Recensione del romanzo “Trans – Storie di ragazze XY” di Monica Romano a cura di Michela Pagarini

…”per i giornalisti noi trans non abbiamo il cognome, solo il nome”…

Cosa succede, dal punto di vista sociale, se la persona con cui sei fidanzata a un certo punto decide di “cambiare sesso”, meglio detto identità di genere? Succede che, se eravate una coppia eterosessuale diventate all’improvviso una coppia omosessuale, oppure viceversa. Succede che la gente per strada cambi atteggiamento, che amiche e amici abbiano qualcosa da dire in merito, che la persona che ami cambierà parecchio. Insomma tutto cambia tranne te, che però d’ufficio ti trovi spostata di categoria, pur essendo la stessa persona che eri fino al giorno prima.

Nella giovane e densa vita di Ilenia, attivista e protagonista di Trans. Storie di ragazze XY, questa é una delle tante cose accadute, una di quelle mille “piccole cose” non proprio lineari che accadono nelle vite delle persone lgbt e che perlopiù passano sotto silenzio, considerate anche da noi stessi soltanto una stranezza fra le tante che caratterizzano le nostre vite.

Monica Romano stacca lo sguardo dal fondo opaco e un po’ accidioso su cui molti di noi si sono accomodati e sceglie di non coprire nulla con il silenzio ma, anzi, di nominare tutto, senza acrimonia ma schiettamente, dalle grandi storture sociali ai piccoli gesti sbagliati che costellano le nostre vite private e pubbliche.Ho visto Monica per la prima volta qualche anno fa, a una riunione di movimento. L’ho notata perché, quando ha preso parola, ha fatto un intervento pacato, intelligente, opportuno e sensato. Tutte caratteristiche inedite in quel contesto, particolarmente acceso e ideologico, e anche un atteggiamento strano per una donna trans, per come credevo di conoscerle io. É stata la cartina di tornasole di tutti i miei pregiudizi, che sapevo di avere ma che, prima di incontrare lei, non avevo mai sentito il desiderio di rimuovere.

La sua scrittura é un po’ come lei, semplice ma sedimentata, profonda ma senza giri di parole, gentile ma che non lascia vie di fuga.

…”Il copione della domenica prevedeva poi che, finito di mangiare, mio padre iniziasse a squadrarmi per un tempo interminabile. Sospirando, mi chiedeva: ‘perché ti muovi così?’ E io non capivo la domanda“…

Monica riesuma, con forza e dignità, ricordi comuni a molti di noi: gli anni delle fragilità e del giudizio, i tempi in cui eravamo in balìa del mondo e degli adulti, lo stigma della differenza letta solo come diversitá da una presunta norma, le etichette appiccicate dagli altri ancor prima di aver avuto il tempo di definirci per voce nostra. Spesso abbiamo dovuto fare i conti con queste realtà per anni, prima di imparare a difenderci o in alcuni casi a nasconderci; non cadere nella tentazione di voler soltanto dimenticare richiede coraggio.

…”Quella sera facemmo sesso. Anzi, loro fecero sesso, era sempre così con i maschi eterosessuali. Noi restavamo quasi del tutto vestite per non imbarazzarli. Davamo il massimo piacere in cambio di una carezza“…

Pur essendo un libro che parla quasi esclusivamente di donne, Trans riesce a raccontare benissimo i rapporti fra “i sessi”, dal sogno d’amore di un bacio che ti salverá, fino alla disillusione di scoprire che il principe azzurro non c’è e che gli uomini, nella migliore delle ipotesi, sono solo persone. Nella peggiore si declinano nella loro veste più spietata, quella che mostrano soltanto quando si sentono protetti e liberi di agire la crudeltà, perché certi di avere davanti una preda che non ha possibilità di scelta. E quale miglior soggetto di una donna trans, senza cittadinanza nè protezione sociali, per questi virtuosismi di genere?

