Recensione libro “I segreti del linguaggio del corpo” e intervista all’autore Marco Pacori

“I segreti del linguaggio del corpo” di Marco Pacori è un libro che con una assoluta semplicità svela principi complessi del comportamento degli uomini. Il testo è suddiviso per aree che man mano accompagnano il lettore alla scoperta dei segreti del linguaggio del corpo. Si inizia con una panoramica per scoprire le ragioni scientifiche, i principi di funzionamento del cervello e in particolar modo della parte che da origine ai segnali: l’amigdala. Nel libro vengono spiegati concetti importanti come lo spazio prossemico, quello spazio che nel dialogo tra due persone varia in funzione della tipologia di rapporto ed è minore quanto più il rapporto è stretto e come imparare a osservare i comportamenti per capire il significato dei segnali non verbali. Ci sono numerosi esempi visivi che descrivono come cogliere i segnali dal primo incontro, dal modo di camminare allo sguardo, dalla stretta di mano alla postura dell’interlocutore, poiché ognuna di queste gestualità può determinare e specificare le intenzioni, come quelle di voler delimitare il proprio territorio, analizzando le similitudini con il comportamento degli animali. Man mano che la descrizione di questi segnali prosegue, si entra sempre di più nei meccanismi cerebrali che hanno luogo durante il dialogo, raccontato con semplicità come individuare principi di ansia, paura o fastidio, fino a quelli di piacere, attenzione e interesse. Ma la cosa più importante è la correlazione sulle modalità di utilizzo come regolatori della conversazione stessa per renderla più piacevole e per rendersi maggiormente attraenti. Viene evidenziata l’importanza delle sfumature dei segnali inviati durante il dialogo, poiché dietro queste si nascondono i pensieri e le opinioni dell’interlocutore. L’analisi di tutte queste informazioni porta il terrore a cercare di capire qualcosa che a suo modo appare affascinante: la menzogna. E’ un po’ il fulcro del libro, quello in cui si spiega come mettere in pratica gli insegnamenti per svelarle, semplicemente con l’osservazione. Questo libro è un viaggio nella psicologia dell’uomo, nelle sue reazioni più elementari, eppure fondamentali per i rapporti sociali in cui ci si deve relazionare. Esempi concreti, come l’utilizzo di queste tecniche a scopo terapeutico, come da parte di uno psicologo o medico, agenti di polizia, maestri, fino ai semplici discorsi tra persone comuni. Ogni movimento del corpo racconta dei segreti, anche a se stessi. Questo libro racconta con disarmante semplicità la tecnica e la possibilità di utilizzo dei segnali non verbali ed entra nel merito delle varie tematiche con dovizia di particolari e con esempi concreti. C’è un mondo in ogni aspetto descritto in questo testo, l’insieme permette di vedere il prossimo come una miniera di gesti che normalmente non riusciremmo a notare e ad ampliare la comprensione dei messaggi che gli altri inviano, pur senza esserne coscienti. Un testo intrigante e interessante, adatto a tutte le tipologie di lettori. Scritto in modo comprensibile e scorrevole, con le illustrazioni che aiutano nella spiegazione. Assolutamente da leggere.

Abbiamo posto alcune domande a Marco. Ecco l’intervista.

 

 

Capire in anticipo quello che pensa il proprio interlocutore sicuramente porta notevoli vantaggi ma a volte non sarebbe meglio non saperlo?

C’è un’unica relazione in cui é consigliabile tenere alcune informazioni per sé:  il rapporto di coppia. In questo contesto venire a sapere dei sentimenti o di dettagli sessuali di un legame precedente potrebbe ferire. Così, in questa situazione potrebbe rivelarsi svantaggioso leggere nel comportamento dell’altro, specie se la lettura avviene in modo superficiale o riduttiva.

L’interpretazione dei segnali del corpo va fatta, infatti, all’interno di un contesto: se ad esempio, riferendoci all’esempio sopra, notiamo che il nostro partner si passa la lingua sulle labbra (un segno di piacere) quando vede la foto di un ex, potremmo provare gelosia ritenendo che provi ancora dei sentimenti. Tuttavia, potrebbe averlo fatto solo perché questa persona le ha risvegliato un ricordo piacevole e non perché attualmente ne sia ancora innamorata.

Negli altri rapporti interpersonali é invece auspicabile capire cosa passa nella mente dell’altro e se quello che dice coincide con ciò che pensa.

Dopo avere riconosciuto le proprie emozioni e’ possibile mascherarle?

Se proviamo un’emozione questa innesca una reazione immediata e istintiva; questa reazione provoca una determinata espressione del volto e dei  movimenti del corpo (come un sollevamento delle spalle nella paura o una contrazione delle mascelle nella rabbia). Possiamo cercare di inibire queste manifestazioni, ma qualcosa trapela comunque: in questo caso, assisteremo ad una microespressione (un atteggiamento che compare sul volto per circa 1/25 di secondo) o ad un’espressione soffocata (che dura più a lungo, ma l’espressione é solo parziale).

