Recensione del romanzo “Uomini che restano” di Sara Rattaro a cura di Anna Serra

Sara Rattaro, scrittrice genovese di successo, sempre più amata dal suo pubblico, ci regala una nuova storia, fresca fresca di stampa, capace di farci emozionare, sognare, indignare, arrabbiare, sperare. Il romanzo, uscito a ridosso di San Valentino, si apre con una duplice sorpresa: quella che Fosca vorrebbe fare al marito Lorenzo, e quella che Lorenzo fa a lei. La prima sorpresa, una festa di compleanno per festeggiare i 40 anni, fallisce. La seconda, si trasforma in una pugnalata al cuore che manda in frantumi la stabilità di Fosca: suo marito si è innamorato, ma non di un’altra donna, come forse sarebbe più “normale” e accettabile, bensì di un uomo. Dopo dieci anni di matrimonio si scopre omosessuale e la lascia.

Fosca, tramortita da una simile rivelazione, si allontana dalla sua casa di Milano per metabolizzare la notizia e si rifugia a Genova, nell’appartamento dei suoi genitori, temporaneamente assenti per un viaggio. Nel condominio ci abita Valeria, una donna dal caschetto bruno sempre in perfetto ordine e con una casa piena di amici festosi. Apparenza. Fosca non può sospettare che sotto quella pettinatura disciplinata si nasconde un cranio pelato. Una corazza di capelli finti per rimpiazzare quelli veri, caduti per colpa della chemioterapia. Anche la vita di Valeria è stata scoperchiata e stritolata in poco tempo: la diagnosi di malattia, seguita dall’abbandono del marito, che diventa più doloroso del cancro.

Le due donne, perfette sconosciute, hanno molto in comune e in questi casi l’amicizia può essere un efficace antidoto per superare gli ostacoli e tornare a vivere, nonostante tutto.

Nel libro e nella realtà esistono due categorie di uomini: quelli che se ne vanno e quelli che restano. I primi scappano, fanno le valigie e tagliano la corda davanti alle avversità, tradiscono, ingannano, deludono, illudono, si innamorano delle loro auto di lusso. I secondi permangono, non indietreggiano di fronte alle difficoltà, supportano, resistono, sono appigli affidabili a cui aggrapparsi quando il mare è in tempesta.

A tutte le donne, visto che tra poco si celebrerà l’otto marzo, l’augurio di liberarsi dei primi e di trovare i secondi. Gli uomini, quelli veri.

Recensione dell’opera “Lo spirito della scala” di Lorenzo Pace a cura di Anna Serra

Dopo tanti romanzi recensiti, questa volta ci tuffiamo nella magia della poesia e ci affidiamo all’affascinante penna del giovane torinese Lorenzo Pace, che oltre ad avere una brillante mente scientifica visto che è un ingegnere aerospaziale e dottore di ricerca in questo campo, possiede anche una sensibile anima letteraria. Lo spirito della scala, pubblicato per Ciesse Edizioni, è una raccolta di un centinaio di composizioni che disegnano un percorso di crescita individuale e interiore, di apertura verso la vita e un inno all’amore nelle sue varie sfaccettature, compreso il dolore e l’abbandono. Alcuni componimenti costituiscono dei punti di partenza, altri dei traguardi, passando attraverso episodi di vita e poesie dedicate a qualcuno in particolare.

Troviamo, per esempio, versi dedicati alla montagna, una dama di bianco vestita come fosse una sposa, di cui il camminante sfiora i fianchi nella salita e contempla la sua maestosità che riempie ogni cosa. Un’altra poesia molto bella parla dell’unicità della persona amata che purtroppo è stata persa: le altre non sono che copie sbiadite di lei, versioni incomplete che mancano di tutto il resto, perché lei è tutte le temperature, tutti i colori, tutte le note di un organo. Lei è anche un pensiero ossessivo, martellante, insistente, che toglie il sonno e la quiete.

