Recensione romanzo “Un uso qualunque di te” di Sara Rattaro

“Un uso qualunque di te” è un romanzo che racchiude diverse chiavi di lettura e che tocca temi complessi e corde spesso dimenticate. La protagonista è Viola, una donna che ama e viene amata, e che a modo suo si trasforma in qualcosa che finisce per travolgerla in un fiume di emozioni contrastanti. E’ il racconto della sua relazione con Carlo, un suo ex-compagno di scuola, che poi sposerà e del rapporto con la loro bambina, Luce. La difficoltà di essere se stessa e di farsi capire da suo marito e da sua figlia la allontanano, in un mondo di contraddizioni e di piccole bugie, che poi crescono fino a far male. Una sera Viola riceva una chiamata mentre lei non è nel letto in cui avrebbe dovuto essere. Sarà una corsa contro il tempo per andare in ospedale per andare da Luce, che sta male. Ed è grave. Questo romanzo è un vortice di emozioni, passioni, tradimenti e amori lasciati a metà. E’ una ricerca distruttiva dentro se stessi e, a suo modo, un modo di ritrovarsi. Personaggi intensi e intriganti rendono la storia gradevole e veloce. Emoziona e commuove, scava a volte in modo violento dentro e riesce a far centro. Un bel libro, duro, a tratti fin esagerato nella ricerca del dolore interiore, ma coglie appieno la crisi, la fragilità dell’animo umano e dei suoi sentimenti. E’ una tragedia moderna. Da leggere.

Intervista ad Anonimo Italiano

FiveAnonimo Italiano ha esordito sulla scena musicale nel 1995, in occasione dell’uscita del suo primo album, intitolato semplicemente “Anonimo Italiano”, che conteneva, tra gli altri, “E così addio”, un brano divenuto subito un grande successo. Il cantante suscitò subito molto interesse e sorpresa, in quanto si presentava e si esibiva in forma anonima, grazie ad una mascherina sul viso, inoltre, il suo modo di cantare, seppure con sfumature diverse, ricordava quello di Claudio Baglioni. Quel primo album vendette ben 120.000 copie, consentendogli di ottenere il disco di platino (quelli erano altri tempi per l’industria discografica), successivamente l’artista pubblicò l’album “Buona fortuna”. In coincidenza con questo evento decise di uscire dall’anonimato e si propose come Anonimo italiano/Roberto Scozzi. Negli anni successivi ha pubblicato altri due album, intitolati rispettivamente: “Dimmi che ami il mondo” (2002) e “L’infinito dentro noi” (2006), quest’ultimo realizzato con l’Orchestra sinfonica di Bari diretta da Tony Carnevale.

Dopo sette anni di silenzio discografico è uscito il suo quinto CD, intitolato semplicemente “Five”, contenente 10 nuovi brani, tra cui un inedito duetto con Amedeo Minghi. Il riscontro del pubblico non si è fatto aspettare, tanto che il “Five” (come lo chiama affettuosamente lo stesso suo autore), è entrato di forza subito tra i primi 100 best sellers del mondo su Amazon.

Anonimo/Roberto Scozzi, ci ha gentilmente concesso un’intervista in esclusiva, dove abbiamo parlato del suo ultimo lavoro, ma soprattutto di lui come uomo e come artista.

Prima di iniziare l’intervista vorremmo citare la dedica riportata sull’album “L’infinito dentro di noi, dedicata da Anonimo italiano ai suoi fan: “nel 1995 dietro una maschera, un ragazzo iniziò a cantare canzoni come… e così addio, anche questa è vita, in questo corpo a corpo, mi mancherai. Queste canzoni vi hanno fatto sognare e mi hanno fatto sognare.

Come mai un silenzio così lungo tra “L’infinito dentro noi” del 2006 è il recentissimo “Five”?

Semplicemente perché ho sempre pensato che un’artista debba pubblicare un nuovo lavoro quando ha qualcosa da comunicare, un po’ come si faceva una volta. I dischi belli non si realizzano in sei mesi oppure per contratto, si scrivono e si pubblicano quando si è maturato in se stessi un “nuovo mondo”, nuove cose che si vogliono raccontare. Per lo stesso motivo, sono un po’ contrario alle cover di brani (intendendo, chi incide cover), di successi, quando non ce ne sia un significato, un reale “bisogno” di cantare la canzone di un altro… Preferisco la creatività, quello che si ha da raccontare in quel momento. Dopo questo disco potrei restare fermo altri due o tre anni, senza per forza dover “saturare” chi mi ascolta, vedremo… Ritengo che sia bella anche l’attesa, il lasciar passare del tempo fra un discorso musicale e un altro, senza l’urgenza di apparire. Questo ti fa apprezzare anche di più dal tuo pubblico, ti consente di assaporare meglio le cose che fai per loro e per il tuo lavoro.

Anche se non appare in TV molto spesso, il lavoro del musicista/interprete ha un suo percorso alternativo che prevede serate, radio, feste aziendali e di piazza, collaborazioni artistiche, ecc., tu cosa ha fatto negli ultimi anni, in cui sei stato un po’ lontano dai riflettori?

Sono stato lontano dai “riflettori” come dici tu, se ti riferisci alle apparizioni televisive, ma non sono mai stato dimenticato dal mio pubblico e dalle persone che mi amano, che sono tante. Certamente continuo il lavoro dei live, dei concerti, degli showcase in giro, cercando sempre però di fare solo cose belle, di non svendermi. E’ questo il lato più difficile, ma anche più serio del mio lavoro. Soprattutto cerco di non andare in giro per due soldi, solitamente evito feste, party e quant’altro, dove sono spesso invitato, perché non canto gratis. Questo significa rispettare il proprio mestiere e ciò in cui si crede.