I neonati hanno da subito la capacità di riconoscere le espressioni sul volto della madre? Quando perdiamo questa capacità?

La ricerca e le osservazioni sullo sviluppo e sull’acquisizione delle abilità sociali hanno dimostrato che queste insorgono molto precocemente; La ricerca scientifica lo dimostra chiaramente. Ad esempio, Tiffany Field assieme ad altri colleghi ha notato come i neonati prestino una maggiore attenzione visiva quando un volto cambia espressione, suggerendo così implicitamente che questi ultimi sono in grado di discriminare la mimica facciale poco dopo la nascita. Inoltre, Charles Nelson con precise misurazioni ha appurato che i neonati sono in grado di distinguere una faccia arrabbiata da un volto felice. Mikko Peltola, Jukka Leppänen e altri studiosi, dal canto loro, hanno appurato, registrando l’attività cerebrale, che i bambini di sette mese sono in grado di cogliere la mimica facciale della paura.

Queste capacità aumentano con l’esperienza; decrescono però con l’invecchiamento in linea con la perdita di altre abilità cognitive e questo ha inizio attorno ai 50 anni. Il declino é attribuito al fatto che una struttura essenziale nel riconoscimento delle emozioni (la corteccia prefrontale) si deteriora con l’età molto più rapidamente di altre regioni cerebrali.

Questa perdita di “acume” non riguarda solo le espressioni facciali, ma anche gesti, posture, movimenti del corpo e caratteristiche vocali delle emozioni e sembra riguardi più le emozioni negative (come rabbia, tristezza, paura e disgusto) che quelle positive (felicità, entusiasmo, ecc.).

Probabilmente conosce il telefilm Lie To Me, in cui il protagonista è capace di usare le tecniche descritte sul libro fin quasi all’esasperazione. Fino a che punto queste tecniche sono utilizzabili dal punto di vista scientifico, o nel merito di una indagine? Qual è la massima attendibilità che si può raggiungere?

Lie to me ha come consulente scientifico Paul Ekman, la massima autorità nello studio delle espressioni facciali; tuttavia é fiction e come tale deve innanzitutto destare l’attenzione e la curiosità dello spettatore. Ne é derivato così un compromesso in cui alcune conclusioni di Cal Lightman  (protagonista principale del telefilm) sono verosimili; altre sono molto enfatizzate. Nel riconoscimento della menzogna tutti gli studiosi sono d’accordo su un punto: i segnali, per lo più non verbali, su cui ci si basa, sono indizi, non segni inequivocabili di bugia. In alcune puntate sembra che invece sia possibile, non solo di dare un’interpretazione certa, a partire da un solo comportamento o espressione facciale, ma che da questa si possano trarre tutta una serie di conclusioni all’apparenza logiche e coerenti: questa però non é scienza, ma intuizione.

In ogni caso, tecniche di questo tipo (il riconoscimento delle micro-espressioni facciali, alcuni segnali del corpo e degli indizi linguistici) vengono utilizzati dall’FBI o dall’Interpool per distinguere la verità dalla menzogna e con un buon grado di attendibilità. Naturalmente, non basta: é necessario che questi indizi vengano suffragati da prove concrete.

Un esempio di come il linguaggio del corpo possa rivelarsi utile nelle indagini criminali ci viene da una ricerca degli  psicologi Stephen Porter e Leanne ten Brinke.

Questi studiosi, analizzando il comportamento non verbale dei familiari di persone scomparse in 78 appelli diffusi in TV hanno scoperto che chi parlando del proprio congiunto esprimeva, anche per qualche istante, un’espressione di disprezzo e un ghigno molto probabilmente era responsabile della sparizione. Prendendo come spunto questa scoperta ho esaminato numerose interviste di Sabrina Misseri e Salvatore Parolisi in relazione alla morte di Sarah Scazzi e di Melania Rea. In entrambi i casi, riportando la mia analisi e le conclusioni nel mio libro “Il Linguaggio della Menzogna” ho rilevato nella prima micro-espressioni di disprezzo e rabbia parlando della cugina e disprezzo e un sorriso mal celato nel secondo quando raccontava della sparizione di sua moglie Melania.

Secondo lei in politica è possibile che il segnale non verbale possa essere utilizzato per ampliare il consenso mediatico tramite le televisioni?

Si vocifera che Obama,  il presidente americano, abbia usato in modo intenzionale particolari  gesti e comportamenti per indurre l’elettorato a scegliere lui. In ogni caso, é ormai risaputo che politici e manager “vanno a scuola” di linguaggio del corpo per migliorare la propria immagine, saper comunicare in maniera più efficace e soprattutto persuasiva.