Tradire se stessi è la peggior forma di adulterio, ci dice Lorenzo, mentre l’incontro fra due persone è un lampo di emozione, in cui la ragione deve imbrigliare gli istinti imbizzarriti che vorrebbero scavalcare i recinti della prudenza. Molto intensa è anche la poesia dal titolo “Le chiavi” che racconta unastoria d’amore giunta al capolinea, così come “Piove sul tuo volto” con le sue lacrime che inondano e affogano. Ci sono poi sentimenti da nascondere in un baule e sotterrare in un bosco sconosciuto, ma a cui si fa visita ogni notte.

Al lettore lasciamo la curiosità di scoprire altre suggestive metafore e sensazioni che l’autore racchiude nel suo scrigno di parole, curate ed eleganti, che non cadono mai nella banalità del quotidiano.

Arabesque di Alessia Gazzola

Arabesque è un romanzo semplice, ma che allo stesso tempo attrae, così come l’intera serie con protagonista Alice Allevi, creata dalla penna sapiente di Alessia Gazzola. Una storia nuova, che racconta una Alice nuova, ma allo stesso tempo legata alle passioni e agli amori di un tempo. Un personaggio che nel suo essere strampalato è capace, caparbio e tremendamente affascinante. La narrazione di Alessia Gazzola è sempre molto scorrevole, leggera e simpatica, ma la trama racconta anche l’indagine per un omicidio ambientata nel mondo del balletto e del teatro, poiché anche in questo caso Alice collabora con il commissario Calligaris. Non mancheranno aggiornamenti dalla vita dell’ex Arthur e una nuova dimensione di CC, ovvero Claudio Conforti. Un intrigo sia per l’indagine, che per gli aspetti amorosi. Un mix che rende sempre molto gradevoli i romanzi di Alessia Gazzola. E non vedo l’ora di leggerne ancora.

Recensione del romanzo “1982 – Viaggio nel tempo” di Luisella Ceretta

Chi non ha mai desiderato, almeno una volta nella vita, di tornare indietro per esplorare il proprio passato e interferire in esso, per modificare il corso degli eventi? Oppure di balzare nel futuro per aggiudicarsi anticipazioni, anteprime esclusive di quello che sarà? Osservare da vicino quello che siamo stati e quello che saremo?

Luisella Ceretta, nuova autrice della Spunto Edizioni, esordisce con un breve romanzo in cui ci regala questa opportunità: viaggiare a ritroso di vent’anni. Con una scrittura fresca, ironica e giovanile, ci racconta la simpatica e surreale avventura di Giulia nel giorno del suo ventesimo compleanno. Il tunnel di un autolavaggio si trasforma in una macchina del tempo che catapulta lei, sua zia Gina e le amiche della zia in una calda domenica del 12 luglio del 1982, quando l’Italia intera era incollata ai televisori per la finale dei mondiali di calcio contro la Germania.

Ognuna delle protagoniste, con età diverse, rivede se stessa: da chi è appena nata in un reparto d’ospedale come Giulia, a chi deve sostenere l’esame orale di Maturità rischiando di scivolare su una domanda di geografia astronomica. Non solo. E’ un’occasione per curiosare nelle case dove abitavamo e nelle scuole dove abbiamo studiato, per incontrare persone che non fanno più parte della nostra vita o per vedere i nostri genitori giovani, al momento della nostra nascita. Se da un lato può sembrare un gioco divertente e emozionante, dall’altro può essere pericoloso perché la tentazione di interferire con gli eventi è fortissima, irresistibile: c’è chi desidera vendicarsi di torti subiti, o di scongiurare incidenti, o di migliorare i propri risultati. Tutti vorremmo ridisegnare il nostro vissuto, riscriverlo inserendo modifiche, evitandoci dolori, perdite affettive, frustrazioni. Ma non si può. Ritornare indietro con il senno del poi, già conoscendo gli sviluppi futuri, rischia, a lungo andare, di trasformarsi in un’esperienza inquietante. Le protagoniste si sentono disorientate e sfasate in una Torino che faticano a riconoscere, con le lire al posto degli euro, i cellulari che non funzionano e la sensazione di essere tagliate fuori dal mondo, come aliene sbarcate sul pianeta Terra.

