Recensione del romanzo “L’ultimo tango” e intervista all’autore Michele Scaranello – a cura di Anna Serra

La vita di Andrea, ingegnere cinquantottenne, corre su un filo sempre più sottile che unisce Bari con Milano.
Bari è il doloroso ricordo di Nicole, la sua figlia amatissima, la cui giovinezza viene spazzata via da un brutto male. Bari è anche la responsabilità e la preoccupazione nel gestire un’azienda sull’orlo del fallimento con la rabbia incontenibile dei suoi operai.
Poi periodicamente ci trasferiamo al nord, nella città dei navigli, dove si svolgono le costose terapie mediche che dovrebbero bombardare e annientare il cancro, e dove c’è lei, Nina, la badante straniera che con amorevolezza assiste le sue nausee e i suoi formicolii. Milano è anche l’occasione di ballare il tango per l’ultima volta, in memoria dei vecchi tempi quando Andrea era un talentuoso ballerino, vincitore di svariate competizioni.
La danza è liberazione, emozione, energia, passione. Diventa l’unico antidoto contro la morte che ha iniziato, spietata e inesorabile, il suo angoscioso count down.
La malattia del protagonista è resa ancora più calamitosa dal fatto che Andrea ha scelto di trincerarsi dietro una corazza di menzogne nei confronti dei suoi cari per inseguire il miraggio della normalità e per non aggravare una situazione familiare già devastata dalla perdita di una figlia. E il dolore non condiviso con chi ci ama è ancora più pesante e acuto.
Un testo scorrevole, scritto con un stile elegante e accurato e con una straordinaria ricchezza lessicale. Nelle ultime pagine la storia riceve una sferzata dovuta a colpi di scena: un finale imprevedibile che lascia spiazzato il lettore. Una prosa spesso lirica che ci fa riflettere sul senso della vita, la forza dell’amore e il potere dei sogni.

Ecco l’intervista all’autore Michele Scaranello:

Nel libro si affronta il delicato tema della malattia. La vita di Andrea è appesa a un filo che ogni giorno si assottiglia un po’ di più. E’ come avere dentro di sé un timer che ha iniziato il conto alla rovescia. Di fronte a una diagnosi di morte ciascuno di noi ha due alternative: disperarsi, rassegnarsi e piangersi addosso, oppure essere tenaci, aggrapparsi disperatamente alla vita, nutrire speranza anche se il domani sembra impossibile. Vuoi commentarci la scelta del protagonista?

Una premessa fondamentale. È stata mia sorella, scomparsa a 39 anni, dopo otto anni di sofferenza a volere fortemente questo libro. Conoscendo la mia passione per la scrittura lei mi ha invitato a parlare dei malati di tumore, a raccontare di questo mondo. Quello che racconto è il tragico crocevia che tocca a ogni malato. In molti casi il tumore è una condanna, ma questo non impedisce al malato di reagire. Anzi, in molti malati, ho verificato come sia forte il desiderio di affrancarsi dal dolore per tentare di non perdere il coraggio di vivere, di riuscire a mantenere vivo il contatto col mondo, con gli affetti. La malattia così diventa quasi una “condanna” a vivere, a non smarrirsi. Andrea, il protagonista, sente e vive questa insolita condanna e, come è stato per mia sorella Antonella, non si rassegna, prova a lottare strenuamente. Andrea, da genitore, da imprenditore, da uomo avverte la necessità e la responsabilità di indirizzare il futuro, di andare oltre, di provare a rigenerare una vita che sente di aver contribuito a compromettere. Il protagonista, come accade per molti malati, vive nella consapevolezza, più che nel terrore, di avere un capolinea, un countdown tangibile. E sa pure che la medicina non lo salverà, ma con estrema lucidità prova a ritrovarsi, prova ad aggrapparsi alle passioni, ai sogni, convinto che questi lo aiuteranno a sentirsi ancora vivo, quasi immortale.

Andrea sceglie di sopportare in solitudine il peso del cancro, condividendolo esclusivamente con la sua giovane e premurosa badante/infermiera di origini straniere. La famiglia viene tagliata fuori dal suo dramma personale, per non infliggerle un’ulteriore sofferenza. Cosa ne pensi dell’atteggiamento del protagonista e della sua scelta?

Sinceramente dopo aver vissuto il dramma di mia sorella, istintivamente mi son sempre detto che se un giorno ne avessi sofferto, avrei cercato in ogni modo di non spargere quel dolore. Perché è davvero terribile vivere accanto a un malato, soprattutto di giovane età, ed essere trivellato da mille dubbi e pensieri, e doverli continuamente mascherare, spendendo solo sorrisi e speranze. Purtroppo è inutile negarlo, il cancro è un demone che condiziona l’esistenza dei malati e dei loro cari. I parenti spesso escono da quel tunnel con ferite profonde, traumatiche, che non è facile rimarginare, almeno nel breve periodo. Per quanto deprecabile, per quanto io penso che la vita vada vissuta sempre con lealtà e coraggio, io penso che la scelta di Andrea, come quella di ogni malato, vada comunque rispettata. Sul protagonista pesano comunque i fallimenti, il declino finanziario e morale di una società troppo votata al progresso, e poco incline ai disastri che produce. E in questo penso anche agli anziani, ai malati fin troppo emarginati dalla nostra società che non ha tempo, né mezzi per occuparsene. Non a caso Andrea si confronta e si confida con chi, per lavoro, e per dure scelte di vita, accoglie questa deriva umana.
Negli ultimi tempi purtroppo ho potuto ben costatare che una scelta simile a quella di Andrea è stata adottata anche da altri malati, e qualcuno di loro, specie chi ha già vissuto un altro calvario simile, ha persino preferito rinunciare alle cure.

