Il Cigno Nero, il nuovo romanzo di Francesca Forlenza

Il “Cigno Nero” di Francesca Forlenza è un romanzo che getta le basi narrative per quello che è il romanzo “Il Leone del Saraha”, di cui ho avuto già modo di parlare. In teoria parliamo di romanzo erotico, in pratica è molto di più. Si tratta di una bella storia, costruita bene, con personaggi molto ben delineati e con una sicuramente forte componente erotica, ma anche emotiva e sentimentale. La costruzione della storia svela l’attenzione per la trama, per la sue costruzione in funzione degli eventi futuri e lo sviluppo dei personaggi. Francesca Forlenza per quanto mi riguarda è stata una bella scoperta narrativa, il suo modo di scrivere non è mai banale e rende giustizia a un genere tante volte relegato a storielle da spiaggia. In questo romanzo c’è passione, sentimento e soprattutto conflitto, quello tra personaggi, tra punti di vista culturali diversi. I protagonisti sono Samin e Borna, due persone diverse, legate l’una all’altro da un forte sentimento. Samin però  vive in un mondo in cui una ragazza giovane e vergine può essere venduta a un luogo di perdizione, in cui per il piacere di alcuni può essere sacrificata la vita stessa di quella ragazza. Samin è costretta a entrare in un inferno che sembra senza uscita, un inferno che la cambierà. La sua speranza di salvezza e redenzione è legata proprio a Borna, la cui guerra è appena iniziata. Il Consiglio è di leggere questa storia prima del capitolo successivo “Il Leone del Saraha”, dove ritroveremo entrambi e nel bel mezzo del conflitto con un altro personaggio che in questo romanzo compare: Asad. Che dire, consiglio vivamente la lettura dei romanzi di Francesca anche a chi generalmente non è amante di questo genere, ma ci tengo a dire che questo romanzo lo considererei di genere, bensì un ottimo romanzo,a prescindere dalla sua collocazione di una categoria. Il che non è poco.

Ho posto alcune domande a Francesca, ecco cosa ci ha risposto.

Borna e Asad sono due personaggi complessi, spinti da

 diversi sentimenti, tra le quali la passione e l’ambizione. Come li hai creati?

Mi piace porre in contrapposizione i caratteri, le situazioni, le vicende, i sentimenti, quindi è stato inevitabile creare personaggi simili/agli antipodi. Ho forgiato i loro caratteri usando sentimenti poco cordiali, primitivi, a volte eccessivi come l’ambizione, la vendetta, la passione/lussuria, in questo modo le loro azioni/reazioni durante la narrazione generano una sorta di effetto a catena.

Samin è dolce, innamorata, ma si ritrova improvvisamente catapultata in un mondo di perversione e, diciamolo, violenza. Qual é il limite tra sadismo e crudeltà? E soprattutto, possiamo definirne un connotato storico?

Il confine tra sadismo e crudeltà è labile. Asad è sadico, però non è crudele perché è un uomo con ideali, precetti e sentimenti positivi/negativi. Il Compagno vestito di rosso è sadico con cadenze crudeli perché rappresenta il lato oscuro, il polo b. Gli uomini e le donne del Focolare del piacere sono “sadici crudeli” perché la loro umanità è latente, quasi nulla. Credo che il confine tra sadismo e crudeltà risieda proprio in questo: umanità.

Il romanzo erotico viene spesso relegato a prodotto in qualche modo di subordine rispetto alla narrativa più classica, alcuni romanzi, aimè, non tradiscono questa aspettativa, ma i tuoi due romanzi sono qualcosa di decisamente completo e fruibile anche da chi non è amante del genere. Cosa pensi di questi, se vogliamo, pregiudizi?

Sì, possiamo definirli pregiudizi. Come mi comporto quando mi relaziono con persone con simili pregiudizi? Li ignoro. Puoi discorrere con un giudizio negativo o un parere dato dal gusto, però non è possibile creare uno scambio di opinioni o un dibattito se dall’altro lato vi è una chiusura. Mi spiace molto. Ogni opera può emozionare, insegnare e far riflettere.

Il Cigno Nero è un prequel, introduce a una realtà culturale complessa, quella araba, e alle contrapposizioni con il pensiero occidentale. Una miscela esplosiva, che svela quanto ci possa essere di passionale dietro a ciò che non si conosce. Specie se riguarda qualcosa che si annida dentro di noi. É un aspetto che ti affascina quando scrivi un romanzo?

