Recensione libro “Diario da Haiti” di Ignazio Schintu e Francesca Basile

“Diario da Haiti” ė un flusso pensieri, immagini e momenti intensi. C’ė tutto il senso di una missione del Croce Rossa in uno dei luoghi devastati dalla natura, da un terremoto che ha colpito e distrutto speranze in una comunità già povera e con pochissimi mezzi. Ogni pagina di questo libro racconta però la voglia di vivere e rinascere dalle macerie, dalla malvivenza che imperversa nelle strade. Dalla polvere. Si riesce a sentire in ogni parola dalle proprie ceneri. Si percepisce in ogni parola la passione per una scelta di vita. Per una missione. L’impatto psicologico di calarsi in una vita nuova, dove bisogna ricostruire tutto e aiutare un popolo a rialzarsi, garantendo loro i bisogni primari. Un aiuto concreto ai vulnerabili. A uomini e donne che hanno vissuto un trauma, che hanno perso i propri cari. Il libro racconta in modo dettagliato e scorrevole cosa vuol dire la costruzione di un campo di emergenza, i meccanismi che si celano dietro il progetto di missione, gli equilibri interni, i momenti critici e i legami che si sviluppano con le persone del posto, con i workers, che supportano gli operatori della Croce Rossa Italiana nei lavori necessari per mandare avanti un campo di emergenza. “Diario da Haiti” racconta il senso più profondo dell’accoglienza e della gestione dell’emergenza. Un mondo difficile. Ricco di insidie e ostacoli da superare tutti i giorni. Molto bella l’immagine del “fare l’acqua”, la caparbietà e la volontà degli operatori di riparare il potabilizzatore, necessario per garantire acqua potabile in un luogo della terra in cui l’acqua è il bene più prezioso. Unviaggio nella psicologia dell’uomo, dell’anima, nell’anima. Dare tutto per ottenere il benessere delle vittime, dei vulnerabili. In un mondo che corre veloce, che non rispetta niente è una lezione di vita importante. Un libro che nasce dal bisogno di raccontare cos’è davvero una missione dell Croce Rossa Italiana, quali sono le difficoltà. Come lavorano gli operatori e quanta professionalità e dedizione mettono nel loro lavoro. Rendere partecipi della complessità del mestiere di operatore di Croce Rossa Italiana. L’importanza di muoversi in fretta e con efficienza, senza tralasciare la sensibilità. “Gli operatori non sono degli Indiana Jones. Sono persone, che devono saper convinvere con la sofferenza. Anche con la morte” ho sentito dire a Ignazio Schiuntu durante la presentazione di questo libro al Salone del Libro. Credo che questa frase racchiuda il senso di “Diario da Haiti”. Un testo che ben si inserisce all’interno e oltre le polemiche che riguardano l’accoglienza dei migranti. Un viaggio da leggere, comprendere e assolutamente consigliato, scritto in modo diretto, schietto e magnetico.

#GreenItalia: Angelo Bonelli, segretario dei Verdi Europei, ci racconta il suo programma elettorale

La campagna elettorale dei Verdi Europei è stata importante su tutti i media, abbiamo posto alcune domande al segretario dei Verdi Europei in Italia, Angelo Bonelli. Ecco l’intervista.

I Verdi Europei propongono un modello di crescita sostenibile, secondo il vostro punto di vista, come giudicate il quadro normativo ambientale in Italia?

Il problema dell’Italia è il rispetto delle leggi, l’assenza di controlli e la legalizzazione delle illegalità che hanno devastato il territorio (penso al condono edilizio). L’Italia ha il record in Europa di procedure d’infrazione per la violazione delle direttive europee e leggi in materia ambientale. Quello di cui l’Italia avrebbe bisogno sarebbe l’introduzione dei reati ambientali nel codice penale. Purtroppo due mesi fa la Camera dei Deputati con il voto favorevole anche del M5S ha approvato una pessima legge che rischia di far saltare molti processi ambientali tra cui quello dell’Ilva di Taranto. E’ stato introdotto il reato di disastro ambientale che può essere applicato solo se il danno ambientale è irreversibile. L’irreversibilità del danno è impossibile da dimostrare e quindi il reato non si può applicare. Non è un caso che questa legge sia stata approvata all’unanimità.