Abbiamo seguito sulla tua pagina Facebook, l’evoluzione del tuo ultimo Album, intitolato “Five”, nato tra prestigiose collaborazioni (vedi Amedeo Minghi) ed eventi tristi, come la prematura scomparsa di Roberto Mezzetti (batterista e produttore), vuoi parlarci di questo tuo ultimo lavoro e delle persone che vi hanno partecipato?

Si, in realtà “Five” è un lavoro che era già in cantiere da circa tre anni, poi è stato sospeso e di nuovo ripreso. Il progetto è quindi maturato molto lentamente, con la possibilità di lavorare ai testi con calma e pazienza. Purtroppo, come sai, siamo stati colpiti da un improvviso evento infausto quale la scomparsa di Bob Mezzetti. Un mio carissimo amico, nonché produttore esecutivo dell’album. Inoltre, Roberto era il mio batterista ed anche quello di Amedeo Minghi. E proprio con Minghi, anche lui molto colpito come me dal triste evento, abbiamo voluto ricordalo per sempre, incidendo il duetto e dedicandogli il brano “L’Aquilone”, che chiude il “Five”. Si tratta di un pezzo molto toccante e particolare. Sono riconoscente ad Amedeo Minghi, per questo suo cameo musicale.

I musicisti, i tecnici, gli autori oltre al sottoscritto, che hanno lavorato al “Five” sono davvero tanti, circa una trentina. Si tratta di un numero di persone considerevole, se si pensa che in fondo si tratta di un’auto produzione. Al progetto hanno partecipato professionisti di altissimo livello e citarli e ringraziarli tutti sarebbe un’impresa, direi in primis Gianni Luna, che ha realizzato gli arrangiamenti ed è stato anche autore e co-autore dei brani, Maurizio Festuccia, mio autore e co-autore già dagli esordi, l’equipe dei bravi musicisti di Amedeo Minghi per “L’Aquilone”, l’orchestra d’archi di Francesco di Tullio. Non posso dimenticare i performer della band che mi segue da anni: Bob Masala al basso, Francesca Barone e Fabio Dolci (keyboard), Nicola di Già alle chitarre e naturalmente il sottoscritto, nelle vesti di produttore artistico del progetto. E’ un elenco infinito, mi fermo qui, non basterebbe tutta la pagina.

Cosa rappresenta per te oggi la famosa maschera, che indossavi agli inizi della tua carriera?

La maschera è un “ricordo romantico” di quel periodo. La indossai anche perché ero troppo timido, in fondo ero una specie di “fantasma del palcoscenico” del pop…
Un personaggio di sogno, un’emozione senza corpo o identità. Quello ha significato e rappresenta ancora la mia Bauta (maschera del carnevale di Venezia N.d.R.) d’argento, che ora è custodita nella bacheca, insieme ai miei dischi e ai ricordi più belli mai sopiti di quel tempo.

Nella difficile situazione attuale del mercato discografico, “Five” rappresenta una vera e propria sfida, dai primi riscontri sembra che il CD stia andando molto bene, ritieni che la qualità del “prodotto” possa fare la differenza?

Si è vero, il “Five” sta andando benissimo, è partito alla grande! In realtà, io ho sempre pensato che il mercato discografico attuale fosse ormai un po’ saturo di prodotti, diciamolo, anche “inutili”, per questo non voglio certo mettere il mio album al primo posto, ma il tanto proliferare di brani riproposti di altri interpreti, denota, secondo me, un momento di vuoto di fantasia. Bisognerebbe tornare a pensare alla “canzone” non come ad un semplice prodotto usa e getta, ma come ad una cosa preziosa, che “racconta” l’artista, in un momento particolare della sua vita. Questo è il vero motivo per cui si dovrebbe realizzare un nuovo disco e non per via delle mode, dei capelli o delle tendenze del momento… Evitando, inoltre, di utilizzare la lingua italiana in modo banale, sciatto e senza poesia. Una volta, per far questo esistevano autori quali Mogol, Giancarlo Bigazzi, Paolo Morelli, ed altri, che scrivevano stupendi testi e non parole brutte, scopiazzate dai telegiornali o da slogan messi a caso. Un’altra classe, un’altra scuola, che ancora oggi resta indimenticabile…

Per chiudere ci racconti il Roberto Scozzi del dietro le quinte?

Roberto Scozzi, alias “Anonimo Italiano”. Tutto qui! Due in uno…ma unico, almeno per me.

Recensione album “Little Italy” dei Gto

L’album “Little Italy” dei Gto contiene canzoni appassionate e ricche di atmosfere popolari, di personaggi che accompagnano l’ascolto e aneddoti curiosi. Il disco di apre con “Barabba”, il cui ritmo è un come ballo, un’ode alla metafora di uno dei personaggi biblici più importanti. Nel brano “Il rude” fa la sua comparsa un altro personaggio particolare con le sue contraddizioni e suoi punti di forza, che si scontrerà con la sua più profonda fragilità: la paura della morte. L’arrangiamento e il modo di cantarla ricorda le prime canzoni di Adriano Celentano, con quelle venature rock che colpiscono sin dal primo ascolto. Il pezzo che regala il titolo all’album, “Little Italy”, ha una musicalità che ricorda, seppur da lontano, “la mia banda suona il rock”, anche nelle sonorità, in un pezzo che si fa ascoltare, e racconta le caratteristiche di un paese con le sue contraddizioni. Anche in questo caso il riflettore punta sulle particolarità del paese e dei suoi meccanismi, in questo caso il paese è l’Italia. “La via del mare” è una ballata che scandisce lo scorrere del tempo, in un addio in cui un’anima naufraga tra ricordi dolorosi e indolenti, sulla via del mare.  “Lumea mea este” è un viaggio che la musica invita a fare, tra luoghi col sapore di note e di sabbia nell’aria, lo spettacolo che continua. “Montedoro” è invece un ballo, una storia. Atmosfere che accompagnano a un tramonto ricco di emozioni e sogni, che diventano musica. “Granelli di sabbia” è una melodia che colpisce sin dalla prima nota, riecheggia tra le parole dipinte di poesia. Un vacanza, una notte, e profumi della pelle cosparsa di sabbia, che un ricordo che non vuole andar via. “Cielodivento” racconta i propositi e i progetti che attraversano i mesi, gli istanti, in futuro che sembra lontano, ma che è già qui, a portata di sogno. “Amore fermati” è musica popolare, una storia di un amore nato male. Come un tango, tra passione e tradimento. Tra poesia e fuga. Un’armonica suona la melodia dolce e amara. Il brano “La regina” parla di una donna, quando è la vita che si muove, e la fa ballare. Una donna che smuove i sentimenti altrui, dall’amore all’invidia, dalla passione allo smarrimento, ma che porta custoditi con dentro di sé i suoi. Regalandoli solo alla notte. “La festa popolare” racconta uno spaccato di vita, un’istantanea di una festa, gustata da personaggi surreali e reali, che è una lotteria, che è la vita stessa. Questo disco contiene canzoni dal sapore popolare e ballate che sussurrano poesia, questo disco scorre come un fiume ricco di parole e atmosfere gustose. Ricco di aneddoti e personaggi intriganti e coinvolgenti. E’ musica che richiama il passato, ma che si proietta nel futuro. E’ un ballo sin dalla prima nota, porta per mano ad ascoltarne le sfumature. Un bel disco.

