Recensione “Pensieri raccolti” di Aliceland

L’album “Pensieri raccolti” di Aliceland è melodioso, dolce e emozionante. I brani sono intensi e soffici. “Chiamerai” è una ballata semplice e appassionata. Un amore. E le ferite che lascia. La canzone “Immagina” possiede un bel suono di chitarre. E’ un pezzo leggero e melodioso con una voce dolce e sognante. “Pianeti” è una ballata struggente con passaggi lenti e con una profondità di immagine. Lati che si nascondono ed esplodono in un ritornello che vibra. Una storia. “Oltre il vetro” racconta una storia d’amore.  Una prigione di sentimenti, dove la noia uccide senza far rumore.  “Tramonto d’estate regala un suono di pianoforte che si sente in lontananza. Come l’eco dei ricordi. Dei sogni. Tutti dormono. Lei raccoglie pensieri e li racconta. Ascolta. In “Segreti notturni si può ascoltare un bel ritmo e una voce soffusa e melodiosa.  “Let me know” incanta con un bel ritmo, un pop rock attraente e affascinante con un ritornello energetico. “Sacred mountain” è una ballata carica di immagini con atmosfere intense e sognanti. “Com’era” parla di un amore d’autunno che va via. Di un freddo che arriva, col peso dei ricordi. Le ferite. I cambiamenti forzati. Le nuove abitudini. “Il gioco” racconta gli sguardi. I sogni e i discorsi che tornano. Pensieri che restano sospesi tra anima e passato. In “Ovunque” c’è l’istantanea di una nuova vita, di un racconto. Ritrovarsi forti. Dopo la turbolenza, dopo il vento e le tempeste. Ritrovarsi. “Sand and silence” ci si lascia trasportare dal suono melodioso e profondo e dalle sfumature e brividi. Ritagli di istanti.  “Spengo” è come chiudere gli occhi. E dimenticare. Perdersi. Restare incantati mentre si scopre che il cuore non sa dormire. Come non sa farlo la vita. “Crying” è una ballata profonda e intensa. Alice ci regala un disco che si lascia ascoltare, c’è passione, c’è musica ben suonata e canzoni semplici ma molto intense. Fa sognare e pensare. Un bel disco.

I semafori rossi non sono Dio di Gino Paoli

Nel 1974 Gino Paoli pubblica, per conto della Durium, un album dal titolo inusuale: I semafori rossi non sono Dio, dove reinterpreta in lingua italiana le canzoni di Joan Manuel Serrat, una delle figure più importanti della musica moderna catalana. Serrat è nato a Barcellona e le sue composizioni, in lingua catalana e castigliana, sono poesie messe in musica, sia si tratti di suoi testi sia di poeti quali come Antonio Machado o Miguel Hernández.

Nel disco sono affrontati argomenti quali libertà, emarginazione, ossessione e democrazia (in quel periodo in Spagna vigeva ancora il regime di Franco), i brani dell’album provengono dai lavori di Serrat intitolati Mi niñez del 1970 e Meditérraneo del 1971. Nello stesso anno la casa discografica Ricordi pubblica un LP intitolato Paoli canta Serrat, ma si tratta dello stesso disco della Durium.

 

L’album

I crediti dell’opera portano le firme di Gino Paoli, Lorenzo Raggi e naturalmente Joan Manuel Serrat, gli arrangiamenti sono stati curati da Pinuccio Pirazzoli, che ha avuto il merito di “vestire” al meglio i brani per Paoli, come nel caso de Il manichino (*), la cui originale marcetta è stata trasformata in un valzer lento. Sin dai tempi di Senza fine e di Che cosa c’è il “valzer” si è dimostrato congeniale a Gino Paoli, che, grazie al tempo 3/4 riesce a dare maggiore spessore alle sue riflessioni. Il testo racconta di un uomo che s’innamora di un manichino, tanto da portarselo a casa e vivere una storia d’amore immaginaria, che lo porterà alla pazzia. Questo è anche il brano più conosciuto del disco, presentato da Paoli a Canzonissima 1974 e proposto per lungo tempo durante i suoi concerti.