Da giovane Andrea nutriva un grande sogno: diventare un campione di ballo, in particolar modo di tango. L’adrenalina della gara, l’emozione della competizione, il contagioso ritmo della musica che scorre sincopata nelle vene … Condividi questa passione con il tuo personaggio?

Mentirei se dicessi di sì. Da alcuni anni prendo lezioni di ballo, ma a dir il vero è stata mia moglie a trascinarmi in pista. Piuttosto mi ha colpito e contagiato la passione dei miei giovani maestri che gareggiano a livello nazionale. Ho scelto il ballo perché da sempre è energia, è espressività, è liberazione. Spesso, come ho avuto modo di sperimentare con successo, è proprio l’esplorazione, la scoperta di un mondo nuovo a riprodurre un universo di parole ed emozioni che affascina e incanta anche chi, quel mondo, non lo conosce per niente. Del resto io penso che tutte le passioni, sollevino l’uomo dalla mediocrità, dall’appiattimento.

Considerando la tua formazione, leggo che hai conseguito il diploma di ragioniere e da molti anni lavori in banca. Diciamo, quindi, che i tuoi studi sono stati più tecnico-commerciali che umanistici. Eppure dimostri una grande padronanza del lessico letterario e il tuo racconto è intriso di suggestive metafore. Hai dei modelli di riferimento, degli autori a cui ti ispiri, che ti hanno aiutato a perfezionare la tua tecnica narrativa?

Amo la scrittura da sempre. Se avessi proseguito gli studi umanistici, avrei fatto felici parecchi professori. In realtà, pur frequentando istituti tecnici, ho avuto la fortuna di imbattermi in docenti preparati che mi hanno fatto amare la letteratura e la storia. In verità, da ragazzo sognavo di frequentare la scuola del Cinema a Roma, ma i miei genitori non erano nelle condizioni economiche di sostenermi. Quindi ho continuato a covare questo desiderio sfrenato con la rabbia, la grinta di chi vuole comunque coronare un sogno. Per scrivere ho lasciato l’università (economia e commercio), ma il mio romanzo giovanile, quello per il quale a 23 anni avevo vinto il primo premio letterario, è naufragato con le mie ambizioni. Dopo venti anni (molto più di un fermo Biologico), convinto che la passione non possa ridursi a un prodotto industriale o commerciale, ho ripreso a scrivere con la stessa intensità, cogliendo sì altri premi, ma maturando soprattutto la consapevolezza che la tenacia non sarebbe bastata. Convinto che non si possano raggiungere e mantenere buoni traguardi senza tecnica, ho frequentato alcuni brevi corsi di scrittura (scuola Holden) e lezioni private per scrivere sceneggiature. L’arricchimento mi ha aiutato a divenire sempre più esigente con me stesso e mi ha consentito di esplorare altre forme di scrittura. Così i premi sono fioccati anche per le opere teatrali e per le sceneggiature che ho ideato. Naturalmente le letture fanno il resto. Leggo di tutto e molti grandi autori mancano all’appello. Finora adoro Zafon, Marquez, Housseini, ma apprezzo moltissimo Calvino e Verga per i racconti.

Grazie a Michele Scaranello per la gentile collaborazione.

 

Recensione del romanzo “Piacere, Amelia” e intervista all’autrice Milica Marinković

“Piacere, Amelia” é un romanzo che racconta una storia d’amore in bilico tra illusione e dipendenza, disillusione e voglia di tornare a credere nel sentimento più puro. É un viaggio segreto che rappresenta la scelta è la crescita di una donna, Amelia, la sua trasformazione attraverso l’auto determinazione di una nuova consapevolezza di se stessa. Un labirinto in cui le contraddizioni diventano normalità e l’anomalia, quotidianità. Dove la mancanza annienta le sicurezze fino a isolare completamente la protagonista dal mondo reale, in un parallelismo tra realtà e virtuale che sembrano confondersi, cercarsi, fino a perdersi definitivamente. Un vortice di sensazioni che portano Amelia a confrontarsi con il lettore o la lettrice, fino a ribellarsi all’autrice stessa. Uno stato di claustrofobico abbandono nel senso più ancestrale e complesso di se stessi. “Piacere, Amelia” é una storia damore che deve confrontarsi con la più grande delle certezze: l’aspettativa dell’amore perfetto. La domanda é lecita, potrà mai esserlo e regalare in un attimo tutto quello che nella propria mente si è costruito? Amelia cerca qualcosa che forse non esiste. Ma la consapevolezza la rende improvvisamente diversa. Nuova. Il personaggio di Amelia rappresenta una donna che sa confrontarsi con la solitudine e con la propria indipendenza, vittima forse di una strana forma di cinismo, che nasconde una verità. Sí, perché all’amore lei ci crede ancora. Amelia vuole allontanarsi dal mondo che riesce a scorgere tra le sale della biblioteca in cui lavora, dove i giovani sono prigionieri degli smartphone e del Wi-Fi., ma finisce per esserne assorbita completamente. Questo romanzo scava nel senso di una nuova forma di libertà, che spesso ci fa vedere il mondo da dentro uno schermo, rinunciando pian piano a tutto. A parlare, a sognare, a ribellarci. Come se qualcuno ci avesse obbligati al silenzio. In tutto. Anche nei sentimenti. Il senso della libertà e il suo opposto, dov’è il confine tra reale e virtuale, tra libertà e prigionia? Amelia vive questo dramma e fino alla fine cercherà in se stessa la via d’uscita. Un romanzo introspettivo e avvolgente, scritto con una tecnica particolare che attira il lettore in questo vortice di sensazioni e pensieri, che lo fa sentire al centro di un dilemma che tormenta e incanta la protagonista, quasi a farlo combattere con lei per scegliere la strada migliore, per arrendersi alla voglia di amare o di scappare, tra l’erotismo dei pensieri e i sentimenti celati nelle illusioni. Cosa resta di Amelia? Chi é davvero Amelia? Dove finisce la protagonista e dove inizia il lettore?

