Recensione disco “Il Santo” di Samuel Holkins

Il disco “il Santo” di Samuel Holkins ha una componente rock accesa e testi con forte impronta sociale. Una ribellione musicale che richiama al rock di protesta di ormai molti anni fa. L’anima è quella, è la volontà di mettere in scena uno spettacolo importante c’è. Il brano “Il Santo” racconta l’ipocrisia del mondo moderno, degli interessi che diventano predominanti su ogni cosa, anche sui rapporti umani. Un richiamo alla figura di Giuda e alle sue raffigurazioni nel mondo attuale. Il brano è decisamente rock, ben suonato. Piccola considerazione del tutto personale, avrei aggredito di più e osato maggiormente su un tema di questo tipo. Il brano “Mille luci” è un ballo estenuante, con un sorriso che cela l’oscurità. Il tradimento, senza lasciare traccia. In “Un uomo memorabile” si sente l’intensità di un momento. Il suono leggero che lascia una traccia. Indelebile. Il concetto di libertà della musica, che non svanisce. La vita oltre la musica, il pensiero. Che resta. “Babylonia” il brano suona bene, da segnalare una imperfezione all’inizio del testo (spero voluta): nutrisce speranze. Il brano cerca le radici nella musicalità della musica cantautoriale italiana, nella narrazione da cantastorie, con un’ambientazione rock.  “Fuoco di Russia” è un brano particolarmente aggressivo da un punto di vista musicale. Un racconto di un momento di un “dopo amore”, l’attimo di perdizione che sconfina nel dimenticare un volto. Tentativo di mettere in musica un momento poco importante.  Il disco nel suo complesso convince poco, sia per l’approccio vocale fragile su brani concepiti per essere rock e che risultano così troppo leggeri. I testi sembrano in bilico, senza una vera forza e convinzione. I brani suonano bene, sono stati suonati in maniera ottimale, ma nel complesso mancano di quella aggressività e incisività che ci si aspetta dal rock puro, così come questo prodotto vorrebbe presentarsi. Da riascoltare.

Recensione “The Voice Never Lies” dei B-Tles 3-Bute

Far rivivere i brani storici dei Beatles è un’impresa molto complessa. Ci vuole coraggio, passione e tecnica. L’album “The Voice Never Lies” rappresenta un ottimo esempio di come sia possibile farlo e con un’ulteriore grado di difficoltà, realizzarlo con soltanto l’ausilio delle voci. Il gruppo che ha reso possibile tutto questo si chiama: B-Tles 3-Bute. Cinque voci che si amalgamano e fondono per mettere in scena uno spettacolo di emozioni e musica. Suoni che mettono in luce brani pregiati. Sfumature e incanti vocali che si rincorrono. Il risultato di questo progetto è elegante e affascinante. Un viaggio nella storia dei Beatles, costruito senza lasciare nulla al caso, con attenzione e rispetto nei confronti di brani importanti per la storia musicale mondiale. Canzoni da ascoltare e riascoltare, consigliate anche per chi non conosce o non ha vissuto l’epoca dei Beatles. Come non evidenziare la tecnica vocale dei cinque componenti della band, se ne percepisce l’esperienza, fondamentale per poter interpretare brani così importanti in una veste così particolare. I brani presenti in questo disco spaziano da “Norwegian Wood” a “Penny Lane”, da Hey Jude a Michelle, veri e propri pezzi leggendari della discografia, ognuno creato con un arrangiamento originale e ben studiato per mettere in luce le voci, il testo e la storia della canzone. Decisamente un ottimo lavoro. Abbiamo seguito anche il live del gruppo che arricchisce al pregio dell’interpretazione da studio il pathos e il trasporto di un live coinvolgente e strutturato per intrattenere un pubblico esigente e preparato su quella è una leggenda della musica.  Un’impresa non facile e in cui i B-Tles 3-Bute riescono con gran facilità, anche grazie alla passione che li accompagna. I componenti della band sono: Ricky Belloni, Max Corfini, Alberto Favaro, Moreno Ferrara e Marco Gallo. Bravura ed esperienza per un progetto importante.

