uomo di cui Emma diventa schiava è Marco. Un uomo che nasconde un’animo violento dietro un’apparente maschera di perfezione e che riesce a creare una gabbia di cristallo attorno a Emma, allontanandola dai suoi genitori, dai suoi amici, dal suo lavoro. La situazione precipita con la nascita di Martina, che diventa una nuova arma nella mani di Marco. L’uomo decide si trasferirsi con Martina ed Emma in un paesino sperduto nelle montagne, dove nemmeno i genitori della ragazza possono salvarla, mentre i genitori del marito sanno. Ma non dicono. La determinazione di Emma sarà la chiave di volta per salvare la sua bambina dalla follia di Marco. Il tema dominante di questa storia è proprio la fuga impossibile. Il desiderio di rifarsi una vita e la possibilità che questo diventi un’arma per l’avversario per ottenere l’affidamento esclusivo del figlio minore. Sara Rattaro ripercorre uno a uno gli errori che trasformano una donna in una vittima. Non è facile analizzare l’amore che diventa ossessione, il sentimento che racconta la paura. Il doversi adeguare per salvare la propria vita e quella di un figlio. E’ l’inferno della porta accanto, quello che nessuno conosce o meglio, quello che tutti fan finta di non conoscere. Urla trascurate. Lividi nascosti. Isolamento. La strategia di un folle, accecato da una demoniaca lucidità. “Splendi più che puoi” esorta a rialzarsi, a reagire. Racconta una storia terribile, a volte celando la crudezza e la violenza dietro le lacrime infrante di una donna forte e coraggiosa. L’amore ha diverse facce e Sara Rattaro riesce a raccontarle tutte.
Abbiamo posto alcune domande a Sara. Ecco le sue risposte.

Che proporzioni ha il fenomeno che hai raccontato nel tuo romanzo?
La storia che racconto è ispirata per buona parte alla realtà. Tutta la parte buia della vita di Emma e così anche la sua rinascita arrivano dal racconto con una lettrice che mi ha affidato la sua vita perché io la donassi al mondo con la speranza che fosse d’aiuto ad altre donne.

Nella narrazione sembra tu abbia puntato maggiormente i riflettori sulla rinascita di Emma, piuttosto che sul momento più oscuro: é stata una scelta o é avvenuto naturalmente?
Quando ho incontrato la vera Emma era una donna splendente, completamente fuori dal suo passato. Questa è la cosa straordinaria che volevo raccontare. La possibilità di tornare a splendere.

In questa tua storia gli uomini emergono in realtà come soggetti fragili, a partire dal marito, marco, per arrivare al padre di Emma. Qual é la genesi di questo fenomeno? E inoltre, può essere sufficiente la presenza di Filippo per rimediare?
La fragilità maschile è parte importante del problema. L’educazione con cui cresciamo i figli maschi prevede che abbiano spesso paura delle loro debolezze e facciano fatica a gestirle. Sono sovracaricati da obiettivi totalizzanti come essere “quelli con i pantaloni” o i “capifamiglia” o “dover essere quelli che mantengono la famiglia” o “guadagnano di più”. Così di fronte a una donna che non riescono a controllare perdono il controllo. Filippo può rappresentare la parte positiva perché ovviamente ci sono molti uomini che non appartengono alla sfera violenta e che da questi devono prendere le distanze.

A tuo avviso, se dovessi immaginare una prosecuzione della storia, la figlia risentirebbe di quanto vissuto, seppur inconsapevolmente, da un punto di vista psicologico?
Tutti i figli risentono di qualcosa che arriva dal comportamento dei genitori, Martina non fa differenza. Ma la ragazza che ho conosciuto sembrava molto padrona della sua vita e in grado di amare e farsi amare.

Da un punto di vista stilistico in questo romanzo sei sembrata più cruda, quasi rendendo alcuni passaggi più cronaca e meno romanzo. Come nasce questa volontà?
Credo dipenda dalla rabbia che mi ha accompagnata durante la stesura.

Un protagonista occulto della storia é la giustizia, la condanna muta nei confronti delle vittime. Quanta strada c’è ancora da fare?
Tanta. Tantissima. Dobbiamo iniziare dalle nuove generazioni. Dobbiamo insegnare il rispetto di genere e le pari opportunità. Dobbiamo avere più personale specializzato nell’intervenire anche dopo una sola denuncia e imparare a non fare il processo alla vittima.