“Piacere, Amelia” é la scoperta della propria anima, parole dopo parola. Raggiungersi. L’autrice é la giovane scrittrice Milica Marinković. Un talento impeccabile e una scrittura avvolgente. Ecco una piccola intervista all’autrice:

Nel tuo romanzo racconti una storia d’amore strana, per certi versi, ma che è poi diventata molto comune. È il potere evocativo a rendere i social talmente magnetici da generare emozioni?

Sì, la trama principale di questo romanzo è una storia d’amore, ormai molto comune. Ma non tutte le storie d’amore possono definirsi tali e non tutto ciò che chiamiamo “amore” lo è veramente. Ecco perché, forse, prima di definire una storia d’amore come virtuale, dobbiamo veramente chiederci se l’amore virtuale sia classificabile come vero. Penso che i social siano diventati lo specchio del nostro mondo interiore. Tutto ciò che non osiamo fare nel mondo reale, lo facciamo in quello virtuale. Viviamo in un’epoca caratterizzata da una forte instabilità emotiva, da un individualismo sfrenato, dalle identità dilaniate. Un’epoca quasi sorda nei confronti delle emozioni. Per queste ragioni tendiamo a esprimerle sempre più nel mondo virtuale, tramite i vari social.

Descrivi anche una gran solitudine, va detto. Una società allo sbando, che ha perso molto. Come non restasse altro che gettarsi nell’illusione, come ultimo baluardo della felicità. Come siamo arrivati a questo?

La solitudine e questa situazione che descrivi molto bene derivano naturalmente dal nostro contesto storico-culturale. Perciò vedo un grande ossimoro nel chiamare proprio social tutte le reti come Facebook. La società abbandona i suoi luoghi per trasferirsi in una solitudine virtuale, chiamata, paradossalmente, social. Quindi non resta che gettarsi nell’illusione e anche se questa sembra la via d’uscita più facile, si rivela quella più difficile, perché non porta da nessuna parte. Vivere nelle illusioni e nutrirsi di falsi miti è un mondo che l’essere umano accetta con facilità, perché è lì che trova un conforto e il rifugio dalla realtà. Purtroppo, solo apparentemente è così.

Affronti anche il tema “sesso on line”, quasi come davvero alternativo a quello reale. La fantasia è molto potente, ma credi esista invece la possibilità che si arrivi a una sessualità deviata proprio perché la paura ci spinge a nasconderci nel virtuale?

Il tema principale del mio romanzo è la comunicazione con tutti i suoi volti, poteri, cambiamenti. E il tema “sesso on line” è inevitabile perché è proprio lì che vediamo il nuovo potere della comunicazione virtuale. È vero che la corrispondenza epistolare tra gli amanti esiste da secoli, ma solo oggi assistiamo a una comunicazione in tempo reale. La comunicazione si è impossessata anche del potere fisico nel mondo virtuale. Ha sostituito il contatto reale tra due corpi. Gli utenti preferiscono eccitarsi e accontentarsi senza muoversi, senza condividere veramente il piacere. Ma più o meno tutto è diventato così, non solo il sesso. Il piacere diventa il fine di se stesso e questo è grave. Lo stesso fenomeno accade mentre fumiamo sigarette senza nicotina, mangiamo dolci senza zucchero, beviamo birra senza alcol. Vogliamo il piacere, ma senza alcuna conseguenza. Neanche quella di poter condividere le emozioni. Se è da tanto che l’amore non si fa più con l’unico scopo di procreare, ora siamo andati oltre. Non lo facciamo neanche più. “L’autopiacere” ci basta. Un puro egoismo, figlio dell’epoca dell’individualismo.

L’amore. La distanza. Un motivo per cui le relazioni spesso non riescono nemmeno a iniziare, perché ci si illude ancora che possa accadere?

Perché, come ho scritto sopra, l’illusione ci piace. Ci fa stare bene. Soprattutto quando si è soli. Però, non penso che la distanza possa essere un problema insuperabile in una storia d’amore. Ovviamente, ammesso che si tratti di un amore reale.

Usi una tecnica particolare. La tua protagonista parla con il lettore, o con la lettrice, ma parla anche con te. Cosa ti ha lasciato Amelia?

Sì, questa tecnica è un altro modo di presentare i volti della comunicazione. In questo romanzo si tratta di una grande chat. La protagonista chatta con Pierre, ma anche con i lettori, con me, e con se stessa. Lei fa parte della mia vita perché mi ha posto tantissime domande alle quali ho cercato di rispondere mentre scrivevo il romanzo. Risolvendo i problemi di Amelia, penso di aver capito meglio il mondo. Anche me stessa.