E’ quindi difficile vedere un politico durante un dibattito o un confronto in TV fare segnali negativi, come chiudere le braccia, incassare la testa fra le spalle o assumere posture raccolte: tendono infatti a parlare esponendo i palmi delle mani verso l’alto in segno di onestà e franchezza, a sorridere spesso, a stare con le braccia distese e aperte, a toccare e stringere le mani di chi li va ad ascoltare ai comizi (un comportamento molto accattivante).

La credibilità e la sincerità sono valori giudicati molto importanti dall’elettorato.

Al riguardo, vale la pena di citare l’esito di una recente indagine condotta dagli psicologi

Eryn Newman  Maryanne Garry, Daniel Bernstein assieme ad altri colleghi.

Questi studiosi hanno dimostrato che basta la presenza di un’immagine (anche non pertinente) a fianco di un politico mentre fa i suoi proclami per aumentare la supposta veridicità di quello che dice: un “trucco” tanto semplice quanto efficace!

In che modo i supporti tecnologici possono diventare delle barriere? Sono in grado a lungo termine di modificare la comunicazione non verbale tra le persone?

Telefonini, chat, social network limitano molto il contatto diretto: é inevitabile quindi che anche la comunicazione cambi: ad esempio, si é stimato che é più facile mentire con un sms, tanto che c’é una tendenza piuttosto diffusa a “raccontare” frottole (anche parziali) con questa tecnologia.

Il fatto che l’interazione non sia immediata non significa però che manchino dei messaggi non verbali.; solo che sono di tipo diverso. In uno studio Joseph Walther e Lisa Tidwell hanno rilevato che un email suscita un effetto diverso in rapporto a quando viene mandata. Se riguarda il lavoro e viene spedita la sera o di notte da l’impressione che chi la invia sia una persona sicura di sé; per contro, se é un messaggio amichevole il mittente appare più dominante se la spedisce di giorno.

Anche il tempo di risposta ha il suo peso: una comunicazione di lavoro viene percepita in modo più positivo in orario d’ufficio se é breve; mentre, infastidisce se lo stesso accade di notte. Le cose si ribaltano nei messaggi fra amici: se uno risponde la notte da l’idea di essere cordiale e empatico.

 

 

Fiorella Mannoia: A te, tributo a Lucio Dalla

Cosa ho davanti, non riesco più a parlare, dimmi cosa ti piace, non riesco a capire, dove vorresti andare, vuoi andare a dormire“. Era il 4 marzo 2013 in Piazza Grande a Bologna, quando Fiorella Mannoia partecipò alla serata dedicata a Lucio cantando Cara, una delle canzoni più commoventi scritte dal cantautore bolognese. Questo brano lo ritroviamo in A te, l’album tributo, che Fiorella ha voluto dedicare a Lucio.

Lucio Dalla ci ha lasciato da poco più di un anno e mezzo era quindi logico aspettarsi che qualche grande della canzone italiana proponesse un album tributo all’autore bolognese.

A te è stato registrato in presa diretta con l’orchestra Sesto Armonico e arrangiato da cinque famosi e bravi direttori d’orchestra quali Peppe Vessicchio (Cara), Pippo Caruso (Caruso e Anna e Marco), Stefano Zavattoni (Sulla rotta di Cristoforo Colombo e Se io fossi un angelo), Marcello Sirignano (Chissà se lo sai, Stella di mare, Milano e Felicità) e Paolo Buonvino (La casa in riva al mare e La sera dei miracoli). Tra i musicisti che hanno partecipato alla registrazione dell’album, oltre al gruppo di Fiorella, segnaliamo il pianista jazz Danilo Rea (Felicità e La casa in riva al mare), Tollak Ollestad (armonica in Milano), Clemente Ferrari (hammond in Chissà se lo sai? e Milano), Marco Siniscalco (contrabbasso in Sulla rotta di Cristoforo Colombo e Se io fossi un angelo) e Stefano Indino (fisarmonica in Anna e Marco).

Fiorella propone una rilettura dei brani, con nuovi arrangiamenti, che hanno il merito di non stravolgerli, ma di ben adattarli alle sue corde vocali. L’approccio in punta di piedi è senza dubbio indovinato, così come la scelta di confrontarsi e consigliarsi con Marco Alemanno e Ron, due artisti notoriamente vicini a Dalla.