Tema idrogeologico. Ritenete opportuno allargare dal punto di vista normativo l’utilizzo del principio di “invarianza idraulica” (ovvero creare vasche di laminazione laddove si realizzano nuovi insediamenti, così come richiesto in diversi strumenti urbanistici vigenti?

Non si deve costruire nelle aree a rischio idrogeologico e di esondazione, che sono le naturali aree di contenimento delle acque dei fiumi, torrenti. Un piano urbanistico è obbligato a considerare questi aspetti. Purtroppo molti comuni autorizzano edificazioni in luoghi a rischio e i disastri raccontati dalla cronaca di questi ultimi anni lo dimostrano.

Qual è l’attuale situazione rispetto all’uso e al consumo di suolo? E come intendereste muoversi, sia in Italia che in Europa?

L’Italia ha bisogno di una legge che dica stop al consumo del suolo, tuteli le aree agricole e punti all’utilizzo del patrimonio edificato abbandonato o da riqualificare. In Europa bisogna lavorare a una specifica direttiva che vada in questa direzione che dovrà essere recepita dagli stati membri.

Caso Ilva. Cosa ne pensate? Come creare un sistema produttivo lontano dalle logiche di reciproco controllo che poi non controlla i controllori? Serve maggior etica o una regolamentazione più ferrea?

L’Ilva è l’esempio dell’ipocrisia di una certa sinistra che al governo della regione Puglia ha ingannato i cittadini dicendo che avrebbe contrastato l’inquinamento da diossina, invece concordava le leggi, come dice la procura di Taranto, con la dirigenza Riva e la famiglia RIva. Taranto è l’esempio anche di un sistema corruttivo e concussivo che riducendo i controlli non ha esitato a vendere la salute dei tarantini. Sono stato candidato sindaco a Taranto e oggi sono consigliere comunale, in questa città c’è un’emergenza sanitaria non affrontata come dovrebbe. C’è un’emergenza occupazionale che ha portato oltre 1.000 tra agricoltori e mitilicoltori a perdere il posto di lavoro senza che un sindacato li difendesse. Il futuro di Taranto è senza Ilva e si costruisce attraverso la conversione industriale come accaduto a Bilbao, istituendo un’area no tax per realizzare centri produttivi ad alto contenuto tecnologico, per la produzione, per l’innovazione e realizzando le bonifiche applicando il principio “chi inquina paga”. Questo nostro progetto porterebbe 30.000 nuovi posti di lavoro. Il 19 giugno prossimo ci sarà l’udienza preliminare per il processo Ilva dove il giudice deciderà sul rinvio a giudizio per concussione aggravata per il presidente della regione Puglia e leader di SEL Nichi Vendola, per il sindaco di Taranto e per l’ex presidente della Provincia di Taranto.

In tema ecologico Grillo ha sempre parlato molto, auto ecologiche, energie rinnovabili. Quanto è realmente fattibile e quanto soprattutto possibile e in grado di soddisfare le richieste energetiche?

Noi Verdi da sempre parliamo di auto ecologiche, di energie rinnovabili. La sfida che abbiamo di fronte è tra chi guarda al passato e chi al futuro. Il futuro dell’Italia deve e può essere rinnovabile. La Germania si è posta come obiettivo nel 2050 di produrre da rinnovabile l’80% dell’energia. L’Italia può fare lo stesso e di più. Dobbiamo liberarci dalla dipendenza dal petrolio che provoca guerre, conflitti e danni alla salute (pensiamo allo smog) o le centrali a carbone.