Le dinamiche dei social portano a mettere anche involontariamente in piazza la propria vita. Come possiamo difenderci? Dalla curiosità, intendo.

Dipende da quanto ci facciamo vedere in piazza e soprattutto da come utilizziamo i social. Se uno è curioso, non so come possa nascondersi. E poi, perché farlo? Anche io sono curiosa, ma non mi interessano i fatti degli altri. Ora esistono tanti filtri e regolamenti per garantire una maggiore privacy su Facebook, ma tutto ciò si sta trasformando in un modo paranoico di agire. Mi sembra un metodo falso che illude la gente di sentirsi più protetta e più sicura, ma in realtà non è così. Personalmente, mi dà fastidio controllare ogni volta chi può vedere quello che scrivo. Penso che ormai siamo tutti controllati, quindi i contatti su Facebook non presentano il massimo pericolo.

Amelia è una donna passionale, un personaggio assolutamente moderno. A volte capace di farsi scudo della sua stessa solitudine e scappata da una realtà che la vorrebbe più simile all’immagine collettiva. È questo che vuole davvero una donna?

In effetti, Amelia scappa dalla realtà, ma poi fa proprio quello che sta giudicando. Si perde in un mondo virtuale. Direi che Amelia è una donna di altri tempi, una sognatrice, e non a caso menziono Flaubert e Emma Bovary. Amelia è qualcuno che conosce bene la letteratura e i suoi inganni, ma nonostante questa consapevolezza, non riesce a mantenere un confine preciso tra il virtuale e il reale. Tra il mondo dei sogni e quello dei fatti veri. È una donna molto coraggiosa nonostante le sue evidenti fragilità e sensibilità. Ecco perché saprà come agire all’aeroporto mentre aspetterà l’arrivo di Pierre. Per me il romanzo non ha un finale aperto, anche se così è sembrato a tanti lettori. Infine, penso che ci sia un’Amelia in tutte le donne.

Un’ultima domanda: ami davvero i social oppure il tuo romanzo nasce fondamentalmente da una critica?

Il mio romanzo è una critica. Una richiesta d’amicizia, ma quella vera, reale. Un invito a uscire dal mondo virtuale. Non posso dire di amare i social, però li uso, soprattutto per condividere e scambiare i contenuti culturali, anche se a volte mi interessa vedere come reagiscono gli utenti ai diversi post. Mentre scrivevo “Piacere, Amelia” ero molto attenta ai commenti – sia degli uomini che delle donne – relativi ai contenuti erotici, politici, letterari. I social si sono dimostrati indispensabili per il mio lavoro su Amélie. E finalmente, ho pubblicato questo libro grazie al Premio letterario Les Flaneurs. Il concorso l’ho scoperto proprio su Facebook.

Ringrazio Milica per la gentile collaborazione.

Recensione del romanzo “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” e intervista all’autrice Alice Basso

“L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” è un romanzo che unisce mondi diversi e sentimenti contrastanti. É ironico e dissacrante, ma allo stesso tempo intenso e profondo. I diversi riferimenti a panorami musicali e letterari rendono la lettura piacevole e interessante. I personaggi sono vivi, particolari, intriganti quanto evocativi di altre realtà letterarie. Questo libro è una galassia in perfetto equilibrio, un esempio di narrativa che nasconde dietro l’apparente leggerezza l’essenza stessa della vita, dei sogni infranti. Della consapevolezza di ciò si è davvero, oltre l’esigenza di costruirsi nella realtà un personaggio adatto alle proprie attitudini. Tanti personaggi in uno, come le maschere di un attore che cambia copione. Una metafora della vita e dei suoi diversi momenti. Alice Basso crea con questo romanzo una dimensione alternativa intensa, divertente, pungente, ma anche fortemente introspettiva. Un vortice di eventi costruito con maestria e una tecnica impeccabile, frutto, e si percepisce chiaramente, di esperienza e conoscenza della letteratura e della scrittura in tutta la sua complessità. Emozionante e irriverente, questo romanzo non sembra che l’inizio di ciclo costruito sui due protagonisti principali: Vani e l’ispettore Berganza, circondati da personaggi importanti e complementari come Morgana e Riccardo. Una narrazione veloce e scandita da momenti esilaranti, avvolgente e che lascia un buon gusto e soprattutto la voglia di leggere altre nuove avventure, perché siamo certi che di Vani sentiremo ancora parlare.

Ecco una piccola intervista all’autrice di questo bel romanzo, Alice Basso:

I tuoi personaggi evocano quelli di altri romanzi pur essendo originali e decisamente caratterizzati da una propria anima. Come sei riuscita a dar vita a questa magia?

Ommioddio, non lo so, non sapevo di aver fatto una magia! 🙂 No, okay, be’, credo che i personaggi riescano bene, a tutto tondo, se tu autore per primo ce li hai ben vividi e presenti in testa. Se ti diverti a immaginarti le scene che li vedono in azione, a cesellarli, come se assistessi alle loro gesta in una sorta di film mentale. Ecco, io questi film mentali me li proietto nel cervello da sola molto spesso (in sottofondo, s’ode l’eco della sirena della Croce Verde). Mi diverto un sacco a “visualizzare” le scene dei miei libri prima di scriverle. Credo comunque che non sia una cosa molto diversa da quello che fanno tutti, specialmente i ragazzi, quando ad esempio a fine giornata, prima di addormentarsi, vagano con la fantasia e si inventano situazioni o storie, più o meno reali. Mi sono spiegata? L’avete mai fatto? Dai, scommetto di sì!