Per la scelta del repertorio la cantante si è orientata verso quei brani che ha amato di più, da Anna e Marco (cantata a due voci insieme a Lucio durante il concerto tenuto alle isole Tremiti nel 2005) a Cara; le canzoni che riteneva a torto meno conosciute, da La casa in riva al mare a Sulla rotta di Cristoforo Colombo; e i brani che era in grado di cantare, perché l’estensione vocale di Lucio era molto più ampia di quanto non lo sia la sua. Per questo motivo non è riuscita ad inserire Futura. Per la stessa ragione ha invitato Alessandra Amoroso a cantare insieme a lei il brano La sera dei miracoli, perché in grado di raggiungere delle tonalità che lei non avrebbe potuto ottenere.

Il cofanetto oltre a contenere il CD audio propone anche un DVD, che mostra le registrazioni in diretta dei brani, insieme all’orchestra, ai direttori d’orchestra e agli ospiti musicali Ron e Alessandra Amoroso. Non mancano gli aneddoti, tra cui quello del primo incontro tra i due artisti, avvenuto nel mitico bar della RCA, quando Fiorella aveva appena 17 anni: “Lo vidi con la barba, cappello in testa e cappuccino davanti caldo, per raffreddarlo ci fischiava sopra una melodia, pensai che fosse matto”.

Il duetto con Ron rappresenta uno dei punti più alti dell’album, insieme cantano Felicità, accompagnati al pianoforte da Danilo Rea, in una magica atmosfera, ben rappresentata nel filmato. Nel buio della sala si sentono solo le loro voci e il pianoforte, ma quello che traspare è la profonda emozione che vivono in prima persona i due artisti, un’emozione che viene da lontano, dal momento in cui nacque questa canzone e dalle tante volte che Lucio l’ha eseguita in pubblico.

A te è un lavoro per palati fini, abituati a non soffermarsi al primo ascolto, in grado di capire l’intensità, l’impegno e il talento che si nasconde dietro a un progetto di questo spessore. Un cumulo di emozioni che avvolgono l’ascoltatore, sino a farlo entrare nel mondo di Dalla, reinterpretato da Fiorella. Le canzoni tolte dall’interpretazione geniale, piena di invenzioni ed improvvisazioni del suo autore, acquistano un nuovo e diverso sapore, come nel caso di Chissà se lo sai?, in cui voce, violini e pianoforte ipnotizzano e riescono a regredire chi l’ascolta ad uno stato “bambino”, in grado di liberarsi da ogni condizionamento e comprendere l’amore che si cela dietro ad ogni parola: “… poi la notte col suo silenzio regolare, quel silenzio che a volte sembra la morte, mi dà il coraggio di parlare, e di dirti tranquillamente, di dirtelo finalmente che ti amo e che di amarti non smetterò mai, così adesso lo sai, così adesso lo sai…“. Il brano originariamente fu scritto da Dalla (parole) e Ron (musica), per la Vanoni, ma la canzone piacque tanto a Lucio, che la inserì nel suo album Bugie, successivamente fu incisa sia da Ornella sia da Ron. Da brividi e da ascoltare ad occhi chiusi. Pippo Caruso ha arrangiato brani importanti quali Caruso e Anna e Marco, cercando di vestirli al meglio per Fiorella, così come hanno fatto anche gli altri, con competenza e immedesimazione nel progetto.

Interpretare le canzoni di Dalla non è e non sarà facile per nessuno, ma come dice Ron: “… non importa che fosse per forza una persona legata a Lucio a fare il tributo, doveva farlo la persona giusta”. Rosalba (così Lucio chiamava Fiorella), come conferma anche Rea, ha la capacità di interpretare qualsiasi cosa, di farla sua e di emozionare.

Il DVD è una parte importante di questo lavoro, in grado di mostrare come si sono svolte le registrazioni e di proporre l’esecuzione dei brani nella loro interezza. Si tratta di un ottimo making di pari livello al materiale audio, ben diretto dalla regista Consuelo Catucci.

Il post amore” è il terzo singolo di GEDDO tratto dal suo apprezzatissimo album NON SONO MAI STATO QUI

Il suo album sta ricevendo consensi molto positivi dalla critica, si sono accorti di lui e delle sue canzoni le radio, il teatro e la pubblicità, ed il suo tour prosegue animatamente

Il post amore Una delle problematiche dell’era dell’accesso e dell’individualità è che tutte le tensioni, una volta sfogate in continuo confronto con il collettivo e il sociale, si riversano inesorabilmente nella sfera privata. L’invito esplicito della canzone invece tende a raffreddare un po’ i bollenti spiriti sempre più fonte di violenza e sopruso e a vivere le crisi e le separazioni con un po’ più di fiducia ed ironia. La canzone è arricchita dalla partecipazione del giovane talento Chiara Ragnini.

Certe emozioni, volti, temi e situazioni nel  loro eterno divenire assumono valori diversi e opposti. L’aspetto del disco è più o meno autobiografico e rievoca distanze in cui perdersi, emozioni e illusioni che da reali e fondamentali diventano rivivibili solo grazie alla musica.