Tema Tav. In linea di principio, sul tratto di tunnel in previsione tra Piemonte e Francia non siete d’accordo. Così almeno pare dalle varie interviste ascoltate fino a ora. Secondo il vostro punto di vista è possibile realizzare il passaggio utilizzando le infrastrutture già presenti sul territorio e sistemate negli anni scorsi?

La tav in val di Susa è una vergogna perchè danneggia l’ambiente, spreca denaro pubblico ed è un’opera doppione. Esiste infatti una linea ferroviaria esistente su cui son stati già fatti consistenti investimenti ed è sotto utilizzata. Bisogna utilizzare le ferrovie già esistenti e potenziate e utilizzare i soldi della Tav per finanziare il trasporto pubblico locale per i pendolari (la vera grande infrastruttura necessaria per l’Italia)

Ci raccontereste il vostro programma in un tweet?

Pensare al futuro dei bimbi che nasceranno domani, costruendo un’economia ecologista #iovotogreen.

Ringraziamo Angelo Bonelli per la gentile collaborazione.

#immaginareilpresente: Elena Piastra, candidata al Consiglio Comunale di Settimo Torinese ci racconta il suo programma elettorale

Ormai manca poco al voto, abbiamo posto alcune domande al giovane assessore alla Cultura di Settimo Torinese, candidata al consiglio comunale tra le fila del Partito Democratico, per parlare un po’ di programmi.

In questi anni hai lavorato molto ai progetto culturali della Biblioteca Archimede, organizzando eventi dai contenuti più diversi. Quanto conta la cultura nella società di oggi, cosa si può ancora fare per migliorare?

In questi anni sono mancati soprattutto i fondi per riuscire ad investire al meglio. Biblioteca Archimede è stata una possibilità enorme per me e per la città, perchè è il luogo del gratuito, dei servizi più diversi per i cittadini di tutte le età. è lo spazio che più degli altri è dventato simbolo di un’intera città, città, Settimo, che nell’immaginario collettivo era la città della fabbrica, oggi è la città di Archimede. questo per dire che la cultura conta, come contano gli spazi che l’amministrazione decide di dedicare ad essa.

Cosa pensi dei meccanismi comunicativi come i social usati anche in questa campagna elettorale, aiutano davvero a capirsi o creano una strana forma di isolamento, soprattutto tra i più giovani?

Non so ancora dirti… credo che alla fine, almeno nel locale, gran parte delle persone vadano a votare chi conoscono, sebbene la rete per la prima volta può aver influenzato, almeno in parte il voto finale. staremo a vedere. in realtà mi sembra che la rete sia servita, almeno a Settimo, soprattutto come complemento alla campagna personale, fisica, per strada.

Grillo, Renzi, Berlusconi. Tre realtà diverse. Tre mondi diversi. Qual è il mondo in cui tu credi?

Posso consegnare in bianco qst domanda ? Scherzi a parte, Renzi è l’unica persona tra i tre al quale affiderei il governo del nostro Paese.

I politici più giovani oggi hanno una grande responsabilità. Quanto sono importanti per te le nuove generazioni?

Le nuove generazioni nascono in un ambiente in cui dire di fare politica è considerata una grave colpa. a loro va la responsabilità più grande: quella di interpretare una realtà mutata e destrutturare la gestione della cosa pubblica: non si tratta di cambiare verso, si tratta di adeguare un cambiato sistema di vita a una nuova gestione dei servizi, del sociale, della scuola, del lavoro. Se riusciranno ad essere capaci non solo garantiranno la ripresa culturale ed economica di un Paese, ma dimostreranno il ruolo della politica

Quanto lavoro c’è dietro un valido progetto politico e culturale?

Dipende dal tema. ci sono eventi che chiedono qualche giorno di lavoro. Ci sono temi che chiedono decine di incontri e mesi di lavoro. Tanto caffè e a volte un po’ di malox.