Vani é un personaggio fantastico, é impossibile non innamorarsene. L’impressione é che tu non abbia voluto metterla seriamente in crisi con se stessa. Stai pensando di farlo?

In effetti c’è un punto del libro in cui a Vani succede una cosa, una cosa inattesa e scioccante che la destabilizza e la fa sentire vulnerabile, e Vani reagisce alla velocità della luce senza concedersi nemmeno una paginetta di riflessioni scorate. L’ho fatto apposta e con grande diletto, perché mi piaceva un sacco l’idea di mandare un messaggio del tipo: “Be’, e che problema c’è? Ti è successo così? E tu reagisci cosà, logico”. Il punto è che a me non piacciono per niente gli indugi nell’autocommiserazione, nel tormento esistenziale, nelle riflessioni angosciate, gli scavi degli oscuri meandri dell’anima e così via. O meglio: trovo naturale che a seguito di eventi sconvolgenti si dia la stura a riflessioni ed elaborazioni, ma non mi va di incoraggiare una certa tendenza generale ad autocompiacersene. Non mi va che qualcuno prenda un mio libro e sottolinei dei passaggi che rispecchiano il suo tormento, e lo facciano quasi sembrare una condizione bella, elevata, in cui abitare, arredandosi il tunnel anziché pensando a come uscirne al più presto. Preferisco che semmai ci si trovi qualche spunto ironico su come reagire – o perlomeno su come farsi una risata e alleviare momentaneamente il cruccio.

Berganza e Morgana più che protagonisti sembrano alter ego di Vani, come figure in qualche modo complementari. Come se qualcuno muovesse di nascosto le loro azioni. Cosa c’è di te in loro? O meglio, quanto ha influito la tua personalità nel creare Vani e i suoi alter ego?

Ho circondato Vani delle persone di cui amerei essere circondata io (e in un certo senso, di cui sono effettivamente circondata. Sono molto fortunata, sì!). In questo caso una quindicenne dissacrante ma intelligente e colta, un uomo maturo con il gusto della letteratura e un atteggiamento fra l’ironico e il rassicurante… Vedi, io dico sempre che la cosa bellissima di quando scrivi un libro è che ci puoi mettere dentro tutte le cose che ti piacciono, e così ho fatto io, dalle tematiche (i libri, la musica, l’ironia…) ai personaggi.

Riccardo é un personaggio particolare. Uno specchietto per le allodole, forse lo stronzo che tutti desideriamo nel profondo di essere, almeno una volta nella vita. Hai scelto volontariamente di mettere il lettore di fronte ai suoi desideri più ancestrali e oscuri?

In realtà no, sai? Non ho pensato che il lettore potesse, o volesse identificarsi con Riccardo. Col commissario, semmai, che è uno concreto, coi piedi per terra, uno di noi insomma. Ma Riccardo è bello, egocentrico, affabulatore e baciato dalla fortuna: onestamente, nei confronti di un tizio del genere io non proverei il desiderio di identificarmi, quanto piuttosto quello di fargli uno sgambetto nei pressi di una pozzanghera 😀 Però è vero che una personalità magnetica come la sua può attirare il desiderio di essere così, di chiedersi come debba essere vestire per un po’ i panni di un tizio così favorito dalla sorte, e in effetti anche su Vani questa sfolgorante sicurezza di sé esercita una certa attrazione…

Bianca é la punta dell’iceberg di un sistema editoriale spietato. Credi che nella realtà esistano davvero meccanismi che giocano a dare ai lettori solo le parole che stanno cercando?

Sì e no. Sai, in questi mesi da una parte ho capito che gli editori cercano l’originalità, il “qualcosa di nuovo” che distingua la loro produzione da ciò che già affolla il mercato; dall’altra però è anche evidente che la capacità di inserirsi in un filone già affermato favorisce il libro di turno, perché rende più facile spiegare cosa sia e cosa ci si possa aspettare da esso, e attrae quei lettori che vogliono andare sul sicuro. Però, ecco, entrambe le cose sono vere. Quale dei due aspetti favorire dipende molto dall’editore e anche dal singolo caso, credo…

Come si diventa scrittori veri? Come si acquisisce la tecnica e l’equilibrio narrativo che hai mostrato in questo romanzo?

Intanto, grazie per il complimento, che mi fa particolarmente piacere perché, essendo questo libro fondamentalmente un gran frullato (di giallo, comicità, rosa, metaletteratura e chi più ne ha più ne metta), il rischio che ne uscisse un magma confuso e slegato era fortissimo! Ancora non mi capacito che abbia funzionato… e di conseguenza non saprei nemmeno dirti bene come sia stato possibile. Tutto sommato, credo che l’equilibrio, non solo come nel mio caso fra generi mescolati, ma anche, per esempio, fra azione e riflessione, scene di dialogo e scene di introspezione, momenti leggeri e momenti intensi e così via, sia quasi sempre garantito da un lavoro preliminare sulla scaletta, prima di iniziare a scrivere (con aggiustamenti in corso d’opera, chiaramente). Se si struttura bene il romanzo a priori, in fase di progettazione, dopo è più difficile lasciarsi prendere la mano e sbrodolare, dilungandosi qui o là e sbilanciando i toni o i contenuti. Io sono una grande sostenitrice di una buona fase preliminare di organizzazione del testo: non credo negli scrittori che dichiarano di lanciarsi ad occhi chiusi, sospinti solo dalla loro apollinea ispirazione. Anzi, se devo dirla tutta, mi stanno pure un po’ sulle scatole, ecco!