Sì, mi affascina. Come ho detto, quando scrivo, tendo a porre in contrapposizione tutto. A partire dalle diverse realtà culturali, fino al bene fraterno/vendetta.

Samin ed Elizabeth, due protagoniste, due mondi. Cosa le lega indissolubile, a parte l’amore?

La loro dignità di donna e i loro sogni. Sono donne forti. Donne che combattono per l’amore, per ciò in cui credono e per i loro sogni. Nel seguito troveremo una Samin più matura, più forte, più consapevole. Sorvolo la condizione di Elisabeth. Il Leone del Sahara Libro Primo termina con il suo rapimento per mano di Borna e Samin, per tanto preferisco non esporre nessun particolare. Posso dire che ci saranno delle svolte inaspettate.

Domanda di rito: a cosa stai lavorando? Uscirà un terzo capitolo?

Sì, uscirà il terzo capitolo. Attualmente sto scrivendo due opere. Diverse ma legate. Se dovessi attribuirne un genere… beh non saprei. Forse un po’ dark, un po’ erotico, un po’ fantasy a tratti crime.

Ringrazio Francesca per la fiducia e la collaborazione! Alla prossima!

Recensione del romanzo “Osservatore Oscuro” di Barbara Baraldi

Barbara Baraldi è una regina del thriller, lo sappiamo bene. Con il nuovo romanzo “Osservatore Oscuro” raggiunge dei livelli narrativi altissimi. E lo fa dopo aver già scritto e pubblicato un romanzo, una bomba a orologeria, come “Aurora nel buio”, in cui ha dato vita a un personaggio che nulla ha da invidiare ai più famosi “colleghi”, come Harry Hole, il leggendario commissario creato dalla penna di Jo Nesbo. La protagonista si chiama Aurora ed è una ex profiler dell’FBI, spostata da Torino nella bassa emiliana dopo un evento che ha visto morire il suo ex compagno di lavoro e di vita. In questa storia Aurora dovrà fronteggiare ancora una volta le sue paure e il suo passato, perché il killer ha lasciato una scritta per lei su un cadavere. Il suo nome. Sarà una corsa contro il tempo per fermare la carneficina, tra attacchi hacker, gruppi nazisti e malavitosi. Una trama a orologeria, che pone al centro della storia, oltre ad Aurora, diversi suoi colleghi tra i quali Tom Carelli, Silvia Sassi e Bruno Colasanti, la cui sete di vendetta che lo riporterà a tirare fuori un passato oscuro. L’indagine costringerà Aurora a coinvolgere il suo mentore Isaak Stoner, grande amico e collega di suo padre. Ci sono quindi tutti gli elementi per una caccia spietata al killer, ma anche un mondo parallelo di introspezione e sensi di colpa, di amori e sentimenti che non possono nascere. Ombre che tornano dal passato e si proiettano in un futuro che sembra sin troppo vicino da far paura. Barbara Baraldi sa dosare inquietudine, paura, rabbia, amore, solitudine e voglia di andare avanti, nonostante tutto. Una scrittura bella e avvolgente, personaggi ben studiati e calibrati su un territorio che all’inizio appare lontano, inadatto a questo tipo di storie, ma che poi man mano ci svela una cosa importante: il male è ovunque. E spesso può spingersi sin dentro di noi.