Racconta tutto Monica, intensa e veloce, con la memoria e il candore infantili di chi ha vissuto e non ha dimenticato, ma con la solidità di chi non si é fermata lì, ed ha trovato la via per diventare la donna che voleva essere. Riesce così a dare spazio senza imbarazzi al ricordo di insulti e disillusioni, ma anche a speranze e gioie e alla confusione di un’adolescente che vorrebbe soltanto rendersi invisibile perché fa a pugni con lo specchio, e si scontra invece con gli occhi di un mondo implacabile, insistentemente puntati addosso.

”Pestata, malconcia e dolorante, avrei avuto tutte le ragioni per sentirmi triste quell’estate; invece mi sentivo bene e solo anni dopo ne avrei compreso il motivo: per la prima volta in vita mia avevo avuto la forza di reagire, di alzare la testa, di tentare di difendermi da qualcuno che voleva farmi male. … Potevo smettete di avercela con me stessa e uscite a testa alta: avevo scoperto l’orgoglio“…  

Non soltanto ricordi, ma anche riflessioni e conclusioni, c’é spazio per tutte le cose importanti in queste 183 pagine: la politica, i rapporti con le altre, l’importanza dell’associazionismo, i sogni, i rapporti con le amiche, i pregiudizi nel movimento, il problema del lavoro, il femminismo, l’identità. Il coraggio di sottrarsi e di aiutarsi. L’accettazione, la rabbia per le ingiustizie e il dolore subiti, il riconoscimento e la gratitudine per ciò che di buono abbiamo incontrato.

E poi l’orgoglio, la coscienza civile, la dimensione collettiva che ci salverà.

Perché una cosa é certa, quello che possono fare a una, non possono farlo a molte.

Un inno alla sorellanza, alla fine.

Michela Pagarini, marzo 2016

Intervista all’autrice:

Nella tua biografia c’è scritto che sei “attivista del movimento per i diritti delle persone LGBTI”: quali sono questi diritti, e di cosa si compone la tua scelta di militanza?

“LGBTQIA” (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersex, Asessuali) è l’acronimo che oggi definisce le diverse anime del nostro movimento. I diritti a cui facciamo riferimento sono quei diritti civili che oggi sono di fatto negati a chi rientra in questo acronimo.

Come attivista amo impegnarmi su diversi fronti.

Negli ultimi quindici anni ho lavorato molto nell’ambito dei servizi dedicati, a titolo di volontariato, alle persone transessuali, transgender e di genere non conforme; orientamento ai servizi sul territorio dedicati all’iter di transizione, ma anche creazione e gestione di gruppi di auto mutuo aiuto (ed autocoscienza) dedicati al tema dell’identità di genere.

C’è poi il fronte culturale. Ho scritto libri dedicati alla realtà transgender, articoli dedicati al tema della variabilità di genere e contribuito alla realizzazione di diversi documentari sul tema.

Ultimo, ma per me certo non meno importante, il fronte politico. Ho scritto il Manifesto per la libertà di genere e ho militato per molto tempo in associazioni trans*. Oggi faccio parte del direttivo di un’associazione LGBT milanese, il Circolo Harvey Milk a Milano.

 …”per i giornalisti noi trans non abbiamo il cognome, solo il nome”… Cito direttamente dal tuo libro, così come in una tua intervista video hai dichiarato* che  molte persone considerano  “l’essere trans una professione”. Le persone trans, oltre a godere di tutte le discriminazioni riservate alle minoranze, hanno la peculiarità di beneficiare di una narrazione sociale che tende a espropriarle del loro aspetto umano: secondo te perché?

Per decenni i media, ma anche il cinema, hanno dato una rappresentazione delle donne transgender privata dell’aspetto umano, alimentando una pratica reificante.

Credo che le ragioni di tale rappresentazione traggano la loro origine dalla transfobia, sentimento diffuso non solo nella società, ma spesso anche in chi dovrebbe darne una rappresentazione oggettiva e priva di preconcetti.

Un percorso di scrittura è sempre, prima di tutto, un viaggio dentro di sè, maggiormente quando – come nel tuo caso – l’opera riguarda la vita vissuta, direttamente o non. Cosa ha implicato per te scrivere la storia di Ilenia?

Ha significato prima di tutto dover fare i conti con ricordi e stati d’animo che credevo definitamente seppelliti nella coscienza, e non è stato semplice.