Spesso le donne maltrattate non denunciano perché non hanno nessuno pronto a sostenerle, e parlo di un punto di vista economico. Esisterà mai un sostegno di stato per queste eventualità? Le associazioni di cui parli nel romanzo si limitano ad ascoltare?
Sarebbe bello e importante che ci fosse. Le associazioni sul territorio sono una realtà molto variegata e purtroppo non hanno sempre una linea comune. Credo facciano quello che possono come ascoltare e fornire un sostegno legale e psicologico.

Una delle paure delle vittime é portare via un figlio da una realtà agiata per finire in una casa famiglia. Sarebbero libere, ma ancora prigioniere e ancora perseguitate. Esiste un vero lieto fine?
È difficile ma dobbiamo crederci. La storia che racconto ha avuto il suo lieto fine, questo è il messaggio più importante. Dobbiamo parlare di possibilità, di vita e di rinascita.

Ringraziamo Sara per la collaborazione, la gentilezza e la professionalità. 

 

LA FAME DI BIANCA NEVE di Rosanna Caraci a cura di Anna Serra

Bianca Neve: un bel nome, Bianca, ma che associato al cognome “Neve” suona come uno scherzo del destino e non può che prestarsi a derisioni, risatine. Generalità imbarazzanti per la protagonista, che non vive in una fiaba con sette simpatici nani e un affascinante principe azzurro. La sua esistenza è a zig zag, sregolata e sgangherata, a contatto con i medici: da un lato il suo psichiatra che da molto tempo cerca invano di liberarla dall’anoressia, a suon di psicofarmaci e ripetuti ricoveri;  dall’altro c’è Nico, il suo fidanzato da dieci anni, medico chirurgo affermato e stimato, con cui allaccia una relazione di amore e odio, di avvicinamenti e  respingimenti, di dolcezza e brutalità.

Stare accanto a Bianca è molto faticoso e impegnativo e chi entra in contatto con lei, prima o poi ne esce annientato: le sue giornate sono fatte di manie, ossessioni,  vomito alternato a abbuffate, desiderio di suicidio. Le sue compagne sono Ana e Mia, due amiche nemiche, l’anoressia e la bulimia, che divorano i suoi affetti e distruggono il suo equilibrio. Bianca è capace di gesti impulsivi e illogici: in casa sua gli specchi si rivestono di lugubri teli neri per non guardarsi e nelle sue mani un paio di forbici può diventare un’arma per recidersi le vene o tagliarsi i capelli alla rinfusa, annientando la sua femminilità già scomparsa in un corpo smilzo di quaranta chili.

La fame di Bianca Neve: fame fisiologica come necessità di riempire uno stomaco vuoto, e fame d’amore, bisogno di amare e di essere amata. Ma la giovane rivolge le sue attenzioni verso chi non la vuole, al suo anziano psichiatra, che la considera solo un caso clinico, fallito e irrisolto. E allora lei si fa insistente, asfissiante, ossessiva, al punto da diventare quasi una stalker contro chi la rifiuta.

Bianca è una paziente molto difficile, ribelle e cocciuta: sa di essere malata ma fa di tutto per non curarsi e si prende gioco dei suggerimenti del suo psichiatra: quando lui la invita a scrivere un diario rivolgendosi direttamente a Lei, alla malattia, Bianca pensa che sia un’idea assurda, ridicola.
Come si fa a curare chi non ha nessuna intenzione di guarire? Chi è completamente sordo a qualunque genere di consiglio e terapia?

Scritto con un linguaggio a tratti crudo e aspro, in cui traspare tutta la rabbia e la follia della protagonista, questo romanzo di Rosanna Caraci, pubblicato da Impremix Edizioni, ci trasporta in un mondo, ahimè, molto reale, in cui però la normalità viene schiacciata da Lei, la bestia che alberga nel corpo di Bianca, un corpo che diventa trappola, prigione, inferno, da cui sembra impossibile fuggire via.
L’autrice fa la giornalista e ha lavorato nelle redazioni di importanti televisioni piemontesi, conducendo telegiornali e trasmissioni specializzate. Si occupa di comunicazione politica e istituzionale.