Rockerilla La sua abilità è quella di sviscerare la composizione. Un artista eclettico e molto preparato, un lavoro apprezzabile!

Causa ed effetto … Un disco da ascoltare e riascoltare, che accompagna, emoziona, sussurra grida. Ubriaca.

Shake … Un disco vitale, un autore che ha trasporto e tanta intensità, una penna affilata e una voce versatile.

Net 1 news … Artista che costruisce i suoi testi in modo ordinato, poetico e originale. Approvato.

Music on tnt… Diversificazione di linguaggi, sonorità e ritmi imponderabili, minimalismi, trovate, teatralizzanti sponken word e approcci popular.

Blogfolk …Ironia, rabbia, passioni ed emozioni, si riflettono così  musica dando vita a spaccati che spaziano dal teatro canzone alla canzone d’autore.

The webzine … Appartiene ad un estro creativo di natura intimistica che volge il suo sguardo all’arte bohemièn così come a certi romanzi satirici e fumettistici.

Rockambula  … Cantautore d’alta scuola: un disco ampio, strutturato, sfaccettato che è praticamente un’enciclopedia del migliore cantautorato italiano.

Musiczoom … Condensa 50 anni di storia della musica cantautorale italiana in un album poliedrico dal punto di vista musicale

Terapie musicali … Fossero anche solo canzonette, si può forse fare finta di niente davanti a un gioiello di questa caratura?!?

KD Cobain … Non ha mai una caduta di tono, tante piccole tessere di un mosaico che ammalia e affascina. Una bella ventata di aria fresca!

Musica mag … Ha il non indifferente merito di saper traslare la dimensione narrativa facendone canzoni.

Anderground Un disco veramente completo: intelligente, divertente, emozionante e stimolante, generoso e appassionato. Un viaggio entusiasmante e coinvolgente che sicuramente non vi lascerà indifferenti.

Musiclike… Bravo nell’aprire il ventaglio cromatico e stilistico che, unito all’apprezzabile urgenza di raccontarsi con verità, risulta il vero punto di forza del disco.

La musica rock …Il cantautorato attuale che spesso si propone ripetitivo e basato su ritmi e ritornelli senza contenuto? Non è questo il caso!

Musica mediterraneo … L’album  è costruito su un rock cantautoriale positivo, solare da fischiettare mentre si passeggia

Indiesponente … Album con le radici saldamente piantate nella tradizione cantautoriale, ma allo stesso tempo vario, eclettico e multiforme.

… E MOLTE ALTRE IN ARRIVO

 

Il mondo di Geddo nasce negli anni 70 ad Albenga in provincia di Savona. Dopo aver vissuto tra Milano e Genova per motivi inerenti l’impiego del padre si trasferisce nella città natia dove i genitori cominciano ad occuparsi dello storico negozio di famiglia di stoffe, tappeti e oggettistica per la casa. Così tra mille strane forme e una girandola di colori la chitarra diventa ben presto l’inseparabile compagna dei suoi sfoghi adolescenziali: prolungamento emotivo e sintesi essenziale.

Tornato a Genova, scopre il centro storico, i club, il mondo universitario, i centri sociali e tutto il fermento della città estremamente legato ai classici cantautori della storia genovese, trovando anche il tempo di laurearsi in Giurisprudenza. Saltuariamente torna in riviera dove fonda i Fine Cats, travolgente band di rock blues. Nel frattempo a Genova porta avanti nei club nascosti del centro storico un repertorio personale più intimo e disperato, ma saldamente ironico.

La sua è comunque una carriera nata tardi e coltivata male e quando torna a vivere in riviera, finita l’esperienza universitaria, si trova a cominciare da zero in una situazione molto diversa senza punti di riferimento musicali. Riponendo le basi dei propri progetti si attiva per dare alla riviera una dignità musicale contribuendo a creare un mondo collaborando alla direzione artistica di molti locali tra cui soprattutto il mitico Ferrocarril di Imperia che prima di essere ucciso dalle solite cieche istituzioni locali grazie a Geddo farà da base per Max Manfredi, Zibba, Faso, Meyer, Menconi, Folco Orselli e ospiti anche internazionali. Geddo resta convinto che la musica sia un mondo e che vada portata avanti nei suoi aspetti veri nel suo complesso e quindi da sempre si adopera in prima persona per la promozione del talento e dell’arte con passione e impegno pari a quella utilizzati per i propri percorsi personali.

Ad oggi Geddo è anche membro attivo di un’associazione culturale che organizza, tra le altre cose, un importante festival di musica e teatro che si chiama SU LA TESTA. Il 2010 lo vede finalmente incidere il primo album di canzoni dal titolo “Fuori dal comune” che raccoglie entusiastiche recensioni da tutta la stampa specializzata, che lo giudica una delle più fresche novità del panorama cantautorale ligure ed italiano. La canzone Genova ottiene una menzione speciale al premio Donida 2010 ed il singolo Ti voglio resta nella classifica di gradimento delle radio Indie per oltre 100 giorni.

