Recensione dell’album “Occupo poco spazio” di Nada

Nada ritorna con un nuovo album intitolato Occupo poco spazio, tre anni dopo il precedente Vamp.

La “Nada” degli anni sessanta ha lasciato il passo a quella del decennio successivo, dove tra coraggio e lungimiranza interpretò i brani di Piero Ciampi e Paolo Conte, per poi fare emergere la propria anima musicale, diventando lei stessa autrice delle sue canzoni.

La svolta possiamo farla risalire all’album L’anime nere, ma fu nel successivo Dove sei sei, che si compì pienamente la sua trasformazione artistica.

In quel lavoro Nada si immerse nella composizione di musiche e parole (tranne il brano Piccoli Fiumi di Gianmaria Testa), confortata dalla presenza di Mauro Pagani, produttore artistico e autore degli aggiornamenti.

In Dove sei sei le sonorità e le soluzioni musicali non erano mai banali o scontate, anzi l’anima punk prendeva il sopravvento su quella rock. Se Nada avesse avuto 20 anni probabilmente sarebbe stata presentata come una grande promessa della nuova canzone italiana. La sua voce aggrediva i testi sino a giungere al limite di quella che possiamo considerare “la melodia/il modo di comporre e cantare in italiano”, come nel brano Glu glu, che ricorda certe composizioni di Lou Reed. Le 11 canzoni sono molto diverse l’una dall’altra, sintomo di una forte ispirazione e di un lavoro pensato lungamente.

Occupo poco spazio

Siamo partiti da Dove sei sei, per arrivare a questa nuova produzione, un percorso obbligato, per rinfrescare la memoria a chi avesse perso di vista la cantante livornese negli ultimi 15 anni, che l’hanno vista collaborare con personaggi quali John Parish, Massimo Zamboni, Zen Circus e Criminal Jokers.

In Occupo poco spazio, Nada compie un ulteriore salto di qualità, mantenendo la sua anima rock, addolcita da un accompagnamento musicale ricco di fiati (tromba, trombone, oboe, corno inglese, clarinetto ), archi, pianoforte, organo, violino e violoncello, il tutto esemplificato al meglio nel pezzo La mia anima.

Nel brano che da il titolo all’album, La parte iniziale ricorda la struggente Sul porto di Livorno, di Piero Ciampi. Si tratta soltanto di un’impressione o forse di un transfert, ma l’emozione che ne consegue è da brividi: “… bevo un caffè, nella strada 23, alla ventiquattresima, aspetto che scenda una pioggia e mi porti lontano, lontano, lontano…

La terrorista è uno dei brani più originali, si tratta di una metafora che evidenza il disagio e la paura che procura la diversità di chi vive fuori da schemi e regole. Sulla stessa onda di non-convenzionalità, si inserisce L’ultima festa, che vede nella morte (del mondo attuale) e quindi nel funerale la speranza di una rinascita, con la conseguente liberazione dalle cose negative. Anche in questo caso si parla per metafora, come si ben comprende leggendo il testo: “ La musica che senti è il funerale, di questi anni, che non si legano bene, è tutto un funerale, guarda come piange, la gente sotto il cielo, di questo avvenire. Non mi invitare al funerale, che la stagione è andata male… e se ti chiedono di me, digli che non ricordi bene, forse mi hai lasciato sotto il sole, a bere una spremuta di limone, forse mi hai lasciato sotto il sole, sulla tomba di un mondo che muore, sulla una crisi di una passione, di un paese che non ha più nome…”.

Il disco si sviluppa attraverso 10 canzoni che raccontano piccole e grandi storie, di solitudine e di scelte complicate, vissute in un mondo sempre più difficile e confuso. Sonia ne è uno splendido esempio, piccola grande canzone, dove gli ottoni “accompagnano” la voce di Nada, tra dolore e sofferenza: “… e non c’è niente che, la fa piangere perché, le sue lacrime scendono da sé…”.

Grazie alla composizione della piccola orchestra e agli arrangiamenti, il disco esalta l’eleganza e la drammaticità dei 10 brani, interpretati con graffiante convinzione e coinvolgimento da una sempre più sorprendente Nada, in quello che è il suo migliore album da cantautrice.

Con Nada hanno suonato Rodrigo D’Erasmo, violino e basso, Daniela Savoldi, violoncello, Mario Frezzato, oboe e corno inglese, Paolo Raineri, tromba, Francesco Bucci, trombone, Domenico Mamone, sax baritono e alto, Alessandro Grazian, chitarra e basso, Beppe Mondini, batteria, Sebastiano De Gennaro, percussioni, Roberto D’Ellera, basso. Enrico Gabrielli ha curato arrangiamenti e produzione del disco registrato in presa diretta.

 

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