Recensione album “Stamina” degli HeavenBlast

Parliamo del disco “Stamina” degli HeavenBlast. Partiamo da primo pezzo. “Purity” è un brano rock, con radici nel rock punk, ma che non disdegna aperture musicali alle realtà che hanno portato a fenomeni come quelli rappresentati da Evanescence e Muse, qualche tempo più tardi. Un connubio di suoni e influenze che generano un impatto orecchiabile, ma che mantiene sapientemente le distanze dal pop. “Alice in Psychowonderland” è un brano che continua la linea musicale dettata dal primo pezzo. Un rock deciso, musicale, melodico, piacevole. Carico di influenze musicali e culturali che lo rendono un “musical in note”, con cambi di scena e prospettive, senza perdere di vista una trama musicale ben definita. “We are state” è una ballata che ha venature che ricordano in alcuni passaggi il folk, resta un’atmosfera affascinante e musicalmente elegante, con un approccio decisamente internazionale nella sua costruzione. “The Rovers” è un pezzo in cui il protagonista è un rock melodico che ricorda un passato musicalmente storico, ma che riesce a essere contemporaneo. Per gli appassionati non può che evocare tante e importanti contaminazioni e influenze. “Don’t clean up this blood” parte con una chitarra che riporta a un flamenco lontano, ma il brano che nasce è decisamente rock e costruito con l’architettura musicale delle canzoni precedenti. Attenzione a voci, cori, strumenti e arrangiamenti e, anche in questo caso, alle influenze sempre ben calibrate. “Sinite pargolo venire ad me” è un esperimento sicuramente affascinante, un rock in latino? Sembra impossibile, eppure eccolo qui. E non suona neanche male. Un ossimoro particolare poiché il rock è sempre stato assimilato a una sorta di “volgare”, lingua ben lontana dal latino. Ma, nella lingua come nella musica, la passione nasce pur sempre dal cuore. “Stamina” è il brano che da il titolo all’album e richiama la musicalità dell’intero disco. Rock, melodia, un dolcemente aggressivo modo di suonare, figlio della musica degli anni settanta e poi ottanta, per poi svilupparsi fino a oggi. Ma qui si sente proprio il suono delle radici di questa musicalità. “Canticle of the Hermit” è la ballata che chiude il disco. E lo fa con lo stile che contraddistingue l’intero album, lasciando anche quel velo di malinconia, come quando termina uno spettacolo coinvolgente e avresti voluto anche solo un brano in più. Ma siamo sicuri che l’avventura di questo gruppo non si fermerà qui. Quindi, aspetteremo il prossimo disco. Per ora, che dire, se non che l’album è affascinante, ben suonato, con brani ben costruiti, che evocano il rock d’autore, ma che sono assolutamente attualissimi. Perché la bella musica è bella musica. Punto. Il resto sono chiacchiere.

Recensione dell’album “Presa di coscienza” di Riccardo D’Avino

“Tutto nel mio nome” è una ballata intensa e carica di significati. Una panoramica sugli aspetti sociali che regolano gli equilibri del mondo, amara, vera. Aldilà del testo colpisce l’alta attenzione nei suoni, un arrangiamento ben fatto. “Inno alla noia” è un brano pop rock affascinante e orecchiabile, anche in questo caso caratterizzato da uno studio dei suoni importante e decisamente curato. “Ti Aspetto” è un pezzo introspettivo, delicato ed elegante musicalmente, che racconta un mondo nuovo, una vita nuova. Sentimenti ed emozioni che diventano una canzone, un punto importante della vita, forse il più importante. E che merita sicuramente una canzone. “Mediocre coscienza” è un brano che affronta la realtà di oggi, da un punto di vista cinico, ma che ben racconta gli aspetti sociali che contraddistinguono il nostro vivere, nei suoi controsensi, nelle sue ipocrisie. Nelle sue disilluse libertà. “Uno di questi giorni” è una ballata, di quelle che avvolgono, con il suono, le parole. Un tema importante per tutti i cantautori, perché scrivere non è mai soltanto un passatempo, ma la vita di stessa. In questo brano Riccardo si racconta, da un punto di vista personale e artistico, un uomo allo specchio, un artista oltre lo specchio. Il futuro è il tema che riecheggia tra le note, in una vita che cambia, in una vita che ti cambia. “Non dormi ancora” chiude il disco con una melodia raffinata e allo stesso semplice, note che si rincorrono per dare vita ad atmosfere emozionali. Abbiamo già avuto modo di conoscere Riccardo D’Avino e la sua musica e non possiamo non notare un’evoluzione del personaggio, della sua musica e del suo impatto, che lascia intravedere un grande lavoro di studio dei suoni e lo sviluppo di nuove tecniche di arrangiamento, mixer e di registrazione. “Presa di coscienza” è un album molto bello, maturo e decisamente molto curato. Disco consigliatissimo.
Abbiamo posto alcune domande a Riccardo. Ecco cosa ci ha risposto.

I tuoi brani hanno un forte impatto sociale, quanto conta l’osservazione per costruire un brano di questo tipo?

“Bisogna sempre avere una forte capacità di osservazione. Per un cantautore è fondamentale. Se è vero che il cantautore ha il compito di raccontare la sua generazione, allora dovrà sempre guardarsi intorno con molta attenzione, studiare, mantenere la mente attiva”.

“Ti aspetto” è un brano molto emozionante, come è nato?