Anticipato dall’hit-single e dal video di REGALAMI CHI SEI in duetto con Zeno, esce MURALES, il nuovo album della cantautrice SONIA MARIOTTI

Anticipato dall’hit-single e dal video di REGALAMI CHI SEI in duetto con Zeno, esce MURALES, il nuovo album della cantautrice SONIA MARIOTTI

La sua peculiare sensibilità si esprime in molteplici realtà artistiche: dalla moda alla pittura, passando per la scrittura di testi, monologhi, poesie e canzoni. E’ un disco pieno di collaborazioni: duetti con Zeno  e con Danilo Amerio e brani di  S. Vinci  e C. Vollaro che hanno scritto e collaborato per Pausini, Nek, Raf, etc…

I Muri da sempre delineano sottili estremita’ esistenziali del mio essere e della mia persona. Sono tutto cio’ che la mia Vita riesce a percorrere come perimetro limitato e oasi d’equilibrio nelle periferiche aree della mia innata sensibilita’. I Muri non si scelgono per il quieto vivere, ti arrivano addosso nelle situazioni piu’inaspettate nelle condizioni piu’ impensate e circoscrivono il territorio della tua esistenza, differenziandosi di significato nell’alternarsi ora come barriera attraverso le ostilita’, ora come scudo protettivo nelle questioni piu’ avverse. “Ci sono volte in cui avverto ancora quel senso di fastidio nel sentir pronunciare il mio nome. Forse l’ho visto per troppe volte fisso sui Muri della mia Vita”. Così vado ad introdurre MURALES, l’ultimo mio lavoro con omonimo singolo in cui la tematica è sempre l’Amore, in quanto nutre ogni  forma di pensiero. In GIOCAMI è Amore sceso a compromessi, quel patto impuro tra due individui che si amano, ma che si ostacolano a vicenda, un po’ per incompatibilita’, logorati dalla routine della quotidianita’ e quindi predisposti a salvare il nobile sentimento. Altra forma di Amore è in REGALAMI CHI SEI, un dialogo di chiarimento di un Amore incompiuto e non vissuto tra due persone che nonostante tutto si cercano e si ritrovano a vivere in mondi paralleli. Piu’ positività per VIVO DENTRO,  un Mondo fantastico dettato dall’intimita’ di viversi in una propria realta’, proiettata nella fantasia di una storia piena di promesse a colori.

E’ SOLO LA FINE DI NOI  è invece la rappresentazione di un Amore impossibile e quindi destinato a fine certa. Affrontato con superficialita’ all’ironia, andando così ad esorcizzare un dolore soffocandolo sul nascere e sminuendolo.

OGNI VOLTA descrive perfettamente il disagio che vivo nella societa’di sempre e nel mondo quando il mio pensiero diventa intimita’ e si isola nel mio essere. Una canzone buia ma piena d’Anima.

Stesso “noir” per ON THE HILL,  brano ricco di phatos e mistero, in lingua Inglese, proprio perché vado a proiettarmi attraverso le colline buie della California. Un paesaggio mistico, per una terra che sento da sempre parte della mia Vita.

Conclude la tematica dell’Amore LIBERAMI L’ANIMA,  descrivendo il timore e la difficolta’ di rivivere qualcosa in cui raffiora dolore immenso e la conseguenza di scelte sbagliate. Una soffocata richiesta di aiuto dalla liberazione di catene immaginarie.

 

Nata nel Verbano, Sonia Mariotti si avvicina al mondo della musica a soli 6 anni, quando intraprende lo studio della teoria del solfeggio e della pratica musicale di organo classico e canto lirico. Nel 2000 inizia una collaborazione, che durerà 8 anni, con la casa discografica Polygram (successivamente Universal Music). L’esperienza le permette di incontrare diversi autori del panorama italiano della musica leggera. Parallelamente si esibisce con una cover band a livello nazionale, proponendo live un repertorio pop-rock anni ‘70/’80/’90 etc. Sonia decide poi di riprendere lo studio del canto interpretativo, cui aggiunge lezioni di dizione, tecnica d’intonazione e recitazione. A tal proposito collabora con l’Accademia di Stresa seguita dal maestro Dario Lagostina, genio dell’insegnamento dell’espressione emotiva, che l’avvicina allo studio del metodo Stanislavskij-Strasberg per il teatro e la rifinitura del canto. L’incontro sarà fondamentale per la sua maturazione artistica. Successivamente si iscrive al Festival degli Autori di Sanremo, dove partecipa all’ultimo campus di maggio 2009, e durante lo stesso nasce una collaborazione con uno degli autori presenti, M. Opinato, che scrive con lei il singolo “Cristalli Di Carte”. Arriva alle finali e il 21 giugno 2009 viene invitata fuori gara, in qualità di ospite della manifestazione al Teatro del Casino di Sanremo, dove si esibisce nella serata finale tra i big presentando il singolo, che viene inoltre inserito nella Compilation Ufficiale del Festival degli Autori di Sanremo. In seguito firma un contratto con Sanremo Musica Classic e Advice Music e realizza il suo primo album “Cristalli Di Carte”, in uscita a fine Gennaio 2010. In qualità di autrice, in collaborazione con Advice Music, firma il singolo “TAGLI DI UNA DEA”, presente alle selezioni del 60° Festival della Canzone Italiana di Sanremo nella sezione Nuova Generazione.