Dopo ore intense trascorse a viaggiare nel passato, occorre ingegnarsi per ritornare al presente della narrazione. Riusciranno le ragazze a planare nella loro epoca ovvero nell’anno 2002 quando la storia muove i suoi primi passi?

Recensione dell’opera “I bambini delle mamme che lavorano” di Amelia Tipaldi e Raffaella Avitabile

L’opera ‘I bambini delle mamme che lavorano” nasce dal grande successo del blog “Mamma raccontami una storia”, la cui pagina su Facebook ha raggiunto un grandissimo pubblico. Basterebbe questo per giustificare la nascita del libro, in realtà il libro affronta una tematica importante e quanto mai attuale. La gestione del tempo che trascorriamo fuori casa, quindi quello che inevitabilmente togliamo alla famiglia. In un mondo sempre più frenetico, questo punto diventa il cardine per la crescita di un bambino. Non è un segreto che in questo equilibrio precario, i nonni assumano un ruolo determinante per la crescita di un figlio. Ma in tutto questo, cosa prova la mamma? Uno dei temi sviluppati da più punti di vista sul blog, diventa così una storia illustrata dalla bravissima Raffaella Avitabile, che rende immagini le parole della scrittrice, ingegnere e mamma di tre bambini, Amelia Tipaldi. La tecnica comunicativa usata è la semplicità e la voglia di emozionare con sensazioni pure. L’opera affronta il tema del distacco tra mamma e il proprio bambino nei suoi primi anni di vita, negli attimi prima che nasca anche la consapevolezza, la capacità di metabolizzare e che il meccanismo della crescita faccia il suo corso naturale. Il tema delle mamme che lavorano è un punto di partenza per parlare a tutte le mamme. Senza differenza di età, stato sociale, sogni. Si parla di un filo che lega una mamma al proprio bambino. Di quel mondo segreto che costringe a nascondere sempre qualcosa: la fragilità dietro il coraggio. Abbiamo posto alcune domande ad Amelia e Raffaella. Ecco le loro risposte.

Come è nata l’idea de “I bambini delle mamme che lavorano”?
È una storia nata da emozioni autentiche che secondo me arrivano alla mamma è al bambino
La poesia è nata due anni fa. Era una mattina fredda di febbraio. il mio bambino più piccolo aveva la febbre e mi dispiaceva lasciarlo a casa con mia mamma ma dovevo andare al lavoro. Durante quella lunga giornata è nata in me questa poesia. Per esprimere un’emozione che so capita a tante madri.

Quanto è importante nell’era dei nativi digitali raccontare storie ai propri bambini?
Raccontare storie è un mestiere senza tempo. Insostituibile dai media. perché quando un genitore racconta una storia al proprio bambino si crea una magia, il tempo si ferma e si crea un legame tra la voce di chi narra e il cuore di chi ascolta.

Il vostro libro parla alle mamme, ma anche ai loro bambini. Come coniugare due diversi linguaggi così diversi?
È una storia nata da emozioni autentiche che secondo me arrivano a mamma e bambino.

Una domanda per Amelia, sei mamma di tre bambini. Lavori. E gestisci un blog di successo, come riesci a conciliare tutto?
Ogni giorno è un’avventura. Ho ridotto l’orario di lavoro per dedicare più tempo per i figli e prendere fiato.

Una domanda per Raffaella, come è nata la passione per il disegno e quanto tempo dedichi a questa attività?
Sono nata con la matita in mano a detta di mia madre! E’ una passione che e’ nata con me dai primissimi anni! Il tempo avendo due bimbi e’ sempre poco ma ogni tanto ritaglio un po’ per la mia passione.