Raccontaci il tuo programma in tweet.

#immaginareilpresente forse, nel senso che occorre partire dai problemi reali e dalle possibilità che già ci sono e potenziarle, farle funzionare, “spremerle” per trovare tutto ciò che di buono possono dare, penso al lavoro fatto con Archimede, e a tutto quello che non ho avuto il tempo di fare. Spesso nato dall’immaginazione, dalla voglia di fare, dall’energia che le persone che amano il loro mestiere sanno dare.

Ringraziamo l’assessore Elena Piastra per la collaborazione.

Gli alunni del sole: Il sogno che svanisce

Il 9 ottobre 2013 si è spento Paolo Morelli, musicista, pittore, poeta e leader de Gli Alunni del Sole, il gruppo italiano le cui canzoni ci hanno accompagnati nella vita di tutti i giorni dalla fine degli anni sessanta. La sua scomparsa è passata quasi inosservata, annunciata soltanto da qualche lancio di agenzia e da flash dei telegiornali nostrani.

Abbiamo perso un autore che ci ha descritto le sue passioni, per mezzo di canzoni dotate di una musicalità particolare, riconoscibili già dal primo accordo, ricche di parole che descrivevano amori, gesti, oggetti, ricordi e ossessioni.

Paolo era semplice nelle sue espressioni, una semplicità che ne misurava proporzionalmente la grandezza. Le sue parole nascondevano processi di pensiero non convenzionali, assolutamente unici e allo stesso tempo recepiti dalla maggiore parte delle persone, come parte del proprio immaginario. Da qui il successo, l’amore e la stima per questo artista.

Ci piace ricordare le parole che lui stesso ha scritto nel libretto del suo ultimo CD: “Per molto tempo ho fatto un sogno fantasioso e ricorrente. Una bambina cammina lungo una spiaggia senza fine tra cielo e mare e, con una decisa interpellazione di tipo cinematografico, mi dice: Ciao… io sono la tua storia… tutte le canzoni di questa mia nuova raccolta sono legate a questo tema del sogno a me tanto caro. Ho sempre scritto canzoni d’amore e ho cantato sempre l’amore.

L’idea del sogno forse è la stessa della bambola di cartone di Jenny o di Dov’era lei a quell’ora, un originale concept album che racconta la storia di un uomo accusato di omicidio, parlando delle sue riflessioni di uomo, non importa se colpevole o innocente.

Per chi non lo sapesse, il nome del gruppo è stato tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marotta.

L’ultimo album

Quasi un anno fa è uscito in sordina l’ultimo doppio CD degli Alunni del sole, intitolato La storia… il sogno. Nel primo disco sono rappresentati 45 anni di storia, con quindici tra i maggiori successi del gruppo napoletano. La track list inizia con L’aquilone (il primo 45 giri pubblicato nel 1968), per chiudersi con Liù (vinse il Festivalbar nel 1978), passando per Cantilena, La stanza dei ricordi, ‘A Canzuncella, Concerto e tanti altri successi. Tutti i brani sono in versione originale, molto gradita la presenza di Carezze, che rappresenta la produzione realizzata sotto il marchio RCA, dopo gli anni in Ricordi, raramente proposta in digitale. Un’altra caratteristica degli Alunni è di non avere mai inciso cover straniere, come facevano abitualmente i gruppi della loro epoca.

Naturalmente non poteva mancare Jenny, brano principale di Jenny e la bambola, ermetico concept album del 1974, mai ristampato in CD, che racconta l’uscita dall’adolescenza di una ragazza, passando per metafore e figure ricorrenti quali maschere, sguardi, bambole, specchi e fiori.

La perla di questo cofanetto è senza dubbio l’album intitolato Il sogno che svanisce (quasi una premonizione), che contiene dieci tracce inedite. Si tratta di canzoni d’amore, come nella sua consuetudine, tra queste ‘Na canzone, incisa anche da Patty Pravo, nel suo album intitolato Meravigliosamente Patty.

