Ilva: Soluzione a metà o sviluppo sostenibile?

E’ arrivato il cosiddetto “Decreto Salva Ilva” è fa sollevare un coro di proteste e polemiche. C’è chi grida allo scandalo perché in questo modo l’ambiente continuerebbe a essere danneggiato. La verità però è un’altra. La situazione di criticità nasce dal non rispetto di normative che già esistono, e che obbligano gli enti preposti a vigilare sul rispetto delle stesse. Questo, evidentemente, non è accaduto. Le responsabilità sono su più livelli, così come le indagini dimostrano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Uno stabilimento è di fatto è una bomba ambientale, e soprattutto è un rischio enorme e continuo per chi dentro ci lavora. Ma a protestare sono anche i lavoratori, perché la chiusura istantanea dello stabilimento li condanna alla disoccupazione. Cosa fare? Fare in modo di iniziare le tanto sospirate bonifiche, applicare le regole che già ci sono (legge 152 del 2006) e nel frattempo non fermare la produzione. Ciò che questo decreto di pone è di portare l’Ilva a migliorarsi gradualmente. E’ un principio forse poco caro agli ambientalisti, ma che salva centinaia di posti di lavoro. Ma l’obbiettivo, per questo e per i prossimi governi, deve essere quello di far diventare l’Ilva un fiore all’occhiello dell’industria italiana, sicura, efficiente, senza ledere né i diritti dei lavoratori, né gli investimenti fatti. Sviluppo sostenibile, questa era ed è l’idea principale per permettere all’ambiente di coesistere con lo sviluppo delle attività produttive. Ed è ciò che ci si aspetta venga applicata, da ora in poi. Forse vuol dire stendere un velo pietoso sul passato, e in parte forse è così. Ci sono stati tanti errori, ma è arrivato il momento di ricominciare. L’italia può ripartire proprio dal caso Ilva.

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