“È nato da una promessa che ho fatto alla persona che amavo: quella di “aspettarla”. E con “aspettare” intendo dire non dare mai per scontato nulla di questa persona, anche solo ciò che avrà da darmi o da dirmi un secondo dopo l’istante che stiamo vivendo assieme. “Ti aspetto” per me rappresenta una promessa di amore eterno ed assoluto”.

Alcuni passaggi delle canzoni sembrano celare un po’ di cinismo nei confronti della società, una sorta di disillusione, è una sensazione in cui riesci a ritrovarti?

“Assolutamente sì. Ma il mio è un cinismo apparente. L’utilizzo di certi toni “forti” nei testi è finalizzato a svegliare le persone, a farle reagire. Voglio che tutti quelli che mi ascoltano possano compiere con me la loro “Presa d’incoscienza”.

Ho notato una cura quasi maniacale nell’arrangiamento e nella costruzione dei suoni, quanto lavoro c’è dietro a questo nuovo disco?

“In effetti c’è stato molto lavoro dietro. Già quando io compongo le mie canzoni, scrivo sempre tutti gli strumenti e creo un arrangiamento abbastanza definito. Potrò sembrare un maniaco della precisione, ma in realtà credo di avere le idee chiare sul sound che vorrei ottenere da ogni brano. In studio poi i pezzi sono stati ulteriormente perfezionati dai musicisti e dal produttore Andrea Fusini, che hanno fatto davvero un ottimo lavoro.”

Come vedi il Riccardo D’Avino artista e uomo di domani?

“Mi vedo in continua evoluzione. Voglio cercare di far conoscere il più possibile la mia musica, diffondere più che si può il mio messaggio. In particolar modo, credo molto in quest’ultimo album e nei significati veicolati dalle sue canzoni. E spero che sempre più persone possano accorgersi di me come artista con qualcosa di importante da dire e da dimostrare”.

Quali sono i tuoi progetti nel futuro prossimo e immediato? Un tour? Collaborazioni?

“Nell’immediato cercherò di fare più concerti possibili per far conoscere la mia nuova musica. Ma ho già tanti piani per il futuro: fare uscire nuovi singoli con video da questo disco, suonare in giro e scrivere sempre, pubblicare un nuovo album appena avrò un buon numero di canzoni nuove. Mi piace pensare a lungo termine. L’entusiasmo che mi ha dato la pubblicazione di “Presa d’incoscienza” mi sta motivando molto, pur facendomi rimanere coi piedi per terra. Collaborazioni con altri artisti? Tutto può essere.”

Ringraziamo Riccardo per la gentile collaborazione e la fiducia accordataci.

Recensione dell’album “Vinacce, canzoni per inadeguati” di Paolo Paròn

“Mani adatte” è un brano che è una storia carica di metafore e istantanee di vita. “L’allegro caos dello scolapiatti” è un pezzo ironico e dissacrante, luoghi e atmosfere di un giorno qualunque, in una chiave di esasperante e ansiogeno delirio, perché la vita provoca anche questo. “Un disegno” racconta una Torino di un po’ di tempo fa, i suoi cambiamenti, i suoi sogni a metà. Il tutto con un sound particolare, che richiama diversi generi, dal jazz al funky, dalla musica cantautoriale al pop più moderno. Una miscela di sensazioni che si alternano con virtuosismi di tecnica musicale. “Amleto 1999” è un brano che si guarda dentro, intimista e delicato, una ballata di altri tempi. “La domenica del supermercato” è una ballata tra la malinconia e l’ironia dei gesti più consueti, che costituiscono la vita. Quei momenti un po’ persi, nelle cose di tutti i giorni. Cercando un po’ di se in una mancanza. “Le ore d’estate”  prosegue la carrellata di istanti, semplici, quotidiani. Essenziali. “Vinacce” è il brano che regala il nome al disco, una ballata leggera e intensa allo stesso tempo, quell’attimo che coincide con una presa di coscienza. E guardarsi dentro, e piangere. Come pioggia. “Lo chiedo a te” è una ballata che evoca sensazioni e luoghi di introspezione e di domande. “Ai tempi delle chat” racconta il mondo di oggi, con le parole di ieri. Un po’ come immaginare De Andrè che guarda disilluso chi e cosa siamo diventati. Come pelle senza profumo, senza colore. Quel senso di vuoto a cui ci siamo abituati, il bagliore di un monitor. Quel bagliore che non può essere il sole. “Via Bertaldia blues” è un racconto di un risveglio lento e leggero, una giornata che inizia, nel mondo che si sviluppa da una strada di periferia, il margine del mondo, uno dei luoghi in cui il senso della vita si annida. “Season” chiude l’album, una ballata dal sapore internazionale. L’album “Vinacce, canzoni per inadeguati” di Paolo Paròn è un’evocazione alla musica cantautorale, di cui si percepiscono le radici e alla musica in generale. Brani che vanno dal dissacrante, all’intensità delle emozioni, passando per una sperimentazione di suoni e parole. Un disco in equilibrio tra un passato non troppo antico e un domani ormai alle porte.

