La carna trist

Marisa Vallone, nata a Bari nel 1986, è la regista del cortometraggio “La carna trist”, che è stato il suo saggio di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia. In precedenza aveva realizzato documentari e corti, tra cui “Sotto il cellophane” del 2012, selezionato in numerosi festival cinematografici.

Il film è interamente ambientato in Puglia nel 1956, in una zona rurale dai colori rossastri tipici della terra di questa bellissima regione. I dialoghi sono esclusivamente in dialetto pugliese definito “ritmato ma fluido”.

La prima scena del cortometraggio mostra l’arrivo di un uomo, che corre e il sorriso divertito di Lucia, che si trasforma in espressione seria e preoccupata. Si tratta di un mutamento significativo, da divertito a impaurito, da illusione a consapevolezza, da idealismo a realismo. Una doppia chiave di lettura, che accompagnerà tutto il film, sia nella trama sia nei personaggi.

Lucia, la protagonista (interpretata dalla brava Maria Stella Cassano), vive in una famiglia lontana dalla religione, tanto che il prete del paese le rivela, che non avrebbe voluto neppure battezzarla. L’anziano padre è un comunista ateo, che svolge un importante ruolo all’interno del partito locale. La figlia, invece, è cresciuta con gli insegnamenti di Don Antonio e in una discussione col padre gli confessa che crede a una vita dopo la morte. Forse spinto dalle parole della figlia ma ancora più dal sopraggiungere della morte, il padre esprime il desiderio di confessarsi. Lucia corre in cerca di un prete, contenta della decisione del genitore. Nel viaggio alla ricerca del sacerdote la ragazza troverà soltanto chiusure e porte chiuse, portandola sempre più lontano dalle sue certezze e, purtroppo, anche dal padre morente.

La carna trist na’ vol manc Crist” è un’espressione dialettale garganica usata allo scopo di commentare il comportamento di qualcuno che ha commesso malefatte. Letteralmente, la carne triste non la vuole neanche Cristo. In qualche modo, chi fa uso di questa frase “prevede” il futuro dell’anima della persona cui si riferisce, affermando che la sua anima non sarà gradita a Gesù Cristo.

Uno dei primi personaggi a entrare in scena è Minguccio, che si offre di aiutare la ragazza dandole un passaggio in bicicletta. L’uomo rappresenta l’indifferenza che circonda la protagonista, infatti, quando la bicicletta si rompe, invece di reagire pensa soltanto ad apprezzarla fisicamente. Una donna anziana alla ricerca di una scarpa osserva da lontano i due, la sua presenza nella storia è una contrapposizione e simboleggia l’aspetto mistico di quel mondo rurale. Minguccio e la vecchia sono l’opposto l’uno dell’altro e non è un caso che si trovino con Lucia nello stesso luogo, tra strade isolate e sterpi.

Il lavoro di regia e di scrittura è basato sulla caratterizzazione dei personaggi e di quello che raffigurano. Il fulcro attorno al quale si muove tutto è Lucia, che difende le proprie idee e la sua libertà, consapevole però della sua fragilità, proprio come le lumache che lei ruba alla terra e che come lei hanno bisogno di un guscio per sentirsi protette. La forza della ragazza, il suo guscio, è la fede, messa a dura prova sia dalla madre, che l’accusa delle gravi condizioni del padre sia dagli stessi sacerdoti, che rifiutano di impartire il sacramento della confessione, in virtù di una coerenza terrena che nulla ha a che fare con la misericordia e il perdono. Nella scena finale Lucia incontra nuovamente la donna anziana, che ora ha tutte e due le scarpe, come i due percorsi che hanno accompagnato la ragazza prima di rendersi conto che il guscio si è definitivamente rotto.

In soli venti minuti Marisa Vallone è riuscita a sviluppare un racconto apparentemente “antico” e con temi lontani dal sentire odierno; la padronanza del linguaggio cinematografico le ha consentito di realizzare una storia costruita su metafore, che ha il merito di rendere evidenti le contraddizioni e la confusione del tempo attuale.

I suoni, i colori, i rallenty fanno parte del racconto, il rumore che fa il prete mentre mangia i lupini ha un motivo di essere, così come il canto delle cicale nell’assolata campagna pugliese o i sorrisi ironici delle due ragazze che Lucia incontra nel finale. Tutto è adottato in funzione narrativa, esasperando contrasti e sintonie, fornendo allo spettatore molteplici chiavi di lettura, indispensabili per comprendere i diversi piani in cui si muovono i protagonisti.

Gran merito della riuscita del film è anche degli attori: Maria Stella Cassano, Franco Ferrante, Pinuccio Sinisi e Tiziana Schiavarelli; notevoli le musiche scritte da Mariano Paternoster, autore anche della colonna sonora del precedente film della Vallone.