Ringrazio Alice per la disponibilità, la gentilezza e per averci regalato questo bel romanzo.

Intervista a Ismaela Evangelista, autrice del romanzo “La coperta corta” – a cura di Anna Serra

Facciamo quattro chiacchiere con Ismaela Evangelista, autrice del romanzo “La coperta corta”, edito da Les Flaneurs. Al centro del libro troviamo Grace e il suo terribile segreto celato per anni, una vita in bilico, sospesa fra il male e il bene: da un lato un abuso sessuale nell’infanzia, dall’altro la speranza del perdono in età adulta.

Considerando la tua formazione e il tuo mestiere di psicologa e psicoterapeuta, immagino che la storia narrata si ispiri ad un caso autentico che hai dovuto affrontare nel corso della tua esperienza professionale. Puoi confermare?

In realtà, Grace, la protagonista, non rappresenta una paziente unica, ma racchiude il vissuto cognitivo, emotivo e comportamentale di diverse pazienti che incontro nel mio studio. Quindi i pensieri, le emozioni provate e il modo in cui ci si rapporta con il mondo. Mescolando le diverse storie, i vissuti e le situazioni attuali di sofferenza psicologica, sono riuscita a costruire un personaggio veritiero, aderente alla realtà, così come confermato dalle pazienti abusate, che hanno letto il romanzo, ritrovandosi nella descrizione dei tratti di personalità della protagonista.

Il padre e la madre di Grace non si accorgono del suo disagio. Chi dovrebbe proteggerla con le unghie e con i denti non è in grado di farlo e lascia che l’infanzia della bambina sia segnata per sempre. Sulla base delle tue osservazioni, studi e esperienze, è abbastanza comune il fatto che i genitori sovente sono ignari del terribile male che i propri figli subiscono?

Sì, purtroppo è molto comune il fatto che i genitori non si accorgono minimamente dell’eventuale presenza di un abuso subito dal/lla proprio/a figlio/a, questo perché i cambiamenti comportamentali, che sono per l’appunto la spia di un disagio, vengono attribuiti a cause più “accettabili” (per esempio il periodo adolescenziale, in cui ai ragazzi e alle ragazze pare venga “scusato” tutto, perfino i comportamenti più chiusi e/o bizzarri).

Grace, da adulta, pensa che forse avrebbe dovuto parlare, rompere il silenzio, confidarsi con qualcuno, anche se correva il rischio di non essere creduta, di non essere presa sul serio con le sue sconcertanti rivelazioni. Come si può convincere un bambino a superare la paura e a sfogarsi con una persona di fiducia?

Non è molto facile convincere un/a bambino/a a parlare di un abuso subito, se ha in testa la credenza “questo è un segreto, non lo dirò mai a nessuno”. Tuttavia, se un terapeuta ha la “fortuna” di incontrare un/a paziente abusato/a, ancora in età infantile, puo’ essere l’artefice del suo destino, se riesce ad essere capace di instaurare un forte rapporto di fiducia, all’interno del quale il/la bambino/a puo’ sentirsi al sicuro. La rivelazione del segreto è possibile, vengono utilizzate diverse tecniche all’interno dei colloqui clinici, in età infantile il disegno rimane quella privilegiata. Attraverso di esso il/la bambino/a ha la possibilità di esprimere il disagio, appunto disegnandolo, proiettando sulla carta la sua sofferenza, fino a provare il desiderio di esprimerla verbalmente, se ha davanti a sé una persona capace di “contenere” la sua rivelazione.

Terminiamo con una domanda un po’ provocatoria … Da una parte troviamo la vittima, alla quale va tutta la nostra comprensione e solidarietà per la terribile esperienza che la devasta; dall’altra c’è lui, il carnefice, la cui mente è invasa dalla perversione, da una devianza patologica. Si tratta, a tutti gli effetti, di un uomo malato che ha bisogno d’aiuto per curarsi. Forse, e sottolineo forse, si potrebbe pensare che merita una minuscola briciola di compassione. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Io lavoro in ambito penitenziario e di persone che si macchiano di reati pesanti come la pedofilia ne ho viste diverse, posso affermare che da molte loro storie escono dei quadri di estrema sofferenza, di abuso stesso subito, maltrattamenti e abbandoni. Molte azioni, reati compiuti come la pedofilia, possono anche essere comprensibili, se visti in tale luce, ma non giustificabili. Perché si puo’ scegliere se far del male o meno ad un bambino, così come ogni genitore, sotto la pressione dello stress, puo’ scegliere se cedere alla rabbia e colpire fisicamente il proprio figlio o controllarla senza toccarlo, risolvendo il conflitto in altri modi più funzionali.

Ringrazio Ismaela per la gentilissima collaborazione.