A Gennaio 2013 è uscito il nuovo album “Non sono mai stato qui”. Una seconda prova matura ed eterogenea. Il primo singolo “Angela e il cinema” replica il successo radiofonico di “Ti voglio” con uno stabile livello di apprezzamento nella classifica indie e recensioni molto positive. Stessa sorte per “Stare bene”, al top del gradimento radiofonico estivo.

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Recensione album Oonar degli Oonar

Il disco degli Oonar è carico di atmosfere che richiamano il rock anni ’80, miscelato con sonorità elettroniche. Le radici e i riferimenti ai gruppi di quegli anni ci sarebbero, ma distoglierebbero l’attenzione dal risultato ottenuto con questo disco. La musica è vera, costruita su componenti semplici e dirette. “Mission 12” è un brano un rock affascinante, con echi di sonorità anni ’80. “Running” rappresenta un pop leggero, che ricalca musicalmente le radici dei brani precedenti, con un sound di chitarre distorte che rende il brano ancora più accattivante. “I die for you” è una canzone  mistica e incalzante, che sembra viaggiare a mezz’aria tra suoni elettronici e un’atmosfera rarefatta, veloce e dinamica. Moderna, ma dal retrogusto vintage. “Asleep” è una ballata lenta, dal sapore rock melodico antico, archi a rendere il suono più ampio e riecheggiante. Una voce calda scandisce il tempo di questo pezzo d’altri tempi. “Lost” è un pezzo dal rock misterioso, con echi di sonorità particolari, che si miscelano tra elettronica e suoni più terreni e duri. Una bella canzone. La proposta degli Oonar è interessante, ripropone sonorità note nel panorama musicale internazionale, ma lo fa con abilità e puntando su un prodotto che non è mai davvero passato di moda e che soprattutto nutre ancora moltissimi estimatori. Un disco da ascoltare. Una piccola critica, varrebbe la pena riproporre questi suoni, cercando di uniformarli con le sonorità più moderne, anche dal punto di vista dell’arrangiamento vocale. Il risultato potrebbe stupire.

Simone Cristicchi: Magazzino 18 e altre storie

Siamo partiti in un giorno di pioggia, cacciati via dalla nostra terra, che un tempo si chiamava Italia e uscì sconfitta dalla guerra, hanno scambiato le nostre radici, con un futuro di scarpe strette e mi ricordo faceva freddo, l’inverno del ’47 “. Queste sono le prime strofe del brano Magazzino 18 di Simone Cristicchi, che da il titolo anche allo spettacolo teatrale attualmente in scena nei teatri Italiani e istriani. Il 22 ottobre il musical-civile scritto da Simone Cristicchi e da Jan Bernas, con la direzione del Maestro Valter Savilotti della FVG Mitteleuropa Orchestra e la regia di Antonio Calenda, ha debuttato al Teatro Rossetti di Trieste.

Il musical, così come la canzone, trae spunto da quello che è diventato un luogo simbolo di quell’esodo: il magazzino numero 18 del Porto Vecchio di Trieste, dove furono stoccate le masserizie dagli esuli, che abbandonarono le terre cedute nel 1947. Questo luogo diventò così un enorme catasta di masserizie, con una miriade di oggetti suddivisi per tipologia, classificati con nomi e numeri, che testimoniano ancora oggi la tragedia di un popolo sradicato dalla propria terra. Tavoli, sedie, armadi, specchiere, cassapanche, attrezzi da lavoro, ritratti, giochi, fotografie in bianco e nero, quaderni e libri di scuola, oramai sono dimenticati e pieni di polvere.

Furono circa duecentocinquantamila le persone che dopo la firma del trattato di pace di Parigi del 1947 e il Memorandum di Londra del 1954, abbandonarono tutti i loro beni e imballarono le poche cose, che riuscirono a portare via, preferendo andare verso l’Italia..

La struggente canzone di Simone Cristicchi tocca corde molto sensibili per chi ha vissuto questo dramma, inoltre, bisogna riconoscergli il merito di essere riuscito a coinvolgere l’opinione pubblica. Il testo della canzone, apparentemente semplice nella sua espressione, supera l’argomento specifico, proiettando chi lo ascolta in una situazione che potrebbe essere benissimo riportata ai giorni nostri. Magazzino 18 è un luogo della memoria, che si è dimenticato, dove però possiamo inoltraci idealmente per cercare le nostre radici e soprattutto per evitare che drammi simili si ripetano ancora: “… sono venuto a cercare mio padre, in una specie di cimitero, tra masserizie abbandonate e mille facce in bianco e nero, tracce di gente spazzata via, da un uragano del destino, quel che rimane di un esodo, ora riposa in questo magazzino“.