Gli altri brani sono I giorni dell’amore, E pensare, Oltre l’amore, La storia infinita, Fuochi d’artificio, L’acqua ca vene e va, Ci vorrebbe un altro caffè, Ancora più di ieri e Il sogno che svanisce. Le canzoni sono in lingua italiana e napoletana, tutte scritte da Paolo Morelli, che il fratello Bruno definisce “un cantautore all’interno di un gruppo”. Il disco d’inediti è intrigante, malinconico, allegro, poetico, frutto d’ispirazione e coinvolgimento da parte del suo autore.

Forse la nostalgia può avere influito su questo giudizio, ma ascoltando ‘Na Canzone o Ci vorrebbe un altro caffè, i dubbi spariscono: “… ci vorrebbe un altro caffè , sposo così anche te, volo con nostalgia, a un soffio di malinconia, ma son sicuro che tu, ti prendi gioco di me…”. E come non emozionarsi con La storia infinita, sound anni 70 e un testo quasi sussurrato, tra il gioco e il sogno: “Conoscerai una stella cadente e un amore blu, finché la stella sarà lucente, la seguirai di più… fino alla fine di un dolce sogno, forse t’illuderai”.

Dalla fine degli anni 70 sino ai primi anni del decennio successivo, le melodie e le parole de Gli Alunni del Sole hanno riempito l’etere radiofonico e televisivo, per poi uscire dalla scena dei grandi network, ma restando sempre a portata di fan e con qualche album uscito in punta di piedi.

Il doppio CD distribuito dalla Self è facilmente reperibile negli store on line, un’occasione imperdibile per conoscere l’ultimo lavoro di un poeta e del suo gruppo e, per chi non li conosce, per scoprire 45 anni di storia.

Le canzoni di Paolo Morelli sono state interpretate, tra gli altri, da Ornella Vanoni, Enrico Ruggeri, Patty Pravo, Franco Simone, Placido Domingo e Joe Dassin, quest’ultimo ha inciso in lingua francese ‘A canzuncella, con il titolo di Quand on sera deux, inserita nell’album Les femmes de ma vie del 1978: “Faut mettre des rideaux et des coussins fleuris des rayons pour les livres, un grand canapé-lit où il fera bon vivre, où l’on aura bien chaud, quand il y aura du givre ou de la pluie sur les carreaux… “.

Nel 1992 uscì un album firmato da Paolo Morelli intitolato Di canzone in canzone, se vi capita di trovarlo su Internet o in qualche fiera del disco usato non fatevelo sfuggire, ne varrà la pena.

Recensione album “Libera te” di Roberta Pagani

L’album “Libera te” di Roberta Pagani inizia con il brano “Nuova Luna”. Un pop che ricorda il sound anni ’80. Una melodia che non sembra tuttavia decollare. Una voce che dimostra molta tecnica, ma la base che colpisce.e la struttura melodica è carente. La canzone “Tesla” è ricca di metafore, e richiami sentimentali per una melodia che anche in questo caso non entra nel vivo, troppo nebuloso e ripetitivo. “La legge di Darwin:” è il tentativo anche in questo caso di sfruttare l’analogia per costruire un testo originale, l’idea potrebbe funzionale, tuttavia la base e la melodia peccano. I giri vocali tendono a somigliarsi troppo verso dopo verso. Brano troppo gridato. “Gocce di inconscio” è un brano che si discosta in alcune parti dalle canzoni precedenti, c’è una miglior dinamica e flessiosità dell’incastro voce e melodia. Come già evidenziato nei pezzi precedeni la metrica apparre molto appesantita sulla melodia ripetitiva. “Libera te” è un pezzo che convince poco, con un ritornello che non funziona. Si percepisce la volontà di richiamare atmosfere anni ì80 o comunque del pop di quel periodo, ma il risultato è di non individuare l’obbiettivo. Ricorda alcuni brani di Antonella Ruggiero, con metafore ed evoluzioni vocali. Si percepiscono però le criticità già citate.“Naturale” è un brano che suona con una vaga tentenza dance, ma con una musica e un sound completamente non attuali. Il testo è vittima di una metrica che anche in questo caso non convince. L’album “Libera te” è un album che tenta di richiamare atmosfere conosciute, ma non affonda le radici. Ci sono metefore complesse che appesantiscono i testi e non danno lustro alla vocalità che potrebbe dare di più con melodie più studiate. Le basi non suonano bene e poco si adattatano alla voce dell’artista. C’è ancora molto da lavorare.