Recensione dell’album “Majid” degli Afar Combo

Semplicemente jazz. Puro, semplice. Diretto. Un flusso di note e sensazioni che scivolano via lungo un fiume di contaminazioni di popoli, territori e generi musicali. Dai pezzi dall’atmosfera più soffice come “Rokia”, si viaggia verso la tenue melodie di “In fila”, malinconica, a tratti sofferta, un intermezzo che porta a “Paesaggio”, un brano che sembra voler raccontare immagini che passano da un finestrino di un treno. Luoghi lontani, che improvvisamente sembrano più vicini. Fin quasi a poterli toccare. In “Detto al mare” c’è il ritmo, un ballo lontano, che racconta mondi e storie nei suoi cambi di ritmo. Negli sguardi, persi in un ballo senza fine. “L’oracolo” è un brano da assaporare bevendo un vino importante, quelle sensazioni sedimentate nel tempo e dal tempo. Un tripudio di odori e sapori, venature di una roccia che è stata costruita dall’incedere del tempo, della vita che cambia, come i vari momenti del brano. “Majid” porta un suono che viene da lontano, contaminazioni che riecheggiano oltre il mare, sino a superare città e deserti, alla ricerca del senso più profondo della condivisione della cultura, dei suoni e dei ritmi, dei generi musicali più diversi. “Barca a vela” è la melodia che mette in scena il titolo di questo brano, lento, ad accarezzare il mare, accompagnati da un vento, che in questo caso è la musica, un soffio leggero che sa di storie raccontate al bancone di un bar, tra le luci soffuse di un sogno che va via, lentamente. “Ferrage” è un brano che sembra sfociare in un pop rock distorto, quello degli anni settanta, contaminato dal cambiamento della storia, dell’uomo nella sua evoluzione e nella sua ricerca di se stesso, in questo caso attraverso i suoni. L’album si chiude con “Bulga bulga”, un pezzo intenso e affascinante, richiama luogo distanti da noi, ma che forse sono dietro i nostri occhi. In quella ricerca di un senso, di una vita che si cela oltre i nostri sogni e i nostri ricordi. I cambi di ritmo, come cambi di umore. Come reazioni alle cose della vita, reagire, come vivere, come suonare, ballare, fino all’ultima nota. Affrontare la vita, con la forza della musica, pronta a cambiare, come cambia il vento, la vita. Come cambia il riflesso di noi stessi.

Recensione dell’album “I’m not the future” di Polly

Un rap come quello di una volta, questo è ciò che Polly propone. Brani secchi e ben costruiti, un sound semplice e accattivante. I brani raccontano un mondo contemporaneo, le piaghe di una gioventù che diventa maturità. Il sapore dell’asfalto bagnato di sentimenti sbagliati, un po’ come una pioggia che lascia l’amarezza di un domani che sembra voler sfuggire giorno dopo giorno. I temi sociali vengono trattati con disinvoltura, riuscendo a raggiungere l’obiettivo di rappresentare il mondo visto da un rapper e giovane di oggi. Personalmente apprezzo l’idea di costruire un hip hop di questo tipo, lontano dai riflettori innaturali dei fenomeni di oggi, un suono essenziale e un testo più classico, ma decisamente convincente.  Un sound nato dalla strada e che diventa musica e sfocia in un album, “I’m not the future”, che mette le basi su un futuro promettente. Rimaniamo in attesa del prossimo passo di questo interessante artista.

Recensione del romanzo “I fiori non hanno paura del temporale” di Bianca Rita Cataldi, a cura di Anna Serra

Una saga familiare. Una famiglia in senso lato, costituita da legami di sangue, ma non solo. Anche e soprattutto da affinità elettive, da quegli uomini e quelle donne che pur non essendo parenti, ci fanno da nonni o da padri o da madri, senza i quali non saremmo noi.