Gli oggetti hanno sempre un forte potere evocativo, portano i segni di chi li ha posseduti e utilizzati. Cristicchi ha spiegato che nel momento in cui è entrato in quel deposito, che contiene ben duemila metri cubi di masserizie, ha percepito la grandezza di quella storia e si è stupito di come non fosse conosciuta in Italia. Quando ne è uscito ha sentito come se quei mobili gli avessero parlato. In quell’occasione gli fu regalata una sedia e sotto la seduta c’era ancora ben leggibile il nome del proprietario. Da quel momento ha iniziato la ricerca sull’esodo insieme a Jan Bernas, con cui ha scritto il musical, dopo aver letto numerosi testi ed avere parlato con tanti esuli e residenti istriani. Dal 1947 in poi le famiglie in fuga dalle terre cedute alla Jugoslavia lasciarono le loro cose in deposito, con l’idea di venire a riprenderle, una volta ricostruita la propria esistenza. Molte persone sono ritornate a riprendersi ciò che era loro, molte altre invece non si sono fatte più vive. Fino al 1978 in Porto Vecchio c’era ancora un ufficio distaccato della Prefettura che attendeva il ritorno dei legittimi proprietari. Dal 1988 tutti questi beni sono affidati all’IRCI, l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata. Una parte del contenuto del magazzino sarà destinato al nuovo Museo dell’IRCI, mentre per il restante materiale deve ancora essere presa una decisione. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un simbolo di un “tempo bloccato”.

Il brano di Simone Cristicchi fa parte del suo recente disco intitolato Album di famiglia, che ne conferma la sensibilità autoriale e l’indubbio talento. Utilizzando la forma della filastrocca, Cristicchi offre la sua visione delle cose facendo leva sulla curiosità e il coinvolgimento di chi lo ascolta. A questo proposito vi consigliamo di non perdervi la canzone Cigarettes, che nel finale propone un breve recitato di Nino Frassica. Si tratta di un brano molto attuale, forse anche qualcosa di più: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri… molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti…“. Questo testo risale al 1912 ed è tratto da una relazione dell’Ispettorato del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti d’America.

Recensione romanzo “Non avevo capito niente” di Diego Da Silva

“Non avevo capito niente” è un romanzo che rappresenta uno spaccato della vita di tutti i giorni, racconta delusioni e speranze, il tutto condito con una spruzzata di dissacrante sarcasmo. Ed è qui che nasce il bello di questo libro, dal personaggio quasi surreale dell’avvocato Vincenzo Malinconico, che combatte con la sua vita “vecchia”, con l’ex moglie Nives, che lo ha mollato per un architetto, e con i due figli, e con quella nuova, con l’avvenente avvocatessa Alessandra Persiano, che appare spietata, quanto attratta da lui. Il protagonista subisce, suo malgrado, un cambiamento, come se tutto attorno e dentro di lui stesse mutando all’improvviso. Una nomina come avvocato d’ufficio di un camorrista, detto Borsone, gli mette alle calcagna un improbabile scagnozzo, Tricarico. Da qui tutto diventa un fiume in piena e nascono tutta una serie di scene spesso esilaranti, ma che lasciano un retrogusto amaro e un altro più dolce e romantico. “Non avevo capito niente” è un punto di vista molto reale e cinico e quando si arriva alla fine del libro, ci si ritrova tutto sommato sollevati. Forse non tutto è perduto, forse c’è qualcosa per cui ha ancora senso lottare per essere se stessi e lasciarsi trascinare dall’istinto. L’amore per Nives che appassisce proprio quando tutto sembra poter andar come avrebbe voluto, è l’immagine dell’animo umano volubile, dei sogni che cambiano, come cambiano le cose intorno a noi. E’ un mondo a ritroso, che alla fine si trova a fare passi avanti. Dove un vaffanculo è forse la chiave di lettura più adeguata a un testo ironico, fantasiosamente realistico. Cattivo, a tratti. Sconveniente, politicamente scorretto, eppure così vero e verace. Un libro particolare, ricco di spunti interessanti.

Alberto Radius – Banca d’italia

Nove anni dopo Please my guitar (2004), Alberto Radius ritorna in veste di solista con un nuovo album, una raccolta di 15 canzoni scritte e arrangiate da lui, con i testi di due giovani e bravi autori: Andrea Secci e Tullio Pizzorno. Il progetto era iniziato qualche anno fa, ma, si era fermato dopo la scrittura dei primi sei brani a causa della morte prematura di Oscar Avogadro, paroliere storico di Radius e suo grande amico. Grazie all’entusiasmo dei due giovani parolieri, il lavoro è potuto riprendere sino al suo completamento. Per motivi legali i testi scritti da Avogadro sono stati firmati dalla moglie Laura Pertusi.