Festival di Sanremo 2011, sempre in collaborazione con Advice Music, firma il singolo “SABATO SERA E’ QUI”, presente nella selezione GIOVANI. Nell’aprile 2011 esce l’album “LIBERA” e nel luglio la compilation RABIOSA Estate 2011 all’interno della quale viene inserito il brano ” STAND UP “, e nella compilation WINTER HIT 2012 viene inserito il brano “CUORE D’ AMERICA”. Firma anche il singolo “SABATO SERA E’ QUI”, presente nella selezione GIOVANI  in qualità di autrici per l’artista Steby, Artista della quale rimane l’autrice per quanto riguarda la parte letteraria dei brani dell’album Troppo Rumore.

https://www.facebook.com/pages/Sonia-Mariotti/149210121764074 https://twitter.com/SoniaMariotti

https://myspace.com/sonia.mariotti http://www.youtube.com/user/soniamariotti

http://www.reverbnation.com/soniamariotti?profile_view_source=header_icon_nav

https://itunes.apple.com/album/libera/id418683203?i=418683237&ign-mpt=uo%3D5 http://www.mysoundradio.com/artisti_h.php?id_=160

Gianni Morandi: Jacopone l’opera perduta

L’opera musicale Jacopone del 1973 é la rivisitazione in chiave moderna della figura del beato Jacopone da Todi, il francescano laico che si oppose a Papa Bonifacio VIII (passato alla storia per lo schiaffo di Anagni), considerato uno dei più importanti poeti ed autori di laudi religiose italiane del Medioevo. L’opera in due tempi è stata scritta da Antonio Lattanzi, Gianni Lo Scalzo e Ruggero Miti.

Nel 1973, tentando di restare al passo coi tempi, Gianni Morandi interpreta il protagonista dello spettacolo teatrale Jacopone, in una sorta di opera-pop, format molto in voga in quell’epoca. Si trattava di uno spettacolo provocatorio per quei tempi, con un palcoscenico dove interagivano contemporaneamente in una sorta di Babilonia dei generi, personaggi quali il beato, Papa Bonifacio VIII, Superman, Santa Lucia, una coniglietta, Barbarella (interpretata da Paola Tedesco), Alice, San Francesco e l’immancabile capitalista. Nonostante furono rappresentate ben 183 repliche, lo spettacolo non fu quello che si può definire un successo. Come confidato in un’intervista rilasciata al giornalista Gianni Minà, dopo i problemi avuti con Jacopone, Morandi cercò di ritornare in teatro con un’opera dal titolo provvisorio di L‘uccello di carta, un progetto affidato alla scrittura di Giorgio Albertazzi e Franciosa, che però non fu mai realizzato. La vicenda narrava di un ragazzo di borgata, che sogna di evadere dalla sua triste realtà, senza riuscire a librarsi in aria, come per appunto un uccello di carta.

La co-protagonista del musical Jacopone è stata Paola Pitagora (Vanna), che partecipò anche alla registrazione del disco edito dalla RCA. Le musiche sono state realizzate da autori quali Ruggero Cini, Dario Farina, Mauro Lusini (quello di C’era un ragazzo…) e Adriano Monteduro, mentre i testi portano la firma di Franco Migliacci, paroliere e produttore storico di Morandi.

Fotografia di scena Jacopone copyright Roberto Villa

Gli anni settanta

Negli anni settanta Gianni Morandi entra in un inevitabile periodo di declino, dovuto al cambiamento dei tempi e all’esplosione di una cultura musicale e generale diversa dalla generazione precedente. In quegli anni stava nascendo un’altra musica, fatta di cantautori e canzoni politiche e lui con questa nuova musica non aveva nulla a che fare. Non mancarono i tentativi del cantante bolognese di adeguarsi al cambiamento, come per esempio con la canzone Al bar si muore o la partecipazione al film Le castagne sono buone, diretto da Pietro Germi, ma venne sopraffatto dal clima ideologico di quegli anni e considerato soltanto un’artista commerciale e tradizionale da rifiutare.

Durante il concerto del 5 luglio 1971 al Vigorelli di Milano (prima dell’esibizione dei Led Zeppelin), subisce contestazioni dal vivo ricevendo sul palco lanci d’ogni genere. Quella sera si stava svolgendo la tappa finale del Cantagiro, nota manifestazione canora dell’epoca, il tentativo di fare convivere i due mondi musicali opposti causò molti problemi, soprattutto di ordine pubblico.

La crisi professionale diventa anche una crisi di vendite e non viene risollevata dalla partecipazione al Festival di Sanremo 1972 con Vado a lavorare, canzone che si classifica al quarto posto, ma che risulterà essere un flop. Qualche mese prima aveva partecipato alla sua ultima Canzonissima, presentando il brano Il mondo cambierà, che per molto tempo sarà la sua ultima canzone ad avere un certo successo di vendite. In contemporanea con l’avvento dei cantautori la musica italiana non si riconosceva più nel Festival e artisti come Morandi e Massimo Ranieri, si ritrovarono improvvisamente senza il consueto seguito.