Quali sono i vostri progetti per il futuro? Lavorerete ancora insieme a un nuovo progetto?
Ci piacerebbe creare una collana di piccoli libri illustrati sui papà, i nonni e le mamme ovviamente.

Ringraziamo Amelia e Raffaella per la gentile collaborazione.

“I Bambini delle mamme che lavorano”  è disponibile: qui.

 

 

“Quando tutto inizia” di Fabio Volo

“Quando tutto inizia” di Fabio Volo scorre via leggero. Una semplice, ma a suo modo complessa. Gabriele incontra Silvia per caso, tra loro scoppia un’intesa perfetta, ma c’è qualcosa che li divide. Quel qualcosa è la fede al dito di Silvia, sposata e con un figlio piccolo. Gabriele è un uomo di quarant’anni che non vuole una famiglia, ma che scoprirà un nuovo punto di vista. Un viaggio in un amore tormentato, proprio perché non può, non deve, chiamarsi amore. Una storia non troppo originale per l’autore, che tuttavia crea una storia gradevole e intensa. Molti criticano Volo, ma se un libro si lascia leggere piacevolmente, vuol dire che è un buon libro.
#quandotuttoinizia
#FabioVolo

Desiderami, il nuovo romanzo di Argeta Brozi

Argeta Brozi torna a raccontare la storia di Ylenia dopo il successo del romanzo “Tentazioni”. Una trama ricca di colpi di scena e intrighi, di sentimento e passione, amicizia e tradimento. Tutti ingredienti che caratterizzano questo nuovo libro pubblicato da Butterfly Edizioni. Dal punto di vista narrativo si percepisce una svolta verso il romance erotico, seppur con sfumature leggere, mentre si sente meno l’atmosfera elegante e maliziosa di Tentazioni. D’altro canto la storia racconta un’età più matura della protagonista, diventata mamma e alle prese con i sensi di colpa causati dai suoi errori “di gioventù”. La scrittura è fresca e dinamica e mette in scena una trama in cui non mancano il pathos e l’ironia, caratteristiche dei personaggi già note a chi ha apprezzato il primo romanzo. Nel complesso si tratta di una buona lettura adatta a un pubblico giovane, ma anche aperto a chi cerca una storia appassionata con tinte più intriganti. Insomma, Argeta è una bravissima autrice e ricrea perfettamente le atmosfere del romanzo  Best-Seller Tentazioni, un romanzo che è stato talmente amato dai lettori dallo spingerli a chiedere a gran voce all’autrice di continuare a raccontare le avventure si Ylenia. E Argeta lo ha fatto nel migliore dei modi.