Il nome di Radius è legato a gruppi storici quali i Quelli (pre-PFM), il Volo e soprattutto la Formula 3 insieme a Tony Cicco e Gabriele Lorenzi, che esordirono nel 1969 con quello stupendo brano che è Questo folle sentimento, scritto da Battisti e Mogol. Alberto Radius è un virtuoso della chitarra, il primo di una serie di chitarristi italiani di gran talento, che hanno accompagnato i grandi della musica italiana e che hanno avuto anche una carriera solista. Per citarne qualcuno basta fare riferimento ai componenti del gruppo Le custodie cautelari: Maurizio Solieri, Ricky Portera, Mario Schilirò, Cesareo, Giuseppe Scarpato, Luca Colombo, Max Cottafavi, Fabrizio Consoli, Cristiano Maramotti, oltre allo stesso Radius.

Banca d’Italia è registrato su di un unico CD, ma in realtà si tratta di un doppio album con più di un’ora di musica. Il titolo è stato scelto da Red Ronnie, ispirato da una sua fotografia, utilizzata come copertina dell’album e dal brano omonimo.

I brani descrivono con occhio critico la società italiana, come in Talent Show, tempio delle speranze e delle illusioni di migliaia di giovani. Con ironia e con un accompagnamento musicale volutamente sopra le righe e ripetitivo, viene descritta la superficialità che si cela dietro a questi show.

Banca d’Italia è il brano che dà il titolo al disco, il testo è stato scritto 12 anni fa da Oscar Avogadro, che con inusuale lucidità ha descritto quello che sta accadendo oggi in Italia: “… abbiamo fatto il tifo per gli indiani, mentre ladri e ciarlatani diventavano cowboy “.

Il tango di Dedalo ci riporta ai tempi del brano Leggende, con lo splendido testo di Andrea Secci: non andare verso il sole, le tue ali non potranno sopportare, rischi di cadere in mare, ti dovrei vedere annegare, una vita, una fatica, senza te. Ottimo l’accompagnamento del pianoforte, con il ritmo di un tango incalzante, che dialoga con un Radius al meglio della sua espressione vocale.

Countdown si avvale di una batteria virtuale ripetitiva, con interventi massicci di chitarra elettrica, combinati insieme ad archi e violini, in una sorta di rapsodia di antica memoria (La grande casa), vestita con i validi testi di Tullio Pizzorno.

Come suona il tempo ha un sapore un po’ nostalgico, la musica di Alberto tradotta nei testi di Avogadro, ci riporta alle loro produzioni più rilassate ed intimiste: “senti un po’, come suona il tempo, senti il ritmo che da a ogni battito di estasi e tormento … senti un po’ come suona il tempo qui, ma non si può non ballarci dentro e non tremare al vento, dei suoi folli aneliti, delle sue vertigini… ogni tanto c’è una stella che sa, dove cadere, c’è un frammento di universo che sta, dentro un bicchiere, puoi brindare con me ai nostri sogni ai nostri guai …”.

Questo album non rappresenta una rivoluzione dal punto di vista musicale/artistico nella storia di Radius e non ha la pretesa di esserlo, ma ci ripropone un autore che da tempo mancava dalle scene in qualità di solista e di cui si sentiva la mancanza. I brani sono stati registrati quasi integralmente dal vivo, suonati e campionati (come nel caso della batteria), soltanto da due persone: Jonni Pozzi e lo stesso Radius. Nell’album vengono proposti quindici generi differenti, uno per ogni canzone, c’è meno “chitarra” del previsto, se confrontato con le produzioni passate, ma l’entusiasmo e la spontaneità sono le stesse di sempre. Rispetto al passato si nota il desiderio di proporre qualcosa di nuovo ed originale, lontano dalle solite cover, oggi imperanti nella discografia italiana.

Da notare che nella versione in vinile sono stati inseriti tre brani in meno e alcuni sono stati sfumati, questo è dovuto al fatto che la capienza di un disco in vinile è tecnicamente inferiore a quella del CD. I brani prodotti per l’album sono stati ben 24, da questi Radius ne ha selezionati 15, quindi teoricamente esiste un nuovo album chiuso nel cassetto.

Banca d’Italia è un disco in parte politico (anche se meno che nel passato), a partire dalla sua copertina, che vede un barbone dormire sotto due labbra rosse disegnate sul muro. Secondo Red Ronnie le labbra sorridono e il barbone dormirà sino a quando non ci accorgeremo che il nostro vero valore è la cultura, per Radius invece le labbra stanno scomparendo e il barbone rappresenta la condizione degli italiani di oggi.