Recensione album “Mezzanota” di Chiara Jerì e Andrea Barsali

L’album “Mezzanota” del duo Chiara Jerì e Andrea Barsali è intenso e attrae con melodie e atmosfere soffuse e taglienti. C’è tensione, brividi e incanto. Tutto quel che può dare un disco. Ma entriamo nel vivo di questo album. “Goccia a goccia” è un pezzo profondo, carico di sensazioni e parole che plasmano le emozioni. Mattone su mattone. Brividi. Sogni che si fanno guardare, appesi al soffitto. Poi, la pace. In “Amore mio, hai ragione” c’è l’amarezza che si vede oltre il buio. Quella sofferenza celata nei silenzi. Quelli che tornano, all’improvviso. Che lasciano persi. Aldilà della luna. Reinventarsi e ritrovarsi, tra le ombre del buio. L’involucro dell’anima. Il brano “Canzone II” racconta del cercarsi, tra strade sconosciute, parole da incantare. Suoni che stregano. Nobiltà di intenti, misteri di un sentimento che non si fa capire mai davvero. “Fino all’ultimo minuto” è una ballata “leggera” che viaggia nelle profondità di un pensiero. Nel senso di una lacrima. Nel vuoto di un ricordo. “Innesco e sparo” è un pezzo con un suono tra folk e ballata popolare che contiene sprazzi di immagini e scene. Ipnosi. Genesi del mondo. Il senso oscuro dell’anima. La difesa di quel senso. Fino all’ultimo. Veleno e gioco sporco, parole, ossimori che incantano in una canzone senza tempo. “Ballata della ginestra” è una lettera che nasce nella notte. Dalla notte. Dalle parole taglienti della passione di un favola. Dove un fiore nasce e un sogno cresce. Vive. Si innamora. “La donna cannone” è una canzone che certo non ha bisogno di presentazioni e in questo brano i due musicisti creano un vero omaggio, una perla che lascia senza parole. Incantevole. “Notturno dalle parole composte” è un poetico abbandono, quando la voce diventa roca. E il vento si fa insistente. L’inverno ora ha paura. Di un amore che nasce. Ed è forte. Perché sa ferire. A modo suo. “Vorrei” è come perdersi, nelle note e nel tempo che scandiscono. Inesorabili. L’assenza. Quella pausa che sembra non voler finire. L’essenza. Di scivolare lì infondo dove tutto svanisce. E torna allo stesso tempo a rinascere. Dai semi di un amore che non sa morire mai davvero. “Mezzanota” è un album che ipnotizza per le atmosfere e le immagini. Che svela l’amarezza e la veste di senso e colori. La rende viva. Quasi una persona. Tra favole crude ed emozioni nude. Che senza pietà entrano dentro. Voce incantevole e musicalità eccelsa. Un ottimo disco. Passionale, dolce e spudorato nella sua essenza. Un disco vero.

Recensione dell’album “Occupo poco spazio” di Nada

Nada ritorna con un nuovo album intitolato Occupo poco spazio, tre anni dopo il precedente Vamp.