Recensione dell’opera narrativa e musicale “Il ferro e le muse” di Beny Conte

“Il ferro e le muse” è un lavoro musicale e letterario complesso, non è immediato nemmeno parlarne. Comprende, infatti, un libro e un disco. Iniziamo dal romanzo, si tratta di una storia di due personaggi: Libero e Zzu ‘Ntoniu. Quest’ultimo è un uomo anziano, che racconta al primo, un giovane studente universitario, la sua storia. Sarebbe riduttivo, perché in realtà Zzu ‘Ntoniu racconta la storia della mafia, la sua genesi e la sua trasformazione nel mostro violento che tutti conosciamo. Una storia a suo modo romantica, appassionata e, spesso, crudelmente vera. Dietro il ferro, quelle delle pistole, si nasconde l’anima. La musa di Beny Conte gli regala l’ispirazione per costruire un mondo che racconta il mondo. E nel romanticismo di una storia che nasce, una che muore, la storia d’amore tra Zzu ‘Ntoniu e la sua Sara, che è costretto ad abbandonare. C’è l’amarezza di una vita nelle parole di questo romanzo, c’è l’amarezza dell’Onorata Società, diventata, poi, Cosa Nostra. C’è un codice segreto, fatto di gesti e parole. Un sentimento, che tuttavia resiste nelle strade, tra i banchi del mercato, e che vuole diventare un insegnamento ai giovani di oggi. Ma alla storia fatta di parole, si unisce la musica. Un disco che racchiude le atmosfere del romanzo. “Quannu scinni ‘a notti” è un brano in cui il folk, in realtà è molto di più. È la vita che urla la sua voglia di rinascere, dalle ceneri di un amore, di una storia che crede in se stessa. In attesa che il vento racconti, la luna, insegni, e l’amore, torni. “Vitti ‘na crozza” è una ballata lenta e inesorabile, che si estende nei suoni di un paese, delle sue campane, della sua vita che scivola come un fiume impetuoso. “L’isola di buonagente” è la mappa di una cultura, bollente come lava, delle sfumature impresse nella scrittura della propria vita. È perdersi, tra i sentieri di un mondo, riflesso in un mare crudo. È terra. “Malìa” è un brano sofferto, introspettivo, ma anche aperto a un domani, a un amore che non vuole nascere. O che non riesce a morire. “La mafia e l’ parrini” è il racconto quasi teatrale di una storia, le cui radici vanno anche oltre la cultura di una terra, di un concetto, o della storia stessa. “Cantu di la vicarìa” sussurra la passione di una terra e dei suoi odori, in una musicalità che incanta e culla, lentamente, ma senza mai dimenticare le origini di questo amore. “’A liggi di lu ferru” è lo spietato ritratto di un mondo, delle sue regole, scritte o meno, ma che esistono e hanno cambiato la nostra storia. “Come un abbraccio” è il racconto di una partenza, di un viaggio verso una dimensione nuova, lontana dal male, da una terra che è anima e inferno. Ma che è parte, una parte importante di te. “Serenata della terra” continua il racconto dell’importanza di una terra come cultura di un luogo, di un pensiero, un concetto, una vita. “’U tempu di Cirasi” chiude questo viaggio con la melodia e la passione che contraddistingue l’intero disco e lo stile di quest’opera cantautoriale e narrativa. I brani del disco richiamano le atmosfere raccontate nel romanzo, mettendo in scena un’opera che assume i tratti teatrali di una tragedia, nel suo concetto più artistico. Più romantico e malinconico. “Il ferro e le le muse” getta una luce nuova su un tema controverso e sull’importanza delle radici e in questo c’è un grido, quell’urlo che pretende di riprendere il senso di una terra, appunto, della sua lingua, cultura e volontà di rinascere dopo anni e sangue. La sete di libertà riecheggia in ogni nota e parola di questa opera, raccontando tutto dall’inizio, facendo ordine, e guardando al futuro.

Recensione de “La corda del violino” di Michele Scaranello

Una storia toccante, narrata con grande efficacia espressiva. Parole mai scontate, scelte con cura. Davvero un bel racconto, che affronta un tema di grande attualità: la difficile integrazione dello straniero e lo scontro fra culture.
Kavin appartiene al popolo zingaro, su cui da sempre gravano pesanti pregiudizi. Viene costretto a elemosinare agli incroci e ai semafori, ma un giorno scopre il fascino della scuola e vuole abbandonare il degrado della strada a favore dell’apprendimento. Solo imparando a leggere e a scrivere potrà conoscere e capire il mondo.
Tuttavia il suo desiderio farà a pugni con la volontà ottusa e prepotente di un padre violento, che conosce soltanto il linguaggio delle percosse e delle bestemmie, accecato da un’ira furibonda e incontrollata.
Malgrado i divieti e le punizioni corporali del padre-bestia, Kavin si intrufola a scuola dove viene accolto dalla benevolenza di un maestro, l’unico a credere in lui e a fornirgli il materiale didattico per poter studiare.
Saranno tre gli angeli custodi che tenteranno, ciascuno con i mezzi a disposizione, di proteggerlo e riscattarlo dall’ignoranza e dalla delinquenza: il maestro della scuola primaria, per l’appunto, oltre che la madre e il violinista Marlon. Solo lottando insieme riusciranno a garantire a Kavin una vita migliore, ma il prezzo da pagare sarà altissimo. L’amore di una madre, l’istruzione, la musica: tre strumenti che salveranno il bambino da un destino già disegnato.

