Recensione album “Poco Flow” di Meis

L’album “Poco flow” di Meis si presenta con una bella veste grafica e con titoli delle canzoni che invogliano all’ascolto. Il primo brano è “One shot one kill”, come una citazione all’intro della nota canzone “Lose Your Self” di Eminem, ed è caratterizzata da un bel flow, al contrario di quanto dice il titolo, con un testo che coinvolge e una base con un bel ritmo. Il brano “Poco flow” è una canzone che è più una reazione per dimostrare il talento hip hop, e il risultato è interessante. Una canzone che miscela una base ritmata, con un ritornello accattivante un testo ben strutturato. Il pezzo che si intitola “Vuoto” possiede un impatto deciso e un testo intelligente e puntuale con un sound attraente. “Balla Balla” è un pezzo quasi da ballare con un testo più leggero dei precedenti. Un bel ritmo e un buon ascolto. “Più o meno” è un pezzo con architettura intrigante, e un ritornello che cattura. Il testo non presenta particolari originalità, ma funziona. “Questa notte” è un brano che di emozioni, di una notte. Le sue immagini, le sue sensazioni. Il calore di un momento. “Sangue e demoni” è una canzone intensa e veloce con un ottimo trasporto. “Supalova” è un brano dinamico e con un bel sound, testo intenso e base con alto livello di stile. Un ritornello interessante. “Amascè a ballè” canzone estemporanea, istantanea di un momento. Hip hop con il sapore del sud che cerca il divertimento. Brano più semplice ma meno convincente dei precedenti. In generale l’album “Poco flow” dimostra un buon livello di contenuto, brani ritmati e un sound interessante. Brani intensi ma mai volgari, che raccontano un punto di vista dell’autore e soprattutto mettono in luce l’anima degli artisti che con l’hip hop vogliono dimostrare il loro valore e talento anche contro una certa critica poco costruttiva. Canzoni che hanno una buona costruzione e che dimostrano un ampio margine di miglioramento. Il futuro si gioca sull’osare e tentare di costruire una strada che misceli le basi coinvolgenti e ritmate con testi che, come in questo caso, non risultano banali ma che fanno riflettere. Da ascoltare.

“Sheik yer Zappa” by Stefano Bollani

Stefano Bollani è un musicista, pianista e cantante jazz, che ha iniziato a studiare pianoforte all’età di sei anni. Dopo il diploma al conservatorio di Firenze ed essersi fatto le ossa come turnista nel mondo della musica pop, si è affermato nel jazz collaborando con i grandi protagonisti della scena, tra cui: Richard Galliano, Phil Woods, Lee Konitz, Aldo Romano, Michel Portal, Gato Barbieri, Pat Metheny, Chick Corea, esibendosi a Umbria Jazz, Festival di Montreal, Town Hall di New York, Fenice di Venezia, Scala di Milano. Dal 1996 collabora con il suo mentore Enrico Rava, uno dei jazzisti italiani più noti a livello internazionale.

Nel 2003 Bollani riceve il Premio Carosone, l’anno successivo il magazine giapponese “Swing journal” gli conferisce il “New Star Award” riservato ai talenti emergenti stranieri, per la prima volta assegnato a un musicista non americano. Nel 2006 per la rivista Musica jazz è il musicista italiano dell’anno. Nel 2009, nell’ambito del North Sea Jazz Festival in Olanda, gli viene attribuito il “Paul Hacket Award”; due anni dopo è la volta del “Los Angeles-Italy Excellence Award”, per la cultura italiana nel mondo.

In televisione è stato simpaticissimo ospite fisso del programma di Raiuno “Meno siamo meglio stiamo”, di e con Renzo Arbore, in cui si è esibito anche nelle irresistibili imitazioni di Paolo Conte, Franco Battiato, Marco Masini, Enzo Jannacci. “Sostiene Bollani” è il titolo del suo primo programma televisivo, interamente dedicato alla musica, andato in onda su Raitre nel 2011.


Il nuovo album: Sheik yer Zappa


Nell’ottobre del 2014 Stefano Bollani ha pubblicato il suo tributo a Frank Zappa, un grande mito della musica, in grado di fondere tutti i generi ottenendo risultati sorprendenti.

L’album raccoglie nove registrazioni live del 2011, i brani sono di Zappa ad eccezione di “Male male”, scritto da Bollani, e “Bene bene”, composto dal pianista milanese insieme al vibrafonista Jason Adasiewicz.

Lo “shaker”, che dà il titolo all’album, si riferisce all’improvvisazione con cui sono stati realizzati i brani, che prendono spunto dall’opera di Zappa, per evolversi un direzioni differenti. Un preciso riferimento, se non una vera e propria linea rossa, con il modo di comporre dell’artista americano, che mescolava musiche e generi provenienti da tutte le parti del mondo, per realizzarne commistioni originali. Una traccia ideale che viene però capovolta nel modo di sviluppare il tributo, preferendo la massima libertà espressiva al rigido perfezionismo di Zappa.

L’album nasce dai concerti che Bollani tenne nel 2011, con una playlist selezionata dai numerosi dischi del chitarrista americano: da “Uncle meat” a “Peaches en regalia”, passando per “Blessed relief”, quest’ultimo inserito nell’album “The grand wazoo”.

Per la realizzazione di “Sheik yer Zappa” è stato formato un gruppo nuovo, con un vibrafonista conosciuto tramite YouTube (Jason Adasiewicz), Larry Grenadier al (contra)basso, Josh Roseman al trombone e Jim Black alla batteria. Ovviamente manca il chitarrista; il ruolo sarebbe stato ingrato per chiunque.

Il risultato finale è positivo, giudizio che probabilmente troverà d’accordo alcuni e decisamente contrari altri, secondo i gusti personali e le aperture necessarie per accettare rielaborazioni o evoluzioni del lavoro di Zappa.

Bollani ha compiuto un’operazione difficile, sapendo di prestare il fianco a chi segue rigidamente certi schemi, ma come ci ha insegnato Frank Zappa, la qualità “dell’alchimista” la si vede nel modo con cui utilizza gli “alambicchi”, talento che non manca al musicista milanese e al suo gruppo.

La vedova e la fondazione che tutelano il nome e la qualità della musica del grande chitarrista americano, hanno approvato l’operazione di Bollani, affermando che era in linea con lo spirito di Frank.