La “Nada” degli anni sessanta ha lasciato il passo a quella del decennio successivo, dove tra coraggio e lungimiranza interpretò i brani di Piero Ciampi e Paolo Conte, per poi fare emergere la propria anima musicale, diventando lei stessa autrice delle sue canzoni.

La svolta possiamo farla risalire all’album L’anime nere, ma fu nel successivo Dove sei sei, che si compì pienamente la sua trasformazione artistica.

In quel lavoro Nada si immerse nella composizione di musiche e parole (tranne il brano Piccoli Fiumi di Gianmaria Testa), confortata dalla presenza di Mauro Pagani, produttore artistico e autore degli aggiornamenti.

In Dove sei sei le sonorità e le soluzioni musicali non erano mai banali o scontate, anzi l’anima punk prendeva il sopravvento su quella rock. Se Nada avesse avuto 20 anni probabilmente sarebbe stata presentata come una grande promessa della nuova canzone italiana. La sua voce aggrediva i testi sino a giungere al limite di quella che possiamo considerare “la melodia/il modo di comporre e cantare in italiano”, come nel brano Glu glu, che ricorda certe composizioni di Lou Reed. Le 11 canzoni sono molto diverse l’una dall’altra, sintomo di una forte ispirazione e di un lavoro pensato lungamente.

Occupo poco spazio

Siamo partiti da Dove sei sei, per arrivare a questa nuova produzione, un percorso obbligato, per rinfrescare la memoria a chi avesse perso di vista la cantante livornese negli ultimi 15 anni, che l’hanno vista collaborare con personaggi quali John Parish, Massimo Zamboni, Zen Circus e Criminal Jokers.

In Occupo poco spazio, Nada compie un ulteriore salto di qualità, mantenendo la sua anima rock, addolcita da un accompagnamento musicale ricco di fiati (tromba, trombone, oboe, corno inglese, clarinetto ), archi, pianoforte, organo, violino e violoncello, il tutto esemplificato al meglio nel pezzo La mia anima.

Nel brano che da il titolo all’album, La parte iniziale ricorda la struggente Sul porto di Livorno, di Piero Ciampi. Si tratta soltanto di un’impressione o forse di un transfert, ma l’emozione che ne consegue è da brividi: “… bevo un caffè, nella strada 23, alla ventiquattresima, aspetto che scenda una pioggia e mi porti lontano, lontano, lontano…

La terrorista è uno dei brani più originali, si tratta di una metafora che evidenza il disagio e la paura che procura la diversità di chi vive fuori da schemi e regole. Sulla stessa onda di non-convenzionalità, si inserisce L’ultima festa, che vede nella morte (del mondo attuale) e quindi nel funerale la speranza di una rinascita, con la conseguente liberazione dalle cose negative. Anche in questo caso si parla per metafora, come si ben comprende leggendo il testo: “ La musica che senti è il funerale, di questi anni, che non si legano bene, è tutto un funerale, guarda come piange, la gente sotto il cielo, di questo avvenire. Non mi invitare al funerale, che la stagione è andata male… e se ti chiedono di me, digli che non ricordi bene, forse mi hai lasciato sotto il sole, a bere una spremuta di limone, forse mi hai lasciato sotto il sole, sulla tomba di un mondo che muore, sulla una crisi di una passione, di un paese che non ha più nome…”.

Il disco si sviluppa attraverso 10 canzoni che raccontano piccole e grandi storie, di solitudine e di scelte complicate, vissute in un mondo sempre più difficile e confuso. Sonia ne è uno splendido esempio, piccola grande canzone, dove gli ottoni “accompagnano” la voce di Nada, tra dolore e sofferenza: “… e non c’è niente che, la fa piangere perché, le sue lacrime scendono da sé…”.

Grazie alla composizione della piccola orchestra e agli arrangiamenti, il disco esalta l’eleganza e la drammaticità dei 10 brani, interpretati con graffiante convinzione e coinvolgimento da una sempre più sorprendente Nada, in quello che è il suo migliore album da cantautrice.