Recensione del romanzo “Il Leone del Sahara” di Francesca Forlenza

Il “Leone del Sahara” è un romanzo che riesce a miscelare erotismo, passione, azione e sentimento, in una storia avvincente. I personaggi sono stati costruiti con attenzione, mostrando intensità e fascino. I due personaggi principali sono Elizabeth e Asad. Lei è un’agente sotto copertura, lui un Sultano di un Emirato. Due figure che rimangono intrecciate in una ragnatela di legami: sentimento, lavoro, passione, erotismo, sesso, oltre che da una misteriosa missione. Elizabeth deve, infatti, difendere Assad, a sua insaputa. A peggiorare la situazione, la differenza di cultura e i due mondi così diversi che li separano. Ma è proprio su questo frangente che il romanzo apre una luce nuova sulla possibilità rompere le barriere culturali, grazie al legame che sembra unire indissolubilmente i due protagonisti. Nonostante i diversi punti di vista, la relazione tra i due fonde sesso e perversione, in un filo invisibile che non vuole spezzarsi. Francesca Forlenza costruisce una trama che riesce a raccontare il tema della dominazione senza clichè e soprattutto senza essere mai scontata. Le ambientazioni da favola e le atmosfere cariche di adrenalina ed erotismo creano un mondo parallelo, accanto al quale scorre la suspance. Una miscela esplosiva che rende questo romanzo davvero molto interessante e che mostra il talento dell’autrice. Sarebbe riduttivo definire “Il leone del Saraha” con un solo genere. C’è molto di erotico, sentimentale, ma anche di azione e mistero, in questo racconto. Ma per entrare meglio nel mondo di Francesca Forlenza, ho voluto porle alcune domande. Ecco una piccola intervista.

Il tuo è un romanzo particolare, erotico, romance, azione. Come è nata l’idea di costruire un romanzo come “Il leone del Sahara”?

Prima della trama, dell’idea, è nato Asad. Ho immaginato quest’uomo superbo, cinico, spocchioso, maledettamente affascinante, intelligente e sadico. Per quanto riguarda le caratteristiche estetiche ho seguito i miei desideri. La dinamicità della storia è stata inevitabile. Accanto a un uomo “particolare”, bisognava accostare una donna forte, e due caratteri forti inevitabilmente si scontrano, devono scontrarsi verbalmente e fisicamente. Le faide familiari e politiche sono nate in seguito. Non mi piacciono le storie statiche, preferisco l’avventura.

L’idea della donna, della sua sessualità e della sua libertà, in una società difficile come quella mediorientale, esiste, secondo te, un futuro di maggior apertura mentale sotto questo punto di vista, anche in questa parte di mondo?

Lo spero.

Il sesso, l’amore prima di tutto, sembra essere più forte anche della sete di vendetta, quanto c’è di romanzato e quanto di vero in questa idea? L’amore prima di tutto?

Sì. L’amore è alla base della narrazione. Credo che l’amore possa superare barriere ideologiche, torti subiti o inferti, diversità caratteriali, precetti arcaici. etc Purtroppo o per fortuna (dipende dai punti di vista) non c’è nulla di romanzato in questa idea.
Come hai costruito i tuoi personaggi, da quali basi dei partita?

Dalla fantasia. Ho giocato con la mia fantasia.

Cosa consiglieresti a un giovane scrittore che si affaccia per la prima volta sul mondo dell’editoria?

Il mio consiglio? Scrivere seguendo le sensazioni, le emozioni di pancia. Le critiche? Le critiche sono presenti in qualsiasi ambito della vita. Bisogna imparare dalle critiche costruttive e ignorare quelle dettate da sentimenti poco “cavallereschi”.

Chi è Francesca Forlenza?

Una ragazza semplice. Una sognatrice. Una solitaria con un carattere spigoloso.

Ringrazio Francesca per la gentile collaborazione.