Recensione dell’album “Il mio modo di ballare” di Paolo Tocco

Torna Paolo Tocco con tutta la raffinatezza delle sue canzoni. Un album elegante e ricco di poesia. Ma entriamo nel mondo di “Il mio modo di ballare”. Il brano “D’oro e di Pane” è una riflessione poetica, una storia raccontata con maestria, con passione e pazienza. Senza gridare. Sussurrare un grido a cui fa eco la sofferenza, che si nasconde. Si trasforma in forza di volontà. “Da questo tempo che passa” una ballata semplice, ma che porta con se una storia che racconta un passato carico di ricordi. Come guardare oltre, senza smettere di guardarsi alle spalle. Perché il passato è il punto di partenza, per il domani. Essere se stessi, e trovare quella strada che ha il sapore della musica. Pura poesia. La canzone “Come le formiche” è un brano intenso e profondo, un viaggio in immagini che superano il bene e il male, per essere se stessi.  Combattere per le proprie idee, per la propria identità. Una lezione di vita. Non sempre essere felici, equivale a vincere. “Aveva vent’anni” è una ballata dinamica e attraente, saporita e racchiusa nel tempo veloce di una storia da raccontare in fretta. Ricorda le storie in poesia di De Gregori, e le sue atmosfere. “Il magico mondo di un vecchio che sapeva ballare” è una storia con il respiro della ballata e la poesia dei versi, raccontati con quel filo di risentimento per un personaggio particolare, che può sognare, nonostante tutto.  “Nenè” è una lieve poesia, intensa e avvolgente. Una canzone d’altri tempi, con quel suono che entra nelle vene. Un brano che parla d’amore, e lo fa davvero. “Chiodi di pioggia” come una storia raccontata a un bimbo, a un sognatore. Credere al domani, con le sue emozioni. Ai racconti di nuvole fresche e soffici, come neve. “Luna nera” una storia che mette in luce il lato oscuro, la notte che coglie all’improvviso, i segnali di una scelta sbagliata, dell’attimo che cambia tutto. Dei due lati dell’amore, diversi, proprio quelli della luna. E poi ricominciare, ad amare. “11 Settembre” è una struggente ballata, un ricordo di un momento amaro. Un pezzo difficile, soprattutto per la difficoltà di affrontare un tema così intenso e così terribilmente conosciuto. Metafore poetiche e dure allo stesso tempo. “Occhi di cenere” è pure poesia, un viaggio che sta per iniziare. Un viaggio che non vuole finire. “Pezzi di bugie” è il brano che chiude con maestria e metafore che si rincorrono. Una musicalità che spiega la musica stessa. E’ la storia di una vita, ed è la storia di tutte le vite. “Il mio modo di ballare” è un disco da ascoltare e soprattutto da capire. Versi da interpretare ma che colgono appieno il senso della vita, i suoi controsensi. Che affronta paure e ricama momenti di felicità, li rende vivi nota dopo nota. Sicuramente un bel disco, d’altri tempi, si direbbe. Sonorità che incantano, parole che affascinano. Eleganza e bella musica per un ottimo prodotto. Un cantautore che anche questa volta fa centro con un disco imperdibile.

Recensione dell’album “Via di Fuga” di Vincenzo Maggiore

L’album “Via di Fuga” di Maggiore è intenso e accattivante. Possiede melodie avvolgenti e parole talvolta dure, talvolta più dolci, ma mantenendo sempre un livello poetico molto alto. Il primo brano è “Una sottile punta d’Africa”. E’ un viaggio nell’anima, nelle sue contraddizioni, oltre la natura dell’uomo. Una ballata orecchiabile e intensa. “In segno di protesta” rappresenta la ribelle contrapposizione del bene e del male. La cultura della protesta, del respiro, di tutte le componenti che creano la vita stessa. “Pezze a colori” è una canzone dal suono leggero, che avvolge. Una poesia che scivola tra i versi di una piccola malinconia, nei sogni. E nei ricordi, come, appunto,  pezze a colori. “Parole Sante (cosa vedi e cosa no)” è una ballata che poi è un giro attorno alla natura dell’uomo, di quel resta oltre i discorsi della gente. Di quell’immagine che tradisce la mancanza di un senso. Il brano “Un bacio sul treno” regala le parole che costruiscono un castello di speranze, raccontano una storia sfuggente, ricca di immagini e sensazioni contrastanti quanto poetiche. L’attesa di un sogno, così vicino da poterlo toccare. “Un tempo prezioso: Un brano riflessivo, fatto di pensieri e momenti. Guardarsi dentro e sostenere il proprio sguardo allo specchio, o, almeno, provarci. La certezza che si scopre una sfumatura. Perdere il tempo, e rivalutarlo. Scoprirlo. “Parte unica” è un incantevole brano dalla melodia sognante e le parole profonde. Introspezione e luci tenui, su note leggere, ma forti nella loro intensità. Un incedere che sembra l’attimo poco prima di volare.  “Sotto le scarpe” parla dei passi della vita, i resti di un passato e un futuro che scivolano tra le dita. L’addio che lascia i ricordi a contemplare un’immagine sfumata di malinconia. Un quadro di quello che resta, e di ciò che non si riesce a capire, come un attimo di pausa.  “Via di fuga” è un pezzo soffice e forte, una favola spietata di vita. La ferita e la pace, l’incontro sfuggente con se stessi, proprio mentre si sta sfuggendo via. “Casa mia” è la canzone che chiude il disco. Un brano più ritmico che ondeggia tra folk e pop, tra l’ipocrisia di una cultura e la voglia di cambiare. La certezza che l’ideale potrebbe non essere sufficiente per credere in una svolta.  “Via di fuga” è un album poetico, riflessivo e carico di sensazioni spesso contrastanti ma che evidenziano i passi della vita, la delicatezza dei ricordi e che mettono in luce la passione per la musica e per la vita che permette di crearla. Un bel disco.