Un nucleo familiare in cui troviamo donne sensitive dal sangue cocciuto e sorelle che sembrano minuscoli fiori, apparentemente fragili, pronti a scalfirsi sotto una goccia di pioggia, ma che in realtà, a guardar bene, resistono e non temono la furia del temporale. Aspettano solo che qualcuno si accorga di loro e se ne prenda cura.

Serena è una “cantastorie” nel senso che non può fare a meno di raccontare, perciò quando si imbatte in una vecchia macchina da scrivere abbandonata sul ciglio di una strada non perde occasione per raccogliere l’oggetto di antiquariato e farlo suo, scrivendo sul filo della memoria la storia della sua incredibile famiglia.

Serena e Corinna in primo piano: due sorelle, sebbene solo per metà, visto che la madre è la stessa, mentre il padre no. A sottolineare la loro diversità sanguinea i capelli e gli occhi scurissimi dell’una, che fanno a pugni con le ciocche rosso fuoco e le pupille di ghiaccio dell’altra. Nove anni a dividerle. Una bambina di sette anni nella Bologna del 1997, contro una adolescente scontrosa, sempre chiusa nella sua stanza con le cuffiette conficcate nelle orecchie. Finché un oggetto contribuirà ad avvicinarle e renderle complici e custodi di segreti, rafforzando il loro rapporto. Si tratta di una scatola delle scarpe contenente alcuni oggetti appartenuti al vero padre di Corinna, lo stesso che in gioventù scappò di fronte alle sue responsabilità dopo averla concepita in una mansarda dal soffitto bucato, lasciando la giovanissima madre di Corinna sola con una figlia da crescere.

Uno scrigno che custodisce indizi, tracce da seguire per scoprire la verità su suo padre, anche se è troppo tardi per rimediare agli errori del passato. E in questa ricerca dei misteri della “scatola magica” le due sorelle saranno più vicine che mai.

L’autrice, Bianca Rita Cataldi, ha solo 26 anni, ma in questo caso la giovane età non fa rima con inesperienza. La sua scrittura bella e coinvolgente sa essere dolce e ironica al tempo stesso, delicata e spiritosa. Tra le sue pagine ci si commuove e ci si diverte. Questo romanzo si può considerare il debutto di Bianca come scrittrice per una importante casa editrice. Il lancio è stato pazzesco! Le auguriamo di continuare così perché la stoffa e il talento ci sono per davvero!

Recensione del romanzo “Torino Obiettivo Finale” di Rocco Ballacchino

“Torino Obiettivo Finale” di Rocco Ballacchino è un bel noir, equilibrato e ben scritto. Ben delineati i protagonisti principali, come il Commissario Crema, ma da non sottovalutare i personaggi secondari, che arricchiscono il romanzo con umanità e, talvolta, leggerezza. Decisamente intrigante il triangolo amoroso tra Crema, sua moglie e la dottoressa Bonamico, vero e proprio sogno erotico del commissario. La storia si svolge in una Torino che risente degli effetti degli attentati terroristici in Francia e riguarda l’omicidio di una donna, che sembra collegarsi al cantiere di un avveniristico grattacielo. Un’indagine che toccherà diverse zone della capitale sabauda, fino ad arrivare al Forte di Fenestrelle. Cosa si nasconde dietro questo omicidio? A raccontarcelo è Rocco Ballacchino, un autore che dimostra di avere talento e conoscenza del noir, ma senza mai prendersi troppo sul serio. Il risultato è un romanzo affascinante, attuale, veloce, che non dimentica gli aspetti familiari e sentimentali dei protagonisti. Sì, perché il burbero regista Bernardini ha un problema, che rivelerà una parte sconosciuta di lui. Insomma, un gran bel romanzo per gli appassionati di noir e dei bei romanzi, in generale.

Recensione Ep “Movimenti e piani” di Rames

Sin dall’intro si intravede un occhio critico ai temi sociali. “Domani” è un brano diretto,in perfetto stile hip hop classico, con un ritornello orecchiabile e metriche feroci. “Io” è un bel pezzo dallo stile hip hop classico, con un bel ritmo e un testo ben costruito. “Movimenti e piani” racconta un aspetto sociale che ci riguarda direttamente e lo fa da punto di vista assolutamente moderno. L’Ep è gradevole, con uno stile hip hop classico, senza particolari innovazioni, ma per molti questo è l’hip hop vero. Quindi va bene. E piace.