Fotografia di scena Jacopone copyright Roberto Villa

Il disco

Jacopone raccoglie 13 brani, con gli interventi di Emilio Bonucci e Graziano Giusti, oltre a quelli dei due protagonisti. I brani eseguiti da Morandi in qualità di solista sono: Pietà colomba mia, L’abbandono, Prendi Me e Vidi che un cavallo, questi ultimi due proposti anche in un 45 giri. In coppia con Paola Pitagora, Morandi ha registrato le canzoni: Miserere mei e Così fu e sempre sarà, mentre la brava attrice ha eseguito come solista Soul-strip e Quel lungo filo. Completano l’album le tracce Babilonia, Jacopone, Christian circus (strumentale) e Bonifax, che ben rendono l’atmosfera del musical. Da segnalare che fu pubblicato anche un secondo 45 giri, che comprendeva i brani Così fu e sempre sarà/Quel lungo filo.

Tra i musicisti che hanno partecipato alla registrazione dell’album segnaliamo i Festa Mobile (originari di Monopoli), il gruppo composto dai fratelli Giovanni e Francesco Boccuzzi (tastiere e basso), Renato Baldassarri, Alessio Alba (chitarre) e Maurizio Cobianchi (batteria). Nei crediti riportati sul disco sono citati semplicemente come autori della base ritmica. Per quanto riguarda l’esecuzione musicale dal vivo, durante le rappresentazioni teatrali, il compito fu affidato al gruppo dei Libra, ricompostosi per l’occasione, dopo un primo scioglimento, con Federico D’Andrea, Claudio Barbera (basso), Alessandro Centofanti (tastiere), Nicola Di Staso (chitarra) e David Walter (batteria). Da notare che dopo la conclusione delle repliche della rappresentazione teatrale, si unì a loro Dino Cappa, conosciuto anche come Dino Kappa, con cui Morandi realizzò il disco Old Parade, unica sua rivisitazione di successi degli anni ’60.

Fotografia di scena Jacopone copyright Roberto Villa

Il singolo più conosciuto è senza dubbio Vidi che un cavallo, che valse a Morandi anche un certo numero di passaggi televisivi, tra cui alcune trasmissioni dedicate al progressive italiano, genere musicale imperante in quegli anni. La canzone si divide in due parti, nella prima viene idealizzata una sorta di giustizia sociale, nel trattamento da parte dell’uomo di tre esemplificazioni sotto forma di animale: cavallo, cane e colomba. Nella seconda parte del brano, diventa evidente che la giustizia sociale in realtà è solo convenienza, destinata a scomparire con il sorgere di difficoltà: “Vidi che un cavallo tirava un carro dietro di sé, vidi il suo padrone portargli il fieno giustizia c‘è… Ma, ma pesante il carro il cavallo stanco e stramazzò e il suo padrone con il bastone lo massacrò…”.

Prendi me si basa su di un ritmo musicale incalzante, supportato da un testo dal contenuto inizialmente mistico: “Lui è in te adesso Lui è in me Lui è in ognuno di noi Lui vive in noi Lui è in te adesso Lui è in me…”, contrapposto da situazioni e problematiche di carattere terreno e forse un po’ ingenue nella loro eterna attualità, se lette con gli occhi di oggi: “Lui non è come S. Cristoforo come l’autostrada mangiamacchine dove le lamiere si contorcono e famiglie intere bruciano… non è con Santa Barbara sugli incrociatori quando sparano nei paesi poveri dove gli ideali si consumano…”.

Paola Pitagora è l’attenta interprete di Quel lungo filo, il cui testo fu scritto da un ispirato Franco Migliacci: “Quel lungo filo, che ti scorre tra le dita, che ti nasce in fondo al cuore vola su nell’infinito, no, non muore sai …”, così come per la struggente L’abbandono, interpretata da Morandi: “Come stenta il sole a nascere stamane sembra che non voglia mai venire su e magari venisse giù perché questo è un giorno triste, questo è il giorno delle delusioni, l’uomo vive solo e non lo sa…”.

Terminiamo l’analisi di questa interessante e coraggiosa opera-pop degli anni settanta, assolutamente da riscoprire tramite iTunes o il CD venduto on-line, citando Pietà colomba mia* e Miserere mei, dai ritmi progressive tipici dell’epoca e impreziosite da una convincente e coinvolta interpretazione di Morandi, un modello interpretativo che ritroveremo nel successivo album intitolato Il mondo di frutta candita (1975), scritto per lui da Ivano Fossati e Oscar Prudente.

Fotografia di scena Jacopone copyright Roberto Villa

* “Le mura son crollate, pugna senza vita, Babele è già’ caduta, sotto le macerie i topi crepano, ma chi nacque colomba le sue ali stenderà, in alto volerà, in alto volerà…”.

Si ringrazia Rosalba Trebian, curatrice del Fondo dedicato a Roberto Villa, per la collaborazione nel reperimento delle fotografie realizzate dal grande fotografo, durante una delle rappresentazioni teatrali dell’opera Jacopone. Tutte le fotografie di scena del musical Jacopone, sono Copyright Roberto Villa.

Recensione album “Minor offender” di Michéle Raffaele”

Un sound raffinato ed elegante è ciò che emerge ascoltando il primo Ep “Minor offender” di Michéle Raffaele. Canzoni senza tempo, costruite per vivere di una intensa luce propria. “Lady maybe” è un brano soffice, che trasuda jazz. La voce di Michéle è affascinante e la musica del pianoforte ipnotizza. “Remember me next Sunday” sembra raccontare di uno sguardo perso, di una strada deserta, dove gli occhi degli altri si perdono. E’ polvere, e paradiso. Come note distribuite sul selciato, come sogni fermi in una stazione abbandonata. E’ un treno che non c’è. “Minor offender” è una canzone che porta con sé l’eco di una musica lontana, l’aria diventa rovente. Una musica pronta a entrare in scena, una lenta attesa, ma inesorabile come le note che rompono il silenzio e oltrepassano il sipario. “Superior” è leggera, sembra librarsi in volo con la forza e la potenza di una musica e di una voce che incantano, creando un effetto melodioso. In “Montreal…le reviendrai”, nell’eleganza del suono che riempie ogni cosa, Michèle parla di un ritorno a casa, sospirato quanto amaro, desiderato quanto sfuggente. Una punta di immenso si avvicina a passi lenti tra le note. Questo disco è un’opera importante, si percepisce il lavoro che c’è alle spalle e la bravura, nonché la tecnica che sostiene questi brani e l’impronta jazz che arricchisce il tutto. Ottima tecnica vocale ed esecuzione perfette al pianoforte rendono ogni singola canzone eterea. Canzoni da ascoltare e riascoltare. Bellissime.