 

#Parliamodi “Tre sassi bianchi”, il romanzo di Lisa Genova – Love Anthony review

Il romanzo “Love Anthony” e’ appassionante, intenso e carico di emozioni. I personaggi esplodono di una propria identità mettendo in mostra le fragilità, i desideri, i sogni, così da risultare affascinanti e soprattutto veri. Beth è una donna tradita, amareggiata, ma che non ha smesso di amare suo marito Jimmy. Beth cerca di ritrovarsi giorno dopo giorno e torna a scrivere dopo tanto tempo. Un libro il cui protagonista è un bambino autistico. Olivia e’ una donna che ha perso qualcosa di importante, non solo se stessa. Non solo il suo dio. Ha perso la sua ragione di vita. Vive sola, tra le spiagge tempestose di Nantucket, persa nella sua solitudine, nella mancanza di Anthony e del suo ormai ex marito David. Love Anthony e’ una viaggio che fa conoscere il piccolo Anthony, il suo mondo, attraverso gli occhi dei personaggi di questo romanzo. Un’atmosfera rarefatta, triste a volte, ma che riemerge nella forza dell’estate, come la rinascita della terra, della speranza. Di un’anima. Lisa Genova scrive una storia complessa e magica. Dura. Forte. Appassionata. Crea l’amore anche nel tradimento. Racconta cos’è l’autismo, come funziona. Sia dal punto di vista di chi ne è vittima, sia dei familiari che devono capire e convivere con questa realtà. Racconta del dramma dei genitori, della guerra con i loro sentimenti contrastanti. E di come l’amore sia l’unica strada. Che è l’unica cosa che non muore mai davvero. 

Recensione de “La coperta corta” di Ismaela Evangelista a cura di Anna Serra

Grace – così l’hanno chiamata in ricordo della principessa Grace Kelly – è una bambina come tante, se non fosse che a soli sette anni sua madre, inconsapevolmente, la getta fra le braccia di un lupo travestito da agnellino. L’orco non ha un aspetto orribile, è un rassicurante insegnante di pianoforte che frequenta la casa di Grace ed è un amico di famiglia.

Presto la musica diventa infernale e gli insegnamenti si traducono in “giochi” che soltanto due adulti sono liberi di fare per amore o per diletto condiviso, ma che per nessuna ragione al mondo devono coinvolgere un bambino o comunque un minore. Giochi proibiti che lasciano “ i bruciori sul corpo, il sapore salato nella bocca e le mani stanche”. Dalla tastiera del pianoforte le lezioni si trasferiscono in un letto su cui è buttata una coperta troppo corta per coprire e che fa sentire alla piccola un freddo glaciale e ogni volta si concludono con un beffardo: “ Grazie, principessa Grace”.

“Se lo dici a qualcuno, tua mamma muore” sono le minacce del bastardo, che spingono Grace a restare in silenzio, a non vomitare il suo dolore e a tenersi tutto dentro per anni. I suoi genitori sono ciechi di fronte alla sua paura, ai suoi turbamenti, ai suoi continui malesseri fisici, troppo impegnati nella loro vita sociale per accorgersi della cancrena della porta accanto.

Dove può portare tutto questo? Allo sviluppo di una personalità sociopatica, secondo quanto le diagnostica lo strizzacervelli: Grace, ormai donna, è incapace di provare empatia e compassione per gli altri, non si fida del prossimo, finge, mente, ha tanti uomini ma di nessuno si innamora e non riesce a vivere la sua sessualità femminile. Eppure Grace sceglie una professione in cui è necessario avere pietà degli altri e sapersi mettere nei loro panni: l’infermiera geriatrica. Ma svolge il suo lavoro con distacco e freddezza. E’ un robot senza sentimenti.

E se a distanza di vent’anni incontrasse di nuovo l’orco, ormai vecchio, malato e inoffensivo? E’ possibile il perdono dopo tanta sofferenza? O la sete di vendetta sarebbe inarrestabile e incontrollabile?

Un libro dal contenuto forte, che esplora una mente perversa e deviata e le devastanti conseguenze a cui può condurre, una storia che si legge tutta d’un fiato, incrementando nel lettore il disprezzo e il disgusto verso un terribile abuso, fino a placarlo con un finale inaspettato.

Sveliamo il mondo di Chiara Dello Iacovo e il suo primo album “Appena Sveglia”

“Introverso” è brano il che, dopo l’avventura di “The Voice”, ha svelato al grande pubblico di San Remo la bravura della giovane artista Chiara Dello Iacovo. Ho ascoltato il suo primo album “Appena Sveglia” e ora ve ne parlerò. Il primo brano si chiama “Vento”, un po’ come l’origine della malinconia, la necessità di dover prendere coscienza del tempo che si allontana e, nell’incedere dei ricordi , fare i conti con se stessi. “La mia città” racconta di un luogo, che è poi parte di noi stessi. Un luogo il cui confine è qualcosa che resta dentro, in fondo. Nei giochi d’apparenza, nei sogni di cui non puoi fare a meno. Narrare una storia, la propria, scritta sull’asfalto che racconta, proprio come l’inchiostro. “Donna” è un brano che scava nell’anima di una donna, nei suoi riflessi nascosti, negli istanti rubati. Nel cercarsi, nell’attimo in cui la sera incontra la notte e ci si guarda dentro. “Scatole di sole” è un pezzo introspettivo che racconta l’illusione di capirsi, di cercare una strada nuova che porta a ritrovarsi. E aggrapparsi a se stessi, e all’immagine di sè. “Soldatino” è la metafora della vita, delle delusioni che si presentano nel rincorrersi dei giorni, quando questo vuol dire crescere. Immagini che scandiscono la trasformazione delle speranze che diventano certezza. La vita non è come la immaginavi tu. Comprendere che il gioco è, spesso, truccato. “1° maggio” narra l’amarezza della ribellione, la storia di un sogno. La genesi del diritto, della lotta per ottenerlo. La storia tramandata sui muri di una città che appare spoglia anche quando è più facile tacere. “Genova” è una ballata elegante e intensa, un’istantanea che parla di un mondo intero. Una città che si specchia dai finestrini di un treno. L’attesa del mare. Genova è quel mondo. Genova e le sue ferite. I suoi ricordi. Il tempo che le toglie i colori, la rende sfumata. Genova è sentirsi un po’ lei. Nella sua musica, nelle sue melodie. Nella sua anima calda in cui si può anche affogare. “Il signor buio” è la notte porta pensieri, tesse ragnatele di ricordi e incanti. Nei momenti in cui si perde, e in cui ci si perde. Un sabato sera, in cui però credere ancora. Una melodia accogliente e avvolgente. “La rivolta dei numeri” è la nostalgia, fatta di numeri, di istanti. Anche questo in brano Chiara cerca se stessa e, forse, la trova. “Appena Sveglia” è un album riflessivo, orecchiabile ma profondo, svela un’artista giovane e di talento, che sa giocare con se stessa senza mai perdere di vista le sue radici. Che incanta con un’aria apparentemente stralunata, ma che svela maturità sia artistica che personale. Un personaggio e una persona. Due facce che regalano una sola identità, un po’ come la luna. Un bel disco.
Chiara Dello Iacovo è stata nostra ospite e le abbiamo posto alcune domande, ecco cosa ci ha risposto:

