Intervista a Ismaela Evangelista, autrice del romanzo “La coperta corta” – a cura di Anna Serra

Facciamo quattro chiacchiere con Ismaela Evangelista, autrice del romanzo “La coperta corta”, edito da Les Flaneurs. Al centro del libro troviamo Grace e il suo terribile segreto celato per anni, una vita in bilico, sospesa fra il male e il bene: da un lato un abuso sessuale nell’infanzia, dall’altro la speranza del perdono in età adulta.

Considerando la tua formazione e il tuo mestiere di psicologa e psicoterapeuta, immagino che la storia narrata si ispiri ad un caso autentico che hai dovuto affrontare nel corso della tua esperienza professionale. Puoi confermare?

In realtà, Grace, la protagonista, non rappresenta una paziente unica, ma racchiude il vissuto cognitivo, emotivo e comportamentale di diverse pazienti che incontro nel mio studio. Quindi i pensieri, le emozioni provate e il modo in cui ci si rapporta con il mondo. Mescolando le diverse storie, i vissuti e le situazioni attuali di sofferenza psicologica, sono riuscita a costruire un personaggio veritiero, aderente alla realtà, così come confermato dalle pazienti abusate, che hanno letto il romanzo, ritrovandosi nella descrizione dei tratti di personalità della protagonista.

Il padre e la madre di Grace non si accorgono del suo disagio. Chi dovrebbe proteggerla con le unghie e con i denti non è in grado di farlo e lascia che l’infanzia della bambina sia segnata per sempre. Sulla base delle tue osservazioni, studi e esperienze, è abbastanza comune il fatto che i genitori sovente sono ignari del terribile male che i propri figli subiscono?

Sì, purtroppo è molto comune il fatto che i genitori non si accorgono minimamente dell’eventuale presenza di un abuso subito dal/lla proprio/a figlio/a, questo perché i cambiamenti comportamentali, che sono per l’appunto la spia di un disagio, vengono attribuiti a cause più “accettabili” (per esempio il periodo adolescenziale, in cui ai ragazzi e alle ragazze pare venga “scusato” tutto, perfino i comportamenti più chiusi e/o bizzarri).

Grace, da adulta, pensa che forse avrebbe dovuto parlare, rompere il silenzio, confidarsi con qualcuno, anche se correva il rischio di non essere creduta, di non essere presa sul serio con le sue sconcertanti rivelazioni. Come si può convincere un bambino a superare la paura e a sfogarsi con una persona di fiducia?

Non è molto facile convincere un/a bambino/a a parlare di un abuso subito, se ha in testa la credenza “questo è un segreto, non lo dirò mai a nessuno”. Tuttavia, se un terapeuta ha la “fortuna” di incontrare un/a paziente abusato/a, ancora in età infantile, puo’ essere l’artefice del suo destino, se riesce ad essere capace di instaurare un forte rapporto di fiducia, all’interno del quale il/la bambino/a puo’ sentirsi al sicuro. La rivelazione del segreto è possibile, vengono utilizzate diverse tecniche all’interno dei colloqui clinici, in età infantile il disegno rimane quella privilegiata. Attraverso di esso il/la bambino/a ha la possibilità di esprimere il disagio, appunto disegnandolo, proiettando sulla carta la sua sofferenza, fino a provare il desiderio di esprimerla verbalmente, se ha davanti a sé una persona capace di “contenere” la sua rivelazione.

Terminiamo con una domanda un po’ provocatoria … Da una parte troviamo la vittima, alla quale va tutta la nostra comprensione e solidarietà per la terribile esperienza che la devasta; dall’altra c’è lui, il carnefice, la cui mente è invasa dalla perversione, da una devianza patologica. Si tratta, a tutti gli effetti, di un uomo malato che ha bisogno d’aiuto per curarsi. Forse, e sottolineo forse, si potrebbe pensare che merita una minuscola briciola di compassione. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Io lavoro in ambito penitenziario e di persone che si macchiano di reati pesanti come la pedofilia ne ho viste diverse, posso affermare che da molte loro storie escono dei quadri di estrema sofferenza, di abuso stesso subito, maltrattamenti e abbandoni. Molte azioni, reati compiuti come la pedofilia, possono anche essere comprensibili, se visti in tale luce, ma non giustificabili. Perché si puo’ scegliere se far del male o meno ad un bambino, così come ogni genitore, sotto la pressione dello stress, puo’ scegliere se cedere alla rabbia e colpire fisicamente il proprio figlio o controllarla senza toccarlo, risolvendo il conflitto in altri modi più funzionali.

Ringrazio Ismaela per la gentilissima collaborazione.

 

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