Daghe fogo: il film diretto da Luka Krizanac

Abbiamo incontrato Luka Krizanac “Luka Nreka”, regista del film Daghe fogo (dagli fuoco), un lungometraggio interamente girato e realizzato nella cittadina croata di Rovigno in Istria. Questa splendida cittadina si trova sulla costa occidentale dell’Istria ed è posta su di una penisola, che nel XVIII secolo è stata collegata artificialmente alla terraferma. Rovigno è circondata da isole, isolette e numerose baie, che, unite alla bellezza del suo centro storico, ne fanno un luogo di incomparabile bellezza.

Nella città il fermento artistico lo si vede in ogni sua parte, sia esso il centro Multimediale, oppure nelle iniziative della Comunità degli Italiani, il festival del cinema, la filodrammatica o i tanti atelier di pittori e scultori, posti ai margini dell’antica scalinata che porta alla chiesa di S. Eufemia (conosciuta anche come via degli artisti).

Daghe fogo ci offre uno spaccato dei giovani abitanti di questa città, consentendoci di conoscere una realtà e delle situazioni che a noi italiani possono sembrare lontane, ma che in effetti fanno parte della nostra storia. Il tutto illustrato con un suggestivo bianco e nero.

Vuoi parlarci del soggetto del film?

Il film tratta metaforicamente, in modo demenziale e tragicomico, i problemi che possono avere in comune gruppi di persone appartenenti a status sociali diversi. Racconta vicende reali esasperate al massimo, con lo scopo di farle sembrare irreali.

Daghe fogo è un lungometraggio interamente ambientato a Rovigno, è stato complicato realizzare un film a budget zero in questa splendida ma piccola città istriana?

Devo dire che è stato molto difficile. Specialmente per il fatto che essendo una città piccola, qualsiasi cosa ci serviva non la potevamo trovare a Rovigno. Da una vite M7 (misura non proprio standard) a vari elementi più specializzati per le riprese. Ricordo che tutto quello che ci è servito per girare il film lo abbiamo costruito in casa io e Fabio Damuggia (tranne la videocamera e l’adattatore per gli obiettivi). Fabio è riuscito perfino a trasformare un vecchio obiettivo in macro (ci è servito per alcune inquadrature).

Altro problema era il fatto di non poter girare nel periodo che va da Pasqua fino ad ottobre perché tutti quelli che collaboravano gratuitamente al progetto, dovevano lavorare. Questo perché Rovigno è una città turistica e in quel periodo tutti riescono ad “acchiappare” qualche lavoro. Devo però ammettere che alcune cose ci sono state agevolate, per esempio l’intervento dei vigili del fuoco di Rovigno in una delle scene finali (ci ha aiutato un po’ il fatto di aver fatto il militare nei pompieri), oppure il permesso di girare delle scene nell’ospedale Martin Horvat di Rovigno, per il quale è bastata una semplice richiesta.

Come è nato e si è sviluppato il progetto?

Il progetto nasce circa sei anni fa con una bozza di sceneggiatura. Poi iniziai a cercare i mezzi per realizzarlo, cosa non facile essendo a corto di fondi. Quando mi ero ormai rassegnato a non essere in grado di realizzare il tutto, durante il lavoro sulla scenografia per un film indipendente (che dovrebbe uscire a fine anno), ho incontrato il fotografo Fabio Damuggia, il quale accettò di aiutarmi nella realizzazione del film e senza il quale probabilmente il progetto non sarebbe mai stato portato a termine.

Il primo anno di lavoro è servito per organizzare le locazioni, le scenografie, i costumi, trovare e costruire a mano in officina tutti gli attrezzi necessari per girare il film; apparecchiature che altrimenti sarebbero costate decine di migliaia di Euro, cifre per noi impossibili. Tutto questo grazie, tra gli altri, allaiuto di Luca Majerić Tamburini e Martina Vupora i quali hanno partecipato anche come attori.

Le riprese sono durate per più di due anni per le mille difficoltà, che comporta il fare un film a budget zero. In quel periodo si è unito al nostro gruppo il film-maker tedesco Marko Sovulj, il quale insieme a Fabio e al sottoscritto, è stata una delle persone essenziali nella postproduzione del film, risultata con nostra sorpresa, la parte più complicata.

Gli attori del film si sono dimostrati spontanei e alcuni sono a loro volta artisti, ci vuoi parlare di loro dentro e fuori il set?

Gli attori sono un discorso un po’ a parte. La storia in se stessa riporta caratteristiche di gente vicina a me e agli attori. Numerose situazioni, che si trovano nel film, pur sembrando assurde sono capitate veramente (le abbiamo soltanto esagerate un po’), quindi gli attori si sono trovati nella situazione di interpretare caratterialmente se stessi.