L’album “Appena sveglia” è un disco particolare musicalmente e decisamente impegnato. Quando é nata questa maturità artistica?

Io non lo definirei un album impegnato. Più che altro è un album sincero con se stesso, consapevole di sé, ma senza alcuna pretesa di imporre la sua visione delle cose

In quasi ogni brano si percepiscono le radici del territorio in cui hai lasciato un po’ di te stessa. Cosa ti ha lasciato una città strana come Torino?

In realtà la mia città natale è Asti, con la quale ho sempre avuto un rapporto un po’ contrastante. Torino la sto vivendo da poco, anche perché a causa del mio mestiere non ho troppo tempo da dedicare alla staticità. Di sicuro abbiamo molti lati comuni, tra cui quel modo discreto di lasciarsi solo…intravedere.

Il tuo è un disco che parla di speranze tradite e di sogni che restano ad aspettare. Consiglieresti a un bambino di sognare o di essere razionale?

Ma con che coraggio una ragazza che ha scelto di provare a vivere di arte potrebbe dire ad un bambino di non sognare? La razionalità è necessaria per non andare alla deriva ma è un salvagente che si sviluppa col tempo, grazie agli incidenti di percorso, alle sconfitte e ai conseguenti aggiustamenti di rotta che sei costretto a compiere, ma al timone della nave c’è sempre un sognatore, se no manco si esce dal porto.

Cosa ti aspetti da questo disco e dalla musica in generale?

Col XX secolo abbiamo imparato che attraverso la musica si possono creare delle vere e proprie rivoluzioni sociali e generazionali. Purtroppo credo che questa sia ormai rimasta un’utopia. Il nostro presente gioca in una modalità “onnipresente” dove è difficile catalizzare l’attenzione su una cosa in particolare che possa quindi funzionare da traino o da miccia per un cambiamento di grandi proporzioni. Siamo nell’epoca della condivisione e quindi credo che anche per quanto riguarda la musica l’unica cosa che abbia ancora un senso sia usarla come tramite per condividere, per metterci in contatto, per tenerci stretti gli uni agli altri. Insomma, l’unica cosa che per me sembra ancora avere un senso è l’amore, e la musica è il modo più efficace per disseminarlo.

Uno dei fili conduttori di questo disco sembra essere il rapporto con i numeri e il rapporto come un numero. Si possono codificare le emozioni?

Suggerisco di prendere uno studente di Lettere ed uno di Neuroscienze e porre ad entrambi contemporaneamente questa domanda. Dopodiché studiare gli effetti dell’esperimento ed imbastire una teoria su come la scelta di una determinata facoltà influenzi le tue scelte di vita a livello esistenziale.

Sei tu che cerchi la musica o é la musica che trova te?

Come in ogni relazione basata sullo scambio reciproco, di solito ci si incontra a metà strada.

Non ho potuto non notare che in questo album parli poco d’amore o comunque lo fai in modo indiretto, é una scelta?

L’amore in senso lato in realtà è la spinta primordiale che sottende tutti i miei testi, in modo più o meno evidente. Parlare d’amore in modo diretto non è mai facile, soprattutto a vent’anni quando di esperienza in merito ne hai davvero troppo poca e perciò rischi inevitabilmente di cadere nel banale.
6. Tu che ci sei riuscita, ci racconti come si sopravvive a un talent riuscendo a conservare l’originalità e l’intensità della propria identità?
Dipende sempre da cosa si è disposti a perdere: prima di entrare in un meccanismo del genere bisogna avere ben chiare le proprie priorità. Per me l’esperienza del talent non è stata semplice perché ho sempre cercato di viverla “in prospettiva”, senza lasciarmi traviare dallo scintillio illusorio del momento presente, di quell’apparente e provvisoria notorietà che avrebbe potuto indurmi in tentazione. Avevo ben chiaro che tutto quello sarebbe presto sfumato e che l’unica cosa che mi sarebbe rimasta in termini concreti, sarebbe stata me stessa: e quella me stessa quindi, ho cercato sempre di proteggere davanti a tutto.

Ringrazio Chiara per la disponibilità e Francesca Zizzari per gentilezza, professionalità e supporto.