Con Nada hanno suonato Rodrigo D’Erasmo, violino e basso, Daniela Savoldi, violoncello, Mario Frezzato, oboe e corno inglese, Paolo Raineri, tromba, Francesco Bucci, trombone, Domenico Mamone, sax baritono e alto, Alessandro Grazian, chitarra e basso, Beppe Mondini, batteria, Sebastiano De Gennaro, percussioni, Roberto D’Ellera, basso. Enrico Gabrielli ha curato arrangiamenti e produzione del disco registrato in presa diretta.

 

Recensione dell’album “No Chains” di Idhea

Il disco dell’artista Idhea inizia con “Allora stai con me” che è un brano orecchiabile, tra rock e pop in alcuni casi troppo prevedibile. “Attimi” è una canzone che ha radici nel pop, e presenta concetti semplici. Evocazione di immagini di vita. “Gli alibi del cuore” è una ballata ad alto contenuto sentimentale. Voce piena, tecnica. perde in naturalezza. “Inno alla terra” è un pezzo con un bel sound con un testo che tenta di essere sociale con un ritornello orecchiabile. Si parla di natura, ma senza troppa convinzione. “Love or friends” è un brano in lingua inglese con un tema anche in questo caso non originalissimo. Tutto sommato la canzone suona bene. “Nel mistero della notte” è un’altra ballata con testo troppo pop. “No chains” è un brano ritmato con sfumature rock and roll. Suoni che richiamano più gli anni ottanta cotonati che un futuro immediato. “Non è possibile” ha una base che ricorda quelle di alcuni brani degli Evanescence ma con un testo che appare leggero e con poco coinvolgente. “Un’amicizia così” ha bei suoni di chitarra con tema amicizia e ipocrisia. Melodia che sembra non partire e amalgamarsi con la musicalità che invece attrae. “Wanted love in a while” anche in questo caso il chitarrista fa il suo dovere e regala un’anima molto rock a un pezzo che nel complesso non colpisce. Il disco ha indubbie potenzialità, oltre a una bella voce ci sono anche ottimi musicisti, a colpire meno le melodie già ascoltate e i testi risultano poco sviluppati che risultano troppo semplici. La critica è necessaria perchè osando un po’ di più e sfidando il pop più classico l’artista potrebbero trovare una linea davvero potente, magari scegliendo tra il canto in italiano o inglese.

Recensione album “Lost in Time” di Regina

L’album “Lost in time” di Regina contiene un brano inedito che regala il nome all’album e sei reinterpretazioni delle famosissime canzoni dei Queen. Il primo brano è proprio l’inedito “Lost in time”, una canzone in pieno stile Queen, carica di intensità e suonata da ottimi strumentisti e una voce che non fa rimpiangere Mercury. “I want you” è una delle canzoni dello storico gruppo dei Queen. L’interpretazione è carica di determinazione e voglia di suonare. Versione molto colorata con un ottimo impatto sonoro. “Keep yourself” è una versione live eseguito molto bene, con un’energica interpretazione e ottimi suoni. “Love of my life” rappresenta una reinterpretazione del classico dei Queen, le emozioni passano e attraversano l’aria,oltre la musica. La reinterpretazione non modifica affatto il senso originale del pezzo. La versione di “Bohemiam rhapsody” è anche in questo caso molto interesssante. Regina fa riviviere il brano con maestria ed esperienza che si percepisce nota dopo nota. Per la gloriosa “we are the champions” non c’è bisogno di presentazioni. Questa interpretazione non ne altera la bellezza e l’intensità dell’originale. Suona bene, anche grazie all’ottima voce del cantante. Molto trasporto. Il disco presenta molto bene la band che sicuramente renderà anche meglio nei vari live in giro per l’Italia. Sicuramente un gruppo e un cantante da ascoltare. La passione per i Queen si sente e si fa ascoltare.