Il problema vero e proprio è sorto nel momento in cui dovevano memorizzare il copione. In quella situazione smettevano di essere se stessi, in quanto non erano attori professionisti e questa era la loro prima esperienza cinematografica. La soluzione è stata quella di dire a tutti: “ok, avete imparato la storia, ok adesso buttiamo via il copione e parlate di quello che parla il film, ma a modo e con parole vostre”. Dopo qualche giorno tutti erano molto più rilassati, come se vivessero situazioni quotidiane e non ci fosse nessuna videocamera a riprenderli. Tra gli attori ci sono soltanto due persone che hanno avuto qualche esperienza precedente, si tratta di Teodor Tiani, il quale è un attore teatrale e di Fabio Danuggia, che ha vissuto qualche esperienza nelle recite teatrali amatoriali della Comunità degli italiani di Rovigno.

Gli attori sono in parole povere amici, molto contenti ed entusiasti di aiutarci. Qui possiamo trovare molti colleghi artisti tra cui: Il pittore Davor Rapaić, l’artista concettuale Goran Petercol (uno dei piu grandi artisti croati attualmente in circolazione), il poeta Alessandro Salvi (che fa da narratore spiegando le varie parti del film in modo metaforico attraverso le sue poesie), i fratelli musicisti Marko e Dino Kalčić (uno membro del gruppo “Svadbas” l’altro dei “Gustafi” non che promotori di moltissimi progetti musicali), il gruppo East Rodeo che ci ha concesso la loro musica (musicisti di rock psichedelico, nonché grandissimi artisti di performance, appena tornati da un tour in Giappone), il gruppo punk Titos bojs (che partecipano al film e che ci hanno dato le loro canzoni). In questi giorni esce il nuovo single, che come video promozionale avrà alcune scene del film. Tra i collaboratori cito anche il gruppo TheLink20 (che hanno partecipato al film e ci hanno concesso le loro canzoni, inoltre, alcuni di loro ci hanno dato una mano anche nelle riprese). Altri artisti sono il gruppo Obican Svijet (che partecipano al film e che ci hanno concesso le loro canzoni ), lo scultore Andrija Milovan che ci ha messo a disposizione il suo atelier, come location per girare le scene della festa, inoltre, ha fatto anche da comparsa in alcune scene.

Tra gli altri attori troviamo persone di tutti i generi, tra cui il giornalista della Voce del popolo Sandro Petruz, Denis Hrelja (ingegnere dell’università di Padova), il professore Zoran Bjelopetrović e cosi via.

Nel film alcuni attori si esprimono nella lingua di origine italiana (molto simile al nostro dialetto veneto) altri in croato, Il linguaggio utilizzato rispecchia l’attuale situazione etnica della città e della stessa Istria?

Il modo di parlare di Rovigno e dell’Istria è una mescolanza di tutto. Infatti, come detto prima, il modo di parlare utilizzato nel film deriva direttamente dal modo naturale di parlare degli attori. Se prendiamo per esempio parte della frase: “…gavemo ditto che anche noi studiemo, cusi che fa pasati…”, vediamo che in una frase in dialetto viene introdotta una parola croata, cosa molto comune nel modo di parlare attuale in Istria. Il dialetto parlato è l’istroveneto molto simile al veneziano, forse di più a quello cesotto. Oggi giorno si parla in questo modo, anche se il vero dialetto di Rovigno è quello rovignese, molto diverso con molte similitudini con il catalano. Peccato che si stia perdendo perché è sempre meno in uso tra i giovani.

Come convivono i giovani delle diverse etnie a Rovigno? Qual è la lingua che li accomuna?

Rovigno come tutta l’Istria è multiculturale e la lingua parlata… sono tutte. Infatti in un gruppo di persone è usuale parlare in lingue diverse. Per esempio se uno chiede una cosa in dialetto istroveneto è normale che capiti che qualcuno risponda in croato, ed un terzo ribatta in dialetto istriano. Tutti parlano nel modo in cui gli viene spontaneo, perché comunque lo capiscono tutti. In pratica e un frullato di culture linguistiche.

Il linguaggio utilizzato dagli attori nel film è spesso molto grezzo, al limite del volgare, rappresenta il modo di esprimersi dei giovani rovignesi e per quali ragioni storiche?

Si può dire anche senza “limite”, che è volgare! Cosi si parla nel mondo dei giovani d’oggi, la volgarità è diventata quotidianità. Perché? Non lo so, però è cosi, ma non solo in Istria. Io vivo a Venezia e devo dire che i veneziani non sono a meno quanto a bestemmie ed altro. Anche nei film americani si usa molto prendere il linguaggio di strada che è volgare. Noi abbiamo voluto un vero e proprio “Cinéma vérité” sia con le riprese che con la cultura underground, quella di cui non si esaltano troppo i pregi. Questa e una visione reale della vita privata della gente (che poi nelle loro situazioni professionali si sanno comportare in modo adeguato). Personalmente reputo che l’importante in un gruppo di persone, non sia il linguaggio usato, quanto il fatto di non offendere nessuno. Per quanto riguarda le ragioni storiche della regione cito una cosa che mi diceva mia nonna: “a ma, sono nata austriaca, mi sono sposata italiana, sono andata in pensione come jugoslava, e morirò croata…” e parliamo solo del ventesimo secolo.

Senza dubbio il circuito principale di distribuzione sarà quello dei festival indipendenti, ma ritieni che vi possa essere attenzione da parte di televisioni locali o nazionali croate? Oppure slovene come per esempio TV Koper?

Onestamente non so se le televisioni croate potrebbero essere interessate al nostro film, primo perché è in dialetto, secondo perché è un po’ “crudo”, anche se a noi farebbe piacere l’opportunità di far vedere il nostro film.

Un po’ perché tratta di problematiche sociali, che da noi esistono, ma che sono considerate un tabù. Inoltre, avremo l’occasione di dimostrare che anche senza soldi si può realizzare un progetto abbastanza serio e stimolare quelli che hanno buone idee, senza che le tengano chiuse in “prigione”, aspettando che qualcuno paghi il riscatto.