Mediterraneo è uno dei brani più famosi di Serrat, nel cui significato Gino si cala naturalmente, viste le analogie tra la sua Genova e la città natale dell’autore catalano, unite idealmente e geograficamente dalle acque di un unico mare: “Sono nato in riva al mare, son cresciuto sulla spiaggia, e nell’ombra di uno scoglio dorme il mio primo amore, come una barca che dondola allo scirocco e nascosti nella sabbia ho lasciato sogni e giochi…”. Nel 1971, Serrat scrisse questo brano, che parla del Mediterraneo e della sua identità. Nel testo originale non si accenna a tematiche politiche o sociali, anche se probabilmente devono essere lette sotto le righe. In quegli anni in Spagna il franchismo era ancora al potere e le canzoni di protesta, se non volevano essere clandestine o censurate, dovevano “mascherarsi”. Il brano Mediterraneo fu spesso utilizzato da Paoli per aprire o chiudere i suoi concerti.

 

Nonostante tutto (Que va a ser de ti) è uno dei pezzi di questo disco pubblicati come singolo in 45 giri, favorito da un ritornello di facile memorizzazione e allo stesso tempo di ampio respiro: “Ho vissuto tanto ma, non ho capito mai cosa sono ed ho passato tutta la gioventù chiedendo agli altri una scusa per capire a cosa serve un’avventura, che non ho chiesto io… sparì, sparì veloce e leggera la mia avventura in fior, nonostante tutto non so niente, dopo cosa sarà di me… ora cosa sarà di me…”.

 

Ma andate a… è un canto liberatorio, che elenca situazioni e modi di vivere non graditi. Senza mai trascendere nella volgarità, l’eloquente messaggio raggiunge il suo scopo: “… il mondo vuole tutto quello che tu hai, ma non si accorge mai di quello che gli dai, il mondo ti dà tutto quello che non vuoi, ma poi vuole occuparsi dei fatti tuoi, prendo su e vado via, ma andate a… mi sono proprio rotto e vado via, dove c’è un uomo buono è la patria mia, dove non serve carta d’identità, dove la gente ti accetta per quel che sei, ma se voi state qui andate a…”. Per rifarsi alla terminologia di quei tempi, possiamo affermare che questa è una vera e propria canzone di protesta, da cui è stato tratto il verso che ha dato il titolo all’album.

La sbandata: “Una voglia muta ti si legge in faccia, una voglia matta d’amore che non hai più, quando hai lasciato il tuo uomo, con il tuo bambino avevano negli occhi il rimpianto muto che oggi hai tu…” L’amore è finito a causa di un uomo entrato nella vita di lei, annoiata da un marito distratto dai problemi della vita e colpevolmente assente. Si tratta di un brano malinconico, per nulla puritano, un ritratto di situazioni simili a quelle vissute da tante persone.

 

Nel disco l’amore non è cantato nel senso convenzionale del termine, si ritrova nei rimpianti di un’estate che finisce e a margine di storie di uomini e di donne immersi nella vita quotidiana. Il manichino è forse l’unico ritratto di amore assoluto, tanto perfetto da portare alla follia. In Chopin l’uomo cerca sempre un amore di vent’anni, ma gli si prospetta un’inevitabile solitudine: “E’ stato in tutte le cantine, conosce tutte le puttane, si è fermato in ogni porto, tra la rovina e la ricchezza, tra le bugie e le promesse, sorride ancora a tutti Chopin… ha l’incoscienza di un bambino e la dolcezza di un cretino, crede ancora all’amore Chopin…”.

 

I miei dieci anni (Mi niñez), la canzone dei ricordi, del tempo perduto, delle sensazioni vissute e mai dimenticate: “… avevo un balcone di fiori e un esercito di bottoni e un treno con sette vagoni, rotto alla terza stazione. Avevo un cielo blu e un libro di avventure e una pagina che saltavo sempre via, con i cuscinetti a sfera sotto a una tavoletta, facevo sempre il pelo agli angoli di strada… perché solo ieri avevo imparato a volare, perdendo il tempo in riva al mare…”. Canzone struggente e nostalgica, ricordi infantili di un uomo adulto, con tanto di sguardo “bambino”, che brilla ancora nei suoi occhi.