Ci ho messo due anni a scrivere questo libro. E quando è andato in stampa, ho sentito salire la paura.

Sapevo ovviamente che parti della mia vita sarebbero diventate di pubblico dominio, ma era come se lo realizzassi per davvero solo dopo aver ricevuto la telefonata del mio editore che mi informava che si andava in stampa.

Il viaggio con ho compiuto con Ilenia e le sue compagne nella memoria è stato spaventoso, ma anche potente e liberatorio.

Ho pianto, e tanto anche.

Ma anche riso all’inverosimile. Ho perdonato, soprattutto me stessa. Ho rivalutato persone e circostanze, valorizzato elementi del vissuto che credevo avessero una valenza esclusivamente negativa… ho imparato che nulla ha una valenza assoluta.

Ora che sono tornata da quel viaggio, mi sento alleggerita e allegra.

Credo sia il potere della condivisione.

E già mi manca viaggiare.

Tutto il libro è attraversato da rapporti importanti della protagonista con altre donne: la madre, le amiche, le compagne di militanza e di vita. In tutti questi scambi emerge chiaramente che, insieme, siamo più forti. Eppure nella vita reale non è così semplice: secondo te, perché?

Perché siamo figlie di una cultura maschilista e fallocentrica, dove il maschile è spacciato per neutro e il femminile per differente e subalterno. Abbiamo interiorizzato e introiettato tutto questo, dimenticando la nostra forza, il grande potere che il sorriso complice che unisce due donne può ancora avere, la sua carica sovversiva e rivoluzionaria.

Ci insegnano che il femminismo è roba da invasate che odiano gli uomini, vecchia.

Invece il confronto con i femminismi e la conseguente (e inevitabile) presa di coscienza che ci porta ad andare oltre il velo di Maya dell’omologazione, restano le scatole degli attrezzi migliori che possiamo avere per mettere tutto questo in discussione e riappropriarci della nostra forza.

La vita di Ilenia scorre veloce e senza tremolii, e alla fine la sensazione è quella di avere un’amica nuova, come aver conosciuto meglio la ragazza della porta accanto. Hai reso semplice e vicino qualcosa che generalmente viene considerato incomprensibile o lontanissimo. E’ chiaro che, per infrangere pregiudizi e stereotipi, basta raccontare la realtà con semplicità. Ma come farsi ascoltare?

Credo che l’unico modo sia arrivare al cuore delle persone, raccontando storie che abbiano una valenza universale e che favoriscano l’empatia. Ricevo sempre più riscontri sul libro da persone che in apparenza non avrebbero nulla in comune con la protagonista del romanzo, ma che ritrovano qualcosa di proprio nel viaggio di Ilenia. Questo mi dice che l’identificazione con la protagonista scatta anche in persone che con il mondo transgender non hanno nulla a che fare. Significa che sono riuscita nel mio intento.

Voliamo di fantasia: se potessi farlo leggere a tre persone senza limiti di tempo, di spazio e di lingua: a chi lo manderesti?

Mario Mieli, Franco Basaglia, Frida Kahlo.

 

Chi è Michela Pagarini:

Milanese di adozione si definisce attivista di professione e lo fa ad ampio raggio. Femminista e militante lesbica, nel 2014 diventa Copresidente della Casa delle Donne di Milano

Nel frattempo pubblica Nuda – racconti erotici ed è una delle autrici di A testa altra – Quattro lesbiche liberate testimoniano il loro percorso di emancipazione dal maschilismo e dallo stigma sociale, scrive recensioni, tiene una rubrica sul magazine Sui Generis, partecipa come testimonial nelle scuole a progetti contro violenza e omofobia. Nei ritagli di tempo progetta e conduce laboratori  e  workshop   autobiografici   dedicati alle donne, spaziando su tematiche incentrate sul desiderio, sull’immaginario e sull’amore per sé.

Ai sogni preferisce gli obiettivi, ne ha uno: dare visibilità e spazi di benessere alle lesbiche. Per raggiungerlo ha fondato un gruppo, organizza riunioni periodiche, convegni, dibattiti e iniziative pubbliche per favorire la condivisione, la socialità e il confronto tra donne.

 

 

 

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