Per quanto riguarda TV Koper, forse potrebbe essere interessante il fatto che in un modo inusuale ed anche un po trash, raccontiamo una subcultura istriana che esiste e che (vedendo anche chi a aderito al progetto ) è molto importante per la regione. Da quello che abbiamo visto negli anni la TV di Capodistria ha sempre “documentato” gli eventi che dimostrano l’esistenza della cultura nella minoranza italiana in Istria.

Come hanno reagito gli abitanti di Rovigno durante le riprese del film? Vi hanno incoraggiato?

Gli abitanti di Rovigno non si sono accorti troppo di quello che stavamo facendo essendo il film girato un po’ in stile “guerriglia”. Quelli che sapevano cosa stavamo facendo ci hanno incoraggiato ed aiutato. Come per esempio il pescatore ed eccellente cuoco Luciano Ugrin, che ci ha dato una mano nelle riprese iniziali del film, facendoci partecipare ad uscite di pesca mattutine anche a scapito del suo lavoro, o Mirko Juricic che ci ha dato la possibilità di utilizzare il “Buzz bar”, anche in situazioni dove intralciavamo il suo lavoro.

Per quale motivo è stato scelto il Buzz Cafe’ Bar e cosa rappresenta per Rovigno questo locale?

Il Buzz è un posto ormai cult a Rovigno. Un posto dove si ascolta del buon rock, dove si incontrano tantissime persone, siano essi giovani, vecchi, ricchi, poveri, artisti, operai, di tutto di più… e la cosa interessante che tutti comunicano senza nessun tipo di barriere intellettuali. Un posto dove si organizzano piccoli concerti, eventi culturali ed altro. Basta andarci sin dal mattino e si può già parlare di tutto fino a notte fonda, raccontando idee ed ascoltando quelle degli altri. Un ambiente ideale per raccontare una delle vicende del nostro film.

La scheda del film:

Attori principali: Davor Rapaić, Fabio Damuggia, Teodor Tiani, Goran Petercol, Silvio Budicin, Denis Hrelja, Martina Vupora, Sandro Petruz, Luca Majerić Tamburini, Zvan Ugrin, Alessandro Salvi nel ruolo di se stesso e molti altri.

Parte tecnica: Luka Krizanac “Luka Nreka” (regia, sceneggiatura, montaggio, postproduzione e scenografia), Fabio Damuggia (sceneggiatura, riprese, scenografia, postproduzione), Marko Sovulj (riprese, postproduzione ed effetti speciali), Luca Majerić Tamburini (attore, scenografia, luci), Marco e Dino Calčić(suono e postproduzione suono), Martina Vupora (attrice,trucco, costumi), Josip Bilanđžić (riprese), Nenad Bravar (riprese).

Zibba e Almalibre in concerto il 10 agosto a Lucera (FG)

A distanza di un anno esatto dall’uscita del suo ultimo album, a maggio 2013 esce il suo ultimo lavoro “E sottolineo se” omaggio a Giorgio Calabrese, stampato in vinile in  200 copie in serie limitata (numerati e autografati a mano), successivamente a giungo uscito anche nel classico formato cd.

Nel maggio 2012 infatti era uscito il quarto disco “Come il Suono dei Passi sulla Neve” (Volume!/Warner): registrato in un forno per mattoni a Moie (An) il disco è un passo di maturità artistica e consapevolezza per questo artista ed una rinnovata band. Al disco partecipano diversi ospiti quali Eugenio Finardi, Vittorio De Scalzi e Carlot-ta, oltre alle partecipazioni straordinarie di Adolfo Margiotta, Enzo Paci, Gianluca Fubelli, Alberto Onofrietti e Silvia Giulia Mendola che danno voce ad intermezzi che fanno da collante poetico alle canzoni.

Nel settembre 2012 Zibba viene premiato dalle radio Italiane come artista più trasmesso dalle radio negli ultimi cinque anni, vincendo il premio IML.

Nell’ottobre 2012 Zibba vince la Targa Tenco per il miglior album in assoluto del 2012 (“Come il suono dei passi sulla neve”), il premio più prestigioso della musica Italiana.

Zibba scrive il singolo “Passerà” con Eugenio Finardi, contenuto nel disco “Sessanta” del cantautore milanese e scrive per Cristiano De André il brano “Il mio esser buono” del suo ultimo album “Come in cielo così in guerra”.

L’attività Live continua senza sosta dall’aprile 2010.

 

Per prenotazione ristorante e info http://palazzodauriasecondo.it/

Recensione album “Milioni” di Matteo E. Basta

Il disco “Milioni” di Matteo E. Basta racchiude pezzi eleganti e ben suonati. Il pezzo che dà il titolo all’album ha un sound dinamico, con una bella melodia e un impatto corposo, che rendono questa canzone gustosa, grazie anche al ritornello coinvolgente. Ottime le chitarre suonate nel pezzo. “That’s the way it is” è una ballata ritmica, raffinata e con un respiro internazionale, in equilibrio con la tradizione della musicalità italiana. Un buon compromesso. Il brano “Lacrime” colpisce per il tocco prezioso sulle corde delle chitarre, che rendono il suono intenso e profondo. Una ballata con un sapore antico e contemporaneo nello stesso istante.  “Lonely war song” è una canzone con un ritmo e melodia che coinvolgono. Un soffio di vento lieve, appassionato. In “To be lonely” sembra di ascoltare un passo leggero, poi un altro. Parole e suoni che esorcizzano l’amaro di un instante, e lo fanno con una melodia decisa e determinata. Una bella canzone. “Teardrop” è un brano dei Massive Attack, reinterpretata con arrangiamento accattivante, semplice e corposo. I suoni delle canzoni di Matteo E. Basta sono caratterizzati dal sound curato delle chitarre, si sente la passione per la musica in tutte le canzoni e si percepisce la voglia di creare canzoni aperte a un pubblico che ama la musica, pur mantenendo originalità e occhio alla musicalità cantautoriale italiana. Un ottimo risultato, e si intuiscono anche grandi margini di miglioramento per il futuro. Un disco da ascoltare, un ottimo artista.