 

…la donna che amo è la mia padrona, è mia madre il mio cane è la mia puttana…“, questo verso è inequivocabilmente tratto dal brano La donna che amo, un elenco di libere associazioni e di figure, per nulla casuali, riferite alla sua donna: “… io pensavo di averla e mi ha avuto lei, con il mio cane e il mio letto e gli amici miei, povero Gino…”.

 

Un’altra estate è un brano dolcissimo e breve, dove si parla di un amore fuori dai consueti canoni, che potrebbe svanire con la fine malinconica dell’estate. Forse l’estate tornerà, ma fra loro due ci sarà sempre un anno in più. Il testo italiano del brano è completamente diverso da quello originale, il cui titolo tradotto è Piccole cose: “Uno se cree, que las matò, el tiempo y la ausencia. Pero su tren, vendiò boleto, de ida y vuelta…”.

 

La libertà (il titolo originale è Come un passero – Còmo un gorriòn), è qui sotto forma di gabbiano a cui è resa la libertà, una grande vela bianca che non si ferma e non si stanca, per sfidare il vento. In questo brano simboli e metafore sono utilizzati per descrivere il desiderio e la necessità di non avere costrizioni.

Grazie ai poeti…

I semafori rossi non sono Dio riportarono Paoli all’attenzione di critica e pubblico, dopo un periodo un po’ in ombra, che coincideva con l’esplosione del fenomeno dei cantautori anni 70, facendo ripartire la sua carriera con forza e ispirazione.

Chi volesse acquistare quest’album può collegarsi con eBay, dove il vinile è facilmente reperibile a un prezzo moderato, inoltre, la versione intitolata Gino canta Serrat è disponibile sia in cassetta K7 sia in CD.

 

(*) = Il manichino è stato inciso anche da Franco Simone, nel suo primo VocePiano del 1990, un disco registrato in diretta con Franco alla voce e il Maestro Maurizio Mariano al pianoforte. Un’altra versione è stata incisa da Chantango, all’interno del CD “Bestiario d’Amore” del 2007.

Cortometraggio: Ammore di Paolo Sassanelli

Ammore di Paolo Sassanelli è liberamente ispirato al racconto Non commettere atti impuri di Andrej Longo, sceneggiato dallo stesso Sassanelli insieme a Chiara Balestrazzi. Il film è stato selezionato nella cinquina finale di opere candidate al premio David Donatello, nella categoria cortometraggi.

La storia si sviluppa nell’arco di un’unica giornata, vissuta da parte di una bambina di dodici anni, interpretata dalla brava Eleonora Costanzo, che cerca nella più assoluta segretezza di consumare in solitudine un dramma segreto e inconfessabile, per una bambina della sua età. Il tutto si svolge in un mondo dove gli adulti, rei di averle violato l’infanzia, vengono vissuti soltanto come voci e rumori, mai come volti, ad eccezione della “mammana” che le pratica l’aborto clandestino.

Rosy è poco più di una bambina, anche se quando esce si veste e si trucca come una donna adulta, per incontrare le sue amiche che si vestono e si atteggiano anch’esse da adulte. All’insaputa dell’amica del cuore, della madre e del padre si prepara ed esce quasi scappando di casa, si ferma in una chiesa per confessarsi e non riuscendovi, in quanto un ragazzo della sua età inopportunamente le fa osservazioni per il modo in cui è vestita, si reca presso la casa dove chiuderà i conti con la sua infanzia.

Quando tutto è finito ritornerà dai suoi genitori e chiusa nella sua stanza continuerà a subire le insistenze del padre, che le chiederà ancora una volta di entrare, approfittando del fatto che la madre è uscita.

Il film si conclude con questa scena, con un finale aperto per nulla risolutivo e con l’avanzare di un commento sonoro lento e per nulla rassicurante, realizzato da Luca Giacomelli.

Ammore è il secondo cortometraggio del noto attore pugliese Paolo Sassanelli, che in precedenza ha realizzato Uerra (2009), scritto insieme ad Antonella Gaeta, presentato a Venezia nel 2011 nella sezione “corti, cortissimi”, vincitore di numerosi premi a livello internazionale. Uerra è ambientato a Bari nel 1946, in una città che vuole uscire dall’incubo e dalle rovine della seconda guerra mondiale, raccontando l’amore tra un padre ed i suoi figli nel contesto di un’Italia povera e segnata. Una storia tra padri e figli diametralmente opposta a quella descritta nel suo film successivo.

Anche Ammore è stato interamente girato nel capoluogo pugliese, nei quartieri di San Paolo, Carrassi e Madonnella.

Una delle caratteristiche del regista è quella di dare grande spazio ad attori e maestranze della sua terra, per esempio con la fotografia del film affidata a Federico Annichiarico, le scenografie a Maria Cascella, l’aiuto regia a Mario Bucci e il suono a Valentino Gianni.

Recensione album “I-taliani” dei Sine Frontera

Il disco “I-taliani” dei Sine-Frontera raccoglie sonorità rock e folk e crea un’atmosfera ricca di energia. Il brano che regala il titolo all’intero album “I-taliani” trascina tra ironia e folklore con una musicalità tra ska e musica popolare. Tra storia e dissacrante un’analisi dell’attualità. E’ un pezzo dinamico e carico di contenuti. “Hombres” è una ballata che ricorda le radici della musica italiana impegnata che hanno fatto la storia, con un ritmo che unisce modernità alla classicità della musica popolare. Quella che sa far ballare e allo stesso tempo riflettere. Non è una cosa semplice, ma i Sine Frontera ci riescono molto bene. Il brano “No soy borracho” racconta un viaggio e una storia d’amore d’altri tempi. Guerre lontane e con quel desiderio di rivoluzione che nasce e vive nei sentimenti più semplici. Eppur quelli che spingono a combattere. La canzone “La ruota” è una metafora dove i luoghi più comuni si fondono con i più comuni pensieri. Le amarezze, i sogni, come una corsa in bici. In salita. Metro dopo metro, ma continuare a vivere. A sperare che tutto cambi, e proprio come una ruota, tornino i tempi migliori. “Il villano” possiede un testo sporco, ma vero. Un racconto che parla di un personaggio scomodo, forse inadatto al tempo di oggi, eppure così attuale. Un controsenso? Un po’ come lo è la realtà. “Jessi e il bandito” è un brano con una musicalità da vecchio west e personaggi che sembrano usciti dalla letteratura. E l’epica storia di un bandito. “Dietro il portone” è una ballata in dialetto mantovano che racconta una storia senza tempo, quella dei deportati di un campo di concentramento. Racconta la perdita dell’identità. Dietro il portone è la metafora della morte della memoria. La citazione in questa canzone è doverosa: “Se questo è un uomo”. Il brano “Camillo e Peppone” nasce dalla filmografia più classica, dove i sentimenti sono in bianco e nero, dove la lotta è passione. Politica e religione, interessi contrastanti, che uniscono due personaggi, due cuori, che continuano a battersi. “Io son di” è un pezzo rock con suoni distorti che raccontano un mondo da un punto di vista ben preciso: “io son io e voi non siete un cazzo”. Una dissacrante parodia della politica, che poi non si discosta affatto da quello che la realtà ha dimostrato. “Fiocco di neve” è una ballata che racconta il Natale e un’attesa di un fiocco di speranza. Di vita. “Peace and freadom” è un saluto. Parole senza tempo, che riassumono il pensiero di questo gruppo e lasciano un sapore di speranza, necessaria alla fine di un disco e di ogni racconto che si rispetti. Questo disco racconta la continuità di un genere musicale senza tempo, che dalle pianure mantovane raggiunge il mondo, e dalle stesse pianure raccoglie la storia di popolo. Di un